Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 1435 del 16/11/2012


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 1435 Anno 2013
Presidente: ESPOSITO ANTONIO
Relatore: DIOTALLEVI GIOVANNI

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
Smiraglia Giuseppe, nato a Campobello di Licata il 31 maggio1958,
avverso l’ordinanza, in data 16 aprile 2012, del Tribunale di Milano, sez. Riesame, n. 617 del 2012;
sentita la relazione svolta dal consigliere dott. Giovanni Diotallevi;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale dott. Aurelio Galasso,
che ha concluso per la declaratoria d’inammissibilità del ricorso;
RITENUTO IN FATTO
Smiraglia Giuseppe ha proposto ricorso per cessazione avverso l’ordinanza, in
data 16 aprile 2012, del Tribunale di Milano, sez. Riesame, n. 617 del 2012, con
la quale è stato rigettato il ricorso avverso il rigetto da parte del Gip del Tribunale di Monza, delle istanze di sostituzione della misura della custodia cautelare in
carcere con quella degli arresti domiciliari.
A sostegno del ricorso il ricorrente ha dedotto:
a) Violazione dell’art. 606 lett.e) cod. proc. pen. per mancanza e manifesta illogicità e contraddittorietà di motivazione.
Lo Smiraglia chiede l’annullamento dell’ordinanza impugnata in relazione
alla dedotta impossibilità da parte del Tribunale del riesame di valutare positivamente la possibilità di fruizione della misura meno afflittiva degli arresti domici-

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Data Udienza: 16/11/2012

Ilari, soprattutto in relazione alla ritenuta inattendibilità delle dichiarazioni difensive dello Smiraglia, inidonee quindi ad escludere una trattativa per l’acquisto
della merce di provenienza delittuosa.
Il vizio dell’illogicità e della contraddittorietà della motivazione viene sollevato anche in relazione alla sussistenza delle esigenze cautelari in cui si contesta la ritenuta sussistenza del pericolo di reiterazione del reato; tale evenienza è
stata collegata esclusivamente ai precedenti dello stesso ricorrente, obliterando
ogni valutazione in ordine alla concretezza di tale pericolo, legato ad un reato re-

quale è stata effettuata un’offerta reale di risarcimento del danno pari a 2500,00
euro.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1.11 ricorso è manifestamente infondato.

2. Il Tribunale ha spiegato con coerenza logico giuridica le ragioni in base
alle quali devono ritenersi tuttora sussistenti le esigenze cautelari in ordine al reato contestato, anche in considerazione della complessiva attività dell’indagato,
tuttora al vaglio degli inquirenti, con riferimento alle notevoli quantità di altro
materiale di cui è fortissima la probabilità della provenienza delittuosa. Correttamente da tali circostanze il Tribunale ha tratto i gravissimi indizi di una abituale e stabile attività di ricettazione da parte del ricorrente, di cui l’episodio specifico in contestazione fornisce specifica evidenza, in considerazione delle modalità
di ricezione della merce, della condotta assunta dai trasportatori al momento
dell’intervento, del contegno tenuto dallo stesso Smiraglia, dell’assenza di documentazione attestante la provenienza lecita dei beni.
Correttamente la figura dello Smiraglia è stata inserita all’interno di un
quadro di elementi probatori che devono essere valutati non in maniera frazionata, ma complessivamente, al fine di una ricostruzione quanto più attendibile
della vicenda criminosa in esame. Il tribunale, nella valutazione degli elementi
posti a base della sua decisione, procede necessariamente allo scrutinio dei gravi
precedenti penali del ricorrente, sottolineando come lo stesso non abbia evidenziato elementi di resipiscenza rispetto ai percorsi riabilitativi di cui ha potuto godere, e che rende trascurabile l’offerta effettuata di risarcimento del danno. Tali
considerazioni sono tutte puntualmente elencate nell’ordinanza in questione. E il
collegio sottolinea proprio come tali circostanze facciano ritenere al Tribunale ancora concreta ed attuale la pericolosità dello Smiraglia. Tali elementi sono apparsi idonei al tribunale a rendere possibile una recidivanza dell’attività criminosa.
Peraltro la necessità di mantenere la più afflittiva d elle misure cautelari rispetto
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lativo alla ricettazione di beni del valore di poche centinaia di euro, rispetto al

alla decorrenza del tempo trascorso in carcere e all’entità del fatto appare correttamente motivato anche alla luce del riferimento del principio affermato dalle
SS.UU., secondo il quale “il principio di proporzionalità, al pari di quello di adeguatezza, opera come parametro di commisurazione delle misure cautelari alle
specifiche esigenze ravvisabili nel caso concreto, tanto al momento della scelta e
della adozione del provvedimento coercitivo, che per tutta la durata dello stesso,
imponendo una costante verifica della perdurante idoneità della misura applicata
a fronteggiare le esigenze che concretamente permangano o residuino, secondo

16085 del 31/03/2011 – dep. 22/04/2011, P.M. in proc. Khalil, Rv. 249324), come è avvenuto nel caso di specie.
Alla Corte di cassazione resta comunque preclusa la rilettura di altri elementi di fatto rispetto a quelli posti a fondamento della decisione impugnata e
l’autonoma adozione di nuovi o diversi parametri di ricostruzione e valutazione
dei fatti medesimi, ritenuti maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa, dovendosi essa limitare a controllare se la motivazione dei giudici di merito sia intrinsecamente razionale e capace di rappresentare e spiegare
l’iter logico seguito (ex plurimis: Cass. 1° ottobre 2008 n. 38803). La Corte non
deve accertare se la decisione di merito propone la migliore ricostruzione dei fatti, né deve condividerne la giustificazione, ma limitarsi a verificare se questa giustificazione sia compatibile con il senso comune e con i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento (v. Cass. 3 ottobre 2006, n. 36546; Cass. 10 luglio
2007, n. 35683; Cass. 11 gennaio 2007, n. 7380).
Nella specie, lo Smiraglia si limita a proporre una lettura riduttiva degli
elementi di fatto posti a base del provvedimento di rigetto, valorizzando in modo
esponenziale gli aspetti favorevoli, che, in ogni caso, non hanno una capacità di
introdurre elementi di giudizio tali da rendere assolutamente illogica la valutazione operata dal Tribunale. Appare evidente che queste doglianze danno luogo a
censure che non possono trovare ingresso nel giudizio di legittimità.
3. Alla luce delle suesposte considerazioni il ricorso deve essere dichiarato
inammissibile.
Ai sensi dell’articolo 616 cod. proc. pen., con il provvedimento che dichiara l’inammissibilità del ricorso, l’imputato che lo ha proposto deve essere condannato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento della somma di euro 1000,00 in considerazione dei profili di colpa emersi.
Si comunichi alla cancelleria ai sensi dell’art. 94 disp.att. c.p.p.

3

il principio della minor compressione possibile della libertà personale (Sez. U, n.

P. Q. M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento della somma di euro 1000,10 alla Cassa delle
ammende.
Manda alla cancelleria per gli adempimenti ai sensi dell’art. 4 disp. att. C.p.p.
Così de ‘o in Roma, nella camera di consiglio del 16 nove re 2012.

(dott

a i Diotallevi)

Il P
(dott.

t
oni.

.sito)

Consigliere estensore

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