Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14589 del 16/12/2014


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 14589 Anno 2015
Presidente: SQUASSONI CLAUDIA
Relatore: MULLIRI GUICLA

SENTENZA
sui ricorsi proposti da:
Minniti Giuseppe, nato a Reggio Calabria il 17.12.67
Perri Antonio Rocco, nato a San Luca il 13.6.68
Galli Antonio, nato a Messina il 10.9.58
imputati 73 e 74 T.U. Stup.
avverso la sentenza della Corte d’appello di Messina del 19.1.13
Sentita, in pubblica udienza, la relazione del cons. Guida Mùlliri;
Sentito il P.M., nella persona del P.G. dr. Aldo Policastro, che ha chiesto il rigetto del
ricorso del Galli, l’annullamento con rinvio, nei confronti di Perri e Minniti, limitatamente
all’aggravante di cui al comma 3 dell’art. 74 T.U. Stupefacente, rigetto dei loro ricorsi nel
resto;
Sentiti i difensori degli imputati, avv.ti Alvaro per Minniti, e Vittorio di Pietro per Galli
ed in sostituzione dell’avv. Traclò per Galli, che hanno insistito per l’accoglimento del ricorso;

RITENUTO IN FATTO

1. Vicenda processuale e provvedimento impugnato – Minniti Giuseppe e Perri Antonio
sono stati chiamati a rispondere della violazione degli artt. 73 e 74 T.U. stup. per avere fatto
parte di un’associazione per delinquere finalizzata ad acquistare anche dall’estero (segnatamente,

Data Udienza: 16/12/2014

partite di cocaina in quantità pari a svariati chili. In particolare, secondo l’accusa,
Perri forniva il denaro necessario a finanziare gli acquisti, trattenendo una parte per sé e
mettendo a disposizione dell’organizzazione la sua vettura AR 156 (utilizzata prevalentemente da altri
associati, Ciccia e Loccisano). Anche Minniti fungeva da finanziatore. Inoltre, entrambi sono accusati di
una importazione specifica di kg 3,5 di cocaina avvenuta a Torino il 4-5 aprile 2000.
Nell’ambito di altro procedimento riunito al primo, Galli Antonio, risponde della
partecipazione ad altra associazione criminosa dedita al traffico di (acquisto, trasporto, distribuzione)
di eroina, cocaina ed hashish (associazione di cui fanno parte alcuni dei soggetti che partecipano
all’associazione ascritta a Minniti e Perri),
ricoprendo il Galli il ruolo di canale terminale
dell’importazione dello stupefacente in Italia con il compito di provvedere alla sua successiva
immissione sul mercato. Al Galli, è, altresì, contestata la commissione di due specifici episodi di
cessione di 500 gr. circa di cocaina ( capo 3)) e di kg. 3 circa di hashish (capo 5)).
Con la sentenza qui impugnata, la Corte d’appello ha confermato la condanna inflitta ai
ricorrenti che è stata di 11 anni di reclusione ciascuno, per Minniti e Perri, e di 7 anni e 4 mesi
di reclusione, per Galli.

2. Motivi del ricorso
Avverso tale decisione, i condannati hanno proposto ricorso,
tramite i rispettivi difensori, deducendo:

Minniti
1) mancanza ed illogicità della motivazione.
Secondo il ricorrente, i giudici non
hanno supportato la loro decisione con un apprezzamento organico e coerente di tutti gli
elementi di prova né hanno tenuto in considerazione le argomentazioni difensive. In
particolare, si richiama attenzione su ciò che era stato detto nella memoria del 13.1.13 e,
segnatamente, a proposito del “dato temporale”. Il ricorrente Minniti punta,m infatti a
richiamare l’attenzione sul fatto che i rapporti tra Cavarra e Loccisano hanno avuto inizio nei
primi giorni di aprile 200, quando Cavarra uscì dal carcere. In realtà non esistono prove dì
rapporti precedenti tra i due e non è dimostrato che la persona di nome Peppe di cui si parla
nelle intercettazioni fosse il Minniti. A riguardo, si censura la replica della Corte secondo cui
l’imputato non ha provato l’esistenza di alcun altro cugino denominato Peppe, in tal modo,
operando una inversione dell’onere della prova.
Sostiene, quindi, il ricorrente che nessuno degli elementi addotti a sostegno dell’accusa
sia dimostrativo della responsabilità dell’imputato visto che il sequestro dei dieci kg di hashish
avvenuto nel marzo 2000 non si riferisce a Minniti perché si è verificato ancor prima che il
Cavarra ed il Loccisano iniziassero i loro rapporti. Quanto al sequestro di cocaina del 6.5.00,
nessun addebito può essere mosso al Minniti che è stato assolto dal Tribunale di Messina per il
relativo episodio di importazione relativo al capo e).
Altra censura che il ricorrente muove è relativa al numero dei sodali. Premesso che,
secondo il ricorrente, l’associazione di cui al presente procedimento è quella formatasi a
Torino subito dopo la scarcerazione di Cavarra, si fa notare che – stando alla sentenza del
G.u.p. di Messina n. 61/02, le persone che ne fanno parte sono quasi totalmente diverse da
quelle dell’associazione di Messina. Conclude il ricorrente che, quindi, i giudici hanno dedotto
da un fatto incerto (l’interpretazione delle intercettazioni ambientali ove la persona denominata Peppe dovrebbe
essere Minniti) la prova di un altro fatto incerto (che Minniti era apparso sempre affidabile nei pagamenti
mentre da ultimo i suoi ritardi erano risultati inspiegabili ed avevano messo in difficoltà anche Loccisano).

Le critiche, del ricorrente valgono anche con riferimento alla contestazione del reatofine e perché la Corte non ha creduto al fatto che le conversazioni intercettate fossero
realmente riferibili a compravendite di automobili laddove, invece, se avesse tenuto conto delle
indicazioni date nei motivi di appello a riguardo, avrebbe avuto conferma del fatto che il
Loccisano effettuava truffe alle società finanziarie per la vendita di autovetture, anche per
interposta persona, rivendendole al Minniti, sì che i dialoghi aventi ad oggetto autovetture sono
più che reali;
2) illogica motivazione a proposito dell’aggravante di cui all’art. 74 dal momento
che, il reato associativo contestato all’imputato nel procedimento 617/01 RGNR concerne un
numero complessivo di persone pari a nove.

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dalla Spagna)

Perri

2) violazione di legge e vizio di motivazione dal momento che i giudici non
hanno fornito la prova del fatto che la semplice commissione dei reati-fine fosse funzionale
all’associazione. Essi si sono limitati a valorizzare, sulla scia della sentenza del Tribunale,
alcune conversazioni alle quali, al massimo, si può annettere solo valenza indiziaria con
riferimento ad un singolo episodio di cessione da parte di uno dei partecipanti (Loccisano) ma
che nulla provano a proposito del contributo offerto singolarmente per l’attuazione del
programma criminoso. Inoltre – sottolinea il ricorrente – le propalazioni del collaboratore di
giustizia Cavarra, concorrono solo a riportare confidenze da lui ricevute del Loccisano circa
una cessione di una partita di cocaina effettuata in favore del ricorrente. In tal senso, si
contesta la citazione di un precedente giurisprudenziale da parte della Corte che, lungi
dall’essere pertinente, vuole solo essere uno stratagemma motivazionale per superare il dato
di fatto che il Perri ha svolto un’attività del tutto occasionale risoltasi in un unico presunto
acquisto;
3) violazione di legge e vizio della motivazione in relazione all’ipotesi di cui al
capo b). Sul punto, la Corte ricorda le dichiarazioni accusatorie del collaboratore di giustizia
Cavagna senza che di esse vi sia alcun riscontro. Tra l’altro si tratta di accuse de relato che di
certo non vengono rafforzate dal contenuto di intercettazioni dal contenuto tutt’altro che
univoche visto che in esse si discute solo di un debito pari a circa 8 milioni delle vecchie lire
contratto nei confronti del venditore, tale Totò, presuntivamente identificato dagli inquirenti nel
ricorrente Perri;
4) Violazione di legge e motivazione illogica e mancante a proposito del diniego
delle attenuanti generiche che è avvenuto con una mera clausola di stile e senza considerare
gli elementi favorevoli evidenziati dalla difesa come la incensuratezza totale dell’imputato ed il
ruolo del tutto marginale da lui ricoperto.

Galli
1) violazione di legge e vizio della motivazione nella parte in cui la decisione
impugnata conferma la responsabilità dell’imputato per l’associazione per delinquere in quanto,
come noto, l’elemento oggettivo di tale fattispecie ricorre quando il partecipe abbia dato un
contributo caratterizzato da frequenza, continuità ed assiduità all’organizzazione. Al contrario,
nella specie, è acclarato, in base alle intercettazioni ed anche alle dichiarazioni dello stesso
imputato (giudicate attendibili dai giudici di merito), che il Galli ha avuto solo contatti sporadici ed
occasionali con Cavarra e Pellegrino ed è intervenuto solo in occasione di due episodi che
hanno dato luogo alle imputazioni sub 3) e 5). Erra, peraltro, la Corte quando – per dimostrare
la partecipazione del Galli all’associazione – ha utilizzato brani di una intercettazione
ambientale (sull’autovettura Audi A4) che invece era stata dichiarata inutilizzabile. In particolare, il
ricorrente punta il dito contro le pagine 12 e 13 della sentenza evidenziando come, l’episodio in
cui Galli “assaggiò” la droga da immettere sul mercato vada, in realtà, letto nell’ottica della
condizione di tossicodipendenza dell’imputato e di sua soggezione consequenziale alle imprese
del Cavarra e degli altri. Tra l’altro, si sottolinea che è pacifico che egli svolse della attività non
per finalità di lucro ma solo nella prospettiva di guadagnare un po’ di stupefacente per sé;

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1) nullità del giudizio e della sentenza di appello. Il ricorrente fa, infatti, notare
che, quando egli ottenne, nell’ambito del presente procedimento, la sostituzione della custodia
in carcere con gli arresti domiciliari, elesse domicilio presso il luogo di detenzione in Benestare
(Rc), Contrada Ricciolis, e revocò la precedente elezione presso il domicilio di Torino.
Ciò nonostante, il decreto di citazione in appello gli fu notificato a Torino e la relativa
declaratoria di contumacia avvenne irregolarmente.
Secondo il ricorrente si è al cospetto di una nullità di ordine generale invocabile anche
in cassazione per la prima volta;

3) violazione di legge e vizio della motivazione nella parte in cui la sentenza
esclude l’attenuante del 6° comma dell’art. 74 e quella di cui al comma 5 dell’art. 73 T.U.
stup.. A Tal fine, il ricorrente ricorda che l’imputato era, all’epoca, tossicodipendente e chiese
al Cavarra di procurargli dell’hashish solo perché si trovava in condizioni disperate (peraltro, ritirò
tale droga solo per non far arrabbiare il Cavarra ma, dopo pochi giorni, con un pretesto, la restituì). In ogni Caso la
droga trattata era di scarsa qualità. In pratica, vi sono tutti i presupposti per riconoscere le
attenuanti invocate;
4) violazione di legge e vizio della motivazione nel diniego della desistenza
volontaria di cui all’art. 56 u.c.. Dopo avere ricordato tutti i principi giurisprudenziali sul punto,
il ricorrente evidenzia come il Galli si sia dissociato dalle attività illecite del Cavarra in modo
spontaneo sin dal febbraio 2000 e come sia, invece, errata l’affermazione della Corte secondo
cui l’epoca di tale separazione non sarebbe provata (f. 14 sent.) perché ricavabile da
intercettazioni inutilizzabili perché, al contrario, ciò non è affatto vero;
5) violazione di legge e vizio della motivazione con ri_guardo all’affermazione di
responsabilità dell’imputato per il reato-fine di cui al capo 3). Si ricorda, allo scopo che il 500
gr. di cui tratta questa imputazione non sono stati acquistati dal Galli ma solo “assaggiati”
quindi, si è al cospetto di un “processo alle intenzioni”;
6) violazione di legge e vizio della motivazione relativamente al diniego
dell’ipotesi di desistenza volontaria per il reato di cui al capo 5). Si ricorda che Galli ricevette i
tre chilogrammi di hashish solo per non fare arrabbiare il Cavarra ma che poi egli ha posto in
essere una vera e propria “messa in scena” per restituire la suddetta droga. La restituzione,
quindi è avvenuta in modo del tutto spontaneo e volontario;
7) vizio motivazionale nel diniego di una diminuzione di pena perché,a riguardo,
la Corte ha fornito una giustificazione meramente apparente.
Con atti depositati successivamente, le difese di Minniti e Perri hanno presentato
memorie nelle quali:, per Minniti, si sviluppa ulteriormente la doglianza relativa alla
interpretazione da dare alle intercettazioni effettuate sulla vettura Fiat Marea, criticando il fatto
che i giudici abbiano annesso a quei discorsi una valenza accusatoria, sebbene in essi non sia
mai contenuto alcun riferimento alla droga. Il tutto, andrebbe in contrasto con i principi
ermeneutici enucleati dalla stessa giurisprudenza di legittimità. Tra l’altro, l’accusa non ha
trovato riscontri esterni ed, anzi, altro coimputato “collaborante”, Nicodemo Ciccia – si pure
successivamente alla sentenza d’appello qui impugnata – ha escluso la partecipazione di
Minniti.
Per quel che attiene, invece, a Perri, il difensore a sostegno di quanto dedotto nel primo
motivo di gravame, ha prodotto il verbale di dichiarazione o elezione di domicilio, l’ordinanza di
revoca della misura cautelare ed il decreto di citazione in appello.

Tutti i ricorrenti concludono invocando l’annullamento della sentenza impugnata.

CONSIDERATO IN DIRITTO
3. Motivi della decisione – I ricorsi devono essere respinti tranne che per un aspetto,
come meglio si preciserà in prosieguo.

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2) violazione di legge e vizio della motivazione nella parte in cui la sentenza
esclude l’attenuante della collaborazione (di cui all’art. 73 comma 7 T.U. stup.). Il ricorrente ricorda come
le dichiarazioni del Galli siano state perfettamente riscontrate dalle intercettazioni dichiarate
utilizzabili e come egli si sia fattivamente adoperato per assicurare le prove del reato restando
irrilevante che, da tali dichiarazioni, non sia scaturita alcuna misura cautelare perché non è
questo l’elemento qualificante dell’attenuante in parola;

3.1. (quanto alla posizione di Minniti). Il primo motivo dì ricorso di Minniti non merita
accoglimento perché spesso privo di specificità e, talvolta, tendenzialmente in fatto (sì da

apparire ai limiti dell’ammissibilità).

Ed invero, scorrendo il testo della sentenza impugnata, è agevole constatare come le
doglianza che vengono qui svolte siano le medesime portate all’attenzione della Corte che vi
ha puntualmente replicato senza che le argomentazioni sviluppate in questa sede siano in
correlazione con le opposte deduzioni della corte territoriale. In tal modo, il ricorso rischia di
cadere nel vizio di aspecificità (ex plurimis, Sez. VI, 8.5.09, Candita, Rv. 244181; Sez. V, 27.1.05, Giagnorio, Rv.
In pratica, il Minniti, sostiene nuovamente l’esistenza di dubbi circa la identificazione,
nella sua persona, di quella di nome Peppe che intrattiene numerose conversazioni, tra quelle
intercettate che si pongono alla base delle accuse visto che il loro ascolto, associato alle
operazioni di p.g., hanno portato al sequestro di notevoli quantità di stupefacente (dieci kg di
hashish nel marzo 2000 e 6 kg di cocaina nel maggio dello stesso anno).

In particolare, per quel che attiene alla certa identificazione del ricorrente, la sentenza
ricorda come il Minniti sia il cugino acquisito di Loccisano Nicola ed il suo ruolo di finanziatore
emerga da plurime conversazioni ambientali (es. quelle del 17 e 20 aprile 2000) nelle quali Cavarra e
Loccisano discutono dell’affidabilità del Minniti ed osservano che «l’organizzazione del traffico
di stupefacente ha delle regole ferree alle quali non si può derogare per il solo fatto che questi
è cugino di Loccisano (Loccisano”e quannu chiamai a Peppe mi incazzavi, non è ca picchì è
cugino mei, no mi incazzavi, hai capito?” pag. 36-37 e f. 5 esame Micalízzi, udienza 25 ottobre
2004» (f. 34).
Né merita censura, come si vorrebbe da parte del ricorrente, l’ulteriore affermazione dei
giudici di appello secondo cui non risultano esservi altri soggetti rispondenti al nome Peppe,
tanto è vero che ciò non è stato dedotto neppure dallo stesso ricorrente. Non si tratta, infatti,
di una “inversione dell’onere della prova” ma solo di una constatazione di fatto che
contribuisce, sul piano logico, a rafforzare il convincimento espresso dai giudici che la persona
di nome Peppe (per di più, indicata dal Loccisano come proprio cugino – quale, in effetti, è il Minniti) si
identifichi nell’odierno imputato.
In ogni caso, le mere insinuazioni di dubbio da parte del Minniti a proposito del fatto che
sia lui la persona che interloquisce più volte nelle conversazioni intercettate sono smentite
anche dal rilievo che ulteriore riscontro è rappresentato dalla sua identificazione bordo
dell’autovettura AR 166 di proprietà della Euro Sporting, in uso a Loccisano e Ciccia. Né,
quest’ultimo è stato un fatto casuale perché, come sottolinea la Corte, «per tutto il periodo dal
19 al 23 aprile 2000, Minniti aveva avuto l’uso del mezzo» (come accertato proprio dalle intercettazioni
ambientali su detto veicolo).

Sgombrato, quindi, il campo da soverchie ed ingiustificate incertezze a proposito della
identificazione del Minniti, è sicuramente eloquente il contenuto delle conversazioni ricordate in
sentenza che riguardano tale imputato. In particolare, la conv. del 25.4.00 ore 23.16
intercorsa tra Cavarra e Ciccia conferma, una volta di più, il ruolo di finanziatore attribuito al
Minniti («picchi io parlai cu Peppe e mi dissi che è a postu fino all’ultima lira»).
Né ha pregio la deduzione difensiva secondo cui le conversazioni de quibus andrebbero
giustificate con riferimento ai rapporti di compravendita di autovetture esistenti tra Loccisano e
Minniti.
Sul punto – già evidenziato con l’appello – la Corte, infatti, offre una replica ineccepibile
quando osserva che la possibilità che esistessero “anche” rapporti di tal fatta non elide la
validità della tesi accusatoria secondo cui, semmai, ciò costituiva un valido paravento per i
traffici illeciti ed, a tal fine, si ricorda il chiaro significato di quella conversazione ambientale
(citata a pagg. 8 e 9 della sentenza di primo grado) nella quale Cavarra, discutendo con Loccisano, chiede: «a
Peppe di bianca quanta ne hai data?» e Loccisano replica: «ducentu prima».
Difficile negare la logicità della conclusione di entrambi i giudici di merito secondo i quali
tale fraseggio è inconciliabile con la tesi, sostenuta dalla difesa, che i rapporti trai due
sarebbero stati solo da imputare al commercio di vetture (ipotesi, quest’ultima, neppure confermata dal
teste Pericoli – f. 35).

Deve, quindi, considerarsi destituita di fondamento anche la doglianza sul punto,
ribadita nella memoria, dal momento che come noto, l’apprezzamento del significato di
conversazioni intercettate è valutazione di fatto delegata al giudice di merito e, come tale,
5

231708).

insindacabile in sede di legittimità quando il convincimento espresso sia stato sostenuto con
motivazione ineccepibile sul piano logico (come, appunto, avvenuto nella specie) (sez. VI, 8.1.08, Gionta,
Rv. 239724; Sez. VI, 11.12.07, Sitzia, Rv. 239636; Sez. VI, 10.6.05, Patti, Rv. 232576; Sez. IV, 28.10.05, Rv. 232626).

Né alcun pregio hanno le opposte interpretazioni delle telefonate da parte del ricorrente,
o le confuse argomentazioni difensive, anch’esse di tipo fattuale, nelle quali si mette in
discussione la “tempistica” dei rapporti tra Cavarra e Loccisano visto che, tra l’altro, si fa
riferimento a fatti e circostanze dei quali non viene offerto riscontro alcuno (in spregio al principio

Sez. VI, 15.3.06, Casula, Rv. 233711; Sez. VI, 14.6.06, Policella, Rv. 234914).

Deve, invece, trovare accoglimento il secondo motivo. Il numero dei partecipanti
all’associazione è, infatti, dato oggettivo e le censure difensive a riguardo, non trovano
congrua spiegazione. Si obietta, infatti che, nel procedimento 617/01 (di cui all’imputazione sub a)),
il numero dei partecipanti non sarebbe di dieci – bensì nove – perché Acella era stato assolto
mentre, per lo stesso motivo mentre – considerato che la contestazione del capo b) di cui al procedimento
5688/01 è identica a quella del procedimento stralciato, per tale ultimo procedimento il numero dei
soggetti imputati sarebbe addirittura otto.
In difetto di una puntuale replica da parte dei giudici di merito a riguardo, vi è, quindi,
motivo di ritenere fondata la doglianza relativa alla sussistenza dell’aggravante di cui al comma
3 dell’art. 74 T.U. stup. e, per tale aspetto, la sentenza va, dunque annullata con rinvio alla
Corte d’appello di Reggio Calabria per nuova pronuncia sul punto.
3.2. (quanto alla posizione di Perri). Le considerazioni appena svolte a proposito del secondo
motivo di gravame di Minniti, valgono anche per Perri dal momento che la sussistenza o meno
dell’aggravante è aspetto obiettivo che si estende a tale imputato (accusato di far parte della
medesima associazione del Minniti), ancorché non vi sia censura specifica sul punto. Pertanto, anche
per Perri, la sentenza impugnata deve essere annullata limitatamente alla ricorrenza
dell’aggravante del numero delle persone.

Per il resto, invece, il ricorso di Perri non merita alcun accoglimento risultando,
anch’esso, ai limiti dell’inammissibilità.
In particolare, si osserva, quanto al primo motivo (unico in diritto) che, quella qui
denunciata, non è una omessa notifica, bensì, una notifica presso l’abitazione e, quindi, in
posto diverso. Si tratta, perciò, solo di una nullità a regime intermedio che avrebbe dovuto
essere eccepita nei termini, così come autorevolmente enunciato da questa S.C. quando ha
ricordato che la nullità assoluta e insanabile prevista dall’art. 179 c.p.p. – che qui si evoca da
parte della difesa del Perri – non ricorre nei casi in cui vi sia stata esclusivamente la violazione
delle regole sulle modalità di esecuzione, sì che ad essa consegue la sanatoria di cui all’art.
184 c.p.p. (S.U., 27.10.04, Palumbo, Rv. 229539).
Sono invece in fatto (e possono essere trattati congiuntamente) il secondo e terzo motivo di
ricorso del Perri.
I presunti e denunciati vizi motivazionali, infatti, scaturiscono, nella narrativa del
ricorrente, solo dal dissenso circa la lettura data alle prove dai giudici di merito. In particolare,
come sopra sintetizzato, la critica si appunta verso il significato accusatorio che è stato
annesso alle parole dei collaboratori di giustizia sostenendosene la inidoneità a legittimare la
condanna. A ben vedere, però, si tratta di mera tesi “alternativa” a quella offerta nella
motivazione impugnata che, però, qui è censurabile solo per eventuali vizi di illogicità
manifesta. Essi, però, non vengono denunciati dal ricorrente né sono ravvisabili nella parte in
Cui la Corte ricorda che il ruolo di “Totò” (che si identifica in Perri Antonio) non può essere circoscritto
a quello di mero acquirente occasionale per il solo fatto che egli trattenesse parte della droga
per sé. L’ipotesi (ammissibile) non impedisce, infatti, di escludere che, al contempo, Perri fosse
un vero e proprio finanziatore dell’associazione vista la molteplicità di rapporti emergenti dalle
conversazioni intercettate con gli altri sodali. Del resto, i plurimi riferimenti che emergono a
proposito del “Totò”, gestore di una palestra (quale in effetti era il Perri) non va tenuta distinta dal
chiaro significato di quelle affermazioni che lo indicano come conoscitore della creatina (sostanza
utilizzata anche per “tagliare” la cocaina) né dalla circostanza eloquente che la vettura AR 166
intestata alla società titolare della palestra (la Euro Sporting), era in uso da parte di Ciccia,
Loccisano e, come visto in precedenza, anche di Minniti.

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della “autosufficienza” del ricorso

di prova sin qui esaminati,.., in particolare, la conversazione del 20.4.00, all’interno della Fiat Marea di Cavarra, a
partire dalle 23.20, tra Cavarra, Battista e Loccisano, in cui le risultanze consentono di determinare il quantitativo di
droga importato, pari a circa tre chili e mezzo di cocaina, nonché l’entità dei debiti nei confronti degli spagnoli – come
meglio illustrato nella sentenza di primo grado a ff. 9 ss.).

A fronte di argomentazioni tanto puntuali, chiare e coerenti, resta, quindi, solo da
soggiungere che le doglianze del ricorrente si risolvono in uno sforzo di rilettura delle prove
che qui non è consentita ( ex multis, Sez. VI, 8.5.09, n. 22445, Rv. 244181; Sez. I, 27.9.07, Formis, Rv. 237863; Sez. Il 11.1.07,
Messina, Rv. 235716).

Infine, non merita accoglimento neppure il quarto motivo di doglianza del Perri
afferente il diniego delle attenuanti generiche. Anche in questo caso, infatti, il ricorrente
sembra ignorare la puntuale e corretta replica della Corte che – a fronte della evidenziazione
dell’incensuratezza – ricorda come sia esclusa per legge (terzo comma dell’art. 62 bis c.p.) la
possibilità di riconoscere le attenuanti generiche per la sola assenza di precedenti.
Quanto all’altro aspetto qui evidenziato (afferente il ruolo asseritamente “marginale” dell’imputato),
è agevole obiettare che si tratta di valutazione in fatto chiaramente unilaterale visto che la sua
non condivisione da parte della Corte è per tabulas nella chiara motivazione offerta dai giudici
di merito a proposito del tipo di responsabilità e coinvolgimento dell’imputato nell’associazione
di cui è accusato di far parte. In ogni caso, tale diverso punto di vista è implicito nel rilievo
che, nei fatti in esame, «non si ravvisano ragioni per un più benevolo trattamento
sanzionatorio da perseguire mediante la concessione delle circostanze attenuanti generiche».
Del resto, ciò è conforme ai dettami di legittimità secondo i quali le attenuanti di cui all’art. 62
bis c.p. non costituiscono un diritto quesito dell’imputato m devono scaturire dalla esistenza di
elementi di contorno obiettivi che qualifichino in modo peculiare ed attenuante la vicenda
giudicata (sez. I, 22.9.93, Stelitano, Rv. 195339; Sez. III, 25.9.14, Papini, Rv. 260610.).
3.3. (quanto alla posizione di Galli). Come anticipato inizialmente, neppure il ricorso di
Galli propone argomenti validi per un loro accoglimento.
Il primo motivo è, addirittura, quasi inammissibile perché non fa altro che riproporre i
medesimi fatti sotto una diversa, e riduttiva, angolazione.
In pratica, secondo il ricorrente, i chiari episodi nei quali il Galli “assaggia” la droga,
andrebbero spiegati solo nell’ottica del tossicodipendente che valuta la merce da acquistare. Il
punto è, però, che la circostanza è stata oggetto di apprezzamento specifico da parte dei
giudici di merito i quali hanno inquadrato la posizione dell’imputato proprio partendo dalle sue
ammissioni e, specificamente, dal suo indiscusso legame con il Pellegrino (nei confronti del quale
egli nutriva stima e rispetto, tanto da considerarlo come “un Dio” al punto che «non gli faceva “sporcare

le mani” ma si assumeva in prima persona i rischi degli atti criminali da lui posti in essere, come nel caso
in cui aveva testato di persona la cocaina» – f. 12).

Tale ruolo, del resto, gli è stato attribuito sia dal Pellegrino che dal Cavarra i quali
hanno anche precisato che esso discendeva dalla condizione di tossicodipendenza del Galli.
Orbene, è indubitabile (e questo spezza sul nascere gli sforzi difensivi nella opposta direzione)
che Galli fosse ben consapevole del proprio ruolo associativo anche perché, non essendo la sua
un’attività benefica, dallo svolgimento di quell’incarico, – come egli stesso aveva ammesso
«avrebbe tratto un vantaggio economico… (una somma di denaro ed una parte di stupefacente
da destinare allo spaccio)».
A tale riguardo – argomenta bene la Corte — la consapevolezza del proprio ruolo associativo,
da parte del ricorrente, si evince anche riflettendo sul suo apporto al gruppo nel tentare di

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Come cennato, lo sforzo difensivo è tutto diretto a minimizzare la portata accusatoria
dell’importante – ed indiscusso – acquisto di tre chili e mezzo di cocaina, quasi che in ciò solo
si risolva il rapporto dell’imputato con l’associazione di cui è accusato di far parte ma, si è
anche già detto, che, sul punto (già sviluppato con l’appello) la Corte offre una motivazione
incensurabile sul piano logico, sia, quando ricorda che per giurisprudenza di questa corte di
legittimità, il finanziamento di un’associazione può essere ravvisato anche nella pluralità e
stabilità di acquisti da parte di uno dei componenti (sez. VI, 6.11.06, Geraci, Rv. 235589; Sez. VI, 19.11.07,
Stabile, Rv. 238403), sia quando richiama le dichiarazioni del Cavarra al P.M. in data 3.11.00 circa il
fatto di aver saputo che Perri, in due occasioni, aveva dato a Loccisano 40 milioni per
l’acquisto, in un caso, di mezzo chilo ed, in un altro caso, di 600 gr. di cocaina. Né vale
l’obiezione qui svolta secondo cui tale propalazione di imputato di reato connesso sarebbe
sfornita di riscontri perché, al contrario, è la stessa corte a ricordarli a f. 29 (convergenti elementi

acquistare anche altra droga di diverso genere (hashish), di cui si dirà meglio trattando il sesto
motivo che segue (visto che, con riferimento a detto episodio, il ricorrente invoca una lettura diversa
dell’episodio).

Ai limiti dell’ammissibilità si pone anche il secondo motivo nel quale il Galli si duole del
diniego dell’attenuante della collaborazione. La sua critica alla decisione impugnata è, infatti,
del tutto generica ed assertiva non precisando in cosa esattamente si sarebbero sostanziate le
dichiarazioni significative e produttive che giustificherebbero l’attenuante invocata.
Come noto, il contributo, deve essere “proficuo” (Sez. IV, 2.4.09, n. 26013) o, ancora, di
«particolare efficacia» (Sez. IV, 18.11.08,Finazzi, Rv. 242311) e tale da portare alla «sottrazione di risorse
rilevanti ed evitare la commissione di ulteriori attività delittuose» (sez. VI, 2.3.10, Sivolella, Rv. 247376).
Nella specie, invece, come evidenziato già in primo grado, il Galli «si è limitato
all’ammissione di fatti già noti risultanti alla polizia giudiziaria dalle operazioni di
intercettazione espletate». Peraltro, i giudici, hanno mostrato di considerare, comunque, il suo
atteggiamento “collaborativo” attraverso il riconoscimento delle attenuanti generiche.
Anche la doglianza del terzo motivo è stata oggetto di vaglio corretto ed inattaccabile
da parte dei giudici di secondo grado mentre la presente è una mera reiterazione dei medesimi
argomenti diretti ad una minimizzazione dei fatti, a proposito dei quali i giudici sono categorici
nell’obiettare che «gli atti conclamano la dimensione assolutamente macroscopica del
fenomeno associativo investigato» e che «gli stessi quantitativi di droga oggetto della condotta
antigiuridica posta in essere dagli associati – ed in particolare dallo stesso Galli – emersi nel
procedimento, sono assolutamente inconciliabili con la tesi che l’associazione fosse orientata a
commettere fatti riconducibili sotto la previsione dell’art. 73 comma 5 d.p.r. 309/90» (f. 14).
Venendo a trattare del quarto motivo del ricorrente Galli, si deve sottolineare l’assoluta
giustezza degli argomenti con i quali la Corte ha negato che possa essere ravvisata, nella
specie, una ipotesi di desistenza volontaria riscontrabile nell’allontanamento del Galli
dall’associazione. Vale, innanzitutto, il rilievo che tale allontanamento è solo asserito dal
ricorrente e non può ritenersi “provato” solo per il fatto che, da un certo momento in poi, le
attività captative che riguardavano il Galli siano state interrotte perché non emergevano più
elementi utili per la sua posizione; è, comunque, un fatto che, quand’anche fosse stata
acquisita la certezza del predetto allontanamento dal sodalizio criminoso, ciò non darebbe
certo vita all’ipotesi di cui all’art. 56, 3 0 comma, c.p..
Come, infatti, si fa giustamente osservare nella decisione impugnata, ricorre desistenza
volontaria quando l’agente interrompa volontariamente la propria azione criminosa “prima” di
aver posto in essere atti idonei diretti in modo non equivoco a commettere un delitto. Nella
specie, però, il delitto era addirittura già stato consumato perché, per un lungo arco temporale,
il ricorrente aveva già fatto parte effettiva dell’associazione criminosa contestatagli.
Nel quinto motivo, il ricorrente ripropone lo stesso argomento già svolto dinanzi alla
Corte d’appello, volto a sostenere che l’episodio di cui al capo 3) non ha integrato gli estremi
del delitto di detenzione dei 500 gr. di cocaina perché egli si è limitato ad “assaggiarla” per
valutarne la qualità e fare un piacere al Cavarra. Essendone stata riscontrata la cattiva qualità,
la droga era stata restituita e, non essendo stato concluso l’acquisto, si sarebbe in presenza di
un “processo alle intenzioni”.
La totale identità dell’argomento ed il fatto che il motivo non rivolge critiche specifiche
alla motivazione impugnata sarebbero sufficienti a concludere addirittura per la sua
inammissibilità visto che, di fatto, il presente motivo è come privo di motivazione. Ad ogni
buon conto, giova ricordare che è corretta la replica della Corte secondo la quale, sia pure, per
8

Certo è, concludendo sul presente motivo, che le controdeduzioni difensive del ricorso,
lungi dall’evidenziare cesure logiche nel ragionamento della Corte, si imitano a prospettare i
medesimi fatti nella diversa, e minimizzante, ottica difensiva con inevitabile reiezione del
gravame sul punto non essendo nelle prerogative di questa sede di legittimità (sez. 11 11.1.07,
Messina, Rv. 235716) «una nuova valutazione delle risultanze acquisite, da contrapporre a quella
effettuata dal giudice di merito, attraverso una diversa lettura, sia pure anch’essa logica, dei
dati processuali o una diversa ricostruzione storica dei fatti o un diverso giudizio di rilevanza o
attendibilità delle fonti di prova».

Non ricorre nessuna desistenza volontaria, né ravvedimento operoso neppure
nell’episodio concernente i 3 kg di hashish di cui al capo 5 (sesto motivo).
La tesi difensiva, infatti, poggia sulla asserita intenzione (ab initio) del Galli di restituire la
droga (che — a suo dire – sarebbe stata da lui acquisita solo per compiacere il Cavarra).
A prescindere dal rilievo che, di tale intento, non esiste altra prova che nelle parole
dell’imputato, è, comunque, un fatto che, come si ricordava in precedenza, l’istituto della
desistenza volontaria, in tanto, opera, in quanto, il reato non abbia ancora raggiunto la sua
fase esecutiva.
E, ancora una volta, va sottolineato che l’istituto, non a caso, è descritto all’interno
dell’art. 56 che disciplina il delitto tentato e sta a raffigurare una ipotesi che “precede” il
tentativo stesso.
Nella specie, invece, la restituzione della droga è avvenuta in un momento successivo
alla sua ricezione. Per tale motivo, il ragionamento della Corte è corretto e conclude
opportunamente con l’ulteriore sottolineatura che «nella fattispecie in esame, non può
configurarsi neppure l’ipotesi attenuata del recesso attivo mediante impedimento dell’evento in
quanto il pentimento dell’imputato è intervenuto in un momento successivo alla consumazione
del reato, sicché il suo comportamento potrà essere valutato ai fini della determinazione della
pena, ma non per l’applicazione della suddetta attenuante».
Anche il presente motivo, quindi, è destituito di fondamento.
Infine, quanto al settimo motivo, non si può che stigmatizzarne la genericità ed
assertività. La critica, oltretutto, concerne una parte della decisione nella quale si esplica il
potere discrezionale del giudice e che, quindi, diviene inattaccabile in sede di legittimità nella
misura in cui sia motivata in modo non manifestamente illogico.
Orbene – a dispetto della mera asserzione opposta del ricorrente – nessun vizio affligge
la decisione impugnata a proposito del trattamento sanzionatorio in quanto i giudici hanno
spiegato come esso dovesse essere ritenuto congruo in relazione alla gravità, soggettiva ed
oggettiva, dei fatti ed avendo il Galli beneficiato anche delle attenuanti generiche in regime di
prevalenza.

Nel respingere il suo ricorso, segue, per legge, la condanna del ricorrente Galli al
pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.
Visti gli artt. 615 e ss. c.p.p.
Rigetta il ricorso di Galli Antonio che condanna al pagamento delle spese processuali. Annulla
la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte d’appello di Reggio Calabria, per Minniti Giuseppe
e Perri Rocco, limitatamente all’aggravante dell’art. 74 T.U. Stup., comma 3; rigetta nel resto
i ricorsi.

Così deciso il 16 dicembre 2014
Il Presidente

poco tempo, il Galli ha avuto la piena disponibilità di quella sostanza nella totale
consapevolezza che essa fosse destinata allo spaccio (ipotesi di cui aveva ovviamente accettato la
eventualità ed, anzi, era proprio quella la ragione cui era diretto il “test” da lui eseguito). Il reato, si era, quindi,
già del tutto perfezionato quando la droga – per valutazioni assolutamente opportunistiche e successive —
è stata restituita. Al contrario, quindi, dì quanto sostenuto dalla difesa, l’episodio è altamente
emblematico del modus operandi dell’associazione e dell’inserimento del Galli nel gruppo.

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