Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14842 del 26/03/2015


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 14842 Anno 2015
Presidente: GIORDANO UMBERTO
Relatore: CENTONZE ALESSANDRO

SENTENZA

Sul ricorso proposto da:

1) Autorino Angela, nata il 27/07/1944 (parte offesa);
2) Sorri Pancrazi Valdemaro, nato il 25/11/1941 (parte offesa);

Avverso l’ordinanza n. 495/2012 emessa il 12/02/2014 dalla Corte di
appello di Firenze;

Sentita la relazione fatta dal Consigliere dott. Alessandro Centonze;

Lette le conclusioni del Procuratore generale, in persona del dott. Umberto
De Augustinis, che ha chiesto il rigetto del ricorso;

Data Udienza: 26/03/2015

RILEVATO IN FATTO

1. Con ordinanza emessa il 12/02/2014 la Corte di appello di Firenze,
dichiarava inammissibili le opposizioni proposte da Valdemaro Sorri Pancrazi e
Angela Autorino.
La Autorino e il Sorri Pancrazi, in particolare, costituiti parti civili nel
processo a carico di Giulio Simoni e altri, condannati con sentenza irrevocabile
per il delitto di usura con obbligo di risarcimento dei danni in favore delle parti

procedimento penale, ai sensi degli artt. 240, 644 cod. pen., 12 sexies del d.l. 8
giugno 1992, n. 306, fossero destinati prioritariamente al soddisfacimento delle
loro legittime pretese risarcitorie.
Tale declaratoria di inammissibilità, a sua volta, interveniva in conseguenza
della trasmissione degli atti disposta da questa Corte, con sentenza emessa il
09/11/2012, sui ricorsi proposti avverso l’ordinanza emessa dalla Corte di
appello di Firenze il 15/07/2011, che veniva preliminarmente qualificato come
opposizione.
Questa Corte, in particolare, statuiva che, in materia di confisca, l’art. 676,
comma 1, cod. proc. pen., stabilisce che il giudice dell’esecuzione procede con le
forme previste dall’art. 667, comma 4, cod. proc. pen., emettendo
provvedimento non direttamente ricorribile ma opponibile davanti allo stesso
giudice che lo ha pronunciato. In applicazione del principio generale di
conservazione degli effetti degli atti giuridici, di cui è espressione il principio di
conversione dell’impugnazione stabilito dall’art. 568, comma 5, cod. proc. pen., il
ricorso doveva essere qualificato come opposizione, con conseguente
trasmissione degli atti al giudice dell’esecuzione competente (cfr. Sez. 1, n. 3199
del 09/11/2012, dep. 11/12/2012, Autorino e altro, non mass.).
A seguito di tale qualificazione e della conseguente trasmissione degli atti,
la Corte di appello di Firenze emetteva declaratoria di inammissibilità, ritenendo
legittimi e non revocabili i provvedimenti con cui i beni confiscati all’esito del
processo celebrato nei confronti di Giulio Simoni e altri imputati, ai sensi degli
artt. 240, 644 cod. pen., 12 sexies del d.l. 8 giugno 1992, n. 306, erano stati
trasferiti dall’Agenzia del Demanio ai Comuni di Firenze e Rosignano Marittimo,
ex art. 2 undecies della legge 31 maggio 1965, n. 575, anziché essere utilizzati
prioritariamente per il soddisfacimento delle pretese risarcitorie delle parti civili
costituite.

2. Avverso tale ordinanza Angela Autorino e Valdemaro Sorri Pancrazi
ricorrevano per cassazione, deducendo la violazione dell’art. 606, comma 1, lett.
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civili medesime, chiedevano che i beni immobili confiscati nel predetto

b), cod. proc. pen., in relazione agli artt. 12 sexíes del d.l. n. 306 del 1992 e 2
undecies della legge 31 maggio 1965, n. 575.
Si deduceva, in particolare, l’erronea valutazione dei presupposti normativi
sulla base dei quali era stato adottato il provvedimento emesso dal giudice
dell’esecuzione, che non teneva conto del fatto che, nel caso di specie, i beni
confiscati all’esito del procedimento penale presupposto non potevano essere
trasferiti ai Comuni di Firenze e Rosignano, ma dovevano essere utilizzati
prioritariamente per il risarcimento delle parti civili costituite nel giudizio
celebrato nei confronti di Giulio Simoni e altri imputati, sottoponendo tali beni a

esecuzione forzata.
Non corrispondeva, inoltre, al vero quanto affermato nel provvedimento
impugnato, secondo cui i ricorrenti avrebbero potuto agire in giudizio, a tutela
delle proprie pretese risarcitorie di parti civili costituite, a partire dal momento in
cui interveniva la sentenza di primo grado, che veniva emessa nel 2000, in
ragione del fatto che la sentenza irrevocabile interveniva soltanto nel 2003, a soli
pochi mesi di distanza dall’assegnazione dei beni confiscati al demanio
immobiliare.
Per queste ragioni, l’ordinanza emessa dal giudice dell’esecuzione doveva
essere annullata.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso proposto di Angela Autorino e Valdemaro Sorri Pancrazi deve
ritenersi infondato.
In via preliminare, deve rilevarsi che la natura giuridica della confisca per
equivalente di cui all’art. 12 sexies del d.l. n. 306 del 1992 – disposta nel
procedimento penale nel quale erano costituite parti civili i ricorrenti – è quella di
una misura di sicurezza patrimoniale atipica, connotata da finalità
eminentemente dissuasive, in conseguenza del fatto che si applica a beni dei
quali si reputa sospetta l’acquisizione illecita, così come, da tempo, statuito dalla
giurisprudenza di questa Corte (cfr. Sez. un., n. 920 del 17/12/2003, dep.
19/01/2004, Montella, Rv. 226492).
A tale provvedimento ablativo, secondo quanto stabilito dall’art. 12 sexies,
comma 4 bis, del d.l. n. 306 del 1992, si applicano le disposizioni in materia di
gestione e di destinazione dei beni sequestrati previste dalla legge 31 maggio
1965, n. 575.
Nel nostro caso, tale normativa si innerva sulla disciplina della confisca per
equivalente di cui all’art. 644, comma 5, cod. pen., che è prevista per i casi in
cui non sia possibile agire direttamente sui beni costituenti il profitto o il prezzo
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del reato, a cagione del mancato loro reperimento, consentendo di apprendere
utilità patrimoniali di valore corrispondente, di cui il reo abbia la materiale
disponibilità. Specularmente, il sequestro preventivo, strumentale alla confisca
anzidetta, può riguardare attività per equivalente e beni di cui l’imputato del
reato di usura abbia la disponibilità, anche in modo legittimo, indipendentemente
dalla commissione dell’illecito penale a lui contestato nella sede processuale,
dove le parti civili si sono eventualmente costituite (cfr. Sez. 1, n. 28999
dell’01/04/2010, dep. 23/07/2010, Giordano, Rv. 248474).

riconosciuto nella confisca disciplinata dal codice penale un’effettiva misura di
sicurezza patrimoniale, fondata sulla pericolosità derivante dalla disponibilità
delle cose servite o destinate a commettere il reato ovvero delle cose che ne
costituiscono il prodotto o il profitto, è anche vero che progressivamente sono
state introdotte ipotesi di confisca obbligatoria dei beni strumentali alla
consumazione del reato, che hanno messo in crisi le costruzioni dogmatiche
tradizionali, superando i ristretti contini tracciati dalla norma generale di cui
all’art. 240 cod. pen. (cfr. Sez. 5, n. 46500 del 19/09/2011, dep. 14/12/2011,
Lampugnani, Rv. 251205).
A conferma della determinazione con cui il legislatore, negli ultimi anni, ha
inteso e intende perseguire l’obiettivo di privare l’autore del reato soprattutto del
profitto che ne deriva, non va sottaciuta la progressiva moltiplicazione delle
ipotesi di confisca per equivalente, che incide, di fronte all’impossibilità di
aggredire l’oggetto principale, su somme di denaro, beni o altre utilità di
pertinenza del condannato per un valore corrispondente a quello dello stesso
profitto.
In definitiva, con il termine confisca, al di là del mero aspetto
nominalistico, si identificano misure ablative di natura diversa, a seconda del
contesto normativo in cui lo stesso termine viene utilizzato, al quale occorre di
volta in volta riferirsi.

2. In questo stratificato ambito normativo occorre considerare la vicenda
sottoposta all’attenzione di questa Corte, che trae origine dalla pretesa dei
ricorrenti, Angela Autorino e Valdemaro Sorri Pancrazi, parti civili costituite in un
processo penale definito con sentenza irrevocabile per il delitto di usura, di
rivalersi sul bene immobile confiscato all’esito di tale procedimento, chiedendo
che fosse destinato prioritariamente al soddisfacimento delle loro pretese
risarcitorie.
Nel caso di specie, i ricorrenti deducevano che il diritto al risarcimento dei
danni subiti quale vittime del reato di usura di cui all’art. 644 cod. pen. doveva
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In questo ambito normativo, se è vero che la giurisprudenza ha sempre

ritenersi prevalente sulla disciplina normativa di cui alla legge n. 575 del 1965, al
contrario di quanto affermato dalla Corte di appello di Firenze nell’ordinanza
impugnata.
Deve, in proposito, rilevarsi che l’assunto dei ricorrenti risulta fondato su
un presupposto sistematico erroneo, non tenendo conto del fatto che, a seguito
del trasferimento non revocabile dei beni confiscati nel procedimento penale
presupposto all’Agenzia del Demanio, la questione sollevata era divenuta di
competenza amministrativa e che non vi era alcuno spazio per un intervento del

quale la Autorino e il Sorri Pancrazi erano costituiti parti civili, erano stati
legittimamente trasferiti all’Agenzia del Demanio, la quale aveva provveduto a
trasferirli ai Comuni di Firenze e Rosignano Marittimo, ai sensi dell’art. 2
undecies della legge n. 575 del 1965, che li avevano, a loro volta, destinati a una

funzione pubblica non più reversibile, restando parte integrante del loro
patrimonio indisponile.
Ne discende che, laddove i ricorrenti avessero ritenuto di tutelare la propria
posizione di terzi creditori avrebbero dovuto, nell’arco temporale compreso tra il
2000 e il 2004, promuovere e trascrivere eventuali azioni reali funzionali a
conservare la loro garanzia patrimoniale, impendendo in tal modo l’adozione e la
conseguente esecuzione del provvedimento amministrativo con cui i beni
confiscati nel procedimento penale presupposto erano stati trasferiti all’Agenzia
del Demanio. Tuttavia, una volta disposto il trasferimento dei beni
all’Amministrazione, in conseguenza della destinazione pubblica normativamente
attribuita dal legislatore, gli immobili confiscati entrano definitivamente a fare
parte del patrimonio indisponibile degli enti pubblici beneficiari, i quali sono
obbligati ad assegnargli una tale destinazione ai sensi dell’art. 2 undecies, commi
2 e 3, della legge n. 575 del 1965.
In questi termini, spetta al giudice dell’esecuzione penale l’accertamento
dei confini del provvedimento di confisca per equivalente dei beni immobili
contestato, determinando i confini di eventuali diritti di terzi; tale potere, a sua
volta, risulta correlato all’onere della prova gravante sul terzo in relazione alla
titolarità di tali diritti e all’assenza di collegamenti con l’attività illecita
dell’imputato. Il terzo, dunque, dovrà dimostrare il proprio affidamento
incolpevole, ingenerato da una situazione di apparenza che renda scusabile
l’ignoranza o il difetto di diligenza, certamente non riscontabile nel caso di
specie, attesa la pendenza di un processo penale nel quale la Autorino e il Sorri
Pancrazi erano costituiti parti civili, non essendo sufficiente la mera anteriorità
della trascrizione nei registri immobiliari, del pari non riscontabile.

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giudice dell’esecuzione penale. Infatti, i beni confiscati nel processo penale nel

Da questo punto di vista, non possiamo non rilevare che la giurisprudenza
di questa Corte è orientata, sia pure limitatamente alla valutazione della
posizione dei terzi in relazione ai provvedimenti ablativi esperiti ai sensi dell’art.
2 ter della legge n. 575 del 1965, nella direzione ermeneutica richiamata, com’è
possibile desumere dal seguente principio di diritto: «Il terzo che vanti un diritto
reale su un bene sottoposto a confisca ai sensi dell’art. 2 ter I. 31 maggio 1965
n. 575 ha l’onere di provare, nel procedimento di esecuzione avente ad oggetto
la confiscabilità del medesimo bene, sia la propria titolarità dello “ius in re

sequestro di cui al citato art. 2 ter, sia la mancanza di qualsiasi collegamento del
proprio diritto con l’attività illecita del proposto indiziato di mafia, derivante da
condotte di agevolazione o, addirittura, di fiancheggiamento» (cfr. Sez. 1, n.
43715 del 13/11/2008, dep. 21/11/2008, Mancuso, Rv. 242212).
Né potrebbe essere diversamente, atteso che, nel sistema prefigurato dalla
legge n. 575 del 1965, è applicabile il principio enunciato in materia di confisca,
secondo cui i terzi che vantino diritti reali hanno l’onere di provare i fatti
costitutivi della pretesa fatta valere sulla cosa confiscata, essendo evidente che
costoro sono tenuti a fornire la dimostrazione di tutti gli elementi che concorrono
a integrare le condizioni di appartenenza e di estraneità al reato, dalle quali
dipende l’operatività della situazione di impedimento o limitativa del potere di
confisca esercitato dallo Stato. Ne deriva che sui terzi grava l’onere della prova
sia relativamente alla titolarità dello ius in re aliena, il cui titolo deve essere
costituito da un atto di data certa anteriore alla confisca, sia relativamente alla
mancanza di qualsiasi collegamento del proprio diritto con l’attività illecita del
soggetto passivo del provvedimento ablativo (cfr. Sez. 1, n. 12317
dell’11/02/2005, dep. 31/03/2005, Fuoco e altro, Rv. 232245).
Tali conclusioni sistematiche risultano ulteriormente avvalorate dalla
disposizione dell’art. 52 del d.lgs. 6 settembre 2011, n. 159, che deve ritenersi
applicabile, sotto il profilo della tutela dei diritti dei terzi creditori, alle ipotesi di
confisca emessa ai sensi dell’art. 12 sexies del d.l. n. 306 del 1992, a condizione
che tali diritti risultino da data certa anteriore all’emissione del provvedimento
ablativo, muovendosi in una direzione sistematica analoga a quella recepita
nell’ordinanza impugnata e richiamata con riferimento alla disposizione ai sensi
dell’art. 2 ter della legge n. 575 del 1965 (cfr. Sez. 1, n. 26527 del 20/05/2014,
dep. 19/06/2014, Italfondiario s.p.a., Rv. 259331).
In buona sostanza, le vicende dei beni confiscati nel procedimento nel quale
i ricorrenti erano costituiti parti civili, in assenza di un atto specifico diretto alla
conservazione della loro garanzia patrimoniale, antecedente al trasferimento dei
beni all’Agenzia del Demanio, che aveva luogo nel 2004, non possono essere
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aliena”, il cui titolo deve essere costituito da un atto di data certa anteriore al

rivalutate in sede esecutiva, a seguito della loro legittima assegnazione a ai
Comuni di Firenze e Rosignano Marittimo.
In questi termini, non possono non condividersi le conclusioni alle quali
giungeva il giudice dell’esecuzione, laddove a pagina 6 dell’ordinanza impugnata,
osservava: «Dal 2004 in poi la questione pertanto è divenuta concretamente
amministrativa e non vi è da quel momento più spazio per l’intervento
giurisdizionale in sede esecutiva, sostituito ormai il giudice dell’esecuzione dalle
decisioni adottabili di volta in volta dagli enti pubblici sul loro bene sopravvenuta

3. Per questi motivi, il ricorso proposto nell’interesse di Angela Autorino e
Valdemaro Sozzi Pancrazi deve essere rigettato, con la conseguente condanna
dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del 26 marzo 2015.

titolarità».

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