Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14474 del 10/03/2015


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 14474 Anno 2015
Presidente: GENTILE MARIO
Relatore: DI MARZIO FABRIZIO

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:
LAURENZA MASSIMILIANO N. IL 14/02/1978
avverso la sentenza n. 55/2013 CORTE APPELLO di POTENZA, del
07/11/2013
dato avviso alle parti;
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. FABRIZIO DI MARZIO;

Data Udienza: 10/03/2015

Motivi della decisione
Laurenza Massimiliano ricorre avverso la sentenza in epigrafe, con la quale è stata
parzialmente confermata la sentenza di condanna in primo grado per il delitto di ricettazione e
deduce violazione di legge, omessa e illogica motivazione sul merito della controversia e sul
trattamento sanzionatorio (specie sulla mancata concessione delle circostanze attenuanti
generiche), reclamando declaratoria di prescrizione del reato.
Va subito precisato che nel giudizio di Cassazione deve essere accertata la coerenza

sostanziali. La mancanza e la manifesta illogicità della motivazione devono risultare dal testo
del provvedimento impugnato, sicchè dedurre tale vizio in sede di legittimità comporta
dimostrare che il provvedimento è manifestamente carente di motivazione o di logica e non già
opporre alla logica valutazione degli atti operata dal giudice di merito una diversa
ricostruzione, magari altrettanto logica, degli atti processuali (Cass. S.U. 19.6.96, De
Francesco). Esula infatti dai poteri della Corte di Cassazione quello di una diversa lettura degli
elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è riservata in via
esclusiva al giudice di merito senza che possa integrare vizio di legittimità la mera
prospettazione di una diversa valutazione delle risultanze processuali ritenute dal ricorrente più
adeguate (Cass. S.U. 2.7.97 n. 6402, ud. 30.4.97, rv. 207944, Dessinnone). Il giudice di
merito inoltre non è tenuto a confutare ogni specifica argomentazione dedotta con l’atto di
appello in quanto il concetto di mancanza di motivazione non include ogni omissione
concernente l’analisi di determinati elementi probatori perchè un elemento probatorio
estrapolato dal contesto in cui esso si inserisce acquista un significato diverso da quello
attribuibile in una valutazione completa delle prove acquisite (Cass. 1, 22.12.98 n. 13528, ud.
11.11.98, rv. 212053). Non può quindi dedursi vizio di motivazione per avere il giudice di
merito trascurato uno o più elementi di valutazione che ad avviso del ricorrente avrebbero
potuto o dovuto portare ad una diversa valutazione, perchè ciò sì tradurrebbe in una
rivalutazione del fatto preclusa in sede di legittimità (Cass. 5, 17.4.00 n. 2459, Garasto; Cass.
1, 11.6.92 n. 6922, ud. 11.5.92, Cannarozzo). Nella concreta fattispecie la Corte ha
doverosamente valutato le emergenze istruttorie giungendo a una coerente ricostruzione del
fatto (cfr. p. 3 S. della motivazione, in cui pure si sottolinea la complessiva gravità del fatto,
pertanto non sussumibile nella fattispecie di cui all’art. 648 cpv. c.p., argomentando
conseguentemente anche la non concedibilità delle circostanze attenuanti generiche), mentre
le doglianze del ricorrente al riguardo – che denunciano ma non dimostrando eventuali vizi di
motivazione – si palesano manifestamente infondate.
Il reato, come esposto nella sentenza di primo grado, considerati anche i termini di
sospensione del decorso della prescrizione, si sarebbe prescritto in epoca successiva alla
pronuncia di secondo grado; ma il Collegio osserva che pertanto non possono trovare
applicazione le norme sulla prescrizione del reato, dal momento che – secondo la
giurisprudenza delle Sezioni Unite di questa Corte – l’inammissibilità del ricorso per cassazione

logica delle argomentazioni seguite dal giudice di merito nel rispetto delle norme processuali e

dovuta alla mancanza, nell’atto di impugnazione, dei requisiti prescritti dall’articolo 581 cod.
proc. pen., ovvero alla manifesta infondatezza dei motivi non consente il formarsi di un valido
rapporto di impugnazione e preclude, pertanto, la possibilità di rilevare e dichiarare le cause di
non punibilità a norma dell’articolo 129 cod. proc. pen. (cfr.: Cass. Sez. Un., sent. n. 21 del
11.11.1994 dep. 11.2.1995 rv 199903; Cass. Sez. Un., sent. n. 32 del 22.11. 2000 dep.
21.12.2000 rv 217266).
Ne consegue, per il disposto dell’art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al

ammende, di una somma che, considerati i profili di colpa emergenti dal ricorso, si determina
equitativamente in euro 1000.
PQM
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali
e della somma di Euro 1000 in favore della Cassa delle ammende.
Roma, 10.3.2015

pagamento delle spese processuali nonché al versamento, in favore della Cassa delle

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