Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14249 del 16/12/2014


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 14249 Anno 2015
Presidente: SQUASSONI CLAUDIA
Relatore: MULLIRI GUICLA

SENTENZA
sui ricorsi proposti da:
Straneo Paola, nata a Genova 1’11.5.71
Bongiorno Carmine, nato a Roma il 9.11.64
Burroni Paolo, nato ad Arezzo il 15.4.51
Porcelli Francesco, nato a Roma il 30.9.60
imputati artt. 73 e 74 T.U. Stup.

avverso la sentenza della Corte d’appello di Roma del 3.6.13
Sentita, in pubblica udienza, la relazione del cons. Guida Mùlliri;
Sentito il P.M., nella persona del P.G. dr. Aldo Policastro, che ha chiesto il rigetto di tutti
i discorsi ;
Sentiti i difensori degli imputati avv.ti Giovanni Aricò, Michele Monaco, Giuseppe
Gianzi, Angela Porcelli, Emilio Siviero, Debora Maria Lanini, che hanno insistito per
l’accoglimento del ricorso;

RITENUTO IN FATTO

Agli odierni ricorrenti, è stato
1. Vicenda processuale e provvedimento impugnato (unitamente
a
tale
Clase,
giudicato separatamente) di
contestato (capo a)) di avere fatto parte
un’associazione finalizzata alla commissione di più delitti di acquisto importazione e trasporto

Data Udienza: 16/12/2014

nonché cessione a terzi di significative quantità di sostanza stupefacente di tipo cocaina,
rivestendo Straneo e Bongiorno il ruolo di organizzatori con il compito di mantenere i contati
con i fornitori esteri, nonché di aver commesso ulteriori reati-fine (capi b), c), ci) ed e)) consistenti
in acquisti di svariati chili di cocaina (in un caso – capo b) – importata dalla Repubblica Dominicana – 22 kg e, negli altri, acquistata in Roma in misura oscillante tra 2 e 31 kg circa).

A Bongiorno, è stata irrogata la pena di 12 anni di reclusione, alla Straneo, quella di
10, a Burroni e Porcelli, rispettivamente, quella di 6 anni e di 4 anni ed 8 mesi di reclusione.

2. Motivi del ricorso – Avverso tale decisione, i condannati hanno proposto ricorso,
tramite i difensori, deducendo:

Bongiorno
1) erronea applicazione della legge perché la Corte avrebbe dovuto dichiarare
l’inutilizzabilità delle intercettazioni.
Ripercorrendo molto in dettaglio quanto accertato a proposito delle procedure seguite,
nella specie per l’effettuazione delle intercettazioni, il ricorrente punta a sostenere, detto in
estrema sintesi, che l’intera attività captativa – inclusa quella di registrazione – è stata
esclusivamente gestita dal Nucleo Operativo della G.d.F..
A riguardo, si critica la Corte quando ha escluso rilevanza al verbale del 16.2.11 di
trasmissione dei C.D. e DVD all’A.G. a margine del quale il P.M. ha quindi disposto l’inoltro al
G.i.p.. I giudici hanno, infatti, sostenuto che esso non può essere addotto a dimostrazione del
fatto che le intercettazioni erano avvenute in luoghi diversi dalle sale della Procura ma, invece,
il ricorrente obietta che i dati tecnici acquisiti sono tutt’altro che certi in proposito tanto è vero
che gli stessi giudici usano l’espressione “inducono a ritenere” a proposito del fatto che i files
esaminati siano copie degli originali (riconducendo, così, le anomalie evidenziate dalla difesa
solo ad un vizio di duplicazione dei Nes).
Il ricorrente dichiara non “condivisibile” (i’. 5 ricorso) ed “illogica” (f.7) tale conclusione e
sottolinea che l’attività svolta nelle sale intercettazioni della Procura di Roma non è sottoposta
ad alcuna procedura standard che garantisca un trattamento omogeneo dei dati sì che, di
fronte a numerose incongruenze verificatesi nella specie, la conclusione logica è che le
operazioni captative svolte nel presente procedimento non sono avvenute nel rispetto dei
principi enunciati dalla nota sentenza di queste S.U. Carli (n. 36359/08) e si deve concludere per
la loro inutilizzabilità patologica.
Ed infatti, l’assenza di procedure standardizzate ha impedito di risalire agli originali delle
intercettazioni o, quantomeno, di affermare con certezza (cosa che neppure la Corte ha fatto) se,
quelli nella disponibilità delle parti fossero i master o piuttosto delle semplice copie (come lo
stesso termine “Nasbackup01” delle periferica, ove i files sono stati rinvenuti, lascerebbe pensare).

2) mancanza di motivazione su molti punti evidenziati dalla difesa nei motivi di
appello per sostenere l’assenza di prove dell’ipotesi associativa.
Riassumendo brevemente, anche in questo caso, la pluralità di argomenti e citazioni
giurisprudenziali sviluppati dalla difesa del ricorrente, va detto che, con il presente motivo, si
punta a contestare validità ad affermazioni della Corte come quella secondo cui Clase sarebbe
stato l’abituale fornitore ovvero che le conversazioni dell’utenza cellulare riferita a Bongiorno
fossero effettivamente a lui attribuibili – visto che, in altra fonte informativa, la stessa utenza
cellulare è stata detta in uso a tale Laura (f. 22) – o, ancora, che il dato temporale sia
sintomatico di permanenza del vincolo (dal momento che anche la commissione di un unico reato di
importazione con un mero concorso di persone può richiedere una pianificazione dettagliata senza che, per questo, si
sia dato vita ad un’associazione criminosa).

2

Con la sentenza impugnata, la Corte d’appello si è limitata ad eliminare la ordinanza con
la quale era stata disposta la confisca ed a revocare la pena accessoria della sospensione della
potestà genitoriale nei confronti della Straneo. Di fatto, perciò, essa ha sostanzialmente
ribadito il giudizio di responsabilità pronunciato nei confronti degli odierni ricorrenti ai quali, in
primo grado, era stata contestata la violazione degli artt. 73 e 74 T.U. stup., esclusa per tutti
l’aggravante di cui al comma 4 dell’art. 74 (banda armata).

3402/92, Niccolai; Sez. V, 3340/99, Stolder) (come sarebbe da ritenere avvenuto nel caso in esame);

3)
mancata derubricazione dei reati-fine nell’ipotesi tentata. La Corte ha
ritenuto integrata l’ipotesi consumata sul rilievo che la traditi° era avvenuta nelle mani dei
corrieri, definiti «persone di fiducia degli acquirenti». In realtà – si obietta – le stesse telefonate
dimostrano come gli italiani non conoscessero neppure il nome dei corrieri né sembra corretto
ritenere consumato il reato sulla base del solo accordo verbale.
Stra neo
(Ricorso avv. Aricò)

1) erronea applicazione della legge e vizio motivazionale in punto di utilizzabilità
delle intercettazioni. La difesa della ricorrente evidenzia come, a fronte dei sospetti difensivi
circa la regolarità delle captazioni sia inaccettabile che debba prevalere la tesi della
utilizzabilità e, quindi, quella dell’accusa. Il dato del mancato rinvenimento dei files originali è,
infatti, oggettivo e la tesi della Corte secondo cui la preesistenza della misura cautelare
dimostrerebbe che il P.M. già conosceva quelle intercettazioni non può svilire l’altro dato
obiettivo che, solo con verbale in data 16.2.11, la G.d.F. aveva trasmesso al P.M. i C.D. e DVD
contenenti le intercettazioni. Né vale i richiamo ai pregressi provvedimenti del Tribunale per il
Riesame e della stessa S.C. in fase cautelare perché essi sono tutti antecedenti sì da porre
addirittura un problema di esistenza della prova originaria.
Detto in estrema sintesi, il valore dell’affermazione secondo cui il verbale del 16.2.11
non dimostra che le attività di captazione si erano svolte presso la G.d.F., è pari a quello della
tesi difensiva secondo cui, invece, detto verbale costituisce al prova dell’avvenuta
registrazione presso i locali della G.d.F.
2) violazione di legge e motivazione mancante e/o manifestamente illogica in
punto di sussistenza dell’associazione per delinquere. La figura criminosa di cui all’art. 74 T.U.
stup., infatti, discende dalla presenza di due elementi significativi quali: il dato temporale ed il
numero legale. Analizzando la fattispecie concreta, difettano entrambi. La concentrazione dei
singoli reati-fine è circoscritta, infatti, ad un arco temporale brevissimo di soli 45 giorni
mentre anche la S.C. ha più volte affermato che l’ipotesi di cui all’art. 74 richiede stabilità e
permanenza di un vincolo (c.a. affectio societatis) che veda, cioè, i soggetti coinvolti al di là del
singolo episodio criminoso e per un lasso di tempo ragionevole. Si critica, perciò – ad esempio
– la decisione impugnata nella parte in cui svilisce l’episodio del “fratellino” (vale a dire quello
in cui la Straneo mostra di non credere all’affermazione di Clase relativa all’arresto di un

3

Il ricorrente, inoltre, punta l’indice contro la scarsità di componenti della presunta
associazione criminosa visto che essi erano solo 4 ed afferma che “non è condivisibile” la tesi
della Corte secondo cui le indagini facevano emergere più personaggi sì che è stata
esclusivamente una scelta del P.M. quella di concentrarsi solo su alcuni.
Altre critiche vengono rivolte alla sentenza nelle parti in cui interpreta il linguaggio
criptico e, commentando, in particolare la conversazione n. 828 del 10.8.10, invita a riflettere
sul significato da annettere alla parola “società” più volte usata osservando che i giudici sono
incorsi in un’errata lettura dei brogliacci e non hanno fornito una motivazione adeguata per
spiegare le ragioni per le quali le opposte interpretazioni della difesa sarebbero state prive di
rilievo.
Ricordati, quindi, vari principi giurisprudenziali enunciati in sede di legittimità per
definire i contorni dell’ipotesi associativa, si sottolinea che, nella specie, ne mancano anche i
requisiti minimi (sez. I, 18.2.09, Rv. 242897). Ed infatti, il gruppo è composto da un numero di
persone appena superiore al minimo richiesto dalla norma, che neppure si conoscevano tra di
loro e la durata del gruppo (asseritannente di almeno un anno) in realtà risulta avere avuto
un’attività concentrata in un brevissimo arco di tempo (31 maggio/11 giugno – v. contestazioni sub c) e
d)). In sostanza, la debolezza dei rapporti tra i presunti associati, le conflittualità economiche e
personali, la sporadicità di contatti e, addirittura, l’assoluta non conoscenza di alcuni tra di loro
(nonostante il modesto gruppo) sono tutti indici del fatto che, nel caso in esame, non si è al cospetto
di una fattispecie associativa bensì solo di una ipotesi di concorso di persone che, infatti,
ricorre proprio – ed in ciò si distingue dalla prima – perché lo svolgimento dell’accordo criminoso è
del tutto occasionale e con la realizzazione del progetto, esso si esaurisce (v. sez. I n. 6693/79; n.

corriere) affermando che trattandosi di soggetti “criminali” l’imbroglio non proverebbe nulla.
Per quel che attiene poi alla esistenza del numero legale necessario per la esistenza
dell’associazione, la Corte omette di motivare ed ignora, in particolare, il richiamo della difesa
all’intercettazione n. 17 (che consente di affermare che Porcelli, ad esempio, interviene sulla scena in modo del
tutto occasionale) ovvero alla tel. del 21.11.10 (in cui Porcelli si meraviglia di essere stato contattato dal
Bongiorno), o ancora, quella del 25.9.10 (da cui si apprende che Bongiorno chiede a Burroni se sia disponibile
per un lavoro).

3) violazione di legge e vizio motivazionale nella valutazione dei singoli reatifine. In particolare, che, per l’importazione dei 22 kg dalla Repubblica di Santo Domingo, la
prova si fonda sulle dichiarazioni del Ronchini (corriere giudicato separatamente) e sulla
individuazione della Straneo, nella persona di nome Laura, desunta dalla localizzazione delle
celle agganciate quando, invece, la difesa aveva ripetutamente fatto notare la suggestività
degli argomenti.
Altro aspetto sul quale si registra una totale mancanza di replica da parte della Corte è
quello relativo alla tel. del 21.7.10 tra Clase e la moglie (ove rappresenta la estraneità della Straneo);
4) erronea applicazione della legge e mancanza della motivazione a proposito
della richiesta di rinnovazione del dibattimento per sentire Ronchini. A prescindere dal rilievo
che l’assenza anche grafica di una replica sul punto è causa di annullamento, la ricorrente
soggiunge comunque, che la decisività della prova discende dal rilievo che l’eventuale
deposizione in aula «avrebbe “risolto” il processo ovvero dissipato i numerosi dubbi evidenziati
dalle difese.
5) violazione di legge sul trattamento sanzionatorio. Anche sul punto, la
ricorrente registra mancanza di motivazione nella parte in cui rigetta la richiesta di
riconoscimento dell’attenuante di cui al comma 7 dell’art. 73 T.U. stup. facendo notare che il
comportamento collaborativo non ha nulla a che vedere con l’ammissione di responsabilità
mentre la Corte ha, appunto, negato tale attenuante sul rilievo che l’eventuale collaborazione
della Straneo sarebbe stata registrata in altri procedimenti ma non nel presente ove, invece,
ella aveva sempre negato di essere la persona di nome “Laura” di cui aveva parlato Ronchini.

(Ricorso avv. Monaco)

Si tratta dei medesimi argomenti difensivi svolti dall’avv. Aricò (v. retro)
In particolare, quanto al primo, la difesa fa notare che avrebbe dovuto essere l’accusa a
provare che le attività di registrazione erano avvenute regolarmente.
In relazione al secondo motivo, si sottolinea che tutti gli elementi evidenziati dalla
difesa – ed in parte ammessi anche dai giudici della corte — a dimostrazione di ambiguità di rapporti tra i
consociati, non solo, non dimostrano un rapporto “esclusivo” ma, in realtà, provano l’assenza
di un vincolo stabile. Per quel che attiene, segnatamente, al dato temporale, si fa notare che
l’imputata Straneo figura nelle indagini solo per alcuni mesi mentre l’associazione si considera
operativa dal maggio 2009 all’ottobre 2010. Inoltre, a dimostrazione dell’assenza di stabilità
del vincolo, si ricorda che le missive tra la Straneo e Bongiorno – citate dalla motivazione
come testimonianza del ruolo di organizzatori dei due – sono solo espressione di una
comunione di intenti tra due soggetti legati sentimentalmente nel cercare di realizzare
occasionalmente ed in via personale affari illeciti.
Quanto al terzo motivo, si ricorda che le dichiarazioni della Straneo si sono rivelate utili
ad evitare la consumazione di altri reati visto che, a seguito di esse, c’è stata, da parte del
P.M., l’instaurazione di un altro procedimento ora giunto alla fase conclusiva delle indagini
come da avviso ex art. 415 bis c.p.p..

Burroni

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In sostanza, secondo la ricorrente, la Corte ha violato i principi in materia di valutazione
della prova e, soprattutto, quello secondo cui, in presenza del ragionevole dubbio, deve
prevalere l’interpreazione più favorevole all’imputato;

2) violazione di legge e vizio della motivazione con riferimento alla contestata
ipotesi associativa difettando la prova di un vincolo stabile nel tempo e, persino di un congruo
numero di soggetti che ne facessero parte visto che, contrariamente a quanto asserito dalla
Corte (che si trattasse di una scelta del P.M.), esistono più provvedimenti di archiviazione che
escludono quindi la partecipazione di ulteriori personaggi alla presunta associazione. I dati
probatori acquisiti sono quindi deboli, sia per provare la stabilità del vincolo per la sussistenza
dei reati-fine. In particolare, il contributo di Burroni è caratterizzato da occasionalità,
sporadicità ed episodicità

Porcelli
(Ricorso avv.Gianzi)

1) mancanza ed illogicità manifesta della motivazione in relazione alla ritenuta
partecipazione del Porcelli all’associazione criminosa contestata. A prescindere dal rilievo che è
innanzitutto erroneo ritenere che vi sia stata alcuna associazione, è, tuttavia, un fatto che di
essa, certamente, non ha fatto parte il Porcelli. In proposito, la Corte si è limitata a recepire
acriticamente le considerazioni della sentenza del Tribunale senza tener conto delle specifiche
censure proposte con l’appello. In primo luogo, si ricorda che, sebbene l’associazione figuri
esistente, secondo l’accusa, fin dal 13.5.09, non vi è traccia della figura di Porcelli e si fa
notare che i giudici di merito hanno travisato il senso della conversazione del 15.9.10,
richiamata a pag 13 della sentenza perché essa, lungi dal provare la partecipazione di Porcelli
al reato associativo, attesta solo che Burroni si era lamentato con Porcelli in relazione ad una
precedente conversazione che il primo aveva intrattenuto con Bongiorno e nella quale si era
discusso dei guadagni fatti da Burroni;
2) mancanza e manifesta illogicità della motivazione in relazione al reato-fine
sub c). In pratica, si fa notare che l’ingresso del Porcelli nell’indagine discende solo dalle
intercettazioni del 31 maggio quando egli attendeva vanamente i corrieri all’aeroporto di
Milano. Tale circostanza non legittima, però, il convincimento che egli avesse anche partecipato
all’acquisto dello stupefacente.

(Ricorso avv. Porcelli)

1) inutilizzabilità delle intercettazioni. Ricordando la statuizione delle S.U. Carli,
il ricorrente sottolinea le numerose incongruenze che hanno caratterizzato le intercettazioni
svolte nel presente procedimento e che, dette in estrema sintesi (visto che in parte ricalcano quelle
già evidenziate nel ricorso di Bon giorno) sono:
– il verbale della G.d.F. di trasmissione al P.M. delle copie A.G. in data 16.2.11 ( che
attesterebbe che l’attività di registrazionenon era avvenuta presso la Procura ma negli impianti
della P.G. senza previa autorizzazione);
– i verbali di inizio e fine intercettazione redatti su carta intestata della G.d.F. di
Fiumicino;
– l’esistenza di un autorizzazione del P.M. dr. Sabelli che, in sostituzione del titolare, in
data 23.12.10 facoltizzava il noleggio di un sistema OMNILOG (facendone presente l’urgenza come
evidenziato dalla Guardia di Finanza) laddove, di norma, tali mezzi sono messi a disposizione dalla
Procura e non servono alla P.G. che è deputata al solo “riascolto”;
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1) violazione di legge e vizio della motivazione in tema di utilizzabilità delle
intercettazioni. Ricalcando argomenti analoghi a quelli svolti per Bongiorno e per Straneo, si
ricordano le anomalie che hanno caratterizzato l’acquisizione delle intercettazioni, il fatto che
non sia stato possibile acquisire i files originali e che neppur il tecnico sia stato in grado di dire
se i files presenti in atti fossero stati originariamente memorizzati sul supporto,
contestualmente alle fasi di intercettazione, ovvero ivi allocati successivamente e che, inoltre,
vi sia il (più volte citato) verbale di trasmissione del 16.2.11 della G.d.F. sono tutti indici che i
supporti magnetici presenti in atti sono stati masterizzati dalla P.G. e che le registrazioni non
sono avvenute presso gli impianti in dotazione alla Procura della Repubblica;

- neppure il c.t. incaricato ing. Perri è stato in grado di risalire ai files “master”;
– la maggior parte dei files rinvenuti si trovavano nella periferica denominata “Nasbackup01”
denominazione che chiaramente indica delle copie di riserva senza che gli originali siano mai
stati reperiti. Inoltre, il consulente aveva constatato, per alcuni files divergenze tra la data di
creazione, accesso ed ultima modifica e quella di captazione; ciò, a dimostrazione del fatto
che quei files erano stati spostati e copiati secondo procedure non verbalizzate e non
standardizzate che, astrattamente, consentirebbero di caricare i files successivamente.

Tutti i ricorrenti concludono invocando l’annullamento della sentenza impugnata.

CONSIDERATO IN DIRITTO
3. Motivi della decisione –

I ricorsi sono tutti infondati e devono essere respinti.

Ne tentativo di affrontare con ordine il profluvio di argomenti difensivi, deve osservarsi
che, a ben vedere, le doglianze sono tutte accomunate da (quasi) i medesimi argomenti sì che,
per semplificare, sembra lecito affrontare la loro trattazione previo raggruppamento dei motivi
per identità di temi trattati.
Ed, infatti, in buona sintesi, essi concernono: a) l’inutilizzabilità delle intercettazioni; b)
l’insussistenza dell’associazione criminosa: c) l’insussistenza o mancata derubricazione dei
reati-fine. Residuano, infine, due motivi (il quarto ed il quinto) sviluppati dalla sola ricorrente
Staneo (che concernono il diniego di rinnovazione del dibattimento ed il trattamento sanzionatorio).

3.1. (a) inutilizzabilità delle intercettazioni). Si tratta dell’argomento centrale di tutti
i ricorsi, per la precisione: del primo motivo di Bongiorno, di Straneo (entrambi difensori), di Burroni
e di Porcelli ( avv. Porcelli).
Le ragioni sulle quali i ricorrenti invocano la inutilizzabilità delle intercettazioni
dovrebbero essere chiare alla luce dell’ampia illustrazione delle osservazioni difensive, fatta in
precedenza. Ad ogni buon conto (visto che si è detto molto), solo per reinquadrare i punti salienti ai
fini della replica, può dirsi che il casus belli é, per così dire, rappresentato dall’accertata
assenza degli originali dei files contenenti le registrazioni delle telefonate (c.d. files master) nel
server della Procura.
Da ciò, si fa discendere la tesi che, contrariamente a quanto stabilito normativamente (e
come puntualizzato anche dalla nota sentenza di queste S.U. – 26.6.08, Carli, Rv. 240395) le captazioni non
sarebbero avvenute presso la sala-ascolto della Procura bensì presso gli uffici della Guardia di
Finanza di Fiumicino, che aveva operato. A conforto dell’assunto, ricorrerebbero, per così dire,
degli “elementi di contorno” rappresentati, in primis, da un verbale di trasmissione – datato
16.2.11 – di C.D. e DVD, da parte della G.d.F. all’A.G., e comunque, dal fatto che i verbali di
inizio e fine intercettazione sono stati redatti su carta intestata della G.d.F. operante, dalla
esistenza di una richiesta, da parte del P.M., di acquisizione di un “sistema Omnilog”, dal
rinvenimento dei files su una periferica denominata Nasbackup01 (che già dal nome tradisce la sua
vera natura di copia di riserva) ed, infine, dal fatto che lo stesso c.t., ing. Perri, non sia stato in
grado di risalire ai files orginari.
La sintesi appena operata dei punti salienti delle doglianze, che riguardano la invocata
inutilizzabilità delle intercettazioni, agevola in qualche modo la enucleazione di un primo
concetto che, ad avviso di questo Collegio, può definirsi pacifico, vale a dire, l’assenza delle
copie originali (o master) delle registrazioni sul server della Procura ed il rinvenimento in esso
delle sole copie di riserva (dette in gergo backup).
Il punto deve ritenersi indiscusso ed è, infatti, lo stesso consulente incaricato, ing. Perri,
a darne atto.

6

In udienza, la difesa del ricorrente Bongiorno ha depositato documentazione consistente
nei “motivi nuovi” di appello del 25.10.12, nel verbale di fine intercettazione telefonica del
10.2.11, nel verbale di trasmissione al P.M. del 16.2.11 ed, infine, in alcuni verbali di
“trascrizione a campione”

Ciò che, però, sfugge ai ricorrenti è, in primo luogo, che la ragione per la quale ciò sia
avvenuto non è questione (peraltro, squisitamente fattuale) di cui coinvolgere questa S.C.;
secondariamente, che sono sicuramente eccessive (e, quindi, errate) le conclusioni ed i significati
di ordine giuridico che si vuole trarre da tale accadimento materiale.
Tanto più, se si considera che il “riscontro”, alla tesi di inutilizzabilità che si cerca di
sostenere, poggia (a ben vedere) solo su un documento (una nota di trasmissione della G.d.F. rivolta
all’A.G.) sicuramente definibile extra ordinem, sia, perché non rientra nel novero degli atti
ufficiali, necessari a conferire regolarità alla procedura di intercettazione, sia, perché essa è
una mera “nota” che non può, per la sua stessa natura, arrivare ad inficiare la validità di atti
pubblici quali sono i verbali della polizia (e che fanno fede sino a querela di falso) ove si
afferma il contrario di ciò che qui si vuole teorizzare (che cioè, che gli ascolti non siano avvenuti presso le

Nella specie, però, nessuna querela è stata proposta ma si è cercato di scardinare
l’intero complesso dei verbali di P.G. sulla base di meri dubbi e sospetti arrivando persino a
ribaltare il senso dell’autorizzazione (eccezionale) rilasciata ai difensori, dal G.i.p., al fine di
accedere al CIT della Procura per verificare l’esistenza, in quel server, dei files master delle
intercettazioni. Semmai, tale circostanza è sintomo di trasparenza del sistema sì che
l’accertato mancato rinvenimento degli originali è evenienza storica indiscutibile che, tuttavia,
può essere annessa a varie ragioni e, quindi, non legittima la conclusione – decisamente
ellittica ed assiomatica – che tutti i verbali redatti dalla p.g. contengano il falso.
L’indiscutibile anomalia verificatasi nella specie non può, infatti, eliminare il dato di fatto
che, sul piano formale, la procedura di attivazione e realizzazione delle intercettazioni, nella
specie, sia avvenuta in maniera del tutto regolare dal punto di vista dei provvedimenti e dei
verbali.
Ciò è stato bene evidenziato, del resto, già dai giudici di merito e le loro valide obiezioni
f. 5 ricorso Bongiorno)
non possono essere inficiate da mere asserzioni di “non condivisibilità”
posto che si tratta, appunto, solo della espressione di un diverso modo di interpretare dati di
fatto che, come ammesso dallo stesso ricorrente, non sono affatto certi sì che il tutto si risolve
nell’affermazione secondo cui, nel dubbio – secondo i ricorrenti – si dovrebbe concludere per la
inutilizzabilità delle intercettazioni.
Il punto è che, il ragionamento che sottostà all’affermazione di utilizzabilità delle
intercettazioni, da parte di entrambi i giudici di merito, poggia su un percorso argonnentativo
del tutto corretto sul piano logico ed il vizio di “manifesta illogicità” che (implicitamente) si
vorrebbe qui sostenere non si identifica nella “non condivisibilità”.
In altri termini, è concetto pacifico che non è illogico ciò che non collima con le
aspettative e va dato atto che, correttamente, lo stesso ricorso di Straneo (avv. Aricò), riconosce
che la tesi secondo cui il solo il verbale del 16.2.11 non “dimostra” che le attività di captazione
si erano svolte presso la G.d.F., ha pari dignità dell’opposta tesi difensiva.
E’, però, un dato di fatto che, a questa S.C., non compete decidere quale sia preferibile
tra due tesi parimenti ragionevoli bensì solo verificare se la motivazione con la quale è stata
sostenuta quella scelta nella decisione impugnata presenti o meno cesure logiche.
Tale non è il caso in esame dal momento che i giudici hanno sviluppato, a riguardo, un
ragionamento assolutamente corretto e coerente con le premesse fattuali dando atto dei
“margini di incertezza” evidenziati dalle difese ma, al contempo, pervenendo a conclusioni
difformi da quelle auspicate dagli appellanti con argomentazioni che non prestano il fianco alle
critiche qui svolte e che, a ben vedere, non evidenziano fratture nel ragionamento ma sono
sostanzialmente reiterative delle medesime obiezioni cui – prima, il G.i.p. e, poi, la Corte
d’appello – hanno replicato.
Al di là dell’utilizzo di una espressione cauta come quella (qui stigmatizzata dai ricorrenti)
usata dai giudici d’appello (secondo cui i dati tecnici acquisiti “inducono a ritenere” che i files esaminati siano
copie degli originali), è certo che, di fatto, neppure la corte territoriale ha messo in discussione
l’anomalia rappresentata dalla nota di trasmissione del 16.2.11. Analogamente, essi hanno
ritenuto innegabile anche l’esistenza di alcune “discordanze” tra i files (qui nuovamente richiamate
dai ricorrenti). Tuttavia, pur a fronte del comprensibile dubbio cui tali “sbavature” possono dare
adito, è sicuramente solida la decisione dei giudici di merito di valorizzare il dato – decisivo ed
assorbente – rappresentato dai verbali di P.G..

7

sale intercettazioni della Procura bensì con “remotizzazione” presso la P.G. operante, a ciò non appositamente
autorizzata).

Come si diceva in esordio, infatti, sono realmente eccessive le conseguenze, sul piano
della regolarità formale delle intercettazioni, che si vuole trarre da una mera “nota di
trasmissione”. Va, altresì considerato come sia innegabilmente insito nella complessità di certi
fenomeni captativi (come il presente) che
per il numero di conversazioni acquisite ed anche per una
certa aleatorietà (notoria) dei moderni, raffinati (ma anche !abili) sistemi informatici — è praticamente
fisiologica la verificazione di anomalie in fase di duplicazione dei c.d. files. Duplicazione che non vi è dubbio – è avvenuta nel caso che occupa come dimostra, proprio, l’esistenza della
copia di salvezza rinvenuta in una periferica denominata Nasbackup01 (la qual cosa, quindi,

dimostra, una volta di più, come lo stesso dato possa essere visto da due angolazioni diverse parimenti logiche).

Riassumendo, perciò: se si esclude, come già fatto, valore decisivo alla nota di
trasmissione del 16.2.11; se si dà atto che la c.t. dell’ing Peri si limita a constatare un dato di
fatto che nessuno vuole discutere (ma che si badi bene non offre nemmeno certezze circa il fatto
che i files originali non siano mai stati presenti nel server); se si conviene sulla esistenza di
difformità (la cui decisività, peraltro nessuno ha segnalato) tra alcuni files, che, però, sono ragionevolmente
definibili «assolutamente normali» per il tipo di procedura che riguardano; se, infine, si prende
atto che la denominazione della cartella contenente le copie di riserva è aspetto del tutto
neutro, non sarà certo la richiesta del P.M. di noleggio urgente di un sistema OMNILOG a
rappresentare valido argomento “giuridico” per sostenere la inutilizzabilità delle presenti
intercettazioni.
Una tale tesi, infatti, si scontra con la realtà di una procedura formale sostanzialmente
corretta nella quale si rinvengono tutte le autorizzazioni ad intercettare del caso nonché tutti i
rituali verbali di esecuzione delle intercettazioni stesse da parte della p.g. operante che
(trattandosi della Guardia di Finanza di Fiumicino) non potevano che essere redatti su carta intestata del
proprio Corpo.
In tali verbali, si dà atto di quanto avvenuto e del fatto che le intercettazioni erano state
svolte «presso la Sala C.I.C.E. della Procura della Repubblica di Roma” (v. anche produzione

difensiva in udienza).

Affermare che ciò sia falso, sulla base dei meri sospetti fin qui descritti ed analizzati,
costituisce un vero e proprio volo pindarico sul piano giuridico e non può, quindi, trovare
accoglienza in questa sede di legittimità.
Tanto basterebbe a concludere sul punto ma non si può neppure tacere della validità
logica della ulteriore argomentazione sviluppata dai giudici di merito secondo cui la irrilevanza
— per i fini dedotti — della nota di trasmissione del 16.2.11 (con la quale venivano depositate presso la
Procura le c.d. “Copie A.G.”) è attestata anche dalla considerazione che, di certo, il P.M. già
disponeva dei supporti perché la richiesta di misura cautelare, basata su quelle intercettazioni,
era stata formulata in precedenza, in data 17.12.10. E non è di poco momento il fatto che
l’ordinanza nella quale tale argomentazione era stata usata dal Tribunale, per respingere la
medesima eccezione in sede di riesame, sia stata poi confermata da questa S.C. (come si
sottolinea a f. 6 della sentenza impugnata).

Non spettando a questa S.C. operare valutazioni in fatto e, quindi, esprimere opinioni
circa i possibili ulteriori significati da annettere alla nota di trasmissione del 16.2.11 (che, ad onor
del vero – se significasse ciò che si vuole da parte delle difese – sarebbe stata davvero, sorprendentemente e
goffamente, improvvida) deve, quindi, concludersi che è del tutto compatibile con la logica e la

realtà (fattuale e giuridica) qui esaminata l’ipotesi, avanzata dai giudici di merito, di trovarcisi al
cospetto di «un vizio al più relativo alla fase di duplicazione o clonazione» (f. 6) e, come tale,
sicuramente inidoneo a legittimare la denunciata violazione dell’art. 268 comma 3 c.p.p..

3.2. (b) insussistenza dell’associazione criminosa). Il punto è stato trattato dal ricorrente
Bongiorno nel suo secondo motivo, come pure da Straneo, Burroni e nel primo motivo di
Porcelli (avv. Gianzi). Argomenti comuni nel negare la ricorrenza dell’ipotesi associativa qui
formulata sono la modestia del numero di partecipanti (solo 4) e la brevità del periodo di
durata del sodalizio.
Si tratta, però, di censure, a volte, generiche ed assertive, talaltra, di puro fatto, e,
comunque, tutte infondate perché più che adeguatamente affrontate e risolte dalla sentenza
impugnata.
Va, poi, sgombrato subito il campo dal rilievo che è solo suggestivo richiamare
l’attenzione sul basso numero di partecipanti posto che esso è (sia pure solo di una unità)

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Rv. 256969; Sez. I, 12.11.97, Cuomo, Rv. 210186).

Sotto tale profilo, dunque, sono da respingere le proteste difensive volte a negare la
ricorrenza dell’associazione sol perché, sulla base dei reati accertati, essa risulta avere operato
in un arco di tempo circoscritto. Peraltro, non è neppure priva di pregio l’osservazione dei
giudici di secondo grado secondo cui tale “brevità” è, in qualche modo, incompatibile con l’idea
che il tipo di condotte concretamente accertate potesse essere sorta, improvvisamente, per
così dire, dal nulla. Conseguentemente non è azzardato, bensì “plausibile” (f. 7) opinare che il
gruppo dei presenti imputati, unitamente al Clase, operasse da un tempo antecedente al
maggio 2009, vale a dire, oltre il limitato arco temporale del quale si è concretamente
accertata l’attività di acquisto e importazione dall’estero di sostanza stupefacente.
Ed infatti – si osserva a titolo esemplificativo – l’organizzazione, tramite il Ronchini,
dell’importazione di Cui al capo B) (per il tipo di istruzioni sul trasporto, l’acquisto dei biglietti, le indicazioni a
proposito del denaro ecc.) «rivela un iter già collaudato, non improvvisato al momento» (f.7)
A prescindere da ciò, deve, osservarsi che, comunque, la decisione impugnata illustra
bene le ragioni sulle quali essa fonda il proprio convincimento di essersi al cospetto di un
gruppo – si pure limitato – di persone legate da un comune progetto criminoso nel quale
Bongiorno e la Straneo, sia pure con mansioni diverse, erano gli organizzatori.
L’assunto viene sostenuto con elementi processualmente acquisiti, e piuttosto
dettagliatamente illustrati, quali le intercettazioni, le missive inviate dalla Straneo al Bongiorno
durante il suo periodo detentivo, le dichiarazioni del Ronchini, le verifiche di P.G.; elementi
tutti, confermati dal successo degli arresti e dei sequestri.
Vengono così ricostruite le ragioni per le quali si ha legittimo motivo di ritenere che la
persona di nome Laura di cui parla il Ronchini si identifichi nella Straneo né – deve sottolinearsi l’odierno ricorso sul punto smentisce la validità di quelle considerazioni limitandosi a porne
genericamente in dubbio la validità.
La genericità, del resto connota anche la parallela doglianza di Bongiorno che, nel
sostenere che le conversazioni telefoniche potrebbero avere un significato diverso, si duole in
modo generalizzato di una mancanza di risposta alle proprie deduzioni difensive senza
piuttosto replicare – come avrebbe dovuto — in modo puntuale, a ciò che, per contro, è stato detto
in sentenza. E’, peraltro, principio noto che «il giudice di merito non è tenuto a compiere
un’analisi approfondita di tutte le deduzioni delle parti e a prendere in esame dettagliatamente

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superiore al minimo previsto per legge (art. 74 comma 1 T.U. stup.) senza che da ciò si possa
inferire un qualsivoglia dubbio circa la tenuta dell’ipotesi criminosa. Per, quel che concerne la
maggiore o minore durata del sodalizio, in assenza di prescrizioni normative, deve dirsi che il
discorso è squisitamente interpretativo e fattuale. Intuibilmente, infatti, la stabilità o meno, nel
tempo, dell’associazione porterà a consequenziali apprezzamenti di segno diverso sul piano del
giudizio di gravità ma lo stesso non potrà neppure essere disgiunto dalla considerazione del
numero di reati concretamente posti in essere, sia pure nel breve periodo, ovvero della loro
obiettiva gravità. Ben può darsi, infatti, il caso di un’associazione più duratura che, però abbia
realizzato poche imprese criminose ovvero di basso spessore criminale, rispetto alle poche ma
significative azioni realizzate da un’associazione durata poco tempo.
Del resto, è un dato di fatto obiettivo che né il codice penale (vartt. 416 e 416 bis) né il T.U.
stup. (art. 74) recano nozioni definitorie dell’associazione che intendono reprimere, ma
rimandano all’interprete per l’individuazione del concetto.
Elemento essenziale dei reati previsti da tali norme è solo l’accordo associativo che
crea un vincolo permanente a causa della consapevolezza di ciascun associato di far parte del
sodalizio e di partecipare, con contributo causale, alla realizzazione di un duraturo programma
criminale. Sono, pertanto, del tutto secondari altri aspetti come, ad esempio, gli elementi
organizzativi (che, come noto, possono anche essere minimi e rudimentali — sez. VI, 7.11.11., Papa, Rv. 251562; Sez.
VI 3.6.93, De Tommasi, Ri./. 198577) ovvero la protrazione nel tempo del vincolo. Intuitivamente,
quest’ultima può ben essere breve (per quanto potutosi accertare) senza per questo potersi
legittimamente dubitare che l’associazione sia esistita (sez. VI, 25.9.98, Villani, Rv. 211743). In buona
sintesi, si è in presenza di un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti
ogniqualvolta, fra tre o più persone, si stringa, anche di fatto ed indipendentemente da un
preventivo accordo esplicito (sez. m, 14.3.13, Conte, Rv. 255776) un patto che ha in sé la cosiddetta
affectio societatis, in forza della quale tutti gli aderenti sono portati ad operare nel settore del
traffico della droga, nella consapevolezza che le attività proprie ed altrui ricevano vicendevole
ausilio e tutte insieme contribuiscano all’attuazione del programma criminale (sez. Il, 8.10.13, Bashli,

Risultano, quindi, prive di pregio (ed ai margini dell’ammissibilità) anche le argomentazioni
fattuali della difesa della Straneo quando critica la decisione impugnata sol perché – a suo dire
– avrebbe svilito l’episodio del “fratellino”. E’, infatti, fin troppo agevole scorgere in tal
censura, non, una critica alla logica della interpretazione della Corte, ma, un tentativo di
propugnare una diversa lettura dei medesimi dati processuali. In realtà, proprio a tale
riguardo, le argomentazioni sviluppare dalla corte territoriale tra la fine di pag. 8 e l’inizio di
pag 9 sono di una chiarezza, lucidità e consequenzialità emblematiche e sgombrano il campo
da dubbi circa il fatto che le attività qui accertate (che danno vita alle imputazioni dei reati-fine) siano
indicative che Clase era il fornitore stabile e continuo del gruppo in Italia e che, quelle
operazioni, non erano né isolate né occasionali ma, anzi, «configurano una redistribuzione delle
perdite nel senso che, nel complesso delle operazioni, parte delle perdite vengono assorbite
dall’uno o dall’altro degli associati».
Pertanto, pur non escludendosi che – come evidenzia la difesa — Clase «possa avere operato
un qualche “imbroglio” nell’episodio del “fratellino”, siccome non si sta parlando – dicono i giudici
– di un’associazione benefica posta in essere da persone di “specchiata onestà”, il
Comportamento di Clase viene letto dai giudici solo come un tentativo di far rientrare le perdite
nel rischio associativo e di escluderne le operazioni andate a buon fine. Si tratta di
apprezzamenti della realtà fattuale del tutto logici e sostenibili e, come tali, qui incensurabili.
Per il resto, le critiche (anche quelle del secondo difensore della Straneo) si risolvono in generiche
evidenziazione dell’ambiguità dei rapporti tra i consociati dalla quale dovrebbero discendere,
quindi, conclusioni diverse e più favorevoli alla ricorrente.
Ancora più generiche ed in fatto sono le doglianze espresse sul medesimo punto – della
fattispecie associativa — nei ricorsi di Burroni e Porcelli il ruolo dei quali, più modesto e subordinato
rispetto al Bongiorno ed alla Straneo, non ne elide la illiceità ed espressività della loro affectio
societatis. I giudici ricordano (ff. io ss.) come, dalle informative di P.G., emerga contezza del
fatto che entrambi erano legati da rapporti pregressi al Bongiorno ed il non essere stati al
corrente di tutti i progetti del Bongiorno, non impedisce la loro adesione all’associazione con la
consapevolezza del fine comune cui tendeva il proprio ruolo.
Ricorda giustamente la corte che, ai fini della ricorrenza del delitto associativo, non è
essenziale che ogni componente sappia tutto degli altri né è significativo che egli agisca anche
per curare propri affari sez. v, 15.6.10, Cucumazzo, Rv. 247905). I giudici ripercorrono in sintesi le azioni
poste in essere da questi due ricorrenti commentando quanto risulta dagli ascolti e
pervengono a conclusioni indiscutibilmente logiche che non vengono scalfite dalle vaghe
critiche dei ricorrenti.

3.3. (c) l’insussistenza o mancata derubricazione dei reati-fine). Il tema è stato trattato nel terzo

motivo di Bongiorno e Straneo e nel secondo motivo di Porcelli ( avv. Gianzi) ma tutte le
argomentazioni di tali ricorsi sono decisamente inammissibili. Esse, infatti, si risolvono nella
mera ed indimostrata asserzione (Bongiorno) secondo cui le intercettazioni non andrebbero lette
nel senso ritenuto dai giudici ovvero (Porcelli) nella pura negativa del fatto che la semplice
circostanza che tale imputato si trovasse all’aeroporto ad attendere i corrieri possa avere il
significato accusatorio che le è stato annesso. Quanto alla Straneo, è infondata la tesi che la
Corte non abbia replicato alle considerazioni difensive in proposito. Come risulta chiaramente a
f. 8, i giudici hanno spiegato – citando gli atti processuali dai quali hanno attinto il convincimento — che vi
sono dei riscontri al racconto del Ronchini ed alla identificazione nella Straneo della persona di
nome Laura di cui parla il Ronchini. Per il resto, la doglianza della Straneo scivola nuovamente
sul fatto e sulla inammissibile (,Sez. IV, 24.10.05, Mirabilia, Rv. 233187, cit. ) pretesa di ottenere dalla Corte una
risposta su ogni dettaglio.

lo

tutte le risultanze processuali, essendo invece sufficiente che, anche attraverso una
valutazione globale di quelle deduzioni e risultanze, spieghi, in modo logico e adeguato, le
ragioni che hanno determinato il suo convincimento, dimostrando di aver tenuto presente ogni
fatto decisivo; nel qual caso devono considerarsi implicitamente disattese le deduzioni
difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la
decisione adottata” (,Sez. IV, 24.10.05, Mirabilia, Rv. 233187). Come anticipato, ciò è appunto avvenuto nei ff.
7/11 della sentenza impugnata(cui per brevità si rinvia).

Nel respingere i ricorsi, segue, per legge, la condanna dei ricorrenti al pagamento delle
spese processuali.

P.Q.M.
Visti gli artt. 615 e ss. c.p.p.
Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

Così deciso il 16 dicembre 2014
Il Presidente

3.4 . (il quarto e quinto motivo di Straneo). Da ultimo, devono respingersi le doglianze della
sola ricorrente Straneo relative al diniego di rinnovazione del dibattimento e concernenti il
trattamento sanzionatorio.
Quanto al primo profilo, si osserva che, innanzitutto, le ragioni che avrebbero reso
indispensabile l’audizione del Ronchini non sono state esplicitate neppure dalla ricorrente. In
ogni caso, i giudici non sono tenuti a ricorrere all’istituto, eccezionale, della rinnovazione se
non quando ritengano di non poter decidere in suo difetto. E’, invece, evidente che l’implicito
diniego della Corte in tal senso, non è immotivato, sia, per la genericità della pretesa, sia,
perché obiettivamente motivato attraverso la pluralità di argomentazioni di segno opposto.
Infine, è sicuramente esatto ciò che afferma la ricorrente a proposito del fatto che
l’ammissione delle proprie responsabilità non ha nulla a che vedere con la “collaborazione”, ma
è anche vero che il contributo, per portare al riconoscimento dell’attenuante speciale invocata,
deve essere “proficuo” (sez. IV, 2.4.09, n. 26013) o di «particolare efficacia» (sez. IV, 18.11.08,Finazzi, Rv.
242311) e tale da portare alla «sottrazione di risorse rilevanti ed evitare la commissione di
ulteriori attività delittuose» (sez. VI, 2.3.10, Sivolella, Rv. 247376). Nella specie, neppure la ricorrente
spiega in cosa vada individuato detto risultato, nel presente (e non altri) procedimento.
Per il resto, la corte mostra di avere apprezzato anche la congruità del trattamento
sanzionatorio evidenziando che tutti hanno beneficiato delle attenuanti generiche e
concludendo che le pene sono «sin troppo contenute e proporzionate alla gravità dei reati, alle
modalità degli stessi ed alla personalità degli imputati tutti»(f.12).

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