Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14592 del 19/02/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 14592 Anno 2015
Presidente: MANNINO SAVERIO FELICE
Relatore: ANDREAZZA GASTONE

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Crini Massimiliano, n. a Palermo il 03/07/1970;
Scalia Giuseppe, n. a Palermo il 28/05/1957;
Verde Francesco, n. a Mazara del Vallo il 03/12/1980;

avverso la sentenza della Corte d’Appello di Palermo in data 19/03/2014;

udita la relazione svolta dal consigliere Gastone Andreazza;
udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
generale G. Romano, che ha concluso per il rigetto ei ricorsi;
udite le conclusioni dell’Avv. R. Angeletti, mrtin in sostituzione dell’Avv. A.
Bonsignore, Difensore di fiducia di Crini Massimiliano, che ha concluso per
l’accoglimento;

RITENUTO IN FATTO

1.Crini Massimiliano, Scalia Giuseppe e Verde Francesco hanno proposto distinti
ricorsi per cassazione avverso la sentenza della Corte d’Appello di Palermo che

Data Udienza: 19/02/2015

ha confermato la sentenza del Tribunale di Palermo di condanna di Scalia e Crini
per il reato di importazione e detenzione di undici chilogrammi di sostanza
stupefacente cocaina e che, in parziale riforma di altra sentenza del G.u.p. del
Tribunale di Palermo, ha assolto Verde dal reato di cui al capo d) ex artt. 73 e 80
del d.P.R. n. 309 del 1990, confermando invece la sua penale responsabilità per
il reato di associazione finalizzata all’importazione di sostanza stupefacente

2. Con un primo motivo, Crini Massimiliano deduce la violazione degli artt.
17,19, 191, 511 e 602 c.p.p. stante l’abnormità della sentenza derivata dalla
disposta riunione del procedimento a proprio carico, celebrato con giudizio
abbreviato, con altro, celebrato con rito ordinario, senza sentire le parti; in
particolare sottolinea che l’ontologica differenza tra i due riti è impeditiva della
possibilità di riunione, come già sottolineato dalla Corte di cassazione.

2.1. Con un secondo motivo lamenta la violazione degli artt. 73 del d.P.R. n. 309
del 1990, 125 e 190 c.p.p. ed il difetto di motivazione essendo stato il contributo
concorsuale nella commissione del reato individuato in due circostanze, ovvero
l’essersi recato a Milano per ricevere una scheda telefonica ed un numero utili
per contattare i fornitori della sostanza, e nell’avere assistito Scalia nell’ultima
parte del trasporto, entrambi tuttavia sforniti di prova.
Quanto al primo elemento, infatti, pur essendo emerso dall’istruzione che Crini
non sapeva cosa contenesse la busta, i giudici di merito si sono limitati a ritenere
del tutto inverosimile tale non consapevolezza, evidenziando tra l’altro pretese
incongruenze tra la versione dell’imputato e quella del Lo Coco (ovvero colui che
aveva dato l’incarico di ritirare la busta) del tutto insussistenti, incorrendo però
in vizio di motivazione.
Quanto al secondo, i giudici di merito hanno valorizzato le tre conversazioni
telefoniche intervenute tra le ore 11,47 e 15,17 del 17/02/2009 da cui sarebbe
desumibile il ruolo di trait d’union tra Lo Coco e Scalia esercitato nella fase
cruciale dell’arrivo dello stupefacente a Palermo. E tuttavia, secondo il ricorrente,
tali conversazioni dimostrerebbero che Lo Coco, non riuscendo a porsi in contatto
con Scalia, ebbe a contattare Crini; che Crini non era stato in grado di fornire
alcuna informazione su Scalia e che nel corso della terza telefonata di Lo Coco
egli si trovava insieme a Scalia e per tale ragione ebbe a passare questi a Lo
Coco.

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cocaina.

2.2. Con un terzo motivo lamenta la violazione degli artt. 125 e 521 c.p.p., e 73,
comma 6, del d.P.R. n. 309 del 1990 essendo stata ritenuta la circostanza
aggravante dell’art. 73, comma 6 pur in assenza di ogni indicazione in fatto della
stessa nell’imputazione, e unicamente, quindi, in ragione del fatto che il reato è
stato contestato a sei persone.

mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche non essendo stato
valutato il fatto delle dichiarazioni rese sin dall’interrogatorio di garanzia.

3. Con un primo motivo, Scalia Giuseppe lamenta la violazione degli artt. 17,
438 e 465 c.p.p. in relazione alla disposta riunione, ritenuta abnorme, di due
procedimenti assoggettati in primo grado a rito diverso attesa la necessità di
salvaguardare e garantire il principio di terzietà del giudice messo a rischio dalla
contestuale disponibilità di materiale probatorio eterogeneamente formato.

3.1. Con un secondo motivo lamenta la violazione degli artt. 192 c.p.p. e 73 del
d.P.R. n. 309 del 1990 e la illogicità della motivazione con riferimento
all’affermata responsabilità per il reato di detenzione e cessione di sostanza
stupefacente fondata su un compendio probatorio contraddittorio; in particolare
censura la chiave interpretativa del contenuto delle intercettazioni telefoniche del
17/2/2009 valorizzate dai giudici di merito, posto che l’incompletezza dei
colloqui, la cattiva qualità dell’intercettazione e la cripticità del linguaggio
avrebbero imposto elementi di conferma; rimprovera inoltre la non
considerazione delle dichiarazioni, di tenore contrastante, dell’imputato di reato
connesso Lo Coco e l’avvenuta valorizzazione di altri dati non significanti (il ritiro
della busta da parte di Crini a Milano del cui contenuto Scalia non era
consapevole, e la consegna di una autovettura a Lo Coco).
Inoltre i giudici, pur avendo valorizzato per una parte le dichiarazioni di Lo Coco,
lo avrebbero poi ritenuto inattendibile su altre, senza peraltro considerare la
stretta interferenza fattuale e logica tra dette parti, così non potendo procedersi
alla valutazione frazionata delle dichiarazioni.

3.2. Con un terzo motivo lamenta la violazione dell’art. 62 bis c.p. in ordine alla
mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche avendo la Corte
valorizzato la gravità dei fatti, la quantità della sostanza e le modalità di
rifornimento senza considerare la intervenuta volontaria consegna dello
stupefacente alle forze dell’ordine, per il tramite degli accordi tra Lo Coco e il
3

2.3. Con un ultimo motivo lamenta mancanza di motivazione in ordine alla

maresciallo Costa, dei carabinieri, e la mancanza di alcun contatto con pericolosi
trafficanti.

4.

Con un unico motivo Verde Francesco lamenta la violazione di legge in

riferimento alla conferma della condanna in relazione al reato associativo ex art.
74 del d.P.R. n. 309 del 1990 contestatogli. Rileva come il proprio ruolo non sia

stato espressione di un fatto occasionale e non di una cosciente e volontaria
adesione essendosi egli limitato ad accettare la consegna del denaro da Lo Coco;
quanto alle dichiarazioni rese dal collaborante Pasquale Annunziata, valorizzate
dai giudici e confermate dalle dichiarazioni di Lo Coco, ne contesta la
rispondenza ai necessari requisiti di credibilità e attendibilità intrinseca ed
estrinseca tanto più essendo stati valorizzate per la prima volta dalla Corte
d’Appello circostanze mai prima contestate a Verde e mai valutate dal giudice
dell’udienza preliminare.

CONSIDERATO IN DIRITTO

5. Il primo motivo del ricorso di Crini è inammissibile.
La sentenza della Sez. 6, n. 45586 del 25/10/2011, Parrella ed altri, Rv. 220327,
citata dal ricorrente a favore dell’assunto dell’abnormità della disposta riunione di
procedimenti contrassegnati da riti diversi (l’uno ordinario e l’altro abbreviato),
ha in realtà ritenuto l’abnormità in un caso di riunione disposta già in primo
grado stante la impossibilità per il giudice, che “ha contestualmente a
disposizione un materiale probatorio eterogeneo circa i modi della sua
formazione (prove esistenti allo stato degli atti e prove raccolte in sede
dibattimentale)”, di operare “una selezione all’interno di tale materiale,
utilizzandolo diversamente a seconda del rito con cui ha ritenuto di procedere”.
Di qui la conclusione della sentenza secondo cui la struttura ontologicamente
diversa del rito ordinario e del rito abbreviato sono tali da non consentire il
processo cumulativo nei confronti di più coimputati con l’abbinamento dei riti
stessi, e ciò anche a monte della considerazione secondo cui il giudice può essere
influenzato nelle diverse decisioni assunte con un’unica sentenza da prove
acquisite (anche se in concreto non utilizzate nell’una o nell’altra decisione a
seconda del rito) in un contesto unitario; infatti, si è aggiunto, la specialità dei
riti preveduti dal titolo sesto del codice processuale comporta l’autonomia di
4

mai stato funzionale alla presunta associazione né alle sue dinamiche ma sia

ciascuno dei procedimenti rispetto a quello ordinario ed è tale, quindi, da
escludere la compatibilità di una loro gestione congiunta.
Ciò posto, anche a volere prescindere dal diverso orientamento che, sul punto,
ha assunto la più recente decisione di Sez.6, n. 16365 del 27/04/2012, Trani,
Rv. 252509 (secondo cui, infatti, la trattazione congiunta del rito speciale con
quello ordinario nei confronti degli imputati che non abbiano formulato la relativa

una situazione di incompatibilità suscettibile di tradursi in motivo di ricusazione
per il giudice, poiché la coesistenza dei procedimenti comporta solo la necessità
che, al momento della decisione, siano tenuti rigorosamente distinti i regimi
probatori rispettivamente previsti per ciascuno di essi), la situazione di specie è
ben diversa.
Infatti, nel procedimento in esame, la riunione è stata appunto disposta solo nel
giudizio di appello dopo che, in primo grado, i due giudizi avevano invece
seguito, in corrispondenza dei differenti riti prescelti, percorsi diversi e,
ovviamente, diverse modalità di formazione della prova in tal modo non
potendosi neppure porre le controindicazioni segnalate appunto dall’indirizzo
rievocato dal ricorrente e derivanti dalla assunzione della prova in un contesto
unitario pur a fronte di riti diversi, ferma restando ovviamente la necessità che,
al momento della decisione, siano tenuti rigorosamente distinti, come è avvenuto
nel caso di specie, i regimi probatori rispettivamente previsti per ciascuno di essi
(potendo solo per gli imputati ammessi al rito abbreviato essere utilizzati anche
gli atti contenuti nel fascicolo di cui all’art. 416, comma 2, c.p.p.).
Ed infatti i reati, giudicati appunto con le sentenze di primo grado all’esito di
diversi riti e contestati ad imputati diversi, sono rimasti assolutamente distinti
nella decisione della Corte che ha confermato autonomamente l’una e l’altra
sentenza senza commistione, neppure sanzionatoria (e non possibile proprio per
la contestazione rivolta a diversi soggetti), tra i reati rispettivamente oggetto di
esse.
Tale conclusione appare convalidata anche dalle decisioni di Sez. 1, n. 25096 del
26/02/2004, Alampi ed altro, Rv. 228643, e Sez. 1, n. 21376 del 09/03/2004,
Biondino ed altro, Rv. 228989 ove, sia pure con riferimento alla disciplina
transitoria dettata per il giudizio abbreviato in grado di appello dall’art. 4 ter del
d.l. 07/04/2000 n. 82, convertito in I. n. 144 del 5/6/2000 n. 144, si è affermata
la non abnormità della riunione, da ritenere anzi, per le ragioni sopra ricordate,
legittima.

6. Il secondo motivo è infondato.

istanza non é causa di abnormità o di nullità della decisione, né, tanto meno, di

Incontroverso il dato fattuale emergente dalla sentenza impugnata, ovvero
appunto che Crini, si sia recato, su richiesta di Scalia, a Milano, previo acquisto
del biglietto ferroviario per suo conto da parte di Lo Coco, qui ricevendo da uno
sconosciuto una busta contenente una scheda telefonica da consegnare allo
stesso Scalia e da utilizzare per i successivi contatti relativi all’operazione, ed
incontroverso l’ulteriore dato in ordine alla partecipazione di Crini alle

l’operazione di importazione stava per compiersi, il ricorrente ha sostanzialmente
contestato che la motivazione della sentenza impugnata, valorizzando tali
elementi, abbia con ciò dato conto delle ragioni a fondamento dell’ affermazione
di responsabilità a titolo di concorso nella importazione dello stupefacente.
Ciò posto, deve anzitutto ricordarsi che per la integrazione della condotta di
concorso è necessario, ma anche sufficiente, un comportamento esteriore idoneo
ad arrecare un contributo apprezzabile alla commissione del reato, mediante il
rafforzamento del proposito criminoso o l’agevolazione o facilitazione dell’opera
degli altri concorrenti in maniera tale da fare così aumentare la possibilità della
produzione del reato (da ultimo, Sez. 4, n. 4383 del 10/12/2013, Merola e altri,
Rv. 258185); in altri termini, il contributo concorsuale acquista rilevanza non
solo quando abbia efficacia causale, ponendosi come condizione dell’evento
illecito, ma anche quando assuma la forma di un contributo agevolatore e di
rafforzamento del proposito criminoso già esistente nei concorrenti (Sez.6, n.
36125 del 13/05/2014, Minardo e altro, Rv. 260235).
Nella specie, non può quindi esservi dubbio, in primo luogo, sul fatto che, alla
luce di tali incontroversi principi, correttamente la Corte territoriale abbia
valorizzato, quali elementi sintomatici, sotto il profilo oggettivo, della condotta
concorsuale l’intervenuto apposito viaggio di Crini a Milano per il ritiro,
addirittura cruciale per il buon esito dell’operazione, della scheda telefonica,
necessaria per contattare il fornitore, e da consegnare a Scalia, e il ruolo avuto
da Crini, il 17 e il 18 febbraio del 2009 nel rispondere al telefono a Lo Coco che
ansiosamente attendeva notizie da Scalia circa l’arrivo dello stupefacente
programmato proprio per quei momenti.
Né può accedersi alle censure del ricorrente relative alla motivazione data dalla
Corte in ordine alla consapevolezza del ricorrente di avere con ciò posto in
essere condotte agevolatrici.
La motivazione della sentenza impugnata ha posto in evidenza al riguardo, a
pagg. 34 – 35, l’assoluta inverosimiglianza della versione secondo cui Crini non
avrebbe saputo dei reali motivi del viaggio, atteso che giammai il compito del
ritiro della scheda, essenziale per la riuscita dell’operazione nella quale erano
6

conversazioni telefoniche del 17/02/2009 intervenute nel momento in cui

coinvolte organizzazioni internazionali, avrebbe, secondo logica, potuto essere
affidato ad un soggetto estraneo e non avvertito del contenuto della busta da
ritirare e della cautele di attenzione da osservare; ha poi posto in rilievo la non
facile conciliabilità, con tale pretesa inconsapevolezza, della condotta processuale
tenuta da Crini che, nel primo interrogatorio, ebbe ad affermare di essersi recato
a Milano non per ritirare la busta con la scheda telefonica ma per incontrare

stato inconsapevole della illiceità dei quanto richiestogli, una tale comportamento
non avrebbe avuto senso.
Quanto alle telefonate suddette, la Corte ha anche in tal caso logicamente
desunto da esse che, al di là della fonte della iniziativa (essendo in effetti Lo
Coco che chiamava e Crini che, invece, rispondeva), entrambi i conversanti, il cui
tono, estremamente confidenziale, e il cui contenuto rivelavano una
consuetudine di rapporti, negata invece da Crini, erano in attesa, in un
momento nel quale, significativamente, era programmato l’arrivo dello
stupefacente, di una terza persona, individuata nello Scalia, poi effettivamente
giunto e, a quel punto, passata subito al telefono da Crini a Lo Coco.
E con riguardo, in particolare, alla prima di tali telefonate la Corte territoriale ha
puntualmente evidenziato come con essa Lo Coco ebbe a chiedere a Crini, atteso
il silenzio di questi e dello Scalia (che, come oltre si dirà, era incaricato di portare
in loco lo stupefacente importato), se vi fossero novità, in tal modo desumendosi
l’intraneità dello stesso Crini all’operazione in corso.
Né, a fronte di una motivazione che si presenta adeguata e certo non
manifestamente illogica, è consentita a questa Corte una rilettura, financo più
plausibile, dei dati fattuali, diversa da quella già offerta dai giudici d’appello che
finirebbe per sconfinare, debordando dai limiti cognitivi fisiologicamente
assegnati al giudice di legittimità, in una inammissibile rivalutazione degli
elementi probatori.

7. Il terzo motivo è anch’esso infondato.
La circostanza aggravante di cui all’art. 73, comma 6, del d.P.R. n. 309 del 1990,
è stata, in fatto, ritualmente contestata posto che, a fronte del dettato normativo
che richiede, per la sua sussistenza, unicamente il concorso di tre o più persone
senza l’ulteriore requisito che le stesse siano anche riunite (come invece è, ad
esempio, per l’art. 628, comma 3, n.1 c.p.), il capo d’imputazione ha appunto
evidenziato, espressamente e sufficientemente, il requisito del “concorso tra
loro” operato dagli imputati; né era necessaria anche la esplicitazione del comma
6 quale riferimento normativo corrispondente atteso che, come costantemente
7

una donna con cui aveva una relazione, atteso che, ove realmente egli fosse

affermato da questa Corte, ai fini della contestazione di una circostanza
aggravante non è indispensabile una formula specifica espressa con enunciazione
letterale, né l’indicazione della disposizione di legge che la prevede, essendo
sufficiente che, conformemente al principio di correlazione tra accusa e
decisione, l’imputato sia posto nelle condizioni di espletare pienamente la difesa
sugli elementi di fatto integranti l’aggravante (tra le altre, da ultimo, Sez. 5, n.

21/06/2000, Franzo e altri, Rv. 216430).

8. Sul quarto motivo, volto a contestare la motivazione con cui si è escluso il
riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, la sentenza ha posto in
rilievo, a pag. 42, in linea con la giurisprudenza di questa Corte (cfr. Sez.3, n.
28535 del 19/03/2014, Lule, Rv. 259899), gli elementi ostativi rappresentati
dalla gravità del fatto, dalla quantità dello stupefacente reperito, dai contatti
intrattenuti con trafficanti operanti all’estero e dalla esistenza di precedenti
penali.

9. Con riguardo al ricorso di Scalia, disatteso il primo motivo per le ragioni già
esposte sopra sub § 6, il secondo motivo è infondato.
La sentenza impugnata ha valorizzato : a) l’intervenuta consegna, da parte di
Scalia a Lo Coco, dell’autovettura, di provenienza furtiva, sulla quale poi vennero
collocati da Lo Coco i due chilogrammi di cocaina che i carabinieri, con cui egli
mostrava di collaborare, avrebbero dovuto rinvenire; b) il messaggio telefonico
contenente la scritta “ok” inviato da Lo Coco a Scalia alle ore 4,00 del
17/02/2009 poche ore prima che giungesse a Palermo lo stupefacente
importato; c) la telefonata finalmente fatta da Scalia a Lo Coco con cui veniva,
evidentemente, comunicato dal primo l’arrivo definitivo dello stupefacente (“vedi
che l’abbiamo tutt….eheee, va bene, poi parliamo..”); d) la telefonata fatta
subito dopo da Lo Coco, in veste di confidente, al M.Ilo Costa dei carabinieri di
Bagheria, con cui il primo comunicava al secondo l’arrivo della sostanza a
Palermo e l’imminente trasporto della stessa a Ponticello.
In definitiva, sulla base di tali complessivi elementi e della loro logica lettura,
che la Corte territoriale ha giustamente ritenuto per nulla sminuita od infirmata
dalle dichiarazioni di Lo Coco volte invece ad affermare l’estraneità del ricorrente
(oltre che di Crini) alla condotta illecita, la sentenza impugnata ha correttamente
desunto il ruolo rivestito da Scalia che ebbe, proprio a seguito dell’ “ok” ricevuto,
a porre in essere gli ultimi segmenti dell’operazione, trasportando lo

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38588 del 16/09/2008, Fornaro e altri, Rv. 242027; Sez. U., n. 18 del

stupefacente o comunque intrattenendo gli ultimi e definitivi contatti con i
fornitori, e poi dando appuntamento a Lo Coco nei pressi di una sala gioco.

10.

Anche il terzo motivo è infondato per le medesime ragioni già evidenziate

sopra con riguardo alla posizione di Crini, anche in tal caso dovendosi
rammentare, in linea con le indicazioni giurisprudenziali di questa Corte, la

elementi fattuali, si limiti anche solo a fare riferimento a quelli ritenuti decisivi o
comunque rilevanti, rimanendo tutti gli altri disattesi o superati da tale
valutazione.

11. Il ricorso di Verde Francesco è infondato.
La sentenza impugnata ha messo in rilievo, alle pagg. 51 – 63, primariamente, le
dichiarazioni del collaborante Annunziata in ordine al ruolo di Verde di corriere ed
addetto alla riscossione del denaro versato dai clienti per l’acquisto dello
stupefacente inviato da Lumia Paolo, cui faceva capo il sodalizio criminoso,
nonché di interlocutore diretto con i fornitori colombiani; ha precisato come tali
dichiarazioni, ritenute di per se stesse attendibili perché dotate di spontaneità,
linearità e costanza a fronte della confessata partecipazione all’associazione, non
emergente da altri dati, e della mancanza di sentimenti astiosi di sorta, siano
state fondamentalmente riscontrate dalle dichiarazioni di Lo Coco circa i rapporti
da questi intrattenuti proprio con Verde, tra l’altro in una specifica occasione (il
22/05/2009) giunto a Palermo per parlare, come dimostrato da numerose
conversazioni ambientali e telefoniche (intervenute anche con l’estero),
segnatamente riportate in sentenza, proprio con Lo Coco per conto di Lumia, di
partite di stupefacenti consegnate dall’organizzazione e di denaro da ritirare.
Da qui, dunque, la Corte palermitana ha tratto la conferma di un sodalizio
criminoso dedito al traffico di sostanze stupefacenti ed operante tra Spagna ed
Italia caratterizzata da una struttura, facente capo a Lumia operante dall’estero,
relativamente gerarchica e con suddivisione di ruoli e in cui Verde, cugino di
Lumia, oltre a rivestire il ruolo di esattore ed inviato per conto di questi, era
inserito operativamente atteso che con lui stesso Lo Coco ebbe a lamentarsi
della condotta di altri partecipi.
In definitiva, emerge dalla sentenza impugnata, tanto bastando per disattendere
i rilievi del ricorrente tendenzialmente volti, peraltro, a censurare la valutazione
del compendio probatorio più che la logicità delle conclusioni tratte, la motivata
affermazione del contributo effettivamente prestato dal ricorrente, in maniera

9

legittimità di una motivazione che, senza farsi carico di analizzare tutti gli

tutt’altro che occasionale, al mantenimento in vita della struttura criminosa
nonché al perseguimento degli scopi di essa.
Né, con riferimento alla affermazione secondo cui la Corte territoriale avrebbe
valorizzato elementi di prova mai “contestati” in precedenza, può ritenersi che il
giudice di appello possa fondare la propria decisione unicamente su elementi che
siano già stati valutati dal primo giudice, posto che i limiti dell’effetto devolutivo

alla motivazione dello stesso (cfr., tra le altre, Sez. 3, n. 9841/09 del
10/12/2008, Pizzi, Rv. 242995) solo essendo necessario, evidentemente, che
tali elementi siano stati acquisiti al processo nelle forme ritualmente previste nel
contraddittorio delle parti.

12. In definitiva, tutti i ricorsi vanno rigettati con conseguente condanna dei
ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta i ricor.0, e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 19 febbraìo 2015

dell’appello attengono alle statuizioni del provvedimento impugnato e non anche

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