Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14220 del 25/02/2015


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 14220 Anno 2015
Presidente: NAPPI ANIELLO
Relatore: DEMARCHI ALBENGO PAOLO GIOVANNI

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
ZAPPACOSTA BENITO N. IL 26/09/1967
avverso la sentenza n. 2743/2013 CORTE APPELLO di L’AQUILA,
del 04/06/2014
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 25/02/2015 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. PAOLO GIOVANNI DEMARCHI ALBENGO
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott.
che ha concluso per

Udito-;per la parte civile, l’Avv
Udit i difensor Avv.

Data Udienza: 25/02/2015

Il Procuratore generale della Corte di cassazione, dr. Gabriele Mazzotta,
ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilità del ricorso.
Per il ricorrente è presente l’Avvocato Pertica in sost. Avv. Grasso, il quale
insiste per l’accoglimento del ricorso, facendo presente che è maturata la
prescrizione.

RITENUTO IN FATTO

Zappacosta Benito, imputato dei reati di cui agli articoli 582 e 583,

comma 1 (capo A), 56 e 610 (capo B) del codice penale, veniva
condannato dal tribunale di Chieti a due anni di reclusione, esclusa
l’aggravante di cui al capo A e previo riconoscimento della
continuazione; con la sospensione condizionale della pena e la non
menzione della condanna. La Corte d’appello de L’aquila, valutando
precisa, coerente e dettagliata la deposizione della persona offesa,
nonché ampiamente riscontrata dalle dichiarazioni delle testimoni Zinni e
Mammarella e dalla documentazione sanitaria prodotta, esclusa
l’esistenza di contraddizioni nelle dichiarazioni rese da Zappacosta Luigi e
rilevato che la teste Di Pasquale aveva assistito solo ad una parte
dell’episodio,

confermava

la

sentenza

di

condanna

quanto

all’affermazione di responsabilità, riducendo però la pena alla misura
finale di mesi 3 e giorni 15 di reclusione.
2.

Contro la sentenza di appello propone ricorso per cassazione

Zappacosta Benito per i seguenti motivi:
a. travisamento della prova e vizio di contraddittorietà e
manifesta illogicità della motivazione per non avere la Corte
d’appello de L’aquila prestato apprezzabile attenzione alle
effettive risultanze processuali e per essere le dichiarazioni
della persona offesa per nulla credibili. Si contesta, poi,
l’esistenza dì indizi gravi, precisi e concordanti.
b. Con un secondo motivo di ricorso, non rubricato, si contesta
l’inquadramento del reato di cui al capo B, per evidente
inidoneità della condotta, sia sotto il profilo oggettivo che
soggettivo.
c.

Con un terzo motivo di ricorso si lamenta la illogicità della
motivazione nella valutazione dell’attendibilità dei testi;
l’inosservanza dei principi di diritto dettati dalla cassazione in
materia di processo indiziario; la violazione generale del
1

1.

i

diritto di difesa. Secondo il ricorrente, la Corte ha totalmente
ed immotivatamente destituito di fondamento il valore
“discaricante” delle deposizioni rese da tutti i testi a difesa ed
ha immotivatamente e non plausibilmente esaltato le prove a
carico, avallando gli inveritieri assunti esposti dalla persona
offesa, omettendo di dare risposta ad una petizione istruttoria
difensiva, senza minimamente censurare la plateale
sovversione di regole procedurali.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il primo motivo di ricorso è inammissibile, in quanto manifestamente
infondato per la parte in cui contesta l’esistenza di un logico apparato
giustificativo della decisione, che invece esiste; non consentito per la
parte in cui pretende di valutare, o rivalutare, gli elementi probatori
al fine di trarne conclusioni in contrasto con quelle del giudice del
merito, chiedendo alla Corte di legittimità un giudizio di fatto che non
le compete. Esula, infatti, dai poteri della Corte di cassazione quello
di una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della
decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al giudice di
merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera
prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata,
valutazione delle risultanze processuali. Alla Corte di cassazione è
preclusa la rilettura di altri elementi di fatto rispetto a quelli posti a
fondamento della decisione impugnata e l’autonoma adozione di
nuovi o diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti
medesimi, ritenuti maggiormente plausibili o dotati di una migliore
capacità esplicativa, dovendosi essa limitare a controllare se la
motivazione dei giudici di merito sia intrinsecamente razionale e
capace di rappresentare e spiegare l’iter logico seguito.
2. La denunzia di minime incongruenze argomentative (peraltro
spiegate dalla Corte; cfr. pagina 6 della sentenza) o l’omessa
esposizione di elementi di valutazione, che il ricorrente ritenga tali da
determinare una diversa decisione, ma che non siano
inequivocabilmente munite di un chiaro carattere di decisività, non
possono dar luogo all’annullamento della sentenza, posto che non
costituisce vizio della motivazione qualunque omissione valutativa
che riguardi singoli dati estrapolati dal contesto, ma è solo l’esame

.,

del complesso probatorio entro il quale ogni elemento sia
contestualizzato che consente di verificare la consistenza e la
decisività degli elementi medesimi oppure la loro ininfluenza ai fini
della compattezza logica dell’impianto argomentativo della
motivazione (sez. 2, numero 9242 del 8 febbraio 2013, Reggio, rv.
254.988).
3. Quanto alla censura relativa agli indizi, occorre ricordare che la

ed attendibilità, ed ancor più quando, come nel caso di specie, sia
riscontrata da plurimi elementi esterni, non sia qualificabile come
indizio, ma come vero e proprio elemento di prova. Del tutto
inconferenti, pertanto, sono le argomentazioni relative ai criteri di
valutazione degli indizi.
4. Il secondo motivo di ricorso è manifestamente inammissibile per la
sua assoluta genericità, non essendo minimamente indicato un
errore, rilevante ai sensi dell’articolo 606 del codice di procedura
penale, da cui sarebbe affetto il ragionamento operato dei giudici di
merito; inoltre, manca qualsiasi argomentazione a sostegno delle
generiche considerazioni sulla qualificazione della condotta. In verità,
non si comprende nemmeno se si tratta di motivo autonomo o di
semplice considerazione inserita nel motivo numero uno (il motivo è
infatti così rubricato: “segue”).
5. Anche il terzo motivo di ricorso è inammissibile a causa della sua
estrema genericità, essendo comunque relativo a valutazioni di
merito che, avendo trovato adeguata motivazione in sentenza, non
sono suscettibili di revisione in sede di legittimità; sulla valutazione
di attendibilità della persona offesa si vedano il primo capoverso di
pagina 3 e il primo capoverso della pagina 4. Sulle deposizioni a
discarico vi è motivazione all’ultimo capoverso della pagina 3,
essendo peraltro del tutto generica la contestazione contenuta nel
ricorso, così come quella relativa alla omessa risposta sulla richiesta
istruttoria (il ricorrente non indica nemmeno quale sia stata tale
richiesta istruttoria, non essendo consentito nel ricorso per
cassazione argomentare con esclusivo riferimento al contenuto di
altri atti).
6. Quanto alle argomentazioni difensive relative alle regole di
valutazione degli indizi, non possono che richiamarsi le considerazioni

3

deposizione della persona offesa, qualora superi il vaglio di credibilità

già espresse in precedenza, in ordine alla inconferenza di tali
censure.
7. Ne consegue che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile;
l’inammissibilità del ricorso, non consentendo il formarsi di un valido
rapporto di impugnazione, preclude la possibilità di valutare
l’eventuale decorso dei termini prescrizionali, tanto più se maturati
dopo la sentenza impugnata (Sez. U., n. 23428 del 22/03/2005,

del 22/11/2000, De Luca). E ad essa consegue, ai sensi dell’art. 616
C.P.P., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del
procedimento e – per i profili di colpa correlati all’irritualità
dell’impugnazione (C. cost. n. 186 del 2000) – di una somma in
favore della cassa delle ammende nella misura che, in ragione delle
questioni dedotte, si stima equo determinare in C. 1.000.

p.q.m.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al
pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1.000,00 a
favore della cassa delle ammende.
Così deciso il 25/2/2015

Bracale; Sez. U., n. 33542 del 27/06/2001, Cavaliera; Sez. U., n. 32

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