Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14220 del 09/12/2016

Penale Sent. Sez. 3 Num. 14220 Anno 2017
Presidente: ROSI ELISABETTA
Relatore: ACETO ALDO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
A.A.

avverso la sentenza del 19/10/2015 della CORTE APPELLO di FIRENZE
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 09/12/2016, la relazione svolta dal Consigliere
ALDO ACETO
Udito il Procuratore Generale in persona del GIULIO ROMANO
che ha concluso per

Data Udienza: 09/12/2016

RGN 25426/2016

RITENUTO IN FATTO

1.11 sig. A.A. ricorre per l’annullamento della sentenza del
19/10/2015 della Corte di appello di Firenze che, in parziale riforma di quella del
26/01/2012 del Tribunale di Livorno da lui impugnata, concesse le circostanze
attenuanti generiche equivalenti alla contestata aggravante, ha rideterminato la

multa, ha revocato la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici ed ha
confermato nel resto l’affermazione della sua penale responsabilità per il
concorso nel reato continuato di cui agli artt. 110, 81, cpv., 12, comma 5, d.lgs.
n. 286 del 1998 e 3, n. 8 e 4, n. 7, legge n. 75 del 1958 (favoreggiamento e
sfruttamento aggravato della prostituzione e favoreggiamento della permanenza
in Italia di più persone provenienti dal Brasile in violazione delle disposizioni del
Testo Unico sull’immigrazione, al fine di trarre profitto dalla loro condizione di
illegalità); il fatto è contestato come commesso in Livorno a partire dal mese di
luglio 2009 e fino al mese di novembre 2009.
1.1.Con il primo (articolato) motivo – che riguarda il reato di
favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione – eccepisce la nullità della
sentenza per erronea applicazione dell’art. 192, cod. proc. pen. e
contraddittorietà e illogicità della motivazione.
Deduce, al riguardo, che la Corte di appello ha attribuito valore di prova e
fatti a circostanze che non possono nemmeno essere qualificati come indizi
perché, difettando del requisito della univocità, avrebbero potuto esser letti in
senso opposto a quello accusatorio.
Si tratta, in particolare, dei seguenti elementi:
– la chiamata in correità di B.B., priva di riscontri, inattendibile e
incoerente;
– le contraddittorie dichiarazioni pre-dibattimentali rese da De Oliveira Silva
Jorge Avecio, acquisite ed utilizzate in violazione degli artt. 512, 516, cod. proc.
pen., 111, Cost. e 6, Convenzione E.D.U., in quanto testimone straniero, privo di
dimora stabile, esercente il meretricio, la cui irreperibilità non era imprevedibile;
– la protesta di innocenza, di cui è stata ingiustamente stigmatizzata la
tardività;
– il possesso delle chiavi dell’appartamento locato (dato del tutto neutro e
compatibile con l’attività di mediazione immobiliare);
– la presenza, nella sua rubrica telefonica, dei numeri telefonici di alcuni
soggetti che si prostituivano nell’immobile di Via San Carlo (dato neutro,
utilizzato senza alcun vaglio critico delle giustificazioni rese in sede di esame);

pena nella minor misura di due anni e sei mesi di reclusione e 600,00 euro di

la sua mancata osservazione nei pressi dell’appartamento di Corso

Mazzini, troppo facilmente attribuita ad una non dimostrata discontinuità dei
servizi di OCP, laddove egli non intratteneva mai conversazioni telefoniche
compromettenti (altra circostanza troppo sbrigativamente ed irragionevolmente
spiegata con una generica accortezza nell’uso del telefono), nessuna delle
prostitute lo ha mai chiamato in causa, alcuna indagine è mai stata effettuata sui
suoi movimenti di danaro;
– l’incapacità economica del B.B. di corrispondere il canone di locazione

elevato a prova in assenza di verifiche sulle reali possibilità di integrare la
retribuzione con altre indennità particolari, tipiche della funzione);
– la riscossione dell’affitto fondata su prove inesistenti e contraddette da
altre (per esempio la testimonianza di Da Silva Maria Rainnunda);
– l’uso del nomignolo “Valentino”, preesistente all’attività illecita e dunque
non funzionalmente collegato ad essa;
– la conoscenza delle lamentele dei condomini (dato inesistente);

la lettura univocamente accusatoria della conversazione telefonica

intercorsa con N.N. per questioni attinenti il
pagamento dell’affitto, fondata su una motivazione contraddittoria, carente e
illogica che non si confronta con altre emergenze processuali.
1.2.Con il secondo motivo eccepisce la nullità della sentenza per erronea
applicazione dell’art. 192, cod. proc. pen. e contraddittorietà e illogicità della
motivazione in relazione ai due reati di favoreggiamento della presenza
irregolare delle cittadine straniere.
Lamenta, in particolare, il ricorso alle dichiarazioni del B.B. e la natura
contraddittoria della motivazione nella parte in cui trae dall’entità della somma
pagata dalle straniere per la locazione degli immobili la convinzione della
consapevolezza della loro condizione di persone irregolari.

CONSIDERATO IN DIRITTO

2.11 ricorso è fondato, per quanto di ragione, limitatamente al secondo
motivo; è infondato nel resto.

3.11 A.A. risponde dei seguenti reati:
A) del reato p. e p. dagli artt. 110, 81, cpv., 12, comma 5, d.lgs. n. 286 del
1998 perché, in concorso con B.B.  e in esecuzione di un medesimo
disegno criminoso, al fine di trarre ingiusto profitto dalla loro condizione di
illegalità, aveva favorito la permanenza in Italia di persone provenienti dal
Brasile in violazione delle norme concernenti la disciplina dell’immigrazione,
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sol perché appartenente al Corpo della Polizia Penitenziaria (un mero sospetto

sublocando, nei mesi di luglio e agosto 2009 e dietro corrispettivo dell’importo di
800,00 euro mensili, un appartamento sito in Corso Mazzini, 44 a tali De Oliveira
Souto Ivson, Da Silva Maria Raimunda, detta “Ray”, ad altre due prostitute, tali
Alexia e Manuela, e tale Guto, non meglio identificato, che corrispondevano
300,00 euro settimanali ciascuno. Con l’aggravante dell’aver commesso il fatto in
due persone e di aver favorito la permanenza di cinque persone.
B) del reato p. e p. dagli artt. 110, 81, cpv., 12, comma 5, d.lgs. n. 286 del
1998 perché, in concorso con B.B. e in esecuzione di un medesimo

illegalità, aveva favorito la permanenza in Italia di persone provenienti dal
Brasile in violazione delle norme concernenti la disciplina dell’immigrazione,
locando, nel mese di ottobre 2009, un fondo commerciale abusivamente adottato
ad uso abitativo, sito in Via San Carlo, 46, a tali XX, che corrispondevano 250,00 euro alla
settimana ciascuna, e ad altre persone straniere esercenti la prostituzione e non
identificate. Con l’aggravante dell’aver commesso il fatto in due persone.
C) del reato p. e p. dagli artt. 110, 81, cpv., 3, n. 8), e 4, n. 7), legge n. 75
del 1958, perché, in concorso con B.B. e in esecuzione di un
medesimo disegno criminoso, con le condotte di cui ai capi di imputazione che
precedono, concedendo in locazione l’appartamento ed il fondo adattato ad uso
abitativo a scopo di esercizio di case di prostituzione e facendosi pagare canoni
di locazione esorbitanti, sfruttavano e comunque favorivano la prostituzione
altrui. Con l’aggravante dell’aver commesso ai danni di più persone.
3.1.Secondo i Giudici di merito la responsabilità dell’imputato trova
riscontro: a) quanto all’esercizio del meretricio negli appartamenti indicati nella
rubrica, nelle dichiarazioni di alcune prostitute e relativi clienti e nei servizi di
osservazione e controllo posti in essere dalla polizia giudiziaria; b) quanto al suo
personale coinvolgimento, nella dichiarazioni eteroaccusatorie del B.B.
(collega del ricorrente), nelle dichiarazioni rese da alcune prostitute, dalle
conversazioni telefoniche intercettate (buona parte delle quali, le più
“compromettenti”, intercorse su un’utenza anonima).
3.2.0rbene, il ricorso dell’imputato non si sofferma sulla oggettiva
sussistenza dei fatti (che non contesta) bensì sul ragionamento seguito dalla
Corte di appello per ribadire la sua personale responsabilità. Nel far ciò, però,
egli procede ad un’opera di letterale scomposizione della sentenza della quale
richiama (e censura) i singoli passaggi motivazionali seguendo un metodo che
contraddice i canoni di valutazione della prova che egli stesso afferma esser stati
violati, proponendo cioè una visione parziale e parcellizzata dell’intera vicenda.
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disegno criminoso, al fine di trarre ingiusto profitto dalla loro condizione di

3.3.Sostenere che ciascun indizio non è dotato del requisito della univocità
equivale ad affermare che l’indizio non costituisce prova dell’esistenza del fatto,
il che è quanto espressamente prevede l’art. 192, comma 2, cod. proc. pen..
3.4.11 fatto indiziante, infatti, è di per sé normalmente significativo di una
pluralità di fatti non noti, per cui in tal caso si può pervenire al superamento
della relativa ambiguità indicativa dei singoli indizi applicando la regola
metodologica fissata nell’art. 192, comma secondo, cod. proc. pen. (così Sez. U,
n. 6682 del 04/02/1992, Musumeci, Rv. 191230, che ha affermato il principio per

regole di esperienza consolidate ed affidabili, si perviene alla dimostrazione del
fatto incerto da provare secondo lo schema del cosiddetto sillogismo giudiziario.
È possibile che da un fatto accertato sia logicamente desumibile una sola
conseguenza, ma di norma il fatto indiziante è significativo di una pluralità di
fatti non noti ed in tal caso può pervenirsi al superamento della relativa
ambiguità indicativa dei singoli indizi applicando la regola metodologica fissata
nell’art. 192, comma secondo, cod. proc. pen.. Peraltro l’apprezzamento unitario
degli indizi per la verifica della confluenza verso un’univocità indicativa che dia la
certezza logica dell’esistenza del fatto da provare, costituisce un’operazione
logica che presuppone la previa valutazione di ciascuno singolarmente, onde
saggiarne la valenza qualitativa individuale. Acquisita la valenza indicativa – sia
pure di portata possibilistica e non univoca – di ciascun indizio deve allora
passarsi al momento metodologico successivo dell’esame globale ed unitario,
attraverso il quale la relativa ambiguità indicativa di ciascun elemento probatorio
può risolversi, perché nella valutazione complessiva ciascun indizio si somma e si
integra con gli altri, di tal che l’insieme può assumere quel pregnante ed univoco
significato dimostrativo che consente di ritenere conseguita la prova logica del
fatto; prova logica che non costituisce uno strumento meno qualificato rispetto
alla prova diretta – o storica – quando sia conseguita con la rigorosità
metodologica che giustifica e sostanzia il principio del cosiddetto libero
convincimento del giudice).
3.5.11 giudice, a fronte di una molteplicità di indizi, deve procedere in primo
luogo all’esame parcellare di ciascuno di essi, definendolo nei suoi contorni,
valutandone la precisione, che è inversamente proporzionale al numero dei
collegamenti possibili col fatto da accertare e con ogni altra possibile ipotesi di
fatto, nonché la gravità, apprezzata con i medesimi criteri; deve quindi
procedere alla sintesi finale accertando se gli indizi, così esaminati possono
essere collegati tutti ad una sola causa o ad un solo effetto e collocati tutti,
armonicamente, in unico contesto, dal quale possa per tale via esser desunta
l’esistenza o, per converso, l’inesistenza di un fatto (Sez. 6, n. 9916 del

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il quale l’indizio è un fatto certo dal quale, per interferenza logica basata su

30/05/1994, Di Dato, Rv. 199451; Sez. 6, n. 7175 del 19/05/1998, Bernardoni,
Rv. 211129).
3.6.L’impostazione seguita dal ricorrente non è, dunque, condivisibile perché
comporta un’inaccettabile rifiuto del metodo di valutazione unitaria
(“concordante”, lo definisce l’art. 192, comma 2, cod. proc. pen.) degli indizi con
il conseguente abbandono del vero terreno di confronto con la ‘ratio decidendi’
della sentenza impugnata, rispetto alla quale le doglianze, così come espresse,
sono del tutto generiche e parziali (e per certi versi nemmeno decisive) e, come

3.7.Costituisce conseguenza di tale approccio metodologicamente errato
l’inammissibile tentativo di proporre un lettura alternativa di ogni singolo indizio
che, nell’ottica difensiva, potrebbe essere spiegato in senso a lui favorevole o
comunque neutro (il possesso delle chiavi dell’appartamento di Corso Mazzini,
34, la disdetta del contratto di locazione dell’appartamento stesso, la mancata
rilevazione, da parte della PG, della sua presenza nei pressi del detto
appartamento, la non astratta impossibilità che il B.B. fosse in grado di
pagare l’affitto attingendo a non meglio definite indennità tipiche della funzione,
senza dover far affidamento sullo sfruttamento dell’attività di meretricio, l’uso
del nomignolo ‘Valentino’ – che, però, seppur noto ai colleghi fornisce la prova
certa che fosse lui la persona della quale parlano le occupanti dei due alloggi -,
la presenza nella rubrica del suo cellulare dei numeri di telefono di alcuni
soggetti che si prostituivano nell’appartamento di sua proprietà in Via San Carlo,
l’installazione di una linea ADSL a servizio del detto appartamento utilizzata da
chi vi si prostituiva per pubblicare annunci e pubblicizzare l’attività, la
conversazione telefonica del 29/11/2009 con cui discuteva con una prostituta di
questioni che riguardavano l’affitto).
3.8.Altri passaggi del ricorso, invece, propongono lo svilimento di elementi
acquisiti mediante dichiarazioni

“de relato” (come il fatto, per esempio, che

talvolta l’affitto dell’appartamento di C.so Mazzini veniva corrisposto nelle sue
mani) tacciando la motivazione di carenza sulla attendibilità del testimone
indiretto benché i Giudici di merito abbiano ricordato che l’imputato non avesse
mai chiesto l’esame della fonte ai sensi dell’art. 195, comma 1, cod. proc. pen.;
altri passaggi si avvalgono inammissibilmente di richiami al contenuto di prove
dichiarative delle quali, in taluni casi, viene anche proposta una lettura diretta in
questa sede benché non travisate, ovvero propongono una (ri)lettura delle
conversazioni telefoniche intercorse con il B.B. (la cui valenza accusatoria,
peraltro, è solo genericamente eccepita).
3.9.0rbene, premesso che, quanto alla credibilità del B.B., oltre a
prescindere dai numerosi riscontri indicati dai Giudici di merito, il ricorrente non
indica quali specifici elementi siano stati devoluti in appello a sostegno del

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di vedrà, non ne colgono affatto il senso.

contrario, appare evidente, anche solo dalla illustrazione dei motivi di doglianza
(si veda la premessa), che il A.A. elude il vero aspetto centrale del
ragionamento seguito dai Giudici di merito i quali, accertata l’attività di
meretricio incontestabilmente svolta dapprima nell’appartamento di C.so Mazzini
(preso in affitto dal B.B.) e proseguita nel locale di proprietà del A.A. in
via San Carlo (a seguito delle denunzie e proteste degli abitanti dell’immobile di
C.so Mazzini), hanno individuato i plurimi riscontri alle dichiarazioni
eteroaccusatorie del B.B. che riconducevano il favoreggiamento e lo

affermato che la loro intenzione era quella di subaffittare giornalmente gli
appartamenti a delle coppie ma sia il Tribunale che la Corte di appello spiegano,
alla luce dei fatti e con motivazione non manifestamente illogica, le ragioni per le
quali il progetto comune a entrambi fosse ben altro e ben noto anche
all’imputato.
3.10.A tal fine, come detto, i Giudici di merito valorizzano le seguenti
condotte: a) il ritiro dei canoni di locazione di C.so Mazzini da parte dell’imputato
talvolta in sostituzione del collega; b) l’interessamento del A.A. alla
individuazione dell’appartamento e alla stipula del contratto; c) il subaffitto
dell’appartamento a prezzo mensile già maggiorato (e non certo giornaliero) e
l’ulteriore subaffitto aggiuntivo ad altre persone (e non a coppie); d) il possesso
delle chiavi dell’appartamento e la risoluzione del contratto da parte dello stesso
A.A. non appena avvertì il pericolo di denunce che sarebbero state micidiali
per la sua carriera; e) la conseguente “apertura” del locale di Via San Carlo (di
sua proprietà) affittato alla stessa prostituta cui era stato subaffittato
l’appartamento di C.so Mazzini, situato a cinque metri dal condominio di
residenza del A.A.; f) le numerose e significative conversazioni telefoniche
intercorse tra questi ed il B.B. (delle quali l’imputato nemmeno fa cenno); g)
la disponibilità, da parte del A.A., di un’utenza telefonica cellulare
sconosciuta alla amministrazione di appartenenza, nella cui rubrica erano
riportati i numeri di telefono di alcune prostitute, una delle quali colta dalla PG
all’interno del locale di Via S. Carlo, ed utilizzata in modo chiaro ed esplicito
(diversamente dalle altre); h) la predisposizione di una linea ADSL nuova a
servizio degli inquilini ed utilizzata per pubblicizzare il meretricio via internet; i)
le numerose richieste di affitto da parte di altre persone (dato che smentisce la
debole difesa dell’imputato della convinzione che l’appartamento fosse usato dal
B.B. per gli incontri con la sua amante).
3.11.In tale contesto, il giudizio di inattendibilità della tesi difensiva
espresso dalla Corte di appello sol perché esposta in primo grado dopo aver
conferito con il difensore, pur se errato, non è decisivo nel complesso apparato
motivazionale che ben può prescinderne.
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sfruttamento di tale attività anche a lui. E’ pur vero che il B.B. aveva

3.12.Ricorda, infine, questa Corte che: a) l’indagine di legittimità sul
discorso giustificativo della decisione ha un orizzonte circoscritto, dovendo il
sindacato demandato alla Corte di cassazione essere limitato – per espressa
volontà del legislatore – a riscontrare l’esistenza di un logico apparato
argomentativo sui vari punti della decisione impugnata, senza possibilità di
verificare l’adeguatezza delle argomentazioni di cui il giudice di merito si è
avvalso per sostanziare il suo convincimento, o la loro rispondenza alle
acquisizioni processuali. L’illogicità della motivazione, come vizio denunciabile,

dovendo il sindacato di legittimità al riguardo essere limitato a rilievi di
macroscopica evidenza, restando ininfluenti le minime incongruenze e
considerandosi disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente
confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata, purché
siano spiegate in modo logico e adeguato le ragioni del convincimento (Sez. U, n.
24 del 24/11/1999, Spina, Rv. 214794); b) la mancanza e la manifesta illogicità
della motivazione devono risultare dal testo del provvedimento impugnato,
sicché dedurre tale vizio in sede di legittimità significa dimostrare che il testo del
provvedimento è manifestamente carente di motivazione e/o di logica, e non già
opporre alla logica valutazione degli atti effettuata dal giudice di merito una
diversa ricostruzione, magari altrettanto logica (Sez. U, n. 16 del 19/06/1996, Di
Francesco, Rv. 205621), sicché una volta che il giudice abbia coordinato
logicamente gli atti sottoposti al suo esame, a nulla vale opporre che questi atti
si prestavano a una diversa lettura o interpretazione, munite di eguale crisma di
logicità (Sez. U, n. 30 del 27/09/1995, Mannino, Rv. 202903); c) il travisamento
della prova è configurabile quando si introduce nella motivazione una
informazione rilevante che non esiste nel processo o quando si omette la
valutazione di una prova decisiva ai fini della pronuncia; il relativo vizio ha
natura decisiva solo se l’errore accertato sia idoneo a disarticolare l’intero
ragionamento probatorio, rendendo illogica la motivazione per la essenziale forza
dimostrativa del dato processuale/probatorio (Sez. 6, n. 5146 del 16/01/2014,
Del Gaudio, Rv. 258774; Sez. 2, n. 47035 del 03/10/2013, Giugliano, Rv.
257499).
3.13.Ne consegue che: a) il vizio di motivazione non può essere utilizzato
per spingere l’indagine di legittimità oltre il testo del provvedimento impugnato,
nemmeno quando ciò sia strumentale a una diversa ricomposizione del quadro
probatorio che, secondo gli auspici del ricorrente, possa condurre il fatto fuori
dalla fattispecie incriminatrice applicata; b) l’esame può avere ad oggetto
direttamente la prova solo quando se ne denunci il travisamento, purché l’atto
processuale che la incorpora sia allegato al ricorso (o ne sia integralmente
trascritto il contenuto) e possa scardinare la logica del provvedimento creando

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deve essere evidente, cioè di spessore tale da risultare percepibile “ictu oculi”,

una insanabile frattura tra il giudizio e le sue basi fattuali; c) la natura manifesta
della illogicità della motivazione del provvedimento impugnato costituisce un
limite al sindacato di legittimità che impedisce alla Corte di cassazione di
sostituire la propria logica a quella del giudice di merito e di avallare, dunque,
ricostruzioni alternative del medesimo fatto, ancorché altrettanto ragionevoli.
3.14.In conclusione, la condanna dell’imputato non costituisce il frutto di
una manifesta frattura logica tra i singoli fatti indizianti e le conclusioni che ne
sono state tratte a seguito della loro valutazione unitaria (concordante). Il

decisione (che ne costituisce il cuore) ma disperde le proprie ragioni in tanti rivoli
quante sono le singole righe della sentenza, analiticamente richiamate nel
ricorso stesso a fini di una loro confutazione frammentata. La neutralizzazione
della capacità evocativa degli indizi separatamente intesi e la proposta di una
loro lettura alternativa sconta, in tal modo, un processo di frammentazione e
scomposizione del quadro probatorio complessivo e una frantumazione del
processo logico ordinante che mortifica il criterio di giudizio imposto dall’art. 192,
cod. proc. pen..

42eccezione di inutilizzabilità della testimonianza di D.D. (che aveva riferito di aver conosciuto l’imputato in un’occasione in cui
questi si era recato a riscuotere l’affitto), le cui dichiarazioni sono state acquisite
ai sensi dell’art. 512, cod. proc. pen., non è ammissibile ed in ogni caso non è
fondata.
4.1.Quanto all’acquisizione del verbale, non solo l’imputato non se n’è doluto
in appello, ma addirittura ne ha riportato vari stralci per sostenere la propria
innocenza, contraddittoriamente sollecitandone l’utilizzo. Non risulta impugnata
in appello l’ordinanza dibattimentale di acquisizione del verbale, né è stata
eccepita la insussistenza dei fatti legittimanti l’acquisizione del verbale stesso,
eccezione che non può perciò essere (genericamente) sollevata per la prima
volta in questa sede.
4.2.Peraltro, secondo l’indirizzo costante di questa Corte, ai fini della
legittimità della lettura in dibattimento di dichiarazioni rese in sede di indagini
preliminari da cittadina straniera alla polizia giudiziaria e della valutazione circa
l’impossibilità di loro ripetizione, non sono elementi sufficienti a ritenere
prevedibile che il testimone si renda irreperibile la sua condizione di straniero e
l’esercizio, da parte sua, di attività di meretricio (Sez. 3, n. 12038 del
24/02/2015, Rv. 262983; nello stesso senso, tra le prime, Sez. 3, n. 7231 del
21/05/1998, Rv. 211203).
4.3.Inoltre, la sopravvenuta impossibilità di rintracciare il testimone non
deve essere assoluta (perché il concetto di irreperibilità che vale per il testimone

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ricorso, come detto, non coglie e non si confronta con questo aspetto della

non è lo stesso che vale per l’imputato) e può liberamente essere apprezzata dal
giudice di merito, il quale ha solo l’obbligo di motivare le sue decisioni (Sez. 2, n.
5495 del 15/05/1996, Rv. 205279). Trattandosi, dunque, di vizio di motivazione,
anche per questa ragione, l’eccezione di inutilizzabilità non è proponibile per la
prima volta in questa sede se non sollevata, come detto, in Corte di appello.
4.4.Quanto alla eccepita violazione degli artt. 111, Cost. e 6, Convenzione
E.D.U., si deve ricordare che le dichiarazioni predibattimentali rese in assenza di
contraddittorio, ancorché legittimamente acquisite, non possono –

applicazione dell’art. 6 della CEDU – fondare in modo esclusivo o significativo
l’affermazione della responsabilità penale (Sez. U, n. 27918 del 25/11/2010, Rv.
250199; Sez. 1, n. 14243 del 26/11/2015, dep. 2016, Rv. 266602).
4.5.Nel caso di specie, però, le dichiarazioni della testimone non esauriscono
l’intera platea probatoria che si avvale, come visto, di un ben più ampio quadro
nel quale esse si inserisconoo armonicamente.

5.La sentenza impugnata deve però essere annullata, senza rinvio,
limitatamente al reato “satellite” di cui ai capi A e B, oggetto del secondo motivo.
5.1.Deve essere, infatti, ribadito il principio di diritto secondo il quale il reato
di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina di una prostituta e quello di
favoreggiamento della prostituzione della medesima (art. 3, I. 20 febbraio 1958,
n. 75) non concorrono materialmente, in quanto, in virtù della clausola di riserva
contenuta nell’art. 12, comma 5, d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, il primo deve
ritenersi assorbito dal secondo (Sez. 3, n. 41404 del 07/07/2011, Rv. 251299;
Sez. 3, n. 46223 del 02/10/2013, Rv. 257858; nello stesso senso Sez. 3, n.
35716 del 05/05/2011, Rv. 251231).
5.2.La pena applicata in continuazione per tali reati può dunque essere
eliminata direttamente da questa Corte. A tal fine osserva il Collegio che la Corte
di appello ha applicato all’imputato le circostanze attenuanti generiche con
giudizio di equivalenza sulla contestata aggravante con diminuzione della pena
base, per il più grave reato di sfruttamento della prostituzione, nella misura
minima di due anni di reclusione e trecento euro di multa. Sono perciò rimasti
invariati gli aumenti a titolo di continuazione applicati in primo grado per gli altri
reati (nella misura di due mesi e cento euro di multa per ciascuno di quelli
rubricati ai capi A eBe di un mese e cento euro di multa per il reato di
favoreggiamento della prostituzione). Ne consegue che la pena da eliminare è
pari a quattro mesi di reclusione e duecento euro di multa, con conseguente
quantificazione della pena finale nella misura di due anni e due mesi di
reclusione e quattrocento euro di multa.

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conformemente ai principi affermati dalla giurisprudenza europea, in

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente ai reati di cui ai
capi a) e b) della rubrica, essendo gli stessi assorbiti nel reato di cui al capo c) e
per l’effetto ridetermina la pena inflitta in anni due e mesi due di reclusione ed
euro quattrocento di multa; rigetta nel resto il ricorso.
La Corte dispone inoltre che copia del presente dispositivo sia trasmessa alla
amministrazione di appartenenza del dipendente pubblico (Ministero della

Così deciso il 09/12/2016.

Il Consigliere estensore
Aldo Aceto

Giustizia) a norma dell’art. 70, d.lgs. n. 150/09.

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