Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14816 del 13/11/2014


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 14816 Anno 2015
Presidente: CHIEFFI SEVERO
Relatore: TARDIO ANGELA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
MILETO DANIELE, nato il 22/08/1978
avverso l’ordinanza n. 1462/2013 GIP TRIBUNALE di ROMA del
06/03/2014;

sentita la relazione fatta dal Consigliere dott. Angela Tardio;
letta la requisitoria del Procuratore Generale dott. Giulio Romano,
che ha concluso chiedendo, in parziale accoglimento del ricorso,
l’annullamento dell’ordinanza impugnata con rinvio al Giudice
dell’esecuzione del Tribunale di Roma, affinché valuti la eventuale
sussistenza della continuazione tra le sentenze sub 6 e 7
dell’istanza, tenendo conto delle indicate ragioni, e ridetermini la
pena di cui alla sentenza sub 6 dell’istanza in ragione dei chiariti
limiti edittali dell’art. 73, comma 5, d.P.R. n. 309/90.

Data Udienza: 13/11/2014

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza del 6 marzo 2014 il G.i.p. del Tribunale di Roma, in
funzione di giudice dell’esecuzione, ha rigettato l’istanza avanzata da Mileto

alle sentenze indicate nella stessa istanza, depositata il 18 novembre 2013, e la
richiesta, formulata dal medesimo Mileto all’udienza camerale del 5 marzo 2014,
tesa alla rimodulazione della pena inflitta con la sentenza n. 258/2009 del G.u.p.
del Tribunale di Roma per il reato di cui all’art. 73, comma 5, d.P.R. n. 309 del
1990, alla luce della sentenza n. 32/2014 della Corte costituzionale, pubblicata lo
stesso giorno dell’udienza.
Il Giudice rilevava, a ragione della decisione, che:
– le condanne riportate dall’istante si riferivano a reati commessi in un lungo
arco temporale (oltre undici anni) e concernevano svariate rapine, sequestro di
persona, detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti ed evasione;
– non sussisteva identità del disegno criminoso tra le due rapine commesse
contro istituti bancari e giudicate con le sentenze indicate ai punti 2 e 5
dell’istanza, essendo diverse le modalità operative e non dimostrando di per sé
la brevità dell’intervallo cronologico (un mese) l’unicità del disegno criminoso;
– neppure era ravvisabile detta unicità tra gli altri reati, poiché tutte le
violazioni erano l’evidente sintomo della instaurazione di un sistema di vita
caratterizzato dall’abitualità di determinati comportamenti illeciti, come
dimostrato dalla circostanza che i reati, tutti contro il patrimonio, erano stati
commessi in un lungo arco temporale e intervallati da periodi di carcerazione. Né
vi era alcuna connessione tra l’evasione (di cui alla sentenza indicata al punto 4
dell’istanza) e i reati (di cui alla sentenza indicata al punto 1 dell’istanza), per i
quali l’istante era agli arresti domiciliari, o tra la detenzione di sostanza
stupefacente e la rapina (indicate rispettivamente ai successivi punti 6 e 7);
– non poteva procedersi alla chiesta rimodulazione della pena non operando
la sentenza n. 32/2014 della Corte costituzionale sulle pronunce passate in
giudicato, in virtù del principio sancito dall’art. 2, comma 3, cod. pen.

2. Avverso detta ordinanza ha proposto ricorso per cassazione
personalmente l’interessato, che ne chiede l’annullamento sulla base di due
motivi.

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Daniele, volta all’applicazione della disciplina del reato continuato tra i reati di cui

2.1. Con il primo motivo il ricorrente denuncia erronea applicazione della
legge penale, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett.

b), cod. proc. pen., con

riferimento alla negata rimodulazione della pena inflitta con sentenza n.
258/2009 del Tribunale ordinario di Roma – sezione G.i.p.
Secondo il ricorrente, il Giudice è incorso nel denunciato vizio non
considerando l’art. 30, comma 4, legge n. 87 del 1953, alla cui stregua “quando
in applicazione della norma dichiarata incostituzionale è stata pronunciata
sentenza irrevocabile di condanna, ne cessano l’esecuzione e tutti gli effetti

retroattiva, della quale è di regola priva.
Una interpretazione sistematica della indicata norma, infatti, porta a ritenere
la sussistenza di tutti i requisiti per procedere a una sua applicazione in via
analogica anche nei casi in cui dalla dichiarazione di incostituzionalità derivi non
l’abolizione della norma incriminatrice, ma un trattamento sanzionatorio più
favorevole al reo, ricorrendo la medesima ratio, che è quella di impedire che una
sanzione penale, per quanto inflitta attraverso una sentenza divenuta
irrevocabile, venga ingiustamente sofferta sulla base di una norma dichiarata
illegittima dalla Corte costituzionale.
Non ostano a tale conclusione la disciplina di cui all’art. 2, comma 4, cod.
pen., che attiene alla mera successione tra norme, tutte costituzionalmente
legittime, che influiscono sul quantum della pena irrogabile, né l’art. 136 Cost.,
che non pone alcun limite espresso all’effetto retroattivo delle pronunce di
incostituzionalità.
Logica conseguenza è che anche ai rapporti esauriti torna ad applicarsi la
disciplina dei reati sugli stupefacenti contenuta nel d.P.R. n. 309 del 1990, nella
versione precedente alla novella del 2006, non essendosi validamente verificato
l’effetto abrogativo da parte di norma incostituzionale.
2.2. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia manifesta carenza o
illogicità motivazionale dell’ordinanza impugnata con riferimento al rigetto
dell’istanza di applicazione della disciplina del reato continuato da lui presentata,
ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen.
Secondo il ricorrente, il rigetto della sua richiesta di continuazione tra i reati
è totalmente privo di adeguati contenuti motivazionali, essendosi negata
rilevanza a indici pacificamente rilevanti nella valutazione da svolgersi ai sensi
dell’art. 671 cod. proc. pen.
Il Giudice, che ha valorizzato l’arco temporale di “oltre undici anni” in cui i
reati sono stati commessi, ad avviso del ricorrente, ha trascurato il fatto più
evidente consistente nella commissione di reati della stessa indole e specie a
distanza di circa un mese uno dall’altro, e non ha considerato che cinque anni,

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penali”, cui consegue che in detta ipotesi la sentenza di accoglimento ha efficacia

nove mesi e quattro giorni degli indicati undici anni sono stati da lui trascorsi in
stato detentivo carcerario.
Né il giudice ha apprezzato il suo stato di acclarata tossicodipendenza per un
lungo periodo, comprendente anche gli anni della commissione dei reati. Un
collegamento è, infatti, con evidenza ravvisabile tra i reati di cui alle sentenze
indicate ai punti 6 e 7 dell’istanza, commessi rispettivamente il 27 maggio 2008
e il 9 maggio 2008, poiché egli, in quanto tossicodipendente, ha commesso la
rapina del 9 maggio 2008 per acquistare sostanza stupefacente, parte della

Anche le rapine del 30 marzo 2009 e del 29 aprile 2009 ai danni di istituti
bancari costituiscono parte integrante di un unico programma criminoso,
considerato il brevissimo arco temporale intercorso tra esse e tenuto conto delle
medesime modalità operative adottate.

3. Il Procuratore Generale presso questa Corte ha depositato requisitoria
scritta, concludendo per l’annullamento con rinvio dell’ordinanza, in parziale
accoglimento del ricorso, al fine di consentire al Giudice dell’esecuzione di
valutare la eventuale sussistenza della continuazione tra le sentenze indicate ai
punti 6 e 7 dell’istanza, tenendo conto delle ragioni espresse nella parte
espositiva, e di rideterminare la pena di cui alla sentenza indicata al punto 6 in
ragione dei chiariti limiti edittali dell’art. 73, comma 5, d.P.R. n. 309 del 1990.

4. All’udienza camerale del 12 novembre 2014 il Collegio ha formulato
riserva di decisione che ha sciolto in data odierna, provvedendo come da
dispositivo steso in calce alla presente sentenza.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il primo motivo del ricorso, che attiene alla contestata omessa
rimodulazione della pena inflitta al ricorrente, con sentenza n. 258/2009 del
G.u.p. del Tribunale di Roma, per il reato di cui all’art. 73, comma 5, d.P.R. n.
309 del 1990 per effetto della sentenza n. 32/2014 della Corte costituzionale, è
fondato.
1.1. Si rileva in diritto che, secondo principi recentemente ribaditi dalle
Sezioni unite di questa Corte (Sez. U, n. 42858 del 29/05/2014,
dep. 14/10/2014, P.M. in proc. Gatto, in motivazione), l’esecuzione della pena
implica l’esistenza di un rapporto esecutivo che nasce dal giudicato e si esaurisce
soltanto con la consumazione o l’estinzione della pena e che, pertanto, gli effetti
della norma dichiarata costituzionalmente illegittima, che perdurano fino a
quando l’esecuzione è in corso, devono essere rimossi dal giudice
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quale è stata trovata in suo possesso.

dell’esecuzione, cui è affidato il compito di decidere con efficacia giurisdizionale
su ogni questione inerente al rapporto esecutivo.
Si rileva, inoltre, sotto concorrente profilo, che la dichiarazione d’illegittimità
costituzionale di una norma inficia fin dall’origine la disposizione impugnata,
affetta da una invalidità originaria, determina la cessazione di efficacia della
norma che ne è oggetto e fa sorgere l’obbligo per il giudice -davanti al quale
viene invocata la norma di legge dichiarata illegittima- di non applicarla, salvo
che si versi in un caso di rapporto esaurito in modo definitivo e irrevocabile e

materia (Corte Cost., sentenze n. 58/1967 e n. 49/1970).
In coerenza con tali rilievi si è affermato nella giurisprudenza di legittimità
che la dichiarazione di incostituzionalità di una norma ha efficacia invalidante e
non abrogativa ed esplica i suoi effetti non soltanto per il futuro ma anche
retroattivamente nei confronti di fatti e di rapporti, che, instauratisi nel periodo
in cui la norma dichiarata incostituzionale era vigente, siano ancora in via di
svolgimento, con conseguente esclusione delle sole situazioni giuridiche ormai
consolidate (cosiddetti rapporti esauriti) e, come tali, insuscettibili di essere
rimosse o modificate (Sez. U, n. 7232 del 07/07/1984, dep. 07/09/1984,
Cunsolo, Rv. 165563).
La ragione di tale proiezione “retroattiva” della intervenuta pronuncia di
incostituzionalità sugli effetti ancora in corso di rapporti giuridici pregressi, già da
essa disciplinati, è ravvisata più specificamente nella diversità ontologica dei
fenomeni dell’abrogazione e della dichiarazione di illegittimità costituzionale delle
leggi, perché detti fenomeni “si pongono su piani diversi, discendono da
competenze diverse e producono effetti diversi, integrando il primo un fenomeno
fisiologico dell’ordinamento giuridico, e il secondo, invece, un evento di patologia
normativa; in particolare, gli effetti della declaratoria di incostituzionalità, a
differenza di quelli derivanti dallo ‘ius superveniens’, inficiano fin dall’origine, o,
per le disposizioni anteriori alla Costituzione, fin dalla emanazione di questa, la
disposizione impugnata” (Sez. U, n. 42858 del 29/05/2014, citata, Rv. 260695),
e, poiché tale norma deve “considerarsi tamquam non fuisset, perciò inidonea a
fondare atti giuridicamente validi … tutti gli effetti pregiudizievoli derivanti da
una sentenza penale di condanna fondata, sia pure parzialmente, sulla norma
dichiarata incostituzionale devono essere rimossi dall’universo giuridico,
ovviamente nei limiti in cui ciò sia possibile, non potendo essere eliminati gli
effetti irreversibili perché già compiuti e del tutto consumati” (Sez. U, n. 42858
del 29/05/2014, citata, in motivazione).
1.2. In materia penale la peculiare portata degli indicati principi è fissata
dalla previsione normativa dell’art. 30, comma 4, legge n. 87 del 1953, alla cui
stregua “quando in applicazione della norma dichiarata incostituzionale è stata
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non più suscettibile di alcuna azione o rimedio, secondo i principi invocabili in

pronunciata sentenza irrevocabile di condanna, ne cessano l’esecuzione e tutti gli
effetti penali”.
Secondo l’opzione interpretativa cui sono pervenute le Sezioni unite di
questa Corte, ripercorrendo i passaggi argomentativi e gli approdi di precedenti
decisioni e superando il ravvisato contrasto sulla questione di diritto implicata
dall’ordinanza di rimessione (“se, successivamente a una sentenza irrevocabile di
condanna, la dichiarazione d’illegittimità costituzionale di una norma penale
diversa dalla norma incriminatrice, idonea a mitigare il trattamento

esecuzione”), il limite del giudicato è superabile anche laddove la dichiarazione di
illegittimità costituzionale riguarda una norma incidente sul trattamento
sanzionatorio, poiché la predetta disposizione, che costituisce attuazione del
principio di cui all’art. 25, comma 2, Cost., “si riferisce alle sole norme penali
sostanziali, per tali dovendosi intendere quelle che correlano la previsione di una
sanzione ad uno specifico comportamento e che stabiliscono una differenza di
pena in conseguenza di una determinata condotta”, dovendo parlarsi di “norma
penale sostanziale tutte le volte in cui è stabilita una sanzione penale per un
aspetto dell’agire umano, essendo indifferente, da tale punto di vista, che la
norma disciplini un autonomo titolo di reato o una circostanza aggravante” (Sez.
U, n. 42858 del 29/05/2014, citata, in motivazione, e precedenti ivi richiamati).
1.3. Con specifico riferimento ai poteri del giudice dell’esecuzione la recente
decisione delle Sezioni unite che si ripercorre -nel ribadire che alla operatività
dell’art. 30 legge n. 87 del 1953 non è di ostacolo il giudicato, che non
rappresenta “il punto di arresto” alla espansione della retroattività delle sentenze
della Corte costituzionale, ampiamente argomentando circa il processo di
erosione della intangibilità del giudicato e circa il deciso orientamento
dell’ordinamento a non tenerne conto quando esso comporti il sacrificio del buon
diritto del cittadino (Corte cost., sent. n. 115 del 1987, n. 267 del 1987; Sez. U,
n. 18821 del 12/10/2013, dep. 07/05/2014, Ercolano, Rv. 252933-252934258649-258650-258651)- ha fissato il principio, secondo cui, sì come da
massimazione,

“quando, successivamente alla pronuncia di una sentenza

irrevocabile di condanna, interviene la dichiarazione d’illegittimità costituzionale
di una norma penale diversa da quella incriminatrice, incidente sulla
commisurazione del trattamento sanzionatorio, e quest’ultimo non è stato
interamente eseguito, il giudice dell’esecuzione deve rideterminare la pena in
favore del condannato pur se il provvedimento ‘correttivo’ da adottare non è a
contenuto predeterminato, potendo egli avvalersi di penetranti poteri di
accertamento e di valutazione …” (Sez. U, n. 42858 del 29/05/2014, citata, Rv.
260697).

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sanzionatorio, possa comportare una rídeterminazione della pena in sede di

In tal modo, in conformità con l’ampiezza dei poteri ormai riconosciuti
dall’ordinamento processuale al giudice dell’esecuzione, che non si limita a
conoscere delle questioni sulla validità e sull’efficacia del titolo esecutivo ma è
anche abilitato, in vari casi, ad incidere su di esso (artt. 669, 670, comma 3,
671, 672 e 673 cod. proc. pen.), la conformità della pena a legalità in fase
esecutiva deve ritenersi costantemente sub iudice in relazione a rapporti non
ancora esauriti, non essendo tollerabile che uno Stato di diritto assista inerte
all’esecuzione di pene non conformi alla costituzione (Corte cost. n. 210/2013).

trattamento sanzionatorio deve, pertanto e in particolare, procedere tenendo
conto del limite del “fatto accertato” nella pronuncia di cognizione e avendo
riguardo, ove sia in corso di esecuzione -all’atto della domanda- la pena
derivante, anche in parte, da norma di diritto sostanziale dichiarata
incostituzionale, alle norme applicabili al momento della decisione in punto di
commisurazione della sanzione.
1.5. Degli indicati principi di valenza generale, che comprendono l’ipotesi in
cui, per effetto della declaratoria di incostituzionalità della stessa norma
incriminatrice, sia in corso l’esecuzione di una pena “illegittima”, e che il Collegio
condivide e riafferma, non si è fatta nella specie esatta interpretazione e corretta
applicazione.
1.5.1. Con sentenza n. 32 del 12 febbraio 2014, pubblicata sulla G.U. n. 11
del 5 marzo 2014, la Corte costituzionale ha, invero, dichiarato la illegittimità
costituzionale degli artt. 4-bis e 4-vicies ter d.l. n. 272 del 2005, convertito in
legge n. 49 del 2006, entrata in vigore il 28 febbraio 2006, ripristinando la
disciplina incriminatrice e il correlato trattamento sanzionatorio stabiliti dall’art.
73, compreso il quinto comma, d.P.R. n. 309 del 1990, antecedente alla sua
novellazione, e, in particolare, reintroducendo per le droghe cosiddette “leggere”
un trattamento sanzionatorio più favorevole per il reo.
A ciò consegue che, richiamati i predetti principi e comparate le fasce edittali
previste per dette droghe dalla normativa dichiarata incostituzionale (che,
quanto alla sanzione detentiva, aveva elevato il minimo edittale della condotta
ordinaria da due a otto anni e di quella attenuata da sei mesi a un anno, e il
massimo edittale, rispettivamente, da sei a venti anni e da quattro a sei anni), e
quella previgente, riattivatasi per effetto della pronuncia di incostituzionalità, è
da ritenere in ogni caso illegale il trattamento sanzionatorio inflitto -secondo un
criterio legislativo del tutto modificato- in ipotesi di condanna per condotta di
detenzione e spaccio di droghe “leggere”, quale quella ascritta al ricorrente,
posta in essere nel periodo ricadente sotto la vigenza della disciplina normativa
dichiarata incostituzionale (28 febbraio 2006/6 marzo 2014), come è avvenuto
nella specie, essendo stato il fatto commesso il 27 maggio 2008, secondo le
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1.4. Il potere del giudice dell’esecuzione di rideterminazione del

risultanze della sentenza di condanna n. 258/2009, emessa il 5 febbraio 2009
dal G.u.p. del Tribunale di Roma, confermata il 23 ottobre 2009 dalla Corte di
appello di Roma e irrevocabile il 21 aprile 2010.
1.5.2. Rispetto a tale situazione è, pertanto, illegittima la decisione
impugnata, che ha fatto riferimento, nel rigettare l’istanza difensiva di
rirnodulazione della pena inflitta per l’indicato reato, all’ostacolo derivante dal
giudicato, astraendo da ogni rilievo circa gli effetti della intervenuta declaratoria
di incostituzionalità della normativa applicata nel giudizio di cognizione e circa i

limitandosi al non corretto richiamo all’art. 2, comma 4 (erroneamente indicato
come comma 3, che, invece, riguarda l’ipotesi della conversione della pena
detentiva in pena pecuniaria per la sopravvenuta modificazione normativa), cod.
pen., relativo alla disciplina della diversa, e non assimilabile, ipotesi della
successione delle leggi penali nel tempo.
1.6. Alla luce di tali rilievi, il primo motivo del ricorso deve essere accolto,
dovendo procedersi a nuova determinazione della pena ai sensi dell’art. 133 cod.
pen. alla luce dei richiamati principi di diritto.
A tal fine l’ordinanza impugnata va annullata nella parte relativa al diniego
della chiesta rimodulazione della pena di cui alla sentenza n. 258/2009, indicata
al n. 6 dell’istanza originaria, demandandosi al Giudice dell’esecuzione, in sede di
rinvio, di attenersi, nella rideterminazione della pena, ai parametri fissati dagli
enunciati principi, e, in particolare, di rispettare i limiti edittali previsti, in
relazione alla tipologia di condotta e di sostanza stupefacente, oggetto di
contestazione, dall’art. 73 d.P.R. n. 309 del 1990, antecedenti alle modifiche
introdotte con legge n. 49 del 2006 e dichiarate incostituzionali con sentenza n.
32/2014 Corte cost., e rispettare le valutazioni già effettuate in sede di
cognizione con la predetta sentenza in ordine alla sussistenza del reato e alle
ragioni dell’affermata responsabilità penale.
La decisione emessa dal Giudice della esecuzione, in ipotesi di accoglimento
dell’istanza e rideterminazione del trattamento sanzionatorio, avrà, in ogni caso,
valenza sostitutiva del già richiamato titolo esecutivo, che, solo per tale parte
non più eseguibile, sarà non revocato ma integrato, in punto di entità della pena,
dalla decisione emessa in sede esecutiva.

2. Il secondo motivo del ricorso è fondato nei limiti che saranno precisati.
2.1. Si premette in diritto che, a norma dell’art. 671 cod. proc. pen. il
giudice dell’esecuzione può applicare in executivis l’istituto della continuazione,
che non sia stato escluso dal giudice della cognizione, nel caso di più sentenze o
decreti penali irrevocabili, pronunciati in procedimenti distinti contro la stessa

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poteri del giudice dell’esecuzione a fronte dei mutati parametri edittali, e

persona, e rideterminare, per l’effetto, le pene inflitte per i reati separatamente
giudicati.
2.1.1. Secondo principi consolidati, per la configurabilità della continuazione
è necessaria un’unica complessa deliberazione preventiva, definita nei suoi dati
essenziali, alla quale segua, per ogni singola azione, una deliberazione specifica,
mentre deve escludersi che un programma solo generico di attività
delinquenziale da sviluppare nel tempo secondo contingenti opportunità o un
mero sistema di vita siano idonei a far riconoscere il rapporto descritto nell’art.

Lombardo, Rv. 242098; Sez. 5, n. 49476 del 25/09/2009, dep. 23/12/2009,
Notaro, Rv. 245833; Sez. 2, n. 40123 del 22/10/2010, dep. 12/11/2010,
Marigliano, R. 248862; Sez. 1, n. 11564 del 13/11/2012, dep. 12/03/2013,
Daniele, Rv. 255156; Sez. 1, n. 39222, dep. 24/09/2014, B., Rv. 260896),
rilevando la generica deliberazione di reiterare comportamenti penalmente illeciti
soltanto, in quanto espressiva di un’attitudine soggettiva a violare la legge, a fini
del tutto diversi -e negativi per il reo- come la recidiva e l’abitualità criminosa
(tra le altre, Sez. 5, n. 10917 del 12/01/2012, dep. 20/03/2012, Abbassi, Rv.
252950).
La prova di detta congiunta previsione -ritenuta meritevole di trattamento
sanzionatorio più benevolo per la minore capacità a delinquere di chi si
determina a commettere gli illeciti in forza di un singolo impulso, invece che di
spinte criminose indipendenti e reiterate- deve essere di regola ricavata, poiché
attiene alla “inesplorabile interiorità psichica” del soggetto, da indici esteriori
significativi, alla luce dell’esperienza, del dato progettuale sottostante alle
condotte poste in essere (tra le altre, Sez. 4, n. 16066 del 17/12/2008,
dep. 16/04/2009, Di Maria, Rv. 243632).
2.1.2. Indici esteriori apprezzabili vanno individuati in elementi costituiti
dalla distanza cronologica tra i fatti, dalle modalità della condotta, dalla tipologia
dei reati, dal bene tutelato, dalla omogeneità delle violazioni, dalla causale, dalle
condizioni di tempo e di luogo (Sez. 1, n. 44862 del 05/11/2008, citata), senza
che ciascuno di essi, singolarmente considerato, costituisca indizio necessario di
una unitarietà progettuale degli illeciti, mentre, aggiunto a un altro, incrementa
la possibilità dell’accertamento dell’esistenza di un medesimo disegno criminoso,
in proporzione logica corrispondente all’aumento di circostanze indiziarie
favorevoli (Sez. 1, n. 12905 del 17/03/2010, dep. 07/04/2010, Bonasera, Rv.
246838).
In tal modo, di per sé l’omogeneità delle violazioni e la contiguità temporale
di alcune di esse, seppure indicative di una scelta delinquenziale, non
consentono, da sole, di ritenere che i reati siano frutto di determinazioni volitive
risalenti a un’unica deliberazione di fondo (tra le altre, Sez. 3, n. 21496 del

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81 cod. pen. (tra le altre, Sez. 1, n. 44862 del 05/11/2008, dep. 02/12/2008,

02/05/2006, dep. 21/06/2006, Moretti, Rv. 235523; Sez. 3, n. 3111 del
20/11/2013, dep. 23/01/2014, P., Rv. 259094), con la conseguenza che
l’identità del disegno criminoso deve essere negata qualora la successione degli
episodi sia tale da escludere, malgrado la contiguità spazio-temporale e il nesso
funzionale tra le diverse fattispecie incriminatrici, la preventiva programmazione
dei reati, ed emerga, invece, l’occasionalità di quelli compiuti successivamente
rispetto a quello cronologicamente anteriore (tra le altre, Sez. 6, n. 44214 del
24/10/2012, dep. 14/11/2012, Natali, Rv. 254793).

impone, pertanto, una riconsiderazione dei fatti giudicati, volta alla specifica
verifica della prospettata unitarietà progettuale degli illeciti.
A tal fine la “cognizione” del giudice dell’esecuzione dei dati sostanziali di
possibile collegamento tra i vari reati va eseguita in base al contenuto decisorio
delle sentenze di condanna, conseguite alle azioni o omissioni che si assumono
essere in continuazione (sentenze allegate, o da acquisire ex officio ai sensi
dell’art. 186 disp. att. cod. proc. pen.) e, attraverso il loro raffronto, alla luce
delle ragioni enunciate dall’istante (tra le altre, Sez. 5, n. 18586 del 04/03/2004,
dep. 22/04/2004, D’Aria, Rv. 229826; Sez. 5, n. 9180 del 29/01/2007, dep.
02/03/2007, Aloisio e altri, Rv. 236261; Sez. 1, n. 14188 del 30/03/2010, dep.
14/04/2010, Russo, Rv. 246840; Sez. 5, n. 37337 del 29/04/2011,
dep. 14/10/2011, Castellano, Rv. 250929), incombendo, invece, all’autorità
giudiziaria il compito di procedere, ai sensi dell’art. 666, comma 5, cod. proc.
pen., ai relativi accertamenti con l’acquisizione di documenti e informazioni e
l’assunzione, ove occorra, di prove nel contraddittorio delle parti, e alla
successiva valutazione circa l’esistenza delle condizioni (tra le altre, Sez. 5, n.
4692 del 14/11/2000, dep. 18/12/2000, Sciuto M., Rv. 219253; Sez. 1, n.
34987 del 22/09/2010, dep. 28/09/2010, Di Sabatino, Rv. 248276).
2.1.4. La valutazione, infine, circa la sussistenza della unicità del disegno
criminoso costituisce questione di fatto rimessa all’apprezzamento del giudice di
merito, che è sindacabile in sede di legittimità solo ove non sia sorretta da
adeguata motivazione (tra le altre, Sez. 4, n. 25094 del 13/06/2007,
dep. 28/06/2007, Coluccia, Rv. 237014; Sez. 6, n. 49969 del 21/09/2012,
dep. 28/12/2012, Pappalardo, Rv. 254006).
2.2. Si rileva in fatto che i reati, cui il ricorrente ha riferito la richiesta di
applicazione della disciplina della continuazione, sono stati presi in esame dal
Giudice dell’esecuzione, che l’ha rigettata escludendone la riconducibilità a una
iniziale programmazione e deliberazione, sia pure generiche, e, a tal fine:
– ha rappresentato la significativa ampiezza temporale (oltre undici anni) in
cui sono stati commessi i fatti di diversa tipologia (rapine, sequestro di persona,

10

2.1.3. L’applicazione della disciplina del reato continuato in sede esecutiva

detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio, evasione), per i quali il
ricorrente ha riportato condanna;
– ha rilevato le diverse modalità, che ha descritto, delle due rapine
commesse in danno di istituti di credito, indicate ai punti n. 2 e 5 dell’istanza
originaria, ritenendo subvalente l’opposto breve intervallo temporale tra esse,
commesse rispettivamente il 29 aprile 1999 e il 30 marzo 1999;
– ha apprezzato i reati contro il patrimonio come sintomatici di un sistema di
vita connotato dall’abitualità criminosa, rimasta inalterata nel tempo nonostante i

natura, indotti da fatti e circostanze occasionali, ovvero da bisogni o necessità di
ordine contingente, ovvero da talune condizioni psicofisiche;
– ha sottolineato la non ravvisabilità di alcuna connessione tra il reato di
evasione, commesso il 14 ottobre 1997 (di cui al punto 4 dell’istanza), e i reati di
rapina e sequestro di persona, commessi il 3 luglio 1997 (di cui al punto 1
dell’istanza), per i quali il ricorrente era sottoposto, al momento della evasione,
alla misura degli arresti domiciliari;
– ha escluso, richiamando gli stessi principi, la sussistenza di connessione
anche tra la rapina, commessa il 9 maggio 2008 (di cui al punto 7 dell’istanza) e
la detenzione di sostanza stupefacente, commessa il 27 maggio 2008 (di cui al
punto 6 dell’istanza), dedotta dal ricorrente sul presupposto che il denaro
provento della rapina era stato usato per l’acquisto della sostanza stupefacente.
2.3. Le valutazioni espresse nell’ordinanza impugnata, così sintetizzate,
sono, ad eccezione dell’ultimo operato riferimento ai delitti di rapina e di
detenzione di sostanze stupefacente, corrette in diritto e congrue ai dati fattuali
disponibili e utilizzati.
Il Giudice dell’esecuzione, infatti, correttamente interpretando il parametro
normativo di cui all’art. 81, comma 2, cod. pen., ha fatto esatta applicazione dei
suddetti condivisi principi, evidenziando, con logica motivazione e sulla scorta di
dati, congrui rispetto alla ratio dell’istituto della continuazione e coerenti con tali
princìpi, l’iter logico seguito per escludere, nel caso concreto, la riconducibilità a
un sottostante originario disegno criminoso dei reati giudicati con le sentenze
oggetto della richiesta, e ha ragionevolmente reso conto dell’espresso
apprezzamento sia nella parte in cui ha evidenziato l’ampio arco temporale (29
giugno 1977/27 maggio 2008) di commissione dei reati di diversa natura, sia
nella parte in cui ha ritenuto non valorizzabile di per sé la vicinanza temporale
dei fatti, in presenza di modalità attuative diverse (quanto alle rapine del 30
marzo e 29 aprile 1999) e di evidenza logica contraria (quanto al delitto di
evasione e alla precedente rapina per la quale il ricorrente era sottoposto alla
misura cautelare degli arresti domiciliari), sia nella parte in cui ha valorizzato la
lunga storia criminale del ricorrente e i periodi di carcerazione cui il medesimo è
11

periodi di carcerazione subiti, e da inclinazione a commettere reati di analoga

stato sottoposto come sintomatici di abitualità criminosa e di generale
inclinazione a delinquere, ontologicamente incompatibile con la continuazione.
2.4. Le linee argomentative dell’ordinanza nelle indicate parti resistono alle
censure formulate dal ricorrente, che, nel contrapporre l’omessa adeguata
valutazione dei tempi, delle modalità delle condotte illecite e della loro
omogeneità in relazione alla norma violata, corrispondono ad alternative letture
di merito e valutazioni fattuali, non consentite in sede di legittimità, oltre a
essere riferite in termini generici ai soli reati contro il patrimonio e in termini più

originaria, senza esprimere alcun rilievo in ordine al reato di cui all’art. 73 d.P.R.
n. 309 del 1990, commesso il 4 dicembre 2002, oggetto della sentenza di cui al
punto 3 dell’istanza, e al reato di evasione, commesso il 14 ottobre 1997,
oggetto della sentenza di cui al successivo punto 4, mentre lo stato di acclarata
tossicodipendenza del ricorrente, comunque non autonomamente rilevante, è
riferito, nello sviluppo della decisione, ai reati giudicati con le sentenze di cui ai
punti 6 e 7 dell’istanza.
Consegue il rigetto del ricorso con riguardo al diniego della continuazione
per i reati di cui alle sentenze indicate ai punti 1, 2, 3, 4 e 5 dell’istanza
originaria
2.5. L’ordinanza deve essere, invece, annullata nella parte in cui ha escluso
il vincolo della continuazione tra la rapina commessa il 9 maggio 2008 (di cui al
punto 7 dell’istanza originaria) e la detenzione di sostanza stupefacente,
commessa il 27 maggio 2008 (di cui al punto 6 dell’istanza originaria).
Con riguardo a detti reati, il Giudice dell’esecuzione ha ritenuto, richiamati i
principi in tema di unicità del disegno criminoso, che “è evidente come non vi
possa essere connessione … sul presupposto che il denaro provento della rapina
sia stato usato per l’acquisto dello stupefacente”
2.5.1. Il ricorrente ha dedotto con l’istanza originaria che tra gli indici
rivelatori della sussistenza del medesimo disegno criminoso vi era il proprio stato
di tossicodipendenza, e ha rappresentato che tale stato, che si è posto quale
collante delle ripetute violazioni di legge, era attestato dai certificati di
tossicodipendenza del 15 ottobre 2003, del 23 giugno 2004 e del 24 febbraio
2010, rilasciati dall’ASL RM/D, U.O. Ser.T Area Romana.
L’indicato status è stato ribadito dal ricorrente nel proposto ricorso come
elemento incidente, per la sua rilevanza, alla luce della previsione normativa del
vigente art. 671 cod. proc. pen., sulla valutazione da svolgersi al fine del
riconoscimento del vincolo della continuazione tra i reati di cui alle “sentenze n.
6 e n. 7”, commessi a distanza di circa venti giorni e “con evidenza collegati tra
di loro, poiché, in quanto tossicodipendente, la rapina datata il 09.05.2008 è
stata commessa con il preciso scopo di procurarsi proventi per acquistare

12

specifici alle rapine di cui alle sentenze indicate ai punti n. 2 e 5 dell’istanza

sostanza stupefacente, parte della quale è stata rinvenuta nel possesso” di esso
ricorrente.
2.5.2. Nell’iter logico della decisione relativa ai predetti reati, invece, il
Giudice dell’esecuzione, che ha prescisso da ogni verifica circa l’allegata
documentazione anche antecedente alla data dei commessi reati (maggio 2008),
ha omesso ogni riferimento alla valutazione dello stato di tossicodipendenza del
ricorrente, la rilevanza della quale, fondata sul testo normativo, è stata più volte
evidenziata da questa Corte, che, nell’escludere che lo stato di tossicodipendenza

disegno criminoso, ha tuttavia rilevato che esso deve essere valutato “fra gli
elementi” che incidono sull’applicazione della suddetta disciplina, e che il suo
apprezzamento, pur se collegato a una scelta di vita, può essere preso in esame
come collante idoneo a giustificare l’unitarietà del disegno criminoso con riguardo
ai reati che siano collegati e dipendenti da esso, e sempre che sussistano anche
gli altri elementi già individuati dalla giurisprudenza come sintomatici della
sussistenza della continuazione (tra le altre, Sez. 1, n. 30310 del 29/05/2009,
dep. 21/07/2009, Piccirillo, Rv. 244828; Sez. 5, n. 10797 del 23/02/2010,
dep. 19/03/2010, Riolfo, Rv. 246373; Sez. 1, n. 33518 del 07/07/2010,
dep. 13/09/2010, Trapasso, Rv. 248124; Sez. 1, n. 39287 del 13/10/2010,
dep. 05/11/2010, Presta, Rv. 248841 Sez. 1, n. 20144 del 27/04/2011,
dep. 20/05/2011, Casà, Rv. 250297.).
2.6. Avuto riguardo a tali emergenze, l’ordinanza che ha negato la
ravvisabilità di un unico disegno criminoso tra i reati di cui alle sentenze indicate
ai punti 6 e 7, prescindendo dalla valutazione della deduzione del condannato
circa il suo stato di tossicodipendenza, deve essere annullata per detta parte,
dovendosi procedere in sede di merito a nuovo esame alla luce dei rilievi sopra
formulati e in conformità al seguente principio di diritto che questa Corte enuncia
ai sensi dell’art. 173, comma 2, disp. att. cod. proc. pen.:

“nel deliberare in

ordine al riconoscimento della continuazione il giudice della esecuzione verifica
che i reati siano frutto della medesima, preventiva risoluzione criminosa,
tenendo conto se il condannato, in concomitanza della relativa commissione, era
tossicodipendente e se il suddetto stato aveva influito sulla commissione delle
condotte criminose” (Sez. 1, n. 20144 del 27/04/2011, dep. 20/05/2011, Casà,
Rv. 250297).

3. Al disposto parziale annullamento dell’ordinanza, sì come precisato nei §
1.6. e 2.7., consegue il rinvio al G.i.p. del Tribunale di Roma, in funzione di
giudice dell’esecuzione e in diversa composizione (Corte cost. n. 183 del 2013),
per nuovo esame, mentre il ricorso va rigettato nelle restanti parti.

13

sia un elemento di per sé esclusivo ai fini della valutazione della unitarietà del

P.Q.M.

Sciogliendo la riserva di cui all’udienza del 12 novembre 2014 così
provvede:
Annulla l’ordinanza impugnata limitatamente alla continuazione in relazione
ai reati di cui alle sentenze indicate ai punti 6 e 7 e alla rideterminazione della
pena in relazione alla condanna per il reato relativo alla droga di cui al punto 6 e
rinvia al G.i.p. del Tribunale di Roma per nuovo esame.

Così deciso in Roma il 13 novembre 2014

Il Consigliere estensore

Il Presidente

Rigetta nel resto il ricorso.

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