Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14566 del 06/11/2014


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 14566 Anno 2015
Presidente: MARASCA GENNARO
Relatore: BRUNO PAOLO ANTONIO

SENTENZA

Sul ricorso proposto da

LEO Carmen, nata a Brindisi il 04/04/1966;
avverso l’ordinanza del 20maggio 2014 del Tribunale di Milano in funzione di
giudice del riesame;

visti gli atti, l’ordinanza impugnata ed il ricorso;
letta la memoria difensiva depositata il 31/10/2014 nell’interesse della
ricorrente;
udita la relazione del consigliere dr. Paolo Antonio BRUNO;
sentito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale dr.
Aurelio Galasso che ha concluso chiedendo l’annullamento senza rinvio
dell’ordinanza impugnata,
sentito, altresì, l’avv. Alessandro Pistochini, che, nell’interesse della ricorrente,
ha chiesto l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

Data Udienza: 06/11/2014

1. Con decreto del 6 aprile 2014 il Gip del Tribunale di Milano disponeva
il sequestro preventivo per equivalente nei confronti dell’avv. Carmen Leo per
l’importo complessivo di C 4.293.520 in relazione alle incolpazioni provvisorie di
cui ai capi 2, 4, 11. 14. 16, 26 e 28 (tra cui truffa ai danni dello Stato), meglio
illustrate nell’ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti della stessa
ricorrente.
La misura cautelare, finalizzata alla confisca, era disposta nell’ambito di

somme di danaro in favore di legali ed altri professionisti da parte della società
IL.SPA, partecipata dalla Regione Lombardia e da altra società controllata, la
CAL. Secondo l’impostazione accusatoria, attraverso un meccanismo fraudolento,
fondato su collusioni con pubblici dipendenti e realizzato mediante contratti
simulati e false determine di conferimento, idoneo a trarre in inganno, l’ente
pubblico era stato indotto alla corresponsione di ragguardevoli importi ai
professionisti, quantificati peraltro in forma forfettaria, indipendentemente da
tipo ed entità della prestazione professionale effettivamente resa.
Il sistema truffaldino faceva capo ad Antonio Giulio Rognoni, direttore
generale di Infrastrutture Lombarde Spa e di Concessioni Autostradali Lombarde
Spa, ritenuto deus ex macchina dell’intera operazione, coadiuvato da Pier Paolo
Perez, direttore dell’ufficio gare e contratti di ILSPA e da altri funzionari. Tra i
beneficiari delle pubbliche erogazioni vi era, appunto, l’avv. Leo, formalmente
officiato dell’incarico di consulenza legale-specialistica in riferimento alle
procedure di elaborazione e progettazione di opere pubbliche e di infrastrutture
per conto della stessa società di diritto.

2.

Pronunciando sulla richiesta di riesame in favore dell’indagata il

Tribunale di Milano, in funzione di giudice del riesame, annullava l’impugnato
decreto limitatamente alla somma di C 882.700,00, confermando per il
rimanente importo di C 3.410.820,00 senza disporre la restituzione, trattandosi
di somme comunque eccedenti quanto era stato possibile sequestrare in fase
esecutiva.

3. Avverso l’anzidetta pronuncia i difensori dell’indagata, avv. Alessandro
Pistochini e il prof. avv. Angelo Giarda, hanno proposto ricorso per cassazione,
affidato alle ragioni di censura di seguito indicate.
Con il primo motivo d’impugnazione si deduce violazione di legge, ai
sensi dell’art. 606 lett. b) cod. proc. pen., ed erronea applicazione dell’art. 640,
comma 2, n. 1 cod. pen., in relazione all’astratta configurabilità del reato di
truffa aggravata in danno di un ente pubblico. Ed invero, nel caso di specie, vi
sarebbe stata perfetta corrispondenza tra soggetto “ingannato” e soggetto
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una complessa attività investigativa avente ad oggetto l’erogazione di cospicue

”ingannatore”, ravvisandosi sovrapposizione, del tutto impropria, tra l’autore
della condotta e la vittima della stessa condotta tratta in errore ai fini della
realizzazione dell’atto dispositivo, il che rendeva ontologicamente irrealizzabile la
fattispecie della truffa per radicale impossibilità di ravvisare l’induzione in errore,
“primo” evento richiesto dalla norma incriminatrice. In particolare, nel caso di
specie, la truffa sarebbe stata commessa dall’odierna ricorrente in concorso con
Rognoni e Perez, vale a dire con gli stessi soggetti che avrebbero emanato l’atto

in atti, era stata del tutto disattesa dall’ordinanza impugnata e tale omessa
valutazione implicava che il provvedimento impugnato dovesse ritenersi affetto
da erronea applicazione della legge penale o di altre norme giuridiche di cui
avrebbe dovuto tenersi conto nell’applicazione della legge penale. Erroneamente,
infatti, il giudice del riesame aveva ritenuto che i predetti funzionari non
rappresentassero l’ente di appartenenza ove invece, anche in ragione della
posizione ricoperta, gli stessi si immedesimavano nella struttura dell’ente ed
agivano come parte integrante dello stesso (c.d. immedesimazione organica),
rappresentandolo nei rapporti con i terzi, con tutti i poteri necessari per il
compimento di atti anche dispositivi, contratti ed ogni altro atto prodromico e
conseguente. Tra l’altro, i pagamenti erogati dalle società avevano luogo su
disposizione del direttore generale, coadiuvato dal direttore amministrativo
Maurizio Malandra, anch’egli indagato nel presente procedimento.
Con il secondo motivo si deduce violazione di legge con riferimento agli
artt. 640 comma 2 n. 1, 640 quater e 322 ter cod. pen. in relazione alla quantità
del profitto del reato in danno dell’ente pubblico. In particolare, in base ala
richiamata giurisprudenza di legittimità, si contesta che la truffa contrattuale
fosse “reato contratto” e non già “reato in contratto” con conseguente
impossibilità di assoggettare a sequestro l’intero corrispettivo conseguito.
Secondo la stessa impostazione accusatoria le pretese illiceità avrebbero
riguardato la fase prenegoziale, senza coinvolgere l’essenza della stipulazione
negoziale. D’altro canto, la professionista aveva regolarmente eseguito la
prestazione professionale secondo l’importo in sequestro, dal quale avrebbero
dovuto essere detratti i costi sostenuti per l’esecuzione delle prestazioni
professionali, che aveva avuto svolgimento senza contestazione alcuna.
Avrebbero dovuto inoltre essere detratte le somme corrisposte a titolo di
imposta, in quanto diversamente, si sarebbe legittimato un ingiusto
arricchimento in favore dello Stato.

CONSIDERATO IN DIRITTO

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di disposizione patrimoniale. Ma tale obiezione, espressa nella memoria difensiva

1. In limine, sembra opportuno richiamare l’indiscusso insegnamento di
questa Corte regolatrice, secondo cui, in materia di misure cautelari reali,
l’orizzonte cognitivo del giudice del riesame in materia di cautele reali deve
restare circoscritto alla delibazione del fumus commissi delícti, vale a dire della
astratta sussumibilità della fattispecie in una determinata ipotesi di reato. Alla
stregua di più recenti elaborazioni interpretativi, va specificato che il carattere
astratto dell’anzidetta delibazione attiene, essenzialmente, all’operazione logica

partenza di tale valutazione essere, pur sempre, costituito dalla fattispecie
concreta, nelle sue peculiari specificità, in considerazione anche delle deduzioni
difensive.
Al relativo giudizio deve, ovviamente, restare estraneo il sindacato sul merito
dell’azione penale, dovendo il giudice verificare la sussistenza del presupposto
del fumus commissi delicti attraverso un accertamento concreto, basato sulla
indicazione di elementi dimostrativi, sia pure sul piano indiziario, della
sussistenza del reato ipotizzato (Sez. 6, n. 35786 del 21 giugno 2012, Buttini e
altro, Rv. 254394).

2. Orbene, il punto focale delle doglianze della ricorrente riguarda proprio la
configurabilità, nel caso di specie, dell’ipotizzata truffa in danno di ente pubblico,
prospettata sotto diversi riflessi, quali la reale ravvisabilità di artifizi e raggiri, la
dedotta sovrapposizione tra soggetto agente e soggetto passivo della truffa; e,
da ultimo, la riconducibilità della vicenda negoziale in contestazione, riguardante
il conferimento alla professionista di incarichi extra giudiziali, allo schema
concettuale del reato-contratto in luogo della distinta categoria del “reato in
contratto”, secondo la nota distinzione elaborata dalla richiamata giurisprudenza
delle Sezioni Unite di questa Corte di legittimità.
Le prospettate perplessità in merito all’astratta configurabilità della truffa, in
luogo di altre fattispecie delittuose, non appaiono prive di fondamento. Non può
sfuggire, in proposito, la particolare rilevanza dell’interrogativo, posto che il
sequestro funzionale alla confisca per equivalente è consentito in presenza
dell’anzidetta fattispecie delittuosa e potrebbe non esserlo a fronte di altre
tipologie di reato.
Proprio nella valutazione del

fumus commissi delicti

del reato che

legittimerebbe la misura cautelare in questione, la valutazione del giudice del
riesame, pur nella sua formale consistenza, appare carente nell’individuazione
degli elementi costitutivi della fattispecie ipotizzata. In particolare, non è
sufficientemente chiarito se gli artifizi ed i raggiri necessari per la configurabilità
della truffa siano consistiti nella mera violazione delle regole di selezione della

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di sussunzione nel paradigma normativo di riferimento, dovendo il punto di

Leo

ai

fini

dell’attribuzione

dell’incarico

professionale

ovvero

nella

predeterminazione di un compenso per prestazioni eventualmente non
necessarie a ILSPA o, ancora, nella retrodatazione della determina ovvero, infine,
nell’indicazione in essa di prestazioni che dovevano essere effettuate da soggetti
diversi.
Anche nell’ipotesi che il Tribunale in realtà abbia voluto riferirsi a tutti questi
elementi contestualmente, deve rilevarsi che la loro sussumibilità nel paradigma

pacificamente da escludersi.
Così, il mero aggiramento delle regole di scelta del contraente concordato
con il rappresentante della stazione appaltante non è di per sé un mezzo
fraudolento, ma è condotta eventualmente idonea ad integrare gli estremi della
condotta di collusione, al più rilevante ai fini della configurabilità del diverso
reato (per il quale non è possibile la confisca per equivalente del profitto) di cui
all’art. 353-bis c.p. Di certo, non può dubitarsi, in linea astratta, della
configurabilità del concorso formale tra il reato di truffa e quello previsto dalla
disposizione da ultima citata, alla luce di indiscusso insegnamento di questa
Corte regolatrice (cfr, da ultimo, Sez. 2, n. 2230/14 del 4 dicembre 2013, Fantin,
Rv. 259835 sul concorso tra la truffa e il delitto di turbata libertà degli incanti, la
cui condotta e il cui oggetto giuridico sono pressoché identici a quelli della
fattispecie prevista dal menzionato art. 353-bis cod. pen.). Ciò che rileva, invece,
é che gli elementi costitutivi di quest’ultima solo parzialmente coincidono con
quelli della truffa e, dunque, non necessariamente la consumazione dell’uno
comporta automaticamente quella dell’altro.
Manca, inoltre, l’approfondimento di profili di non poco momento,
nell’economia del pertinente giudizio, quali l’effettiva corrispondenza del
corrispettivo pattuito alle prestazioni che si dicono realmente eseguite dalla
professionista (tali da ipotizzare, in mancanza di controprestazione, la fattispecie
civilistica dell’indebito arricchimento); l’effettiva esistenza di esigenze di
affidamento esterno ovvero l’artata prospettazione, al di là delle generiche
affermazioni contenute nell’impianto motivazione che non danno compiuta
ragione della natura ed entità della prestazione professionale di fatto prestata.
Sempre ai fini dell’astratta configurabilità degli elementi costitutivi del reato
di truffa, il provvedimento impugnato ha poi sostanzialmente omesso di
individuare quale sarebbe il danno patito da ILSPA e quale il soggetto tratto in
errore mediante la condotta fraudolenta, dovendosi escludere in radice che
questi possa essere identificato nel Perez o nel Rognoni, atteso che gli stessi
sarebbero concorsi nella consumazione del delitto.

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dell’artifizio o del raggiro è tutt’altro che scontata ed, anzi, in alcuni casi

3.

L’accoglimento della superiore censura ha carattere pregiudiziale ed

assorbente delle altre doglianze, considerato,

peraltro, che l’esatta

puntualizzazione della fattispecie concreta potrà avere riflessi anche ai fini della
sua riconducibilità alla categoria concettuale del “reato-contratto” o del “reato in
contratto”, come le consequenziali implicazioni sull’ambito di profitto
confiscabile.

comportandone, pertanto, l’annullamento nei termini di cui in dispositivo,
affinché il giudice del rinvio – in applicazione dell’enunciato principio di diritto proceda a nuovo esame della fattispecie, al fine di verificare l’effettiva
sussistenza, nel caso di specie, dei presupposti costitutivi della contestata truffa.
Per quanto precede, non resta che provvedere come da dispositivo.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata con rinvio per nuovo esame al Tribunale di
Milano.

Così deciso il 6/11/2014

4. Il difetto motivazionale inficia la validità del provvedimento impugnato,

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