Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14824 del 17/12/2014


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 14824 Anno 2015
Presidente: CHIEFFI SEVERO
Relatore: MAGI RAFFAELLO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
COMMISSO ROBERTO N. IL 04/06/1972
avverso il decreto n. 83/2013 CORTE APPELLO di REGGIO
CALABRIA, del 18/04/2014
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. RAFFAELLO MAGI;
lette/sentite le conclusioni del PG Dott. 6.< ( 2 Lo i cLut c.tk .i.e.f;r0 o(t Uditi difensor Avv.; %%-u.-1:9...L.Gem; 3 3-■,* (..e. ‘..Q X i.C-0)(4.0 ' Data Udienza: 17/12/2014 IN FATTO E IN DIRITTO 1. In data 26 luglio 2012 il Tribunale di Reggio Calabria ha emesso nei confronti di Commisso Roberto, classe '72, decreto di sottoposizione alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza - con obbligo di soggiorno nel comune di residenza - per la durata di anni tre. La Corte di Appello di Reggio Calabria in data 18 aprile 2014 ha confermato il decreto del Tribunale, dichiarando infondato l'appello proposto dall'interessato. Nei confronti di Commisso Roberto è stata emessa - in sede penale - misura grado. Gli elementi indizianti emersi in tale correlato procedimento, a parere della Corte d'Appello, consentono di sostenere la valutazione di pericolosità contenuta nella decisione emessa dal Tribunale nel luglio 2012. In particolare si compie riferimento al contenuto di intercettazioni di conversazioni telefoniche intercorse tra Commisso Roberto ed il cugino Commisso Giuseppe, soggetto - quest'ultimo - ritenuto elemento di vertice del gruppo criminale in osservazione (appartenente alla indrangheta calabrese). Le conversazioni sono numerose (tra il 18 agosto ed il 9 dicembre dell'anno 2009) e - anche escludendo quella contestata dall'appellante - consentono di ritenere Commisso Roberto pienamente inserito nel contesto associativo oggetto di ricostruzione nel correlato procedimento penale. Quanto al rapporto tra il tempo decorso dalla insorgenza di detti «indizi di appartenenza» all'organismo mafioso e la decisione applicativa della misura di prevenzione, la Corte territoriale afferma che non risulta alcuno atto di recesso da parte del Commisso dal sodalizio di riferimento e che il periodo trascorso sinora - in custodia cautelare non appare valutabile a tal fine. Ogni valutazione sul tema andrà infatti operata al momento della esecuzione della misura, nei modi indicati dalla Corte Costituzionale con la nota decisione numero 291 del 2013. 2. Avverso detto decreto ha proposto ricorso per cassazione - a mezzo del difensore - Commisso Roberto. Nel ricorso si deduce erronea applicazione della legge regolatrice ed assenza di motivazione sul presupposto della attualità della pericolosità sociale al momento della decisione. Commisso Roberto è detenuto da circa quattro anni ed ha tenuto buon comportamento durante la detenzione, e tale dato non è stato adeguatamente valutato. 2 e cautelare per associazione di stampo mafioso, con successiva condanna in primo Si evidenzia inoltre che nella correlata decisione emessa in sede penale al ricorrente sono state concesse le circostanze attenuanti generiche, indice rivelatore della ritenuta marginalità dell'inserimento nel gruppo criminoso. La Corte territoriale non avrebbe dunque applicato l'insegnamento contenuto nella pur citata - decisione n.291 del 2013 emessa dalla Corte Costituzionale. 3. Il ricorso è infondato e va pertanto rigettato, per le ragioni che seguono. Non può dirsi «assente» la motivazione - nello sviluppo argomentativo del parziale rettifica (ai sensi dell'art. 619 co.1 cod.proc.pen.) dei suoi contenuti. In effetti, i termini della questione, posta nel ricorso, vanno così riassunti : a) le condotte indicative della partecipazione del Commisso al sodalizio mafioso sono tratte da intercettazioni di conversazioni che coprono l'intero arco dell'anno 2009; b) la decisione di primo grado - momento in cui, per costante giurisprudenza va valutata la attualità della pericolosità - è intervenuta nel luglio del 2012, dunque due anni e mezzo dopo l'emersione degli indicatori; c) la decisione non è stata ancora eseguita (almeno all'atto della decisione qui impugnata) essendo il Commisso ancora in stato detentivo. 3.1 Ciò posto, va affermato che di recente questa Sezione, con la decisione n. 23641 del 11.2.2014 (ric. Mondini) ha precisato le coordinate interpretative del tema nel modo che segue. Il giudizio di pericolosità espresso in sede di prevenzione va scisso - nelle sue componenti logiche - in una prima fase di tipo «constatativo» rapportata alla importazione di dati cognitivi idonei a rappresentare l'avvenuta condotta contraria alle ordinarie regole di convivenza tenuta - in passato - dal soggetto proposto (tra cui, ovviamente, ben possono rientrare i pregiudizi penali derivanti dall' accertamento di fatti costituenti reato) cui si unisce una seconda fase di tipo essenzialmente prognostico, per sua natura alimentata dai risultati della prima, tesa a qualificare come «probabile» il ripetersi di condotte antisociali, inquadrate nelle categorie criminologiche di riferimento previste dalla legge. L'esistenza di tale duplice profilo consente - anche in chiave di rispetto dei valori costituzionali di tutela dell'individuo - di adottare le limitazioni alla sfera di libertà del soggetto raggiunto da tale prognosi. Giova precisare, infatti, che anche il giudizio di prevenzione, lungi dal consistere in una mera valutazione di pericolosità soggettiva (la parte prognostica del giudizio) si alimenta in primis dall'apprezzamento di «fatti» storicamente apprezzabili e costituenti a loro volta «indicatori» della possibilità di iscrivere il 3 provvedimento impugnato - sul tema trattato nel ricorso, pur dovendosi operare soggetto proposto in una delle categorie criminologiche previste dalla legge ( la parte constatativa e dunque ricostruttiva del giudizio). Il soggetto coinvolto in un procedimento di prevenzione, in altre parole, non viene ritenuto «colpevole» o «non colpevole» in ordine alla realizzazione di un fatto specifico, ma viene ritenuto «pericoloso» o «non pericoloso» in rapporto al suo precedente agire (per come ricostruito attraverso le diverse fonti di conoscenza) elevato ad «indice rivelatore» della possibilità di compiere future condotte perturbatrici dell'ordine sociale costituzionale o dell'ordine economico e diverse categorie di pericolosità (attualmente l'art. 1 e l'art. 4 del d.Lgs. n. 159 del 6.9.2011). L'iscrizione in tali categorie criminologiche - rapportata ai sottostanti elementi di fatto - è condizione necessaria ma non sufficiente per l'applicazione della misura di prevenzione personale, dato che tali categorie rappresentano, a loro volta, indicatori della pericolosità sociale del soggetto come chiaramente evidenziato dalla disposizione contenuta nell'art. 1 comma 3 della legge-delega del 13.08.2010 n. 136 (recante il piano straordinario contro le mafie, nonche' la delega al Governo in materia di normativa antimafia) che in tal modo esplicitava il criterio direttivo alla stregua del quale riordinare la materia ; .. che venga definita in maniera organica la categoria dei destinatari delle misure di prevenzione personali e patrimoniali, ancorandone la previsione a presupposti chiaramente definiti e riferiti in particolare all'esistenza di circostanze di fatto che giustificano l'applicazione delle suddette misure di prevenzione e, per le sole misure personali, anche alla sussistenza del requisito della pericolosita' del soggetto. Ciò, peraltro, rappresenta l'approdo inevitabile della fisionomia costituzionale assunta da tale versante della giurisdizione a seguito di numerose decisioni della Corte Costituzionale, tra cui va ricordata la sentenza n.177 del 22.12.1980, con cui proprio in ragione della difficoltà dimostrativa dei generici presupposti di fatto venne cancellata la categoria criminologica dei 'soggetti proclivi a delinquere' : invero, se giurisdizione in materia penale significa applicazione della legge mediante l'accertamento dei presupposti di fatto per la sua applicazione attraverso un procedimento che abbia le necessarie garanzie, tra l'altro di serietà probatoria, non si può dubitare che anche nel processo di prevenzione la prognosi di pericolosità (demandata al giudice e nella cui formulazione sono certamente presenti elementi di discrezionalità) non può che poggiare su presupposti di fatto previsti dalla legge e, perciò, passibili di accertamento giudiziale.., nonchè l'altrettanto fondamentale sentenza del 23 marzo 1964, n. 23, con cui la Corte Cost. ebbe a dichiarare infondate le numerosi questioni 4 ciò in rapporto all'esistenza di precise disposizioni di legge che «qualificano» le all'epoca sollevate dai giudici di merito sul testo della legge 1423 del '56 non è esatto che dette misure ..possano essere adottate sul fondamento di semplici sospetti; l'applicazione di quelle norme, invece, richiede una oggettiva valutazione di fatti, da cui risulti la condotta abituale e il tenore di vita della persona.. . Non vi è dubbio alcuno, dunque, circa la volontà espressa dal legislatore delegante del 2010 di rimarcare - al di là del mero inquadramento criminologico del soggetto - la necessità di un autonomo giudizio di pericolosità soggettiva giurisprudenziale espresso da tempo nella presente sede di legittimità. Peraltro, circa il requisito della «attualità» della suddetta pericolosità (che va ovviamente rapportato al momento della decisione di primo grado, sia per la natura di impugnazione dell'appello che per la immediata esecutività del provvedimento applicativo della misura personale) è evidente che la valutazione in parola, una volta constatato il modello criminologico, deve rapportarsi alla «intensità» dei sintomi di deviazione riscontrati ed alla loro «prossimità temporale» rispetto al momento della decisione. Tale valutazione va compiuta - è opportuno ribadirlo - specie in rapporto alle posizioni dei soggetti cui è stata attribuita una delle qualità soggettive prese in esame dall'articolo 4 dell'attuale codice antimafia (si tratta degli indiziati di appartenere alle associazioni di cui all'art. 416 bis cod.pen. o degli indiziati di uno dei reati di cui all'art. 51 co.3 bis cod.proc.pen. o di altre figure di reato specificamente indicate) atteso che le descrizioni di cui all'art. 1 del medesimo corpus normativo ( si tratta della tradizionale area della cd. pericolosità generica mutuata dalla legge n.1423 del 1956) già contengono riferimenti descrittivi tali da assicurare la verifica della pericolosità concreta ed attuale, mentre il riferimento - operato dall'art. 4 - a specifiche fattispecie penali (non espressamente accompagnato dalla menzione della attuale pericolosità) potrebbe essere fonte di disorientamenti interpretativi - con individuazione di automatismi correlati alla carica lesiva delle fattispecie penali evocate - del tutto impropri e contrastanti con la generale previsione contenuta nell'art. 1 co.3 della leggedelega del 2010, in precedenza riportato. La pericolosità attuale del soggetto è presupposto applicativo generale, da riferirsi ad ogni categoria criminologica specifica, derivante dalla detta previsione di legge, oltre che dal necessario rispetto dei principi costituzionali sul tema. Del resto, una recente presa di posizione della Corte Cost. rappresenta la conferma visibile di tale lettura del sistema. Si tratta della decisione n. 291 del 2.12.2013 nel cui ambito la Corte Costituzionale ha fermamente ribadito la necessità - senza alcuna possibilità di legittimante l'applicazione della misura, con norma ricognitiva di un preciso filone deroga - della persistenza della pericolosità sociale tanto al momento della decisione che al momento della esecuzione della misura di prevenzione personale, contestando meccanismi presuntivi e richiedendo, per l'ipotesi di sospensione dovuta a periodo detentivo (nel caso che aveva dato luogo all'incidente di costituzionalità) la verifica ex officio di tale fondamentale presupposto, con argomentazioni dalla indubbia portata generale circa l'incidenza del decorso del tempo sulla personalità del soggetto giudicabile : .. già in linea generale, il decorso di un lungo lasso di tempo incrementa la possibilità che della convivenza civile: ma a maggior ragione ciò vale quando si discuta di persona che, durante tale lasso temporale, è sottoposta ad un trattamento specificamente volto alla sua risocializzazione. Se è vero, in effetti, che non può darsi per scontato a priori l'esito positivo di detto trattamento, per quanto lungo esso sia, meno ancora può giustificarsi, sul fronte opposto, una presunzione - sia pure solo iuris tantum - di persistenza della pericolosità malgrado il trattamento, che equivale alla negazione della sua stessa funzione: presunzione che risulta, per converso, sostanzialmente insita in un assetto che attribuisca alla verifica della pericolosità operata in fase applicativa una efficacia sine die, salvo che non intervenga una sua vittoriosa contestazione da parte dell'interessato. Ciò, quantunque la pericolosità sociale debba risultare attuale nel momento in cui la misura viene eseguita, giacché, in caso contrario, le limitazioni della libertà personale nelle quali la misura stessa si sostanzia rimarrebbero carenti di ogni giustificazione. Tale decisione, anche in virtù della particolare autorevolezza dell' organo da cui promana l'interpretazione, pone - a ben vedere - una definitiva soluzione alla questione circa rattualizzazione del giudizio di pericolosità sociale, e determina la necessaria analisi - già nel provvedimento applicativo - della «gravità» del sintomo di pericolosità rappresentato dalla pregressa violazione della legge penale, in rapporto all'intervenuto decorso del tempo e agli accadimenti successivi, specie ove tali accadimenti abbiano visto in atto un periodo detentivo tendente alla risocializzazione o comunque siano esenti da ulteriori condotte sintomatiche di pericolosità. In altre parole, dovendosi in tale settore abbandonare in via definitiva logiche presuntive (che la stessa Corte Costituzionale ha ritenuto legittime, in tema di misure cautelari - ontologicamente vicine al fatto di reato - esclusivamente in rapporto a contesti associativi di stampo mafioso) è evidente che la particolare «gravità» della condotta accertata in sede penale (anche in riferimento al pregresso inserimento in contesti relazionali di tipo associativo) può legittimamente riflettersi sulla formulazione della prognosi di pericolosità, ma lì 6 intervengano modifiche nell'atteggiamento del soggetto nei confronti dei valori dove l'accertamento della condotta risalga ad anni addietro il giudice della prevenzione ha l'obbligo di considerare e valutare, in assenza di altri sintomi, se la condotta antisociale sia in concreto riproducibile da parte del proposto. Ciò vale anche nelle ipotesi di constatato inserimento in gruppi organizzati aventi caratteristiche di mafiosità o in quelle di agevolazione di tali organismi criminali o, ancora, in rapporto a condanne in sede penale per il delitto di organizzazione finalizzata al traffico di stupefacenti (si vedano, sul tema, Sez. V n. 34150 del 22.9.2006 rv 235203, Sez. I n. 20948 del 7.5.2008 rv 240422, Sez. I n. 17932 portata generale del principio qui illustrato e la estrema mutevolezza delle forme partecipative eio di contiguità a simili organismi. Tale valutazione, sempre in presenza di un apprezzabile intervallo temporale tra condotta accertata in sede penale e giudizio di pericolosità attuale, va operata quantomeno - in rapporto a tre indicatori fondamentali : a) il livello di coinvolgimento dell'attuale proposto nelle pregresse attività del gruppo criminoso, essendo ben diversa la potenzialità criminale espressa da un soggetto «di vertice» rispetto a quella di chi ha posto in essere condotte di mero ausilio operativo o di episodica contiguità finalistica; b) la tendenza del gruppo di riferimento a mantenere intatta la sua capacità operativa nonostante le mutevoli composizioni soggettive correlate ad azioni repressive da parte dell'autorità giudiziaria, posto che solo in detta ipotesi può ragionevolmente ipotizzarsi una nuova 'attrazione' del soggetto nel circuito relazionale illecito; c) l'avvenuta o meno manifestazione, in tale intervallo temporale, da parte del proposto di comportamenti denotanti l'abbandono delle logiche criminali in precedenza condivise. 3.2 Ora, nel caso in esame, ad alla luce dei contenuti prima riportati, va affermato che la Corte d'Appello di Reggio Calabria, pur errando circa la «non valutabilità» in quanto tale del periodo detentivo (posto che anche la sottoposizione a misura cautelare carceraria può determinare un concreto effetto di deterrenza e dunque di ridimensionamento della quota di pericolosità) ha con sufficiente chiarezza ritenuto che il constatato livello di «coinvolgimento» del Commisso nelle attività illecite di stampo mafioso fosse tale da comportare il mantenimento del giudizio di pericolosità, ovviamente rapportato alla data della decisione di primo grado. Ciò in rapporto alla assenza di chiari sintomi di recesso e in ragione della prossimità temporale (2 anni e mezzo circa) tra la emersione degli elementi indizianti - di elevato spessore - e la decisione di primo grado, rimasta sospesa. 7 (2 del 10.3.2010 rv 247053, Sez. I n. 44327 del 18.7.2013 rv 257637) stante la In tal senso, la decisione esprime un apprezzamento in fatto - peraltro assistito da coerenza logica - che non è possibile sindacare nella presente sede, data la limitazione del ricorso per cassazione, in sede di misure di prevenzione, alla sola violazione di legge. Del resto, ed in ciò sta la ulteriore garanzia introdotta dalla decisione n.291/2013 Corte Cost., tale giudizio è limitato nei suoi effetti al controllo giustificativo della decisione di primo grado e la «nuova valutazione» degli effetti del complessivo periodo detentivo dovrà essere operata ex officio, anche nei confronti del eventuale attenuazione dei tempi), rimasta sospesa ex lege. Il ricorso va pertanto rigettato. Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali. P.Q.M. Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Così deciso il 17 dicembre 2014 Il Consigliere estensore Il Presidente Commisso in sede di prima esecuzione della misura di prevenzione (anche con

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