Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14841 del 26/03/2015


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 14841 Anno 2015
Presidente: GIORDANO UMBERTO
Relatore: CENTONZE ALESSANDRO

SENTENZA

Sul ricorso proposto da:

1) Godwin Don Prince, nato il 13/05/1976;

Avverso l’ordinanza n. 128/2014 emessa l’11/07/2014 dal Tribunale di
Roma;

Sentita la relazione fatta dal Consigliere dott. Alessandro Centonze;

Lette le conclusioni del Procuratore generale, in persona del dott. Enrico
Delehaye, che ha chiesto l’annullamento con rinvio dell’ordinanza
impugnata;

Data Udienza: 26/03/2015

RILEVATO IN FATTO

L Con ordinanza emessa l’11/07/2014 il Tribunale di Roma, quale giudice
dell’esecuzione, rigettava l’istanza formulata da Don Prince Godwin il
19/03/2014, ai sensi degli artt. 666 e 673 cod. proc. pen.
Con tale istanza si chiedeva la rideterminazione della pena di anni due e
mesi otto di reclusione e 12.000,00 euro di multa, irrogata, a seguito di giudizio
abbreviato, per il reato di cui all’art. 73 del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, con
sentenza emessa dal Tribunale di Roma il 23/08/2013, divenuta irrevocabile il

02/10/2013. All’imputato, in particolare, si contestava di avere detenuto, per
finalità di cessione, un chilogrammo di marijuana, pari a 550 dosi medie
giornaliere.
Nella sentenza la sanzione irrogata al Godwin veniva determinata partendo
dalla pena base di anni sei di reclusione e 26.000,00 euro di multa, ridotta di un
terzo per la concessione delle attenuanti generiche di cui all’art. 62 bis cod. pen.
e ulteriormente ridotta per il rito abbreviato con cui si procedeva, ai sensi
dell’art. 442 cod. proc. pen.
Il rigetto dell’istanza veniva giustificato in quanto, non era stata irrogata al
Godwin alcuna pena illegittima, alla luce della sentenza della Corte costituzionale
11 febbraio 2014, n. 32, con cui era stata dichiarata l’incostituzionalità degli artt.
4 bis e 4 vicies d.l. 30 dicembre 2005, n. 272, così come convertito dalla legge
21 febbraio 2006, n. 49. Infatti, nel caso di specie, la pena era stata calcolata
partendo da una pena base di anni sei e 26.000,00 euro di multa, prevista già
nel testo normativo anteriore alle modifiche apportate con le norme dichiarate
incostituzionali, individuandosi così una pena legittima, in quanto prevista e
conforme al testo normativo applicabile dopo l’intervento della Corte
costituzionale.
Tali ragioni imponevano il rigetto dell’istanza presentata nell’interesse del
Godwin.

2.

Avverso tale ordinanza veniva proposto ricorso per cassazione,

eccependosi, quale primo motivo, la nullità dell’ordinanza impugnata per
violazione ed erronea applicazione della legge penale, in relazione agli artt. 666
e 673 cod. proc. pen.
Si deduceva, in particolare, che il principio, affermato nell’ordinanza
impugnata, per il quale il giudicato rappresenta il punto di arresto all’espansione
retroattiva delle pronunce di legittimità costituzionale era stato definitivamente
superato da quello per il quale la conformità della sanzione penale ai principi
costituzionali deve essere garantita costantemente, dal momento della sua
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irrogazione al momento della sua esecuzione, come statuito dalle Sezioni unite di
questa Corte (cfr. Sez. un., n. 42858 del 29/05/2014, dep. 14/10/2014, P.M. in
proc. Gatto, Rv. 260700).
Nel caso di specie, il giudice dell’esecuzione non doveva necessariamente
rideterminare la pena partendo dall’attuale minimo edittale, ma doveva più
semplicemente applicare un criterio di proporzionalità della sanzione irrogata al
Godwin, tenendo conto del fatto che, pur non potendo entrare nel merito della
vicenda processuale, non poteva non ricalcolare la pena tenendo conto dei

In questi termini, la sanzione irrogata al Godwin doveva ritenersi
illegittima, atteso che la pena base veniva calcolata tenendo conto di parametri
edittali che non si sarebbero dovuti applicare laddove fossero stati rispettati dal
legislatore i principi costituzionali risultati violati con la sentenza della Corte
costituzionale n. 32 del 2014.
Ne discendeva che non poteva essere considerata illegale solo la pena
superiore ad anni sei di reclusione, atteso che la sentenza della Corte
costituzionale richiamata imponeva di ritenere illegittima sia la pena superiore a
tale limite sanzionatorio, sia quella determinata sulla base di parametri edittali
che erano stati espunti dal sistema penale, applicando i quali si determinerebbe
un inaccettabile automatismo, che finirebbe per porre sullo stesso piano soggetti
e situazioni differenti.
Per queste ragioni, l’ordinanza emessa dal giudice dell’esecuzione doveva
essere annullata.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è infondato.
In via preliminare, deve rilevarsi che l’istanza proposta pone il problema della
disciplina applicabile nelle ipotesi in cui si procede per il reato di cui all’art. 73 del
d.P.R. n. 309 del 1990, dopo la sentenza della Corte costituzionale n. 32 del
2014, con cui veniva dichiarata l’incostituzionalità degli artt. 4 bis e 4 vicies del
d.l. n. 272 del 2005, così come convertito dalla legge n. 49 del 2006, in quanto
ritenuti in contrasto con i principi di ragionevolezza, uguaglianza e
proporzionalità della pena.
Com’è noto, questa pronunzia della Corte costituzionale aveva eliminato con
efficacia ex tunc la disciplina che aveva introdotto un trattamento più severo per
lo spaccio delle cosiddette droghe leggere, ripristinando il più mite trattamento
sanzionatorio anteriore.

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parametri edittali previsti dall’attuale normativa.

Sulle conseguenza applicative di questa pronunzia si determinava un
contrasto giurisprudenziale in seno a questa Corte che imponeva l’intervento
delle Sezioni unite (cfr. Sez. un., n. 42858 del 29/05/2014, dep. 14/10/2014,
P.M. in proc. Gatto, Rv. 260700).
La questione che era stata demandata alle Sezioni unite, invero, scaturiva
dall’interpretazione della sentenza della Corte costituzionale 5 novembre 2012,
n. 251, con cui era stata dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 69 cod.
pen. nella parte in cui prevedeva il divieto di prevalenza dell’attenuante di cui al
comma 5 dell’art. 73 del d.P.R. n. 309 del 1990. In tale ambito, compulsate sulle

conseguenze in sede di esecuzione derivanti dal suddetto intervento della Corte
costituzionale, le Sezioni unite si pronunciavano anche sulle conseguenze della
sentenza n. 32 del 2014, nel frattempo sopravvenuta, affermando i principi di
diritto qui di seguito richiamati
Le Sezioni unite, innanzitutto, sulle conseguenze sistematiche prodotte dalla
sentenza della Corte costituzionale n. 32 del 2014, affermavano che, in questo
caso, l’esecuzione della pena deve ritenersi illegittima sia sotto il profilo
oggettivo, in quanto derivante dall’applicazione dì una norma di diritto penale
sostanziale dichiarata incostituzionale dopo il passaggio in giudicato della
sentenza, sia sotto il profilo soggettivo, in quanto, almeno per una parte, non
potrà essere positivamente finalizzata alla rieducazione del condannato imposta
dall’art. 27, comma 3, Cost. Infatti, l’illegittimità della sanzione penale irrogata
costituisce un ostacolo al perseguimento di tali obiettivi rieducativi, perché sarà
avvertita come ingiusta da chi la sta subendo, per essere stata non già
determinata dal giudice nell’esercizio dei suoi legittimi poteri giurisdizionali, ma
imposta da un legislatore che ha violato la costituzione (cfr. Sez. un., n. 42858
del 29/05/2014, dep. 14/10/2014, P.M. in proc. Gatto, Rv. 260696).
La necessità di conformare la pena agli obiettivi rieducativi del trattamento
sanzionatorio, tanto nella fase della cognizione quanto nella fase dell’esecuzione,
induceva le Sezioni unite ad affermare che «il diritto fondamentale alla libertà
personale deve prevalere sul valore dell’intangibilità del giudicato, sicché devono
essere rimossi gli effetti ancora perduranti della violazione conseguente
all’applicazione di tale norma incidente sulla determinazione della sanzione,
dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale dopo la sentenza irrevocabile»
(cfr. Sez. un., n. 42858 del 29/05/2014, dep. 14/10/2014, P.M. in proc. Gatto,
Rv. 260696).
Sulla scorta di questa ricostruzione sistematica, qui succintamente
richiamata, le Sezioni unite affermavano il seguente principio di diritto:
«Successivamente a una sentenza irrevocabile di condanna, la dichiarazione
d’illegittimità costituzionale di una norma penale diversa dalla norma
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incriminatrice, idonea a mitigare il trattamento sanzionatorio, comporta la
rideterminazione della pena, che non sia stata interamente espiata, da parte del
giudice dell’esecuzione» (cfr. Sez. un., n. 42858 del 29/05/2014, dep.
14/10/2014, P.M. in proc. Gatto, Rv. 260696).
Infine, quanto ai poteri del giudice dell’esecuzione, le Sezioni unite
affermavano che il limite del fatto accertato nella pronunzia di cognizione può
essere superato, nel senso che il potere di verifica della legittimità del
trattamento sanzionatorio deve estendersi agli ulteriori accadimenti

medio

tempore incidenti sulle norme applicate dal giudice della cognizione (cfr. Sez.

un., n. 42858 del 29/05/2014, dep. 14/10/2014, P.M. in proc. Gatto, Rv.
260696).

2. In questa cornice sistematica, passando a considerare il caso in esame,
deve rilevarsi che il giudice dell’esecuzione era tenuto a compiere una verifica
preliminare sulla rilevanza della sentenza emessa dal Tribunale di Roma il
23/08/2013, all’atto della domanda, sulla libertà personale del Godwin, per
essere in effettiva esecuzione la pena derivante da una norma incostituzionale,
verificandone l’incidenza sul trattamento sanzionatorio.
A tale operazione preliminare, in caso di esito positivo dell’accertamento,
occorreva fare seguire la rideterminazione del trattamento sanzionatorio
irrogato, tenendo conto della compiuta ricostruzione del fatto – così come
accertato nella sentenza presupposta, su cui si era formato il titolo esecutivo di
cui si controverte – e delle norme applicabili al momento della decisione sotto il
profilo della commisurazione della sanzione penale.
Tra queste disposizioni andavano valutate, in rapporto alla tipologia della
sostanza stupefacente considerata con riferimento alla posizione processuale del
Godwin, quelle interessate dalla sentenza della Corte costituzionale n. 32 del
2014, che ha fatto riespandere – per i fatti illeciti commessi nell’arco temporale
compreso tra il 28/02/2006 e il 06/03/2014 – la previgente disciplina
incriminatrice e le correlate disposizioni sanzionatorie.
Ne discende che laddove, come nel caso di specie, il soggetto risultava
essere stato condannato per un fatto rientrante nel predetto intervallo
temporale, doveva ritenersi esportabile il contenuto delle affermazioni delle
Sezioni unite che si sono richiamate, relativamente all’abrogazione del
trattamento sanzionatorio vigente all’epoca della sentenza, in quanto contrario a
norme costituzionali.
Tale operazione comportava una rivalutazione complessiva del fatto di
reato contestato, correttamente effettuata dal giudice dell’esecuzione
nell’ordinanza impugnata, tenendo conto dell’originaria verifica giurisdizionale,
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t

eseguita nei confronti del Godwin dal Tribunale di Roma nel giudizio abbreviato
conclusosi con la sentenza emessa il 23/08/2013.
In questa cornice ermeneutica, nel cui ambito si muoveva correttamente il
giudice dell’esecuzione, non può non rilevarsi, come già affermato da questa
Corte, che «la comparazione tra le fasce edittali previste dalla normativa
dichiarata incostituzionale e quelle previgenti (e riattivatesi per effetto della
pronunzia di incostituzionalità) porta a ritenere in ogni caso “illegale” il
trattamento sanzionatorio inflitto in ipotesi di condotta illecita concernente le

d.P.R. del 1990) posto che in relazione a tali sostanze l’intervento normativo
dichiarato illegittimo aveva comportato (a differenza di quanto previsto per le
altre sostanze) un massiccio incremento dei limiti edittali della sanzione
detentiva» (cfr. Sez. 1, n. 53019 del 04/12/2014, dep. 19/12/2014, Schettino,
Rv. 261581).
Invero, posto che l’operazione di cui agli artt. 132 e 133 cod. pen. è il
frutto di una scelta che il giudice della cognizione compie, attraverso una
discrezionalità guidata, in un ambito legislativamente definito da parametri
edittali prestabiliti, è evidente che il mutamento radicale della cornice derivante
dalla declaratoria di incostituzionalità rendeva necessaria – anche attesa la
tipologia di sostanza stupefacente per la quale era stata irrogata la pena al
Godwin – una rivalutazione piena di tale profilo edittale, compiuta tenendo conto
«del “fatto” così come accertato in cognizione ma non anche dei termini
matematici espressi da tale giudice (in rapporto alla scelta tra minimo e massimo
edittale) in una condizione in realtà “alterata” dalla adozione di un criterio
legislativo (legge del 2006) teso a “parificare” il disvalore di condotte tra loro
diverse (in rapporto alla tipologia di sostanze oggetto delle condotte)» (cfr. Sez.
1, n. 53019 del 04/12/2014, dep. 19/12/2014, Schettino, Rv. 261581).
Nel caso di specie, il giudice dell’esecuzione ha fatto buon governo dei
principi richiamati, atteso che, nell’originario giudizio, la pena base veniva
determinata partendo da una pena base di anni sei di reclusione e 26.000,00
euro di multa, ridotta di un terzo per la concessione delle attenuanti generiche di
cui all’art. 62 bis cod. pen. e ulteriormente ridotta per il rito abbreviato con cui si
procedeva, ai sensi dell’art. 442 cod. proc. Tale pena veniva motivatamente
ritenuta congrua anche alla stregua dei diversi limiti edittali dal giudice
dell’esecuzione, come emerge dal passaggio contenuto a pagina 2 del
provvedimento impugnato in cui tale adeguatezza veniva vagliata non
astrattamente, ma «alla luce del quantitativo rilevante di stupefacente detenuto
dal Godwin».

droghe cd. ‘leggere’ (ossia le sostanze rientranti nelle tabelle II e IV allegate al

Il vaglio dell’adeguatezza della pena edittale quantificata nell’originario
giudizio, dunque, conseguiva a una verifica della condotta dell’imputato, che
deteneva un chilogrammo di marijuana, che induceva il giudice dell’esecuzione,
sulla base di una rivalutazione della vicenda delittuosa in esame, a ritenere
congrua la pena irrogata a Don Prince Godwin, come affermato a pagina 2
dell’ordinanza in esame, in termini di compatibilità «con la cornice edittale di cui
all’art. 73 cit. “rivissuto”».

deve essere rigettato, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento
delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del 26 marzo 2015.

3. Per questi motivi, il ricorso proposto nell’interesse di Don Prince Godwin

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