Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14201 del 29/01/2015


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 14201 Anno 2015
Presidente: NAPPI ANIELLO
Relatore: DE MARZO GIUSEPPE

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
ALLIA PIERO PAOLO N. IL 30/05/1966
PIERRO GIANLUCA N. IL 14/06/1981
avverso la sentenza n. 6795/2012 CORTE APPELLO di MILANO, del
28/05/2013
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 29/01/2015 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. GIUSEPPE DE MARZO
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott.
che ha concluso per (-9co
dfr:

Uditii difensoreAvv.
eo kk clkr),0

Data Udienza: 29/01/2015

Ritenuto in fatto
1. Con sentenza del 28/05/2013 la Corte d’appello di Milano ha confermato la
decisione di primo grado che aveva condannato alla pena di giustizia e al
risarcimento del danno da liquidare in separata sede, Piero Paolo Allia e Gianluca
Pierro, avendoli ritenuti responsabili di lesioni aggravate in danno di Luciano
Ferrelli, provocate dai primi due, carabinieri appartenenti al nucleo radiomobile
presso il Comando provinciale di Milano, al terzo, in caserma, dopo avere
proceduto al suo arresto.

identico contenuto, verranno esaminati congiuntamente.
2.1. Con il primo motivo i ricorrenti lamentano vizi motivazionali e violazione
della legge processuale, dolendosi del carattere meramente apparente delle
argomentazioni per relationem della sentenza impugnata, che non avrebbe
illustrato le ragioni per cui sono state condivise le conclusioni del giudice di primo
grado e sono stati esaminati solo i non meglio indicati punti principali delle
questioni sottoposte a gravame.
In particolare, i ricorrenti sottolineano che la Corte territoriale: a) aveva
confermato la valutazione di attendibilità della persona offesa, pur non ritenendo
credibile che l’avulsione del dente fosse stata provocata dall’azione lesiva
dell’Allia; b) non aveva spiegato su quale fondamento fosse stata ricondotta
all’azione dell’Allia la lussazione anteriore della articolazione scapolo – omerale,
sebbene il consulente tecnico avesse escluso che tale evento potesse essersi
verificato a seguito del pestaggio subito in caserma; c) non aveva, in
conseguenza, illustrato perché di tale conseguenza fosse stato ritenuto
responsabile il Pierro; d) con riferimento alla stessa esistenza dell’aggressione,
aveva trascurato di considerare la mancanza di anamnesi prima dell’ingresso in
caserma e aveva operato un disomogeneo raffronto tra il referto medico
effettuato all’ingresso del Ferrellí nel carcere di San Vittore e la riproduzione a
colori del fotosegnalamento; e) sempre in tale prospettiva, aveva illogicamente
escluso che le ecchimosi a sbarra presenti, all’ingresso in carcere, sul dorso e sul
torace del Ferrelli potessero ricondursi al precedente scontro della persona offesa
con la moto condotta dal carabiniere Erba, nel corso dell’inseguimento che aveva
portato all’arresto del primo.
2.2. Con il secondo motivo, si lamentano vizi motivazionali con riguardo al

concorso del Pierro e alla conseguente, ritenuta aggravante delle persone riunite
di cui all’art. 585, comma primo, cod. pen. I ricorrenti rilevano: a) che, prima
delle intercettazioni telefoniche delle conversazioni tra l’Allia e il Milici, nessuno
aveva indicato il Pierro come presente, talché non era illogico evocare un
problema di contaminazione delle fonti, che era stato eluso dalla sentenza
1

2. I due imputati hanno proposto distinti ricorsi per cassazione, che, essendo di

impugnata; b) che la Corte territoriale non aveva spiegato in cosa fosse
consistita l’approvazione da parte del Pierro della condotta altrui e, in definitiva,
in che modo si fosse realizzato il contributo concorsuale dell’imputato.
2.3. Con il terzo motivo si lamentano vizi motivazionali e violazione di legge, con
riguardo alla contestazione suppletiva sollevata all’udienza del 03/12/2012,
rilevando: a) che la circostanza delle persone riunite di cui all’art. 585, comma
primo, cod. pen. e delle sevizie e crudeltà di cui agli artt. 585, comma primo,
577, comma primo, n. 4, 61, n. 4, cod. pen., non aveva il carattere della novità,

depositata nel corso dell’udienza recava la data del 26/09/2011; b) che, in ogni
caso, allo spirare

del termine richiesto dalla difesa per la disamina della

contestazione suppletiva, non risultava che fosse stata assicurata dal giudice la
benché minima discussione; c) che, pertanto, esclusa la sussistenza delle
aggravanti e alla luce della durata della malattia, contenuta all’interno dei venti
giorni, occorreva dichiarare l’improcedibilità dell’azione penale per difetto di
querela.
2. Sono state depositate note d’udienza nell’interesse degli imputati.

Considerato in diritto

1. Il primo motivo è, nel suo complesso, infondato.
Al riguardo, occorre muovere dalla premessa che la Corte territoriale non ha
affatto basato il suo convincimento circa l’esistenza del pestaggio sulle sole
dichiarazioni della persona offesa e sul confronto – peraltro assolutamente
ragionevole – tra la riproduzione a colori del fotosegnalamento effettuato dopo
l’arresto e gli esiti del referto medico redatto all’ingresso del Ferrelli in carcere,
ma anche sulle dichiarazioni dell’altro soggetto che era stato arrestato (il Chiaia)
e di due colleghi dell’imputato (Castello e Miccoli), i quali avevano riferito di
avere rilevato che, dopo l’arresto, il Ferrelli aveva solo il labbro gonfio.
Queste ultime dichiarazioni, assolutamente trascurate dai ricorsi, rendono
assolutamente ragionevole il convincimento espresso dalla Corte territoriale,
quanto al fatto che la tumefazione dell’emivolto destro, indicata nella
documentazione medica del carcere di San Vittore sia stata prodotta dal
pestaggio, la cui esistenza risulta, altresì, dimostrata dal non equivoco – e
ancora una volta non contestato – contenuto delle comunicazione intercettate,
nelle quali il Milici, collega degli imputati, riferisce del fatto che “l’hanno
massacrato, cioè questo qua ha esagerato…” e che i due imputati “volevano
dargli una lezione”.
Così come ragionevole è, in tale contesto e tenuto conto delle caratteristiche
delle lesioni, la conclusione raggiunta dalla sentenza impugnata, quanto al fatto
che le ecchimosi a sbarra che il Ferrelli presentava al dorso e al torace fossero
2

come peraltro emergeva dal fatto che la formulazione scritta redatta dal P.M.

state prodotte non dall’urto della persona offesa con la moto di un carabiniere
durante il precedente inseguimento, ma con i colpi inferti con il manganello nel
corso della permanenza in caserma.
Quanto, infine, alle considerazioni dedicate dalla Corte territoriale alle
conseguenze riportate dal Ferrelli alla spalla, osserva il Collegio che esse, senza
incidere sulla valutazione del giudice di primo grado che, ha escluso la
sussistenza della circostanza aggravante di cui all’art. 583, comma primo, n. 1 e
2, cod. pen., alla luce di una preesistenza, si limitano a rilevare che la recidiva

momento che quest’ultima, dopo il fotosegnalarriento, lamentava, secondo
quanto riferito dal Chiaia, dolore alla spalla.
2. Il secondo motivo è inammissibile.
Esso, infatti, assume come premessa che il Ferrelli non avrebbe riferito nel corso
delle indagini del coinvolgimento del Pierro.
E, tuttavia, nonostante il contrario convincimento dei ricorrente, la Corte
territoriale non affatto eluso la questione, limitandosi a rilevare che tali
dichiarazioni, asseritarnente contrastanti con quanto affermato dal Ferrelli in
sede di udienza preliminare e in dibattimento, non potevano essere conosciute
dal giudice dal momento che non erano state utilizzate per le contestazioni.
Ed, in effetti, i ricorrenti neppure indicano che di tali dichiarazioni si siano serviti,
ai fini dell’art. 503, comma 3, cod. proc. pen. e con le conseguenze di cui all’art.
500, comma 2, richiamato dal comma 4 del medesimo art. 503.
Ciò posto, la sentenza impugnata ha tratto dalle dichiarazioni del Ferrelli,
secondo cui l’Allia è stato il materiale esecutore del pestaggio e il Pieno
“assisteva e lo appoggiava”, e dal risultato delle intercettazioni – il cui significato
non è posto in discussione dai ricorsi – ha tratto il ragionevole convincimento del
concorso del secondo nel reato del primo, la cui azione era stata rafforzata e
supportata dalla non occasionale presenza del Pierro, il quale aveva altresì
vigilato affinché nessuno intervenisse.
3. Il terzo motivo è, nel suo complesso, infondato.
Ritiene, infatti, il Collegio di aderire all’orientamento, che ha ricevuto l’autorevole
conforto delle Sezioni Unite (Sez. U, n. 4 del 28/10/1998 – dep. 11/03/1999,
Barbagallo, Rv. 212757), secondo il quale, in tema di nuove contestazioni, la
modifica dell’imputazione di cui all’art. 516 cod. proc. pen. e la contestazione di
un reato concorrente o di una circostanza aggravante di cui all’art. 517 cod.
proc. pen. possono essere effettuate all’esito dell’istruttoria dibattimentale anche
nel caso in cui nei corso della medesima non siano emersi elementi di prova
diversi da quelli di cui il pubblico ministero disponeva al momento dell’esercizio

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occorsa alla persona offesa appare ragionevole conseguenza del pestaggio, dal

dell’azione penale (v., di recente, Sez. 5, n. 16989 del 02/04/2014, Costa, Rv.

259857).
Va, infatti, rilevato che la contestazione di un reato concorrente o di una
circostanza aggravante è consentita sulla base anche dei soli elementi già
acquisiti in fase di indagini preliminari, non soltanto perché non vi è alcun limite
temporale all’esercizio del potere di modificare l’imputazione in dibattimento, ma
anche perché, da un lato, nel caso di reato concorrente, il procedimento
dovrebbe retrocedere alla fase delle indagini preliminari e, dall’altro, nel caso di

risulterebbe irreparabile, essendo la medesima insuscettibile di formare oggetto
di un autonomo giudizio penale.
L’ulteriore profilo di doglianza, concernente la dedotta violazione del diritto al
contraddittorio, è manifestamente infondata, giacché, una volta riconosciuto il
diritto al termine a difesa, ai sensi dell’art. 519, comma 1, cod. proc. pen., è
onere dell’imputato proporre le richieste difensive che ritenga necessarie.
Per pura completezza, va aggiunto che l’invocata dichiarazione di improcedibilità
comunque non poteva intervenire, in quanto la Corte territoriale, con
considerazioni non attinte da alcuna censura, ha ritenuto contestata in fatto
l’aggravante dell’uso dell’arma, di cui al primo comma dell’art. 585 cod. pen.,
che rende inapplicabile, per espressa previsione, il secondo comma dell’art. 582
cod. pen., quanto alla necessità della querela.
4. Alla pronuncia di rigetto consegue, ex art. 616 cod. proc. pen., la condanna di
ciascuno dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna ciascuno dei ricorrenti al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso in Roma il 29/01/2015
Il Componente estensore

Il Pr idente

circostanza aggravante, la mancata contestazione nell’imputazione originaria

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