Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14817 del 04/12/2014


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 14817 Anno 2015
Presidente: GIORDANO UMBERTO
Relatore: MAGI RAFFAELLO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
CITARDA GIUSEPPE N. IL 24/12/1966
QUARTARARO LOREDANA N. IL 02/09/1968
avverso il decreto n. 174/2012 CORTE APPELLO di PALERMO, del
17/05/2013
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. RAFFAELLO MAGI;
lette/sentite le conclusioni del PG Dott.

p.

Uditi difensor Avv.;

Data Udienza: 04/12/2014

IN FATTO E IN DIRITTO
1. Il Tribunale di Palermo, Sezione per le Misure di Prevenzione, ha emesso in data 2
agosto 2012 (deposito del 30 agosto 2012) decreto applicativo di misura personale
(sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno) nei confronti di
Citarda Giuseppe nonché decreto di confisca di alcuni beni riferibili al Citarda (somma di
denaro in contanti pari ad euro 58.000,00 e assegni ) e di altri rinvenuti nella formale
disponibilità di Quartararo Loredana (conto corrente con saldo attivo del maggio 2007

Ad avviso del Tribunale, che valuta una proposta applicativa dell’anno 2007 (il decreto
di sequestro è del 18 dicembre 2007) il Citarda Giuseppe è – al momento della
decisione e dunque al 2 agosto 2012 (fermo restando che l’udienza camerale in cui
vengono raccolte le conclusioni delle parti si è tenuta il 17 febbraio 2011, come risulta
dagli atti) – soggetto portatore di pericolosità qualificata ai sensi dell’art. 1 legge n.575
del 1965.
Ciò perché si ritiene emersa la sua contiguità con il gruppo mafioso ‘cosa nostra’ ed in
particolare con le famiglie di Corso Calatafimi e Santa Maria di Gesù, per conto delle
quali il Cítarda gestiva alcune bische clandestine.
Le affermazioni del Tribunale poggiano su atti raccolti nel corso di un procedimento
penale (con intervenuta applicazione di ordinanza cautelare) ed in particolare sui
contenuti di una intercettazione telefonica del 19 aprile dell’anno 2004 e di una seconda
intercettazione del 26 aprile 2004.
A tali dati indizianti seguivano – sempre sul tema del controllo della gestione di bische
clandestine e sul necessario rapporto con la con osteria mafiosa – ulteriori captazioni
del 29 giugno 2004 e del 29 aprile 2004 (decreto Tribunale pag. 3 e pag.4).
Valutando tali fonti dimostrative, il Tribunale affermava che la pericolosità qualificata
del Citarda si è comunque manifestata, pur se la decisione emessa in sede penale è
stata per lui favorevole (sentenza di assoluzione emessa all’esito del giudizio
abbreviato).
Quanto alla confisca dei beni, il Tribunale rilevava che la storia patrimoniale del Citarda
e del suo nucleo familiare (la Quartararo è la coniuge) si caratterizza per una manifesta
e costante sproporzione tra i redditi leciti e gli investimenti realizzati già nella seconda
metà degli anni ’90 (pag. 9 del Decreto), non contrastata dalla documentazione allegata
dalla difesa (due prospettate vincite in casinò della tunisia e altre fonti dì reddito
occasionali). La documentazione offerta viene definita di dubbia origine ed in alcuni casi
non chiara nei contenuti. In ogni caso non si tratterebbe di entrate tali da raddrizzare la
manifesta sproporzione, il che conduce alla decisione di confisca dei valori rinvenuti
all’atto del sequestro (2007) .

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pari ad euro 20.185,20 – deposito a risparmio con saldo attivo di 23.995, 51 euro).

La Corte di Appello di Palermo, con decreto del 17 maggio 2013 (dep. il 5 giugno 2013)
ha confermato il provvedimento del Tribunale, sin qui descritto.
Nel valutare le doglianze proposte, in sintesi, la Corte territoriale :
– Ribadiva la fondatezza delle valutazioni operate dal Tribunale sul tema della pericolosità
qualificata, posto che in sede di prevenzione gli atti di rilievo probatorio emersi in un
procedimento penale (anche se conclusosi con l’assoluzione) possono essere
autonomamente valutati;

del sodalizio mafioso erano stati pienamente accertati tramite le intercettazioni
telefoniche ed ambientali;
che le stesse rimostranze del Citarda per le parziali autorizzazioni ricevute a gestire
l’attività illecita (a differenza del periodo precedente) sono pienamente indicative della
sua intraneità al gruppo mafioso, nel senso previsto dalla normativa applicata.
Quanto al tema della attualità della pericolosità, la Corte affermava che trattandosi di
attività espressiva di adesione al gruppo mafioso la stessa può essere ritenuta
perdurante in assenza di un visibile atto di recesso, nel caso in esame non verificatosi.
Quanto alla misura patrimoniale, la conferma si basa sull’accertata sproporzione
patrimoniale e sulla considerazione circa il rilievo di per sé ‘economico’ dell’attività illecita 01
esercitata con il benestare del consorzio mafioso. Non vi sono redditi leciti dichiarati dal
Citarda dopo l’anno 2000 e le ipotetiche vincite (allegate dal proposto) si riferiscono, in
ipotesi, ad un periodo che precede il sequestro superiore ad un anno e non colmano la
sproporzione, considerando l’incidenza dei bisogni quotidiani.
Anche in riferimento al saldo attivo sul conto della Quartararo, si osserva che le modeste
retribuzioni non giustificano la sua entità; da qui la conferma del nesso di derivazione con
le attività illecite svolte nel periodo in questione dal Citarda e confluite in parte su tale
rapporto bancario.

2. Avverso detto decreto hanno proposto ricorso per cassazione Citarda Giuseppe e
Quartararo Loredana, con separati atti.
2.1 II ricorso proposto nell’interesse di Citarda Giuseppe si articola in più motivi.
Con il primo, il ricorrente deduce assenza di motivazione su una delle doglianze
proposte con l’atto di appello.
Si tratta, in particolare, del vizio che il ricorrente ipotizza nei confronti del decreto di
primo grado, per incertezza della data della deliberazione. La data del 2 agosto 2012
non corrisponde, infatti, all’ultima trattazione in udienza camerale (che la parte indica
nel 16 dicembre 2010 ma che – per il vero – è il 17 febbraio 2011) e da ciò il ricorrente
aveva tratto argomenti per prospettare la nullità del decreto di primo grado.
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affermava che i rapporti intrattenuti dal Citarda nell’anno 2004 con esponenti di rilievo

Su tale questione, pur enunziata nella sintesi dei motivi, la Corte d’Appello ha omesso
di pronunziarsi, come si evince dal testo del provvedimento impugnato.
Con il secondo si deduce violazione di legge e vizio di motivazione circa la pericolosità
qualificata del proposto al momento della decisione.
Non vi è reale motivazione in punto di ‘permanenza’ del preteso rapporto insorto nel
2004 tra il Citarda e l’organizzazione criminale.
Peraltro la decisione di assoluzione è stata mal valutata, posto che la stessa dimostra

Con il terzo motivo si deduce erronea applicazione della disciplina normativa in tema di
confisca.
Le giustificazioni fornite dal Citarda – che vengono nuovamente illustrate – erano
idonee a giustificare il possesso della somma in contanti rinvenuta nel 2007. Si
contesta, pertanto, la valenza degli indicatori fattuali utilizzati in sede di merito per
giungere alla confisca.
2.2i1 ricorso proposto, tramite difensore munito di procura speciale, da Quartararo
Loredana si articola in due motivi. Con il primo si ripropone la doglianza relativa al
primo motivo Citarda. Con il secondo si denunzia violazione di legge in relazione alla
confisca. Anche in tal caso vi era stata giustificazione del saldo attivo, sostanzialmente
ignorata dai giudici del merito. Si contesta pertanto la riferibilità del residuo al Citarda.

3. Osserva il Collegio che il ricorso relativo alla misura di prevenzione personale (posizione
Citarda) è fondato e va accolto in relazione al secondo motivo, con rigetto nel resto del
ricorso del Citarda e nella sua interezza di quello proposto nell’interesse della
Quartararo.
Va premesso che il primo motivo – comune ad entrambi i ricorsi – è infondato, per le
ragioni che seguono.
I ricorrenti pretendono, infatti, di far valere l’omessa pronunzia su questione
processuale (afferente la nullità del decreto di primo grado) da parte della Corte
d’Appello, senza considerare che anche questa Corte in rapporto a questioni in rito ha
pacificamente accesso agli atti del procedimento.
Da ciò deriva – per costante orientamento interpretativo (sin da Sez. VI n. 2962 del
16.1.1978, rv 138323 ) che la mancanza di motivazione in ordine al rigetto di un
motivo di gravame (come nel caso in esame, posto che è indubbia l’assenza di
motivazione in secondo grado) determina l’annullamento della decisione impugnata in
sede di legittimità solo quando (qui su aspetti in rito) l’assunto difensivo posto a
sostegno del motivo – non esaminato in modo espresso – non sia manifestamente
infondato.
E nel caso in esame il motivo di appello era manifestamente infondato.

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che il Citarda era al più vittima di pressioni da parte del contesto mafioso.

Ciò perché la procedura per l’applicazione delle misure di prevenzione – personali e
patrimoniali – resta strutturata sulla falsariga dell’incidente di esecuzione e dunque sul
modello normativo di cui all’art. 666 cod.proc.pen., pur avendo il provvedimento
conclusivo natura di sentenza.
La natura di sentenza – costantemente attribuita a ciò che la legge n.1423 del 1956
chiama ‘decreto’ – non muta infatti la struttura del procedimento di prevenzione che
resta quella di una udienza camerale partecipata (eventualmente pubblica, su richiesta,

delle norme regolatrici della deliberazioni a seguito di dibattimento (e segnatamente
degli articoli 525 – 526 – nonché 545 cod.proc.pen.).
Con ciò si intende dire che nessuna norma del codice di rito o della legge regolatrice del
procedimento di prevenzione impongono che la deliberazione avvenga ‘immediatamente
dopo’ l’ultima udienza di discussione, così come non vi è obbligo di lettura di alcun
dispositivo in udienza ed il provvedimento (formalmente un decreto) assume rilevanza
giuridica con il deposito – integrale – presso la cancelleria ai sensi dell’art. 128
cod. proc. pen. .
Nel caso in esame, pertanto, il tempo intercorso tra l’ultima udienza camerale (si è già
detto, 17 febbraio 2011) e quello della deliberazione (espressamente indicato nel 2
agosto 2012) è stato indubbiamente molto ampio, ma ciò – per quanto detto sopra non determina alcuna nullità della decisione di primo grado non essendo stata violata
alcuna norma posta a tutela degli interessi delle parti, che hanno ottenuto rituale avviso
di deposito ai sensi dell’art. 128 cod.proc.pen. . Dopo l’ultima udienza di discussione
della procedura di prevenzione il Collegio può infatti riunirsi in ogni momento (ferma
restando la potenziale rilevanza del lungo intervallo a fini non processuali) allo scopo di
deliberare la decisione, che assume rilevanza esterna – lo si ripete – con il deposito
formale.
4. Fondato è, invece, il motivo di ricorso relativo alla ritenuta ‘attualità’ della pericolosità
qualificata del Citarda , per le ragioni che seguono.
Questa Corte, tornando sul tema, ha di recente ribadito (Sez. I n.23641 del 11.2.2014,
rv 260104) che la valutazione del giudice di merito va operata in concreto, senza poter
ricorrere a mere presunzioni, anche in ipotesi di pericolosità qualificata, lì dove vi sia un
‘ampio intervallo temporale’ tra l’emersione dei dati indizianti e la conclusione del
giudizio di primo grado.
Vanno dunque ribadite talune considerazioni di ordine generale in tema di verifica della
attualità della pericolosità, quale indefettibile presupposto della adozione della misura di
prevenzione personale, specie nei casi in cui l’accertamento di condotte devianti,
operato in sede penale, risulti ‘datato’ rispetto al momento della decisione di primo
grado in sede prevenzionale.

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dopo la nota decisione Corte Cost. n.93 del 2010) il che determina la inapplicabilità

Il giudizio di pericolosità espresso in sede di prevenzione va scisso – nelle sue
componenti logiche – in una prima fase di tipo «constatativo» rapportata alla
importazione di dati cognitivi idonei a rappresentare l’avvenuta condotta contraria alle
ordinarie regole di convivenza tenuta – in passato – dal soggetto proposto (tra cui,
ovviamente, ben possono rientrare i pregiudizi penali derivanti dall’ accertamento di
fatti costituenti reato) cui si unisce una seconda fase di tipo essenzialmente
prognostico, per sua natura alimentata dai risultati della prima, tesa a qualificare come

di riferimento previste dalla legge.
L’esistenza di tale duplice profilo consente – anche in chiave di rispetto dei valori
costituzionali di tutela dell’individuo – di adottare le limitazioni alla sfera di libertà del
soggetto raggiunto da tale prognosi.
Giova precisare, infatti, che anche il giudizio di prevenzione, lungi dal consistere in una
mera valutazione di pericolosità soggettiva (la parte prognostica del giudizio) si
alimenta in primis dall’apprezzamento di «fatti» storicamente apprezzabili e costituenti
a loro volta «indicatori» della possibilità di iscrivere il soggetto proposto in una delle
categorie criminologiche previste dalla legge ( la parte constatatíva e dunque
ricostruttiva del giudizio).
Il soggetto coinvolto in un procedimento di prevenzione, in altre parole, non viene
ritenuto «colpevole» o «non colpevole» in ordine alla realizzazione di un fatto specifico,
ma viene ritenuto «pericoloso» o «non pericoloso» in rapporto al suo precedente agire
(per come ricostruito attraverso le diverse fonti di conoscenza) elevato ad «indice
rivelatore» della possibilità di compiere future condotte perturbatrici dell’ordine sociale
costituzionale o dell’ordine economico e ciò in rapporto all’esistenza di precise
disposizioni di legge che «qualificano» le diverse categorie di pericolosità (attualmente
l’art. 1 e l’art. 4 del d.Lgs. n. 159 del 6.9.2011).
L’iscrizione in tali categorie criminologiche – rapportata ai sottostanti elementi di fatto è condizione necessaria ma non sufficiente per l’applicazione della misura di
prevenzione personale, dato che tali categorie rappresentano, a loro volta, indicatori
della pericolosità sociale del soggetto come chiaramente evidenziato dalla disposizione
contenuta nell’art. i. comma 3 della legge-delega del 13.08.2010 n. 136 (recante il
piano straordinario contro le mafie, nonche’ la delega al Governo in materia di
normativa antimafia) che in tal modo esplicitava il criterio direttivo alla stregua del
quale riordinare la materia ; .. che venga definita in maniera organica la categoria dei
destinatari delle misure di prevenzione personali e patrimoniali, ancorandone la
previsione a presupposti chiaramente definiti e riferiti in particolare all’esistenza di
circostanze di fatto che giustificano l’applicazione delle suddette misure di prevenzione
e, per le sole misure personali, anche alla sussistenza del requisito della pericolosita’ del
soggetto .

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«probabile» il ripetersi di condotte antisociali, inquadrate nelle categorie criminologiche

Ciò, peraltro, rappresenta l’approdo inevitabile della fisionomia costituzionale assunta
da tale versante della giurisdizione a seguito di numerose decisioni della Corte
Costituzionale, tra cui va ricordata la sentenza n.177 del 22.12.1980, con cui proprio in
ragione della difficoltà dimostrativa dei generici presupposti di fatto venne cancellata la
categoria criminologica dei ‘soggetti proclivi a delinquere’ : .. invero, se giurisdizione in

materia penale significa applicazione della legge mediante l’accertamento dei
presupposti di fatto per la sua applicazione attraverso un procedimento che abbia le

processo di prevenzione la prognosi di pericolosità (demandata al giudice e nella cui
formulazione sono certamente presenti elementi di discrezionalità) non può che
poggiare su presupposti di fatto previsti dalla legge e, perciò, passibili di accertamento
giudiziale.., nonchè l’altrettanto fondamentale sentenza del 23 marzo 1964, n. 23, con
cui la Corte Cost. ebbe a dichiarare infondate le numerosi questioni all’epoca sollevate
dai giudici di merito sul testo della legge 1423 del ’56 : ” … non è esatto che dette

misure ..possano essere adottate sul fondamento di semplici sospetti; l’applicazione di
quelle norme, invece, richiede una oggettiva valutazione di fatti, da cui risulti la
condotta abituale e il tenore di vita della persona.. .
Non vi è dubbio alcuno, dunque, circa la volontà espressa dal legislatore delegante del
2010 di rimarcare – al di là del mero inquadramento criminologico del soggetto – la
necessità di un autonomo giudizio di pericolosità soggettiva legittimante l’applicazione
della misura, con norma ricognitiva di un preciso filone giurisprudenziale espresso da
tempo nella presente sede di legittimità.
Peraltro, circa il requisito della «attualità» della suddetta pericolosità (che va
ovviamente rapportato al momento della decisione di primo grado, sia per la natura di
impugnazione dell’appello che per la immediata esecutività del provvedimento
applicativo della misura personale) è evidente che la valutazione in parola, una volta
constatato il modello criminologico, deve rapportarsi alla «intensità» dei sintomi di
deviazione riscontrati ed alla loro «prossimità temporale» rispetto al momento della
decisione.
Tale valutazione va compiuta – è opportuno ribadirlo – specie in rapporto alle posizioni
dei soggetti cui è stata attribuita una delle qualità soggettive prese in esame
dall’articolo 4 dell’attuale codice antimafia (si tratta degli indiziati di appartenere alle
associazioni di cui all’art. 416 bis cod.pen. o degli indiziati di uno dei reati di cui all’art.
51 co.3 bis cod.proc.pen. o di altre figure di reato specificamente indicate) atteso che le
descrizioni di cui all’art. 1 del medesimo corpus normativo ( si tratta della tradizionale
area della cd. pericolosità generica mutuata dalla legge n.1423 del 1956) già
contengono riferimenti descrittivi tali da assicurare la verifica della pericolosità concreta
ed attuale, mentre il riferimento – operato dall’art. 4 – a specifiche fattispecie penali
(non espressamente accompagnato dalla menzione della attuale pericolosità) potrebbe
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necessarie garanzie, tra l’altro di serietà probatoria, non si può dubitare che anche nel

fin

essere fonte di disorientamenti interpretativi – con individuazione di automatismi
correlati alla carica lesiva delle fattispecie penali evocate – del tutto impropri e
contrastanti con la generale previsione contenuta nell’art. 1 co.3 della legge-delega del
2010, in precedenza riportato.
La pericolosità attuale del soggetto è presupposto applicativo generale, da riferirsi ad
ogni categoria criminologica specifica, derivante dalla detta previsione di legge, oltre
che dal necessario rispetto dei principi costituzionali sul tema.

visibile di tale lettura del sistema.
Si tratta della decisione n. 291 del 2.12.2013 nel cui ambito la Corte Costituzionale ha
fermamente ribadito la necessità – senza alcuna possibilità di deroga – della persistenza
della pericolosità sociale tanto al momento della decisione che al momento della
esecuzione della misura di prevenzione personale, contestando meccanismi presuntivi e
richiedendo, per l’ipotesi di sospensione dovuta a periodo detentivo (nel caso che aveva
dato luogo all’incidente di costituzionalità) la verifica ex officio di tale fondamentale
presupposto, con argomentazioni dalla indubbia portata generale circa l’incidenza del
decorso del tempo sulla personalità del soggetto giudicabile : .. già in linea generale, il

decorso di un lungo lasso di tempo incrementa la possibilità che intervengano modifiche
nell’atteggiamento del soggetto nei confronti dei valori della convivenza civile: ma a
maggior ragione ciò vale quando si discuta di persona che, durante tale lasso
temporale, è sottoposta ad un trattamento specificamente volto alla sua
risocializzazione. Se è vero, in effetti, che non può darsi per scontato a priori l’esito
positivo di detto trattamento, per quanto lungo esso sia, meno ancora può giustificarsi,
sul fronte opposto, una presunzione – sia pure solo iuris tantum – di persistenza della
pericolosità malgrado il trattamento, che equivale alla negazione della sua stessa
funzione: presunzione che risulta, per converso, sostanzialmente insita in un assetto
che attribuisca alla verifica della pericolosità operata in fase applicativa una efficacia
sine die, salvo che non intervenga una sua vittoriosa contestazione da parte
dell’interessato. Ciò, quantunque la pericolosità sociale debba risultare attuale nel
momento in cui la misura viene eseguita, giacché, in caso contrario, le limitazioni della
libertà personale nelle quali la misura stessa si sostanzia rimarrebbero carenti di ogni
giustificazione.
Tale decisione, anche in virtù della particolare autorevolezza dell’ organo da cui
promana l’interpretazione, pone – a ben vedere – una definitiva soluzione alla questione
qui in rilievo circa l’attualizzazione del giudizio di pericolosità sociale, e determina la
necessaria analisi – già nel provvedimento applicativo – della «gravità» del sintomo di
pericolosità rappresentato dalla pregressa violazione della legge penale, in rapporto
all’intervenuto decorso del tempo e agli accadimenti successivi, specie ove tali

Del resto, una recente presa di posizione della Corte Cost. rappresenta la conferma

accadimenti abbiano visto in atto un periodo detentivo tendente alla risocializzazione o
comunque siano esenti da ulteriori condotte sintomatiche di pericolosità.
In altre parole, dovendosi in tale settore abbandonare in via definitiva logiche
presuntive (che la stessa Corte Costituzionale ha ritenuto legittime, in tema di misure
cautelari – ontologicamente vicine al fatto di reato – esclusivamente in rapporto a
contesti associativi di stampo mafioso) è evidente che la particolare «gravità» della
condotta accertata in sede penale (anche in riferimento al pregresso inserimento in

della prognosi di pericolosità, ma lì dove l’accertamento della condotta risalga ad anni
addietro (nel caso in esame più di sette) il giudice della prevenzione ha l’obbligo di
considerare e valutare, in assenza di altri sintomi, se la condotta antisociale sia in
concreto riproducibile da parte del proposto.
Ciò vale anche nelle ipotesi di constatato inserimento in gruppi organizzati aventi
caratteristiche di mafiosità o in quelle di agevolazione di tali organismi criminali o,
ancora, in rapporto a condanne in sede penale per il delitto di organizzazione finalizzata
al traffico di stupefacenti (si vedano, sul tema, Sez. V n. 34150 del 22.9.2006 rv
235203, Sez. I n. 20948 del 7.5.2008 rv 240422, Sez. I n. 17932 del 10.3.2010 rv
247053, Sez. I n. 44327 del 18.7.2013 rv 257637, nonchè le ulteriori decisioni
puntualmente riportate nell’ampia requisitoria scritta del Proc.Gen. presso questa
Corte) stante la portata generale del principio qui illustrato e la estrema mutevolezza
delle forme partecipative e/o di contiguità a simili organismi.
Tale valutazione, sempre in presenza di un apprezzabile intervallo temporale tra
condotta accertata in sede penale e giudizio di pericolosità attuale, va operata quantomeno – in rapporto a tre indicatori fondamentali :
a)

il livello di coinvolgimento dell’attuale proposto nelle pregresse attività del gruppo

criminoso, essendo ben diversa la potenzialità criminale espressa da un soggetto «di
vertice» rispetto a quella di chi ha posto in essere condotte di mero ausilio operativo o
di episodica contiguità finalistica;
b) la tendenza del gruppo di riferimento a mantenere intatta la sua capacità operativa
nonostante le mutevoli composizioni soggettive correlate ad azioni repressive da parte
dell’autorità giudiziaria, posto che solo in detta ipotesi può ragionevolmente ipotizzarsi
una nuova ‘attrazione’ del soggetto nel circuito relazionale illecito;
c) l’avvenuta o meno manifestazione, in tale intervallo temporale, da parte del proposto
di comportamenti denotanti l’abbandono delle logiche criminali in precedenza condivise.
Solo la concreta analisi di tali indicatori consente – ad avviso del Collegio – la
formulazione di una prognosi di pericolosità attuale immune da vizi e lontana da
inammissibili presunzioni di pericolosità permanente.
Nel caso in esame, corretta risulta essere la valutazione di ‘contiguità’ del Citarda al
sodalizio mafioso, essendo indubbia la possibilità di autonoma valutazione dei dati
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contesti relazionali di tipo associativo) può legittimamente riflettersi sulla formulazione

indizianti (sul punto il motivo è del tutto infondato) ed avendo i giudici di merito
valorizzato indicatori più che adeguati (esiti captativi ampiamente descritti e valutati già
in primo grado) ma tali dati storici si riferiscono all’anno 2004, mentre il decreto è stato
emesso – con deposito in cancelleria – nell’anno 2012.
Il tempo decorso – molto consistente – va inoltre rapportato, come si è detto in
precedenza, alla ‘intensità’ dei sintomi di appartenenza che nel caso in esame non può
dirsi elevata, posto che il Citarda manifesta una condotta di evidente subalternità, tanto

Sul punto, pertanto, relativo alla applicazione della misura personale, la decisione
impugnata va annullata senza rinvio, trattandosi di un vuoto dimostrativo non colmabile
con ulteriori valutazioni.
5. Ciò tuttavia non travolge la statuizione patrimoniale di confisca, attesa l’infondatezza
del terzo motivo di ricorso del Citarda e del secondo motivo di ricorso Quartararo.
Va premesso che all’atto delle decisioni di primo e secondo grado era intervenuta la
novellazione apportata con d.l. n. 92 del 2008, conv. in legge n. 125 del 2008) in tema
di ‘confisca disgiunta’ e pertanto le vicende della misura personale (sorveglianza
speciale) e quelle della misura patrimoniale (confisca) possono e devono essere
esaminate separatamente, non essendo più prevista – dal 2008 in poi – la necessaria
compresenza all’atto della decisione di merito di entrambe.
Da ciò deriva che, come è stato ribadito da recenti insegnamenti di questa Corte (Sez.
U. del 26 giugno 2014, ric. Spinelli) l’applicazione del principio della cd. confisca
disgiunta , da rapportarsi ai sensi dell’art. 200 cod.pen. al momento della decisione di

merito, presuppone la verifica incidentale della pericolosità soggettiva del proposto, da
ritenersi espressa nel periodo in cui si è verificato l’incremento patrimoniale (tra le
altre, Sez. H n. 3809 del 15.1.2013 ove si è affermato che pur non essendo necessario
un accertamento positivo di rigorosa coincidenza cronologica tra l’accumulo
patrimoniale e le concrete manifestazioni di pericolosità del proposto, è pur sempre
necessario postulare che tra l’acquisizione dei beni e la condizione di appartenenza al
contesto mafioso non sia ravvisabile uno iato temporale di dimensioni tali da scardinare
la «correlabilità» tra la condizione soggettiva di indiziato di mafiosità con l’intima ragion
d’essere di quella presunzione di illecita accumulazione dei beni di cui si è detto,
giacchè altrimenti i due parametri cesserebbero di essere requisiti concorrenti ai fini
della applicazione della misura, pur se disgiunta, per diventare condizioni indipendenti
e logicamente scoordinate fra loro; l’orientamento, cui si aderisce, è stato confermato
dalla decisione Sez. U 2014 ric. Spinelli, che impone la correlazione tra periodo di
pericolosità ed incrementi patrimoniali in modo specifico in tema di pericolosità generica
ed in modo più ampio in punto di pericolosità qualificata) .
Ora, nel caso in esame non vi è dubbio che entrambi i presupposti ricorrano.

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da ccettare un regolamento di interessi a lui sfavorevole.

Quanto al primo – pericolosità qualificata – si è già affermato che le doglianze proposte
dal Citarda hanno fondamento nella sola parte relativa alla ‘attualità’ della medesima.
Quanto ai parametri ontologici della confisca va qui affermato che i giudici del merito
hanno ampiamente motivato – sia in primo che in secondo grado – sul presupposto
della sproporzione in modo del tutto aderente alle circostanze fattuali emerse e le
critiche elaborate nei ricorsi introducono in realtà il tema del vizio di motivazione
(contestando la valenza persuasiva degli elementi che hanno concorso alla decisione)

caso in esame). Da ciò, per costante orientamento di questa Corte, deriva che è
sindacabile la sola «mancanza» del percorso giustificativo della decisione, nel senso di
redazione di un testo del tutto privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e
logicità (motivazione apparente) o di un testo del tutto inidoneo a far comprendere
l’itinerario logico seguito dal giudice (tra le altre, Sez. I 26.2.2009, rv 242887). Ciò non
è avvenuto nel caso in esame, data l’ampia valutazione in fatto di cui sono state
tracciate le linee in parte descrittiva.
Inoltre, va affermato che il mantenimento della confisca – oltre al dato della
infondatezza dei ricorsi proposti sul tema – non contrasta né con il diritto
intertemporale (già la decisione di primo grado è successiva all’anno 2008) né con il
principio di ‘correlazione temporale’ tra manifestazione di pericolosità ed incrementi
patrimoniali, posto che la accumulazione economica è stata verificata al 2007, in epoca
posta ‘a ridosso’ delle manifestazioni di pericolosità (sino al 2005, per quanto risulta dai
provvedimenti di merito).
A tali considerazioni, va qui aggiunto che il recupero della necessaria «correlazione
temporale» in tema di confisca disgiunta, come nel caso in esame, tra l’acquisto o il
consolidamento del bene confiscato e il periodo di pericolosità è ulteriore condizione
legittimante l’applicazione dell’istituto della confisca a vicende antecedenti la
novellazione legislativa degli anni 2008/2009 (come già ritenuto da Sez. I n. 41452 del
17.7.2013, rv 257535 e da Sez. VI n.10153 del 18.10.2012 rv 254545).
In tal caso, infatti, non può neanche parlarsi di «retroattività» della nuova disciplina,
dato che entrambi i presupposti sostanziali (pericolosità qualificata del soggetto e
derivazione delle accumulazioni patrimoniali dalla medesima, in via diretta o indiretta)
sono in realtà vigenti dal 1982 (legge n.646) in poi, dunque nel periodo in cui si calano
le vicende fattuali oggetto del procedimento (2004-2007).
Ciò che cambia, dunque, dal 2008, non è il presupposto “in sé” della confiscabilità
(ossia la correlazione con una attività pericolosa della persona) quanto le conseguenze
del mutato atteggiamento il soggetto (persona fisica) nel corso del tempo.
Il soggetto può cambiare, recidere i suoi legami illeciti e dunque abbandonare l’area
della pericolosità. Equivalente a tale affermazione è l’assenza di elementi concreti sulla
permanenza di quel rapporto (come nel caso qui in esame).
11

precluso in tema di prevenzione (art. 4 comma 11 legge n. 1423 del 1956, applicabile al

t

Se ciò avviene non può essere destinatario di misura di prevenzione personale perché
detta misura va rapportata alla condizione della persona nel momento della decisione,
come si è detto.
Il bene, per sua natura, non cambia. Se è stato immesso nel patrimonio in forza della
pericolosità del soggetto, tale carattere rimane impresso nella sua capacità attuale di
far godere all’utilizzatore i benefici correlati al possesso. Così come lì dove si tratti di
valori, come nel caso in esame, gli stessi rappresentano il risultato monetario di forme

Ecco che la novella legislativa del 2008, dissolvendo esclusivamente – nel settore della
pericolosità qualificata – la correlazione tra la affermazione congiunta delle due ipotesi
di pericolosità ( personale e patrimoniale ) che si voleva come ancora presente al
momento della decisione, non fa altro che modificare una condizione che può definirsi di
natura processuale, prendendo atto della “mancata riqualificazione” del bene, rispetto
alla persona e dunque della sua immanente pericolosità.
Da ciò la compatibilità – anche costituzionale – di una applicazione della sola confisca lì
dove la decisione di merito oggetto di impugnazione sia successiva alla vigenza della
novellazione del 2008, come nel caso qui trattato.
Va pertanto accolto il solo ricorso proposto da Citarda Giuseppe ed in riferimento alla
sola misura personale, con rigetto nel resto.
Il rigetto integrale del ricorso proposto da Quartararo Loredana impone la condanna di
detta ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio il decreto impugnato nei confronti di Citarda Giuseppe
limitatamente alla misura di prevenzione personale. Rigetta nel resto il ricorso di
Citarda e rigetta il ricorso di Quartararo Loredana, che condanna al pagamento delle
spese processuali.

Così deciso il 4 dicembre 2014

di accumulazione verificatesi nel periodo di accertata pericolosità.

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