Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14561 del 17/09/2014


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 14561 Anno 2015
Presidente: OLDI PAOLO
Relatore: POSITANO GABRIELE

Data Udienza: 17/09/2014

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
MORABITO GIOVANNI N. IL 09/05/1972
avverso l’ordinanza n. 809/2013 TRIB. LIBERTA’ di REGGIO
CALABRIA, del 12/03/2014
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. GABRIELE POSITANO;
lette/sentite le conclusioni del PG Dott.

Uditi difensor Avv.;

4-)/

Il Procuratore Generale della Corte di Cassazione, dr Gioacchino Izzo, conclude chiedendo il
rigetto del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

emessa dal Tribunale della libertà di Reggio Calabria, in data 10 ottobre 2013, con cui
è stato rigettato l’appello proposto avverso il provvedimento con il quale la Corte
d’Appello aveva disatteso la richiesta di revoca o di sostituzione della misura cautelare
della custodia in carcere in atto, con quella degli arresti domiciliari o del divieto o
obbligo di dimora. Con unico motivo di ricorso la difesa lamenta violazione di legge e
totale carenza di motivazione attesa l’insussistenza delle esigenze cautelari. In
particolare, il pericolo di inquinamento probatorio sarebbe superato dalla definizione del
giudizio, in primo grado; quello di reiterazione del reato, sarebbe escluso
dall’incensuratezza e dalla posizione marginale ricoperta dall’imputato nella vicenda,
mentre l’insussistenza del pericolo di fuga deriverebbe dall’avere scontato buona parte
della condanna, pari ad 8 anni di reclusione. Quanto alla motivazione, il Tribunale si
sarebbe limitato a ribadire l’orientamento giurisprudenziale il quale, in tema di reati
associativi mafiosi pone una presunzione di sussistenza delle esigenze cautelari in
difetto della prova positiva dell’assoluta rescissione dei legami dell’imputato con la
associazione di riferimento. Tale orientamento, secondo la difesa, impone al ricorrente
di fornire concreti elementi di dissociazione da una consorteria mafiosa rispetto alla
quale lo stesso rivendica l’estraneità.
CONSIDERATO IN DIRITTO
La decisione impugnata non merita censura.

1. Il difensore di Morabito Giovanni propone ricorso per cassazione contro l’ordinanza

1. E’ consolidato il principio richiamato dal Tribunale della Libertà, secondo cui, in tema di
custodia cautelare in carcere applicata nei confronti dell’indagato del delitto
d’associazione di tipo mafioso, l’art. 275, comma terzo, cod. proc. pen. pone una
presunzione di pericolosità sociale che può essere superata solo quando sia dimostrato
che l’associato ha stabilmente rescisso i suoi legami con l’organizzazione criminosa, con
la conseguenza che al giudice di merito incombe l’esclusivo onere di dare atto
dell’inesistenza d’elementi idonei a vincere tale presunzione. Ne deriva che la prova
contraria, costituita dall’acquisizione di elementi dai quali risulti l’insussistenza delle
esigenze cautelari, si risolve nella ricerca di quei fatti che rendono impossibile (e perciò
stesso in assoluto e in astratto oggettivamente dimostrabile) che il soggetto possa
continuare a fornire il suo contributo all’organizzazione per conto della quale ha

4a-/

operato, con la conseguenza che, ove non sia dimostrato che detti eventi risolutivi si
sono verificati, persiste la presunzione di pericolosità. (Sez. 6, n. 46060 del
14/11/2008 – dep. 12/12/2008, Verolla, Rv. 242041, Sez. 1, Sentenza n. 48875 del
02/10/2013 Cc. (dep. 05/12/2013 ) Rv. 257668, Sez. 6, Sentenza n. 17930 del
04/12/2012 Cc. (dep. 18/04/2013 ) Rv. 256238). Sul punto specifico anche questa
Sezione (Sez. 5, Sentenza n. 24723 del 19/05/2010 Cc. (dep. 30/06/2010 ) Rv.
248387) ha ribadito e puntualizzato che “la prova dell’assenza di esigenze cautelari,

all’addebito di partecipazione ad un’associazione deve consistere in elementi che
attestino la rescissione di legami con l’organizzazione criminosa o la radicale
dissoluzione dell’organizzazione stessa”.
2. Come correttamente evidenziato dal Tribunale non è contestata l’insussistenza di
elementi che abbiano la capacità dimostrativa della sopravvenuta rescissione dei
rapporti criminali di Morabito con la consorteria mafiosa di appartenenza, non potendosi
attribuire una tale capacità dimostrativa agli elementi dedotti dalla difesa ed, in
particolare, allo stato di incensuratezza, trattandosi di elemento preesistente
all’emissione della ordinanza di custodia cautelare e scarsamente decisivo nel definire la
personalità criminale di un soggetto ritenuto appartenente ad una associazione di tipo
mafioso. Nello stesso modo del tutto inconsistente appare l’accenno alle difficili
condizioni familiari dell’imputato e la disponibilità del ricorrente ad allontanarsi dal
luogo di commissione del delitto.
3. Quanto, infine, al rilievo secondo cui non sarebbe possibile pretendere dal ricorrente la
prova dell’avvenuta rescissione del vincolo, dal momento che lo stesso ha negato la
sussistenza del vincolo, si tratta di argomento non risolutivo. Infatti, l’intervenuta
condanna in primo grado, ancorchè non coperta da giudicato, preclude che in sede
cautelare si possa ulteriormente contestare la gravità indiziaria.
4. Alla pronuncia di rigetto consegue ex art. 616 cod. proc. pen, la condanna del ricorrente
al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94 comma 1 ter disp.att. c.p.p.
Così deciso in Roma il 17/09/2014
Il Consigliere estensore

Il Presidente

capace di superare la presunzione di legge in tema di custodia carceraria in riferimento

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