Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14224 del 09/03/2015


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 14224 Anno 2015
Presidente: LOMBARDI ALFREDO MARIA
Relatore: DE MARZO GIUSEPPE

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
DE BELLIS VINCENZO N. IL 28/07/1942
avverso la sentenza n. 6/2012 GIUDICE DI PACE di MODUGNO, del
23/10/2013
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 09/03/2015 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. GIUSEPPE DE MARZO
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott.
AL 4,
che ha concluso per

Udito, er la parte civile, l’Avv
i difensor Avv.

Data Udienza: 09/03/2015

Ritenuto in fatto
1. Con sentenza del 23/10/2013 il giudice di pace di Modugno ha condannato
Vincenzo De Bellis alla pena di euro 300,00 di multa, avendolo ritenuto

responsabile dei reati di ingiuria e minacce nei confronti di Andrea Saracino, per
avere pronunciato nei suoi confronti espressioni come “mi fai soltanto ridere, ti
devo far schiattare in corpo avvocato dei miei coglioni, vedrai il culo che ti farò”.
2.

Il De Bellis ha personalmente proposto ricorso per cassazione, affidato ai

seguenti motivi.

avere il giudice di pace: a) ritenuto di non dare rilievo alle dichiarazioni
dell’imputato, solo in ragione di tale qualità; b) omesso di valutare l’effettiva
sussistenza dell’elemento psicologico e l’idoneità delle espressioni utilizzate a
integrare i reati di ingiuria e di minaccia; c) trascurato di dare conto delle
dichiarazioni del teste Maria Romana Masellis, la quale aveva riferito di un
soccorso nei confronti dell’imputato, in tal modo contraddicendo le dichiarazioni
della persona offesa e di Giuseppe Masellis, e di valutare l’attendibilità dei testi,
non indifferenti, in quanto nipoti della persona offesa (tra l’altro, rileva il
ricorrente che Giuseppe Masellis lavora nello stesso studio del querelante).
2.2. Con il secondo motivo, si lamenta inosservanza ed erronea applicazione
degli artt. 612 e 594 cod. pen., sottolineando: a) quanto alle espressioni ritenute
minacciose, che le stesse, tenuto conto delle caratteristiche fisiche dell’imputato
e del livello sociale e culturale della persona offesa, erano inidonee a turbare la
libertà e la tranquillità psichica di quest’ultima; b) quanto all’espressione ritenuta
ingiuriosa, che la stessa era piuttosto indice di inurbanità.
In ogni caso, il ricorrente rileva che, successivamente alla sentenza di primo
grado e prima che decorressero i termini per proporre ricorso, i reati si sono
estinti per prescrizione.

Considerato in diritto
1. Il primo motivo di ricorso è inammissibile, per genericità.
Prima di esaminare nel dettaglio le critiche sollevate in relazione alla motivazione
del giudice di merito, deve ribadirsi che le regole dettate dall’art. 192, comma 3,
cod. proc. pen. non si applicano alle dichiarazioni della persona offesa, le quali
possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di
penale responsabilità dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea
motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità
intrinseca del suo racconto, che peraltro deve in tal caso essere più penetrante e
rigorosa rispetto a quella cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi
testimone (Sez. U, n. 41461 del 19/07/2012, Bell’Arte, Rv. 253214).

1

2.1. Con il primo motivo si lamentano vizi motivazionali e violazione di legge, per

In ogni caso, la verifica attraverso indici esterni delle dichiarazioni della persona
offesa non si deve tradurre nell’individuazione di prove dotate di autonoma
efficacia dimostrativa, dal momento che ciò comporterebbe la vanificazione della
rilevanza probatoria delle prime.

Il giudice di pace ha posto a fondamento dell’affermazione di responsabilità
dell’imputato le dichiarazioni della persona offesa, confermate dal teste Giuseppe
Masellis.
Ciò posto, le censure del ricorrente richiamano le dichiarazioni che avrebbe reso

specificamente per quale ragione esse rivelerebbero l’inattendibilità della persona
offesa e dell’altro testimone, a parte un non limpido richiamo ad un soccorso
prestato nei confronti dell’imputato, la cui decisività non è dato intendere, in
difetto di ogni altra puntualizzazione.
L’inattendibilità della deposizione di Giuseppe Masellis è fondata su un profilo, il
legame di parentela e di lavoro con la persona offesa, che, oltre a non essere
documentato, è assolutamente neutro.
2. Anche il secondo profilo (e, in questa sede, per ragioni di ordine espositivo,
verranno anche esaminate le critiche accennate nel primo motivo, quanto alla
sussistenza degli elementi oggettivo e soggettivo del reato) è inammissibile, in
parte per genericità, in parte per manifesta infondatezza, secondo quanto verrà
in fra specificato.
Quanto al reato di ingiuria, va ribadito, sul piano oggettivo, che del tutto
razionalmente il giudice di merito ha attribuito carattere offensivo alle
espressioni sopra ricordate, in quanto dirette contro la personalità del
destinatario, e, sul piano del profilo psicologico, che, ai fini della configurabilità
del reato non è richiesta la sussistenza dell’animus iniurandi, essendo sufficiente
il dolo generico che può anche assumere la forma del dolo eventuale, in quanto
basta che l’agente, consapevolmente, faccia uso di espressioni o parole
socialmente interpretabili come offensive, ossia utilizzate in base al significato
che esse vengono oggettivamente ad assumere, senza un diretto riferimento alle
intenzioni dell’agente (Sez. 5, n. 6169 del 19/10/2012 – dep. 07/02/2013, Prado,
Rv. 255015).
Quanto al reato di minaccia, l’oggettivo carattere intimidatorio delle espressioni
utilizzate, che tale rimane anche se il destinatario è un avvocato, è minimizzato
attraverso il riferimento a non meglio precisate caratteristiche fisiche e psichiche
dell’imputato.
Con riguardo all’elemento psicologico, va, infine, ribadito che, nel delitto di
minaccia, il dolo, quale componente del fatto contestato, consiste nella cosciente
volontà di minacciare ad altri un ingiusto danno ed è diretto a provocare la
2

Maria Romana Masellis, senza riportarne il contenuto e senza illustrare

intimidazione del soggetto passivo, senza che sia necessario che in tale volontà
sia compreso il proposito di tradurre in atto il male minacciato. Infatti, oggetto
del delitto è unicamente l’azione intimidatrice (Sez. 1, n. 7382 del 11/06/1985,
Dessi, Rv. 170186).
Ciò posto, l’accertamento dell’elemento soggettivo ben può essere basato sulle
caratteristiche oggettive della condotta.
3.

Il presente ricorso, in conclusione, va dichiarato inammissibile e tale

situazione, implicando il mancato perfezionamento del rapporto processuale,

possibilità di rilevare di ufficio l’estinzione del reato per prescrizione maturata
dopo la sentenza impugnata (Cfr., tra le altre, Sez. U, n. 21 dell’11/11/1994,
Cresci, Rv. 199903; Sez. 3, n. 18046 del 09/02/2011, Morra, Rv. 250328, in
motivazione).
4. Alla pronuncia di inammissibilità consegue, ex art. 616 cod. proc. pen., la
condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché al
versamento, in favore della Cassa delle ammende, di una somma che, in ragione
delle questioni dedotte, appare equo determinare in euro 1.000,00.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro 1.000,00 in favore della Cassa delle
Ammende.
Così deciso in Roma il 09/03/2015

cristallizza in via definitiva la sentenza impugnata, precludendo in radice la

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