Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14178 del 05/03/2015


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 14178 Anno 2015
Presidente: BRUSCO CARLO GIUSEPPE
Relatore: ZOSO LIANA MARIA TERESA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
LACAITA COSIMO N. IL 15/09/1975
avverso l’ordinanza n. 879/2014 TRIB. LIBERTA’ di LECCE, del
25/11/2014
sentita la relazione fatta dal Consi gliere Dott. LIANA MARIA TERESA
ZOSO ;
lotte/sentite le conclusioni del PG Dott. A-Colo

Udit i klifensokAvv. ;
(\,s,

Data Udienza: 05/03/2015

RITENUTO IN FATTO

1.11 tribunale del riesame di Lecce, con ordinanza in data 25 novembre 2014, in accoglimento
dell’appello proposto dal pubblico ministero, annullava l’ordinanza emessa dal gip presso il
tribunale di Lecce in data 6 novembre 2014 con cui era stata sostituita la misura degli arresti
domiciliari applicata nei confronti di Lacaita Cosimo con quella dell’obbligo di dimora.
Rilevava il tribunale del riesame che il GIP non aveva motivato sulla sussistenza di elementi

quanto, in particolare, lo stato di incensuratezza del prevenuto esisteva già ed era già stato
valutato al momento dell’adozione del provvedimento genetico mentre il decorso del tempo era
ininfluente, in assenza di ulteriori elementi, ai fini della riconsiderazione dell’entità delle
esigenze cautelari. Pertanto, non sussistendo circostanze nuove o precedentemente non
valutate che potessero aver modificato in melius il quadro cautelare, la modifica della misura
inflitta appariva priva di giustificazione.
2. Avverso l’ordinanza proponeva ricorso per cassazione Lacaita Cosimo, a mezzo del suo
difensore, deducendo violazione di legge e vizio di motivazione in quanto il tribunale si era
sottratto all’obbligo di una valutazione globale e complessiva della vicenda cautelare ed aveva
omesso di

It

gli altri parametri di apprezzamento di natura tanto oggettiva che

soggettiva che giustificavano, secondo il principio di proporzionalità e di adeguatezza, la
sostituzione della misura dell’obbligo di dimora a quella degli arresti domiciliari. Inoltre il
decorso del tempo era rilevante in quanto era idoneo a determinare un affievolimento delle
esigenze cautelari con riferimento alla pericolosità sociale.
All’odierna udienza il difensore dell’imputato produceva la stampa della visualizzazione
sintetica dell’ufficio informazioni della corte di cassazione da cui si evinceva che in data
21.1.2015 la terza sezione della corte stessa aveva annullato con rinvio l’ordinanza del
tribunale della libertà di Lecce con cui era stata irrogata a Lacaita Cosimo una misura cautelare
coercitiva.

CONSIDERATO IN DIRITTO

3. Preliminarmente osserva la corte che l’ordinanza cui si riferisce la visualizzazione sintetica
prodotta all’odierna udienza, che il difensore assume essere relativa all’annullamento
dell’ordinanza con cui il gip presso il tribunale di Lecce aveva originariamente applicato la
misura cautelare degli arresti domiciliari, non risulta ancora depositata, per il che non è dato
conoscere le ragioni per le quali è stato disposto l’annullamento con rinvio. Peraltro va rilevato
che, a seguito dell’annullamento con rinvio la misura cautelare è stata mantenuta e, dunque,
permane l’attualità del ricorso.
4. Ciò posto, si osserva che il ricorso, che si pone ai limiti dell’inammissibilità, è infondato.

1

specifici rispetto al caso concreto che consentissero l’applicazione di una misura gradata in

Invero il tribunale ha rilevato che che il mero decorso del tempo non era di per sè elemento da
cui poter desumere l’attenuazione delle esigenze cautelari; così argomentando, si è collocato
nell’ambito di un indirizzo interpretativo consolidato, secondo cui ai fini della sostituzione della
misura della custodia cautelare carceraria con quella degli arresti domiciliari e comunque con
altra meno grave, il mero decorso del tempo non è elemento rilevante, perché la sua valenza
si esaurisce nell’ambito della disciplina dei termini di durata massima della custodia stessa, e
quindi è soggetto alla necessità di essere considerato unitamente ad altri elementi idonei a

45213 dell’8/11/, Lombardo, Rv. 238518).
E’ stato osservato che il richiamo al principio testé menzionato non deve risolversi nella
pretermissione della valutazione del comportamento tenuto dal soggetto nello stato di custodia
cautelare, nei limiti in cui da quella condizione sia possibile trarre elementi significativi per
cogliere se la protrazione della misura cautelare abbia potuto e saputo fronteggiare il pericolo
prospettato ed eventualmente attenuarne la portata, sì da poter questo essere, per il futuro,
contenuto da misure di coercizione meno afflittive ( Sez. 1, n. 24897 del 10/05/2013, Sisti, Rv.
255832).
Quindi il giudice della cautela deve interrogarsi su come il tempo sia trascorso e sia stato
vissuto dal soggetto durante l’applicazione della misura cautelare, seppure questa non possa
avere alcuna vocazione di recupero sociale. Invero il fatto nuovo, capace di dar senso al
decorso del tempo ai fini di una revisione del giudizio cautelare, ben può essere rintracciato
nell’ambito del complessivo comportamento tenuto dall’interessato nella condizione di massima
restrizione e si impone, dunque, la correzione della rigidità dell’assunto dell’irrilevanza

ex se

del decorso del tempo tenendo conto di quanto stabilito dalla corte di legittimità a sezioni unite
secondo cui il principio di proporzionalità, al pari di quello di adeguatezza, opera come
parametro di commisurazione delle misure cautelari alle specifiche esigenze ravvisabili nel caso
concreto, tanto al momento della scelta e della adozione del provvedimento coercitivo, che per
tutta la durata dello stesso, imponendo una costante verifica della perdurante idoneità della
misura applicata a fronteggiare le esigenze che concretamente permangano o residuino,
secondo il principio della minor compressione possibile della libertà personale ( Sez. U, n.
16085 del 31/03/2011 – dep. 22/04/2011, P.M. in proc. Khalil, Rv. 249324 ).
Tutto ciò considerato, il ricorrente ha formulato il ricorso dolendosi del fatto che il tribunale
non ha fatto applicazione dei principi testé esposti ma non ha indicato, in concreto, quali
elementi, che il tribunale della libertà non avrebbe valutato, sarebbero stati tali da far
pervenire al giudizio di revisione in melius della misura cautelare qualora fossero stati valutati
unitamente al decorso del tempo.
Il ricorso, dunque, non è autosufficiente in quanto enuncia genericamente i principi violati ma
non indica gli elementi – quali il comportamento tenuto o la collaborazione prestata nello
svolgimento delle indagini, rivelatori dello scemare della pericolosità sociale- che
consentirebbero di fare applicazione di essi. E non può farsi carico la corte di esaminare gli atti
2

suffragare la tesi dell’affievolimento delle esigenze cautelari ( ex pluribus, Cass. Sez. 2, n.

onde accertare se sussistano elementi a favore del ricorrente che questi non ha neppure
allegato.
Il ricorso va, dunque, rigettato, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle
spese processuali.

P. Q. M.

Così deciso il 5.3.2015.

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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