Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14236 del 09/03/2015


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 14236 Anno 2015
Presidente: LOMBARDI ALFREDO MARIA
Relatore: DE MARZO GIUSEPPE

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
DE FRANCESCO PALMERINA N. IL 04/09/1945
PARLAPIANO CARMINE ANTONIO N. IL 25/03/1940
avverso la sentenza n. 106/2012 TRIBUNALE di LIVORNO, del
31/05/2013
visti gli atti, la sentenza g il ricorso -Audita in PUBBLICA UDIENZA del 09/03/2015 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. GIUSEPPE DE MARZO
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. U.AAAL-,5;
che ha concluso per „I
N”..9

Udito, per

arte civile, l’Avv

Us i difensor Avv.

Data Udienza: 09/03/2015

Ritenuto in fatto
1. Con sentenza del 31/05/2013 il Tribunale di Livorno ha dichiarato non doversi
procedere per intervenuta prescrizione dei reati, nei confronti di Palmerina De
Francesco e Carmine Antonio Parlapiano, cui era stato contestato di avere offeso
l’onore e il decorso di Luigi Musumeci, di sua moglie Alfina Di Marco e dei figli
(art. 594 cod. pen), e della sola De Francesco cui era stato contestato di avere

minacciato i figli del Musfrneci (art. 612 cod. pen.). Il Tribunale ha confermato le
statuizioni civili.

ai seguenti motivi.
2.1. Con il primo motivo, si lamenta violazione di legge, per avere il giudice
d’appello confermato le statuizioni civili, nonostante che i reati si fossero estinti
per prescrizione già in data antecedente a quella della sentenza di primo grado.
2.2. Con il secondo motivo, si lamentano vizi motivazionali, sottolineando
l’assenza di argomentazioni in ordine: a) alla mancanza di condizione di
procedibilità, per mancata determinazione del fatto; b) alla mancanza del dolo e
della volontà specifica di offendere, alla luce del rapporto conflittuale provocato
dalla sfratto di morosità subito dai querelanti, che da quel momento avevano
iniziato a calunniare e ingiuriare i ricorrenti; c) alle contraddittorietà delle
deposizioni.
3. È stata depositata memoria nell’interesse degli imputati.

Considerato in diritto

1. Il primo motivo del ricorso è inammissibile per manifesta infondatezza,
giacché i reati, commessi in data 30/05/2005, si sono estinti per prescrizione in
data 30/11/2012 e dunque, in data successiva, alla sentenza di primo grado del
19/04/2012.
2. Il secondo motivo è del pari inammissibile.
Con

riferimento alla

mancanza di condizione di

procedibilità,

per

l’indeterminatezza del fatto, rileva la Corte che la querela datata 20/05/2005,
ratificata il giorno successivo, contiene una analitica descrizione dei fatti attribuiti
agli imputati e poi tradotti nel capo di imputazione.
Deve poi aggiungersi che le critiche motivazionali espresse nella memoria
depositata nell’interesse degli imputati, quanto alla stessa sussistenza dei fatti,
oltre ad essere assolutamente generiche, contrastano con quanto si legge nel
medesimo ricorso, laddove, incontestati i fatti nella loro materialità (“Se

l’istruttoria ha in qualche modo dimostrato che nel corso della lite sono state
proferite parolacce e minacce, ciò non è sufficiente per acclarare la responsabilità

degli imputati”), si deducono censure sulla sussistenza del dolo.

1

2. I due imputati hanno personalmente proposto ricorso per cassazione, affidato

Quanto alla mancanza del dolo e della volontà specifica di offendere, alla luce del
rapporto conflittuale provocato dalla sfratto di morosità subito dai querelanti, che
da quel momento avevano iniziato a calunniare e ingiuriare i ricorrenti, si
osserva, innanzi tutto, che, secondo il consolidato orientamento di questa Corte,
in tema di delitti contro l’onore, non è richiesta la presenza di un

animus

iniuriandi vel diffamandí, ma appare sufficiente il dolo generico, che può anche
assumere la forma del dolo eventuale, in quanto basta che l’agente,
consapevolmente, faccia uso di parole ed espressioni socialmente interpretabili

oggettivamente ad assumere (Sez. 5, n. 7597 del 11/05/1999, Ben i Riboli, Rv.
213631).
Con riferimento, poi, alla ricostruzione del fatto, l’invocata esimente di cui all’art.
599, comma secondo, cod. pen., è solo genericamente dedotta in ricorso. Anche
la specificazione che si ravvisa nella memoria depositata nell’interesse degli
imputati, che assume l’esistenza di false querele presentate nei riguardi degli
imputati, è meramente assertiva, giacché non indica su quali elementi
processuali trascurati dai giudici di merito riposa tale asserzione.
Non sviluppato nell’atto di appello è il tema della sussistenza delle minacce,
peraltro, come si è sopra visto, neppure prospettato, quanto alla sua oggettività,
in sede di ricorso, talché le considerazioni contenute nella memoria hanno il
carattere della novità.
3.

Il presente ricorso, in conclusione, va dichiarato inammissibile e tale

situazione, implicando il mancato perfezionamento del rapporto processuale,
cristallizza in via definitiva la sentenza impugnata, precludendo in radice la
possibilità di rilevare di ufficio l’estinzione del reato per prescrizione maturata
dopo la sentenza impugnata (Cfr., tra le altre, Sez. U, n. 21 dell’11/11/1994,
Cresci, Rv. 199903; Sez. 3, n. 18046 del 09/02/2011, Morra, Rv. 250328, in
motivazione).
4. Alla pronuncia di inammissibilità consegue, ex art. 616 cod. proc. pen., la
condanna di ciascuno dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali, nonché
al versamento, in favore della Cassa delle ammende, di una somma che, in
ragione delle questioni dedotte, appare equo determinare in euro 1.000,00.

P.Q.M.
Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna ciascuno dei ricorrenti al pagamento
delle spese processuali e della somma di euro 1.000,00 in favore della Cassa
delle Ammende. Così deciso in Roma il 09/03/2015

come offensive, ossia adoperate in base al significato che esse vengono

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