Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14596 del 24/03/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 14596 Anno 2015
Presidente: SQUASSONI CLAUDIA
Relatore: AMORESANO SILVIO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
Pisano Luigi, nato a San Severo il 10/11/1948
avverso la sentenza del 18/06/2013
della Corte di Appello di Roma
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Silvio Amoresano;
udito il P.M.,in persona del S.Proc.Gen. Pasquale Fimiani,che ha concluso, chiedendo dichiararsi inammissibile il ricorso;
udito il difensore, avv. Giovanni Tripodi, che ha concluso,
chiedendo l’accoglimento del ricorso.

Data Udienza: 24/03/2015

1.La Corte di Appello di Roma, con sentenza del 18/06/2013, in parziale riforma della
sentenza dl Tribunale di Civitavecchia, emessa in data 16/11/2005, con la quale Luigi Pisano
era stato condannato, previo riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, per i reati
di cui agli artt.110, 56 e 640 comma 2 cod.pen. (capo a), 81 cpv., 110, 61 n.2, 468, 476
comma 2 e 482 cod.pen. (capo b), 61 n.2 e 2 comma 1 D.L.vo 74/2000 (capo c), dichiarava
non doversi procedere nei confronti del Pisano in ordine ai reati ascritti ai capi a) e b) perché
estinti per prescrizione e rideterminava la pena, per il rimanente reato di cui al capo c), in anni
uno di reclusione, confermando nel resto !Impugnata sentenza.
Riteneva la Corte territoriale, disattendendo i motivi di appello, che dalle risultanze
processuali emergesse la prova dei reati ascritti. Risultava provato, infatti, che le fatture erano
state emesse a nome di società che non avevano avuto alcun rapporto con la società
dell’imputato e che le bollette doganali erano risultate tutte false, e che nelle dichiarazioni iva
erano stati indicati elementi passivi fittizi.
I reati di cui ai capi a) e b) risultavano però prescritti e la pena andava rideterminata in
relazione al residuo delitto di cui al capo b).
2.Ricorre per cassazione Luigi Pisano, denunciando l’erronea applicazione della legge penale
in relazione agli artt.61 n.2, 62 bis, 132 e 133 cod.pen., nonché la manifesta illogicità della
motivazione.
In primo grado erano state riconosciute le circostanze attenuanti generiche con criterio di
equivalenza rispetto alla circostanza aggravante del nesso teleologico di cui alrart.61 n.2
cod. pen..
Tale circostanza aggravante, però, riguardava soltanto i reati-mezzo di falsificazione delle
bollette doganali (capi a e b) e non il reato-fine di dichiarazione fraudolenta mediante l’utilizzo
dei documenti oggetto della contraffazione (capo c).
Atteggiandosi il reato di cui al capo c) come reato-fine, non è configurabile in ordine ad esso
la circostanza aggravante in questione.
Essendo stati dichiarati prescritti i reati di cui ai capi a) e b), la Corte territoriale, nel ritenere
sussistente la circostanza aggravante anche in relazione al delitto di cui al capo c), è incorsa
in errore di diritto, che ha comportato l’erronea determinazione della pena (quella base
doveva essere ridotta per effetto del riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche).

CONSIDERATO IN DIRITTO
1.11 ricorso è manifestamente infondato.
2.In relazione al reato di cui al capo c) era stata contestata la circostanza aggravante di cui
all’art.61 n.2 cod.pen.
Recita il capo di imputazione: “al fine di commettere il reato di cui al capo a) che precede e
di ottenere indebiti rimborsi Iva, avvalendosi delle fatture passive in sequestro tutte
riconducibili ad operazioni inesistenti, indicava nella dichiarazione annuale..
La commissione del reato di cui alrart.2 D.L.vo 74/2000 era quindi finalizzata non solo ad
ottenere un risparmio di imposta (attraverso l’utilizzo di fatture relative ad operazioni
inesistenti), ma anche a conseguire il profitto indicato nel reato di cui agli artt.56 e 640 comma
2 cod.pen., ascritto al capo a).
Correttamente, pertanto, anche in relazione al reato di cui al capo c) è stata contestata e
ritenuta la circostanza aggravante di cui all’art.61 n.2 cod.pen.
Altrettanto correttamente si è proceduto al giudizio di comparazione con le circostanze
attenuanti generiche, che i Giudici di merito hanno ritenuto di formulare in termini di
equivalenza (e sul punto non vi è contestazione).
La pena base, quindi, elidendosi per effetto del giudizio di comparazione sopraindicato
aggravante ed attenuante, è stata ridotta soltanto per la diminuente derivante dalla scelta del
rito abbreviato.

2

RITENUTO IN FATTO

3.11 ricorso deve quindi essere dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al
pagamento delle spese processuali e, in mancanza di elementi atti ad escludere la colpa nella
determinazione della causa di inammissibilità, al versamento a favore della cassa delle
ammende della somma che pare congruo determinare in euro 1.000,00 ai sensi dell’art.616
cod.proc.pen.
P. Q. M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali, nonché al versamento alla cassa delle ammende della somma di euro 1.000,00.

Il Consiglier est.

Il Presidente

Così deciso in Roma il 24/03/2015

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