Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14565 del 06/11/2014


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 14565 Anno 2015
Presidente: MARASCA GENNARO
Relatore: BRUNO PAOLO ANTONIO

SENTENZA

Sul ricorso proposto da

ROMITELLI Giorgia, nata a Gorizia il 05/02/1968

avverso l’ordinanza del 13 maggio 2014 del Tribunale di Milano in funzione di
giudice del riesame;

visti gli atti, l’ordinanza impugnata ed il ricorso;
letta la memoria difensiva depositata nell’interesse della ricorrente il
30/10/2014;
sentito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale, dr.
Aurelio Galasso, che ha concluso chiedendo l’annullamento senza rinvio
dell’ordinanza impugnata;
sentito, altresì, l’avv. Carlo Federico Grosso, difensore della ricorrente, che ha
chiesto l’annullamento senza rinvio dell’ordinanza impugnata.

RITENUTO IN FATTO

Data Udienza: 06/11/2014

1. Con decreto del 6 aprile 2014 il Gip del Tribunale di Milano disponeva
il sequestro preventivo per equivalente nei confronti dell’avv. Giorgia Romitelli
per l’importo complessivo di C 1.337.646,67, in relazione alle incolpazioni
provvisorie di truffa ai danni dello Stato di cui ai capi 32, 35 e 37, formulate in
un contesto procedimentale più ampio in cui alla ricorrente erano stati contestati
anche altri reati (artt. 416, 353 bis e 476/470 cod. pen.), per avere partecipato
all’associazione per delinquere, capeggiata e promossa da Antonio Giulio

Autostradali Lombarde ed organizzata da Pier Paolo Perez, direttore dell’ufficio
gare e contratti di ILSPA e da altri funzionari, finalizzata a commettere una serie
interminabile di delitti di turbativa d’asta, di turbativa della scelta del contraente,
di falsità ideologica ed altro ancora, nell’ambito delle procedure di evidenza
pubblica dell’ente pubblico di Infrastrutture Lombarde S.p.A. (di seguito IL.SPA)
e della società partecipata Concessioni Autostradali Lombarde S.p.A. (di seguito
CAL), adoperandosi per l’assegnazione di commesse pubbliche in violazione della
regolarità delle procedure, anche in via autonoma rispetto alle oggettive
funzionali esigenze dell’ente, intervenendo a vario titolo sulle procedure ad
evidenza pubblica che venivano in tal modo turbate anche nella fase di scelta del
contraente, secondo illecite indicazioni di favore sostenute dai consulenti legali
e/o funzionari responsabili, anche mediante falsificazione di atti pubblici, così da
conseguire e/o far conseguire ingiusti profitti patrimoniali privati con grave danno
della PA.
In particolare, l’avv. Giorgia Romitelli era uno dei legali incaricati
dell’attività di consulenza legale specialistica e gratificati con compensi
professionali di ragguardevole importo. La misura cautelare riguardava, per
l’appunto, l’intero corrispettivo corrisposto dall’ente pubblico, sulla base
dell’assunto che il conferimento di incarico fosse frutto di collusione e di condotte
fraudolente, costituenti artifici e raggiri propri dell’ipotesi delittuosa di truffa
aggravata in contestazione. In definitiva, si riteneva che il contratto originario
fosse viziato in radice, essendo frutto di fraudolenti procedure, sicché l’intero
corrispettivo erogato avrebbe dovuto considerarsi illecito.
Pronunciando sulla richiesta di riesame proposta dai difensori, il Tribunale
del riesame di Milano confermava l’impugnata ordinanza, con conseguenziali
statuizioni.
Avverso l’anzidetta pronuncia i difensori dell’indagata, avv. prof. Carlo
Federico Grosso e avv. prof. Mario Zanchetti, hanno proposto ricorso per
cassazione, affidato alle ragioni di censura di seguito indicate.
La difesa ricorrente muove dalla premessa che la ricostruzione dei fatti,
offerta dal giudice del riesame, era del tutto avulsa dall’oggettività della vicenda
sostanziale In particolare, non era vero che il conferimento dell’incarico fosse
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Rognoni, direttore generale di Infrastrutture Lombarde Spa e di Concessioni

caratterizzato da illiceità, rispondendo, invece, a reali esigenze funzionali
dell’ente pubblico ed essendosi, di fatto, tradotta in attività professionale
effettivamente prestata.
Quindi, con unico motivo di impugnazione, eccepisce violazione ed
erronea applicazione degli artt. 640 quater e 322 ter cod. pen. in riferimento alla
nozione di profitto confiscale. Si deduce, al riguardo, che il giudice a quo non
aveva fatto corretta applicazione dei principi di diritto enunciati da questa Corte

2008), incorrendo, in tal guisa, nel denunciato vizio di violazione di legge. In
particolare, erroneamente aveva qualificato i contratti di incarico professionale e
di affidamento di servizi legali come “reati contratto”, con conseguente
indeducibilità dei costi sostenuti dalla ricorrente. Invece, sulla base del
richiamato insegnamento giurisprudenziale, la truffa contrattuale non costituiva
“reato contratto”, giacché l’attività illecita si riferiva alla fase antecedente alla
stipulazione negoziale, che, in sé, non avrebbe potuto ritenersi intrinsecamente
illecita. Tutti gli elementi di illegittimità individuati dal giudice del riesame
rientravano nelle categorie concettuali delineate dalla Corte di legittimità,
afferendo: (a) al momento genetico del rapporto (quali le modalità di
affidamento, il presupposto delle deternnine alterate nella data; il fatto che l’ente
pubblico avrebbe dovuto utilizzare le proprie – invero inesistenti – risorse; la
“pianificazione” di Perez, quanto alla distribuzione degli incarichi e la relativa
preordinata spartizione) o (b) al momento esecutivo del rapporto (la natura delle
prestazioni rese, che sarebbero state impiegatizie; la misura del corrispettivo; il
luogo di svolgimento delle prestazioni etc). Il profilo di illiceità investiva la fase
antecedente o prenegoziale, ove invece la fase esecutiva si era svolta in modo
del tutto regolare e di essa aveva beneficiato l’ente pubblico.
Palesemente erroneo era, poi, l’assunto del giudice del riesame secondo
cui il danno patrimoniale subito da ILSPA sarebbe stato commisurato non solo
all’intero compenso corrisposto (danno emergente) – e conseguito grazie alle
condotte fraudolente collusive poste in essere, tali da indurre in errore l’ente
sulla bontà del contratto – ma anche ai maggiori oneri di gestione, derivanti dal
distaccamento presso i propri uffici di personale dello studio della ricorrente, che
aveva usufruito dea sede e delle dotazioni dello stesso ente, oltre al mancato
risparmio (lucro cessante) derivante dall’avere conferito ad uno studio legale
esterno il compito di eseguire prestazioni professionali che avrebbero ben potuto
essere svolte dal proprio personale, con ovvio risparmio di spesa per
l’amministrazione. L’errore era evidente siccome determinato da discutibile
applicazione delle nozioni di danno emergente e lucro cessante; del resto non era
possibile aggiungere all’intero importo del corrispettivo erogato il mancato
risparmio derivante dalla differenza tra quanto corrisposto ed il costo che,

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di legittimità, nella sua più autorevole espressione a Sezioni Unite (n. 26.654 del

astrattamente, sarebbe stato sostenuto, ove la prestazione d’opera processionale
fosse stata affidata ad apposito personale interno, con evidente duplicazione di
pregiudizio. In realtà, l’ente non disponeva di una propria struttura legale, donde
la necessità di fare ricorso alle consulenze esterne.
Salvo a non legittimare ingiustificati arricchimenti dell’ente pubblico, che
aveva, comunque, beneficiato della prestazione professionale, dal corrispettivo
quantum

versato avrebbe dovuto detrarsi il

corrispondente all’utilità

criteri da applicare per la quantificazione del profitto confiscabile.
Inoltre, il giudice del riesame aveva modificato la ricostruzione fattuale
del decreto di sequestro. Ed infatti, il Gip aveva ritenuto che i soggetti beneficiari
fossero stati individuati con condotte fraudolenti e collusive, ma, nondimeno,
avevano reso le prestazioni professionali in favore dell’ente, anche se poi aveva,
erroneamente, ritenuto che l’intero corrispettivo, individuato al lordo, fosse
suscettibile di confisca. Il giudice a quo, invece, aveva ritenuto un fatto diverso,
del tutto sganciato dalla realtà sostanziale, dubitando non solo dell’effettivo
esercizio della prestazione professionale, ma anche della congruità dei
corrispettivi erogati.
Dall’importo sequestrato avrebbero, poi, dovuto essere detratte le somme
corrispondenti alle imposte versate, in quanto effettivamente versate all’Erario.
Se così non fosse, si verrebbe a legittimare una duplice apprensione delle stesse
somme, che la giurisprudenza di legittimità ha, giustamente, ritenuto illegittima.
Del resto, lo stesso Pm d’udienza aveva aderito alla richiesta difensiva di
riduzione dell’importo del sequestro, perlomeno limitatamente alle imposte
effettivamente versate. Secondo indiscusso insegnamento giurisprudenziale di
legittimità, la confisca è istituto inteso a colpire l’accrescimento patrimoniale,
frutto dell’illecito, e non già una porzione di patrimonio in quanto tale,
rappresentando, diversamente, una forma sanzionatoria illegittima, siccome non
prevista dalla legge. Era, inoltre, erroneo ritenere — come sostenuto dal giudice a
quo, che il pagamento dell’imposta fosse assimilabile ad un costo sostenuto per
la realizzazione del reato, trattandosi invece di adempimento doveroso in
ossequio alle prescrizioni di legge. Se la funzione della confisca era quella di
consentire allo Stato il recupero dell’illecito profitto, la riscossione dell’imposta,
calcolata sul ritenuto illecito profitto, sostanziava, già di per sé, una parziale
restituzione, di cui avrebbe dovuto tenersi conto.
Con la memoria difensiva indicata in premessa vengono prospettati motivi
nuovi. Con il primo, si contesta la ritenuta nozione di profitto confiscabile e
l’erronea applicazione dei principi sanciti dalle Sezioni Unite di questa Corte,
sulla non confiscabilità delle somme corrisposte allo Stato a titolo di imposta sul
reddito,
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effettivamente conseguita. Nessuna motivazione era stata, poi, resa dal Gip sui

Con il secondo motivo, si denuncia violazione ed erronea applicazione
dell’art. 640 cod. pen., in relazione alla ritenuta configurabilità del reato di truffa
in caso di (ritenuta) connivenza tra agente e persona offesa (o suo
rappresentante).

CONSIDERATO IN DIRITTO

alla Romitelli, per cui è prevista la confisca per equivalente dell’illecito profitto, è
la truffa aggravata di cui all’art. 640 comma 2 cod. pen., in riferimento alla quale
la misura cautelare reale è stata effettivamente disposta.
E’ di tutta evidenza, pertanto, che non competesse al Tribunale la compiuta
verifica, sia pure in termini astratti, della configurabilità degli altri addebiti mossi
all’indagata, se non nei limiti della valutazione richiesta ai fini ed ai sensi dell’art.
324 cod. proc. pen., ove gli stessi fossero richiamati nella descrizione della
fattispecie di truffa contestata.
2.

Sempre in linea preliminare, sembra, poi, opportuno il richiamo ad

indiscusso insegnamento di questa Corte regolatrice, secondo cui, in materia di
misure cautelari reali, l’orizzonte cognitivo del giudice del riesame in materia di
cautele reali deve restare circoscritto alla delibazione del fumus commissi delicti,
vale a dire dell’astratta sussunnibilità della fattispecie in una determinata ipotesi
di reato. Alla stregua di più recenti elaborazioni interpretative, va specificato che
il carattere astratto dell’anzidetta delibazione attiene, essenzialmente,
all’operazione logica di sussunzione nel paradigma normativo di riferimento, in
quanto il punto di partenza di tale valutazione deve, pur sempre, essere
costituito dalla fattispecie concreta, nelle sue peculiari specificità, in
considerazione anche delle deduzioni difensive. Al relativo giudizio deve,
ovviamente, restare estraneo il sindacato sul merito dell’azione penale, dovendo
il giudice verificare la sussistenza del presupposto del

fumus commissi delicti

attraverso un accertamento concreto, basato sulla indicazione di elementi
dimostrativi, sia pure sul piano indiziario, della sussistenza del reato ipotizzato
(Sez. 6, n. 35786 del 21 giugno 2012, Buttini e altro, Rv. 254394).
Vanno, inoltre, disattese, nell’articolata prospettazione difensiva, le censure
afferenti allo sviluppo motivazionale, dedotte sub specie del vizio di violazione di
legge, il solo notoriamente deducibile, in materia cautelare, in sede di legittimità.
3.

Orbene, il punto focale delle rituali censure della ricorrente riguarda

proprio la configurabilità, nel caso di specie, dell’ipotizzata truffa in danno di ente

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1. Va, innanzi tutto, rilevato che la sola ipotesi di reato, tra quelle contestate

pubblico, prospettata sotto diversi riflessi, quali l’effettiva ravvisabilità di artifizi e
raggitri, la dedotta sovrapposizione tra soggetto agente e soggetto passivo della
truffa; e, da ultimo, la riconducibilità della vicenda negoziale in contestazione,
riguardante il conferimento alla professionista di incarichi extragiudiziari, allo
schema concettuale del reato-contratto in luogo della distinta categoria del
“reato in contratto”, secondo la nota distinzione elaborata dalla richiamata
giurisprudenza delle Sezioni Unite di questa Corte di legittimità.

nell’economia del pertinente giudizio, quali l’effettiva corrispondenza del
corrispettivo pattuito alle prestazioni che si dicono realmente eseguite dalla
professionista (tali da ipotizzare, in mancanza di controprestazione, la fattispecie
civilistica dell’indebito arricchimento); la reale sussistenza dell’esigenza
dell’affidamento esterno e ovvero l’artata preordinazione, al di là delle generiche
affermazioni contenute nell’impianto motivazionfikhe non danno compiuta
ragione della natura ed entità della prestazione professionale di fatto prestata.
Sempre ai fini dell’astratta configurabilità degli elementi costitutivi del reato
di truffa, il provvedimento impugnato ha, poi, sostanzialmente omesso di
individuare quale sarebbe il danno patito da ILSPA e quale il soggetto tratto in
errore mediante la condotta fraudolenta, dovendosi escludere in radice che
questi possa essere identificato nel Perez o nel Rognoni, atteso che gli stessi
sarebbero concorsi nella consumazione del delitto.
Le prospettate perplessità in merito all’astratta configurabilità della truffa, in
luogo di altre fattispecie delittuose, non appaiono prive di fondamento. Non può
sfuggire, in proposito, la particolare rilevanza dell’interrogativo, proprio in
ragione del fatto che il sequestro funzionale alla confisca per equivalente è
consentito solo in costanza dell’anzidetta fattispecie delittuosa e potrebbe non
esserlo a fronte di altre tipologie di reato.

3.

L’accoglimento della superiore censura ha carattere pregiudiziale ed

assorbente di ogni altra doglianza, considerato, peraltro, che l’esatta
puntualizzazione della fattispecie concreta potrà avere riflessi anche ai fini della
sua riconducibilità alla categoria concettuale del “reato-contratto” o del “reato in
contratto”, con le consequenziali implicazioni sull’ambito di profitto confiscabile.

4. Il difetto motivazionale inficia la validità del provvedimento impugnato,
comportandone, pertanto, l’annullamento, nei termini di cui in dispositivo,
affinché il giudice del rinvio – in applicazione dell’enunciato principio di diritto proceda a nuovo esame della fattispecie, al fine di verificare l’effettiva
sussistenza, nel caso di specie, dei presupposti costitutivi della contestata truffa.
9Per quanto precede, non resta che provvedere come da dispositivo.
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Manca, inoltre, l’approfondimento di profili di non poco momento,

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata con rinvio per nuovo esame al Tribunale di
Milano.

Così deciso il 6/11/2014

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