Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14214 del 13/02/2015


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 14214 Anno 2015
Presidente: NAPPI ANIELLO
Relatore: DE MARZO GIUSEPPE

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
CARPINO MARIO N. IL 01/03/1956
avverso la sentenza n. 4155/2010 CORTE APPELLO di MILANO, del
07/10/2013
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 13/02/2015 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. GIUSEPPE DE MARZO
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. 1 ),b,„1„,„ –,rU LA
che ha concluso per
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Udito, per parte civile, l’Avv
U

difensor Avv.

Data Udienza: 13/02/2015

Ritenuto in fatto
1. Con sentenza del 07/10/2013 la Corte d’appello di Milano ha confermato la
decisione di primo grado, che aveva condannato Mario Carpino alla pena di
giustizia, avendolo ritenuto responsabile, quale socio occulto ed amministratore
di fatto della Spam Autotrasporti s.r.I., dichiarata fallita in data 16/02/2006: a)
di bancarotta fraudolenta per distrazione, per avere prelevato dai conti societari
la somma di euro 292.400,00 e avere ricevuto dal fratello Vittorio Carpino,
amministratore della società, la somma di euro 40.900,00; b) di bancarotta

La Corte territoriale ha ritenuto che la tesi difensiva, alla stregua della quale
l’imputato, dopo avere rilasciato, unitamente alla moglie, due fideiussioni in
favore della società nel settembre 2003, aveva utilizzato, per far fronte ai debiti
societari, una quantità di denaro personale maggiore di quella ricevuta secondo il
capo di imputazione: a) non era sufficientemente provata, poiché non era
possibile istituire una corrispondenza tra gli esborsi (comunque parziali, rispetto
all’ammontare del debito nei confronti di ciascun creditore) e situazioni creditorie
verso Spam Autotrasporti s.r.I., posto i percettori dei pagamenti erano
contemporaneamente creditori di altre due società facenti capo al Carpino; b)
non era credibile, poiché tale soluzione, beneficiando principalmente i fornitori
comuni alla società fallita e alle altre due società del Carpino, escludeva
certamente il ripianamento del debito bancario, in tal modo non evitando la
possibile escussione delle fideiussioni.
Quanto alla bancarotta fraudolenta documentale, la sentenza impugnata ha
rilevato che era poco plausibile che l’imputato, imprenditore operante nel
medesimo settore della fallita e con clienti e fornitori comuni, si fosse fatto
raggirare dal fratello attraverso scritture contabili artefatte e che il Carpino era
portatore di un obiettivo interesse ad evitare la ricostruzione della disordinata
attività di ripianamento dei debiti che, a tutto voler concedere, aveva posto in
essere.
2. Il Carpino ha personalmente proposto ricorso per cassazione, lamentando vizi
motivazionali.
In particolare, con riguardo alla ritenuta bancarotta per distrazione, il ricorrente
rileva: a) che i pagamenti in favore di creditori della Spam Autotrasporti s.r.l.
erano stati effettuati utilizzando certamente la provvista del suo conto corrente
personale, come documentato dai titoli acquisiti, attraverso indagini difensive,
direttamente dalla banca; b) che le fatture prodotte dalla difesa per forniture
pagate con assegni tratti sul suo conto corrente personale indicano quale
beneficiario la Spam Autotrasporti s.r.l. e non le altre società nelle quali egli
aveva svolto un limitato ruolo nel tempo; c) che dalla documentazione allegata

1

fraudolenta documentale.

alla relazione del curatore emergeva che la Autotrasporti di Carpino Mario & C.
s.a.s., oltre ad avere come termine di fine attività la data del 31/12/2005, era da
mesi priva di movimentazione e di dipendenti e che egli aveva ricoperto un ruolo
in Autotrasporti O.V. s.r.l. – unica società ad avere una certa operatività – solo a
far data del 14/04/2005, laddove gran parte degli assegni prodotti dalla difesa,
per un ammontare di euro 255.355,85, erano stati emessi in una data anteriore.
Con riguardo alla bancarotta documentale, il ricorrente, privo di qualsivoglia
carica formale in Spam Autotrasporti s.r.I., non dialogava più con il fratello

situazione economica della società, talché, solo trascurando tale realtà e il fatto
che fosse stato lui e non il fratello a far fronte con esborsi personali alla crisi
della società poi fallita, la Corte territoriale poteva aver attribuito credito alla
versione di Vittorio Carpino.
Considerato in diritto
1.

Il primo motivo è inammissibile, perché, a fronte della sopra ricordata

motivazione della sentenza impugnata, che ha ritenuto non dimostrata la
corrispondenza tra esborsi personali e debiti della società fallita, opera un
riferimento alle fatture prodotte, senz’altra specificazione, in tal modo non
consentendo di cogliere il nesso tra queste ultime e i pagamenti e, in definitiva, il
vizio argormentativo lamentato.
Anche il generico riferimento alla documentazione allegata alla relazione del
curatore rende prive di un obiettivo e verificabile fondamento negli atti
processuali le affermazioni del ricorrente sulla operatività di una sola società
(Autotrasporti di Carpino Mario & C. s.a.s.) e sulla data in cui sarebbe stato
assunto l’incarico di amministratore della Autotrasporti O.V. s.r.l.
D’altra parte l’elenco di assegni riportato in ricorso indica dei beneficiari e la loro
qualità senza illustrare da quali atti processuali questa si desumerebbe.
In conclusione, a fronte di mere asserzioni, non è possibile cogliere alcuna
manifesta illogicità della motivazione o alcun travisamento della prova.
Va aggiunto, infine, che neppure una critica si rinviene alle considerazioni
dedicate dalla Corte territoriale alla inverosimiglianza di tale, dedotto selettivo
meccanismo di ripianamento del debito, che lasciava inalterata l’esposizione del
ricorrente rispetto all’escussione delle fideiussioni.
2.

Del pari, inammissibile è il secondo motivo, giacché l’affermazione di

responsabilità del Carpino si fonda, ben più che sulle dichiarazioni del fratello
Vittorio, su considerazioni logiche per nulla attinte dall’impugnazione: in
particolare, si fa riferimento alla inverosimiglianza che l’imputato, operante nel
medesimo settore della società fallita, possa avere deciso di impegnare se stesso
e la moglie con il rilascio di fideiussioni, che l’avrebbero poi costretto persino a
2

Vittorio, amministratore della società, da quando aveva scoperto la effettiva

pagamenti di affermato importo superiore a quello conseguito attraverso i
contestati prelievi, senza una critica e attenta valutazione delle scritture contabili
e senza vigilare, nonostante i penetranti poteri gestionali conseguiti con la
delega ad operare sul conto della società fallita, sulla regolare tenuta delle stesse
(certamente non tenute dal 01/01/2005 sino alla data del fallimento), sia pure al
limitato fine di conservare integre le proprie asserite ragioni creditorie.
3. Alla pronuncia di inammissibilità consegue, ex art. 616 cod. proc. pen., la
condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché al

delle questioni dedotte, appare equo determinare in euro 1.000,00.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro 1.000,00 in favore della Cassa delle
Ammende.
Così deciso in Roma il 13/02/2015
Il Componente estensore

versamento, in favore della Cassa delle ammende, di una somma che, in ragione

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