Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 1455 del 22/11/2012


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 1455 Anno 2013
Presidente: GENTILE MARIO
Relatore: SARNO GIULIO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
1) PORCELLATO CARLO N. IL 06/06/1958
avverso la sentenza n. 997/2011 CORTE APPELLO di VENEZIA, del
06/10/2011
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 22/11/2012 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. GIULIO SARNO
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. \A-ey
q
che ha concluso per “Ci.

Udito, per la parte civile, l’Avv
Udit i difensor Avv.

re-

Data Udienza: 22/11/2012

Motivi della decisione
Il ricorso è infondato e va, pertanto, rigettato.
Occorre premettere che dinanzi ai giudici d’appello il ricorrente aveva eccepito la
violazione dell’articolo 429 comma uno lettera c) CPP per indeterminatezza

Ritenuto in fatto
Porcellato Carlo propone ricorso per cassazione avverso la sentenza in epigrafe con la
quale la corte di appello di Venezia confermava la condanna inflitta dal tribunale di
Bassano del Grappa in data 12 luglio 2010 per il reato di cui agli articoli 81,110 del
codice penale, 8 Dlvo 74/2000 per avere in concorso con Lago Roberto e Manzoni
Giuseppe, il primo quale amministratore di fatto e il secondo quale legale
rappresentante pro tempore della Società Delta forniture industriali S.r.1, . contribuito
all’emissione di fatture relative ad operazioni oggettivamente inesistenti di
quest’ultima società concernenti la cessione di beni strumentali . rivelatisi poi
inesistenti ) ad aziende operanti nel campo dell’erogazione finanziaria e ciò al fine di
permettere agli utilizzatori dei beni indebite detrazioni dei costi Iva afferenti i relativi
canoni di leasing.
Come si rileva dalla sentenza di appello, la società Delta forniture industriali di
Cicchellero e Delta forniture industriali S.r.l. stipulavano cartolarmente contratti di
leasing in base certificazione di conformità falsificate e documenti di trasporto fasulli
in quanto inerenti a beni inesistenti ed emettevano le relative fatture di vendita. La
società di leasing corrispondeva il prezzo pattuito alle fornitrici che provvedevano a
trattenere per sé una percentuale trasferendo il rimanente all’acquirente che pagava il
canone periodico al concedente. A fronte di questi contratti di leasing fantasma gli
utilizzatori ottenevano finanziamenti in contanti, restituivano le somme mutuate sotto
specie di canoni mensili di locazione, con l’ulteriore vantaggio di poter dedurre
fiscalmente i costi relativi ai canoni di leasing dal fatturato aziendale e di portare in
compensazione o chiedere il rimborso dell’Iva gravante sui canoni di locazione.
Tale modalità operativa aveva trovato specificamente conferma nel mancato
ritrovamento presso gli utilizzatori dei beni oggetto di locazione finanziaria, nella
falsificazione dei certificati di conformità dei beni oggetto di leasing nonché nelle
dichiarazioni rese dai fittizi acquirenti di beni strumentali Zardo e Brolese i quali
avevano dichiarato di aver consegnato allo studio del Porcellato, il quale aveva
previamente proposto la stipula di fittizi contratti di leasing, la documentazione per la
stipula di un contratto avente ad oggetto una piattaforma elevatrice.
Deduce in questa sede il ricorrente:
a) la violazione dell’articolo 429 cpp per indeterminatezza dell’accusa nel decreto di
citazione a giudizio;
b) la violazione dell’articolo 197 cpp e l’erronea valutazione delle dichiarazioni degli
imputati di reato connesso;
e) la mancanza dell’elemento psicologico del dolo specifico previsto dall’articolo 8
commi 1 e 3 del DLGS 74/2000.

dell’accusa nel decreto di citazione a giudizio, la violazione dell’articolo 197 cpp in
relazione alle dichiarazioni degli imputati di reato connesso assumendo in particolare
che i testi Zardo, Brolese e Favaro, sentiti come testimoni, fossero in condizioni di
incompatibilità con tale ufficio in quanto nel rendere dichiarazioni alla polizia
giudiziaria si sarebbero autoaccusati di aver messo in moto con il loro
comportamento un meccanismo di illegale accesso al credito in concorso con gli altri
imputati; nonche l’impossibilità di configurare la ipotesi delittuosa contestata nei suoi
confronti essendosi limitato ad offrire la sua consulenza senza preparare le pratiche
nè raccogliere le firme per avviare il leasing.
Tali doglianze — sostanzialmente ribadite in questa sede — hanno in realtà già trovato
adeguata risposta da parte della corte di merito.
In ordine al primo motivo, infatti, si appalesa senz’altro sufficiente la risposta dei
giudici di appello che hanno ritenuto insussistente la doglianza di genericità
dell’accusa facendo rilevare che il contestato concorso dell’imputato nella condotta
delittuosa di Lago e Martoni è precisato e identificato con specifico riferimento alle
fatture oggetto d’imputazione ed agli elementi documentali offerti dall’esame della
difesa.
Non vi è dubbio, quindi, che l’imputato è stato posto nella condizione sostanziale di
difendersi e peraltro, a ben vedere, il ricorrente continua a contestare anche in questa
sede la motivazione del provvedimento impugnato con rilievi di carattere generale
senza tuttavia indicare le ragioni per le quali le argomentazioni dei giudici di appello
non sarebbero conformi ai principi più volte affermati dalla giurisprudenza di
legittimità e, soprattutto in che modo e per quale ragione la contestazione avrebbe
pregiudicato il diritto di difesa dell’imputato.
Con riferimento al secondo motivo i giudici di appello hanno già premesso che lo
Zardo è stato effettivamente escusso ai sensi dell’articolo 210 c.p.p. quale imputato di
reato connesso, e che quanto da quest’ultimo dichiarato è stato correttamente valutato
dal tribunale ai sensi degli articoli dell’articolo 192 commi 3 e 4 cpp unitamente agli
altri elementi di prova che ne hanno confermato l’attendibilità e che sono stati
espressamente richiamati in sentenza. Per Brolese si fa rilevare che egli non aveva
assunto la qualità né di imputato né di indagato quando ha testimoniato e che
nemmeno risulta che ciò sia successivamente accaduto.
Il ricorrente richiama l’insegnamento espresso dalle sezioni unite della corte SU
12067/2009. Rv. 246584 che hanno enunciato il principio secondo cui in tema di
prova dichiarativa, allorché venga in rilievo la veste che può assumere il dichiarante,
spetta al giudice il potere di verificare in termini sostanziali, e quindi al di là del
riscontro di indici formali, come l’eventuale già intervenuta iscrizione nominativa nel
registro delle notizie di reato, l’attribuibilità allo stesso della qualità di indagato nel
momento in cui le dichiarazioni stesse vengano rese, e il relativo accertamento si
sottrae, se congruamente motivato, al sindacato di legittimità.
Va tuttavia rilevato per un verso che la SC nell’occasione ha operato una importante
puntualizzazione quanto al tipo e alla consistenza degli elementi apprezzabili dal
giudice al fine di verificare l’effettivo status del dichiarante, precisando che devono
ritenersi rilevanti i soli indizi non equivoci di reità, sussistenti già prima

dell’escussione del soggetto e conosciuti dall’autorità procedente ed inoltre che
l’originaria esistenza di gravi indizi di reità non può automaticamente farsi derivare
dal solo fatto che i dichiaranti risultino essere stati in qualche modo coinvolti in
vicende potenzialmente suscettibili di dar luogo alla formulazione di addebiti penali a
loro carico, occorrendo invece che tali vicende, per come percepite dall’autorità
inquirente, presentino connotazioni tali da non poter formare oggetto di ulteriori
indagini se non postulando necessariamente l’esistenza di responsabilità penali a
carico di tutti i soggetti coinvolti o di taluni di essi.
E dunque appaiono prive di fondamento le doglianze del ricorrente che
evidentemente non tengono in considerazione quanto precisato dalle Sezioni Unite
nella motivazione della sentenza citata.
Peraltro avendo i giudici di appello comunque ritenuto rilevanti già le dichiarazioni di
Zardo sulla cui regolarità nell’assunzione non vi può essere dubbio, sarebbe da
ritenere di fatto superata la questione posta per il teste Brolese avendo quest’ultimo
confermato le dichiarazioni del primo.
Correttamente scrutinata appare anche la terza doglianza avendo già spiegato con
motivazione logica e congruente ed esente da censure sul piano dei principi le ragioni
per le quali la condotta del ricorrente integra l’ipotesi di reato anche sotto il profilo
soggettivo. I giudici di appello hanno infatti correttamente e logicamente esaminato
le ragioni indicate dal ricorrente escludendo che l’attività di quest’ultimo potesse
essere circoscritta nell’ambito di una mera consulenza professionale evidenziando
invece come la condotta dell’imputato, stando a quanto descritto dallo Zardo e dal
Brolese, fosse inequivocabilmente finalizzata a consentire a quest’ultimo l’illecita
detrazione dei canoni di leasing in quanto consistita nella predisposizione dei
contratti di leasing e nell’attivare i contatti con la società Delta.
I rilievi secondo cui l’imputato sarebbe stato invece ignaro della fase concernente
l’emissione delle fatture, in presenza di motivazione certamente logica, finiscono per
attingere al merito della valutazione e dunque non sono in questa sede esaminabili in
quanto, le Sezioni Unite, come noto, hanno affermato che l’indagine di legittimita’ sul
discorso giustificativo della decisione ha un orizzonte circoscritto, dovendo il
sindacato demandato alla Corte di cassazione essere limitato – per espressa volonta’
del legislatore – a riscontrare l’esistenza di un logico apparato argomentativo sui vari
punti della decisione impugnata, senza possibilita’ di verificare l’adeguatezza delle
argomentazioni di cui il giudice di merito si e’ avvalso per sostanziare il suo
convincimento, o la loro rispondenza alle acquisizioni processuali. Esula, infatti, dai
poteri della Corte di cassazione quello di una “rilettura” degli elementi di fatto posti a
fondamento della decisione, la cui valutazione e’, in via esclusiva, riservata al giudice
di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimita’ la mera prospettazione di
una diversa, e per il ricorrente piu’ adeguata, valutazione delle risultanze processuali.
(SU 1997 n. 6402, Rv 207944, Dessimone ed altri).
Al rigetto consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
PQM
La Corte Suprema di Cassazione
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma il 22.11.2012

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