Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14133 del 18/03/2015


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 14133 Anno 2015
Presidente: ESPOSITO ANTONIO
Relatore: GALLO DOMENICO

SENTENZA
Sul ricorso proposto da
Genovese Maria, nata a Messina il 14/11/1960
avverso la ordinanza 10/11/2014 del Tribunale per il riesame di Messina;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Domenico Gallo;
udito il Pubblico Ministero in persona del Sostituto Procuratore generale,
Roberto Aniello, che ha concluso chiedendo il rigetto;

RITENUTO IN FATTO

1.

Con

ordinanza in data 10/11/2014, Il Tribunale di Messina,

procedendo in sede di rinvio, accogliendo parzialmente l’istanza di riesame
avanzata nell’interesse di Genovese Maria, indagata per il reato di
partecipazione ad associazione mafiosa, riqualificato il fatto come concorso
esterno, sostituiva la custodia cautelare in carcere, applicata dal Gip di
Messina con ordinanza 12/12/2013, con gli arresti domiciliari in forma
aggravata.
2.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 39106/2014 aveva

annullato la precedente ordinanza del TdL di Messina, che aveva riqualificato
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Data Udienza: 18/03/2015

il fatto come concorso esterno sostituendo la misura di massimo rigore con
gli arresti domiciliari, osservando in particolare che: «i/ giudice a quo non
ha spiegato come la manifestata disponibilità di Genovese Maria a dare
attuazione alle indicazioni provenienti dal marito in merito alla ripartizione di
somme di denaro (“prendere i soldi”, “qualche 200 euro”, “qualche cosa da
portare all’avvocato”) – emersa dal colloquio captato il 29 febbraio 2012 – e
le iniziative della ricorrente volte a tacitare le maldicenze da parte della

distanti nel tempo, possano assumere un’effettiva rilevanza causale ai fini
della conservazione o del rafforzamento dell’associazione. Dall’altro lato, il
Tribunale non ha spiegato come, dal tenore dei due colloqui sopra indicati, si
possa evincere la consapevole volontà di Genovese Maria di dare un
contributo alla vita della consorteria criminale.
Ancora, i giudici della cautela non hanno esplicitato le ragioni per le quali la
volontaria e consapevole disponibilità di Genovese Maria ad eseguire le
direttive del marito detenuto in carcere abbia – in concreto e secondo una
valutazione ex post – assicurato un consapevole e volontario contributo alla
conservazione o nel rafforzamento delle capacità operative dell’associazione
e non abbia piuttosto – e soltanto – realizzato un interesse tutto individuale
del congiunto a gestire i rapporti di debito credito – fra l’altro anche con un
legale -, la cui natura illecita ella avrebbe potuto sconoscere. Motivazione
che, si ribadisce, avrebbe dovuto estendersi anche all’aspetto soggettivo,
rappresentato dalla coscienza e volontà della ricorrente di assicurare, per
detta via, il proprio contributo alla permanenza in vita ed al conseguimento
degli scopi dell’associazione».
3.

In sede di rinvio il Tribunale, effettuata una rilettura degli elementi

indiziari a carico della prevenuta, rilevava che Genovese Maria aveva
contribuito al mantenimento in vita della congregazione criminale mentre il
marito era detenuto, fornendo un contributo causale ai fini della
conservazione e del rafforzamento del programma criminoso.
4.

Avverso tale ordinanza propone ricorso l’indagata, per mezzo dei

suoi difensori di fiducia, sollevando

due motivi di gravame con il quali

deduce violazione di legge in relazione all’art. 65 Ord. Giud. ed agli artt. 627
cod. proc. pen. e 110 416 bis cod. pen. La ricorrente in sostanza eccepisce
che il TdL ha violato l’obbligo di uniformarsi alla sentenza di annullamento, in
quanto la S.C. aveva ritenuto che le due captazioni di colloqui in carcere con
il marito non costituissero prova del concorso esterno della Genovese nella

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7.
7.

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Imperiale – emerse dal colloquio captato il 4 aprile 2012 -, sebbene isolate e

violazione dell’art. 416 cod. pen. Invece il TdI aveva riutilizzato le medesime
intercettazioni, desumendo dalle stesse la prova del concorso esterno della
Genovese con l’associazione di stampo mafioso. In sostanza il Tribunale di
Messina aveva motivato la nuova decisione con gli stessi argomenti ritenuti
illogici o carenti dalla S.C. La ricorrente, inoltre, contesta la sussistenza degli
estremi del reato, eccependo che intrattenere colloqui in carcere con il
marito detenuto per mafia non è prova di concorso esterno. Infine contesta

sodalizio riuscito neppure ad ottenere l’accoglimento della legittima richiesta
di assunzione in cantiere di taluno dei presunti sodali.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1.

Il ricorso è infondato.

2.

Secondo l’insegnamento di questa Corte, in tema di annullamento

per vizio di motivazione, il giudice di rinvio mantiene nell’ambito del capo
colpito dall’annullamento, piena autonomia di giudizio nella ricostruzione del
fatto e nella valutazione delle prove, nonché il potere di desumere – anche
sulla base di elementi probatori prima trascurati – il proprio libero
convincimento, colmando in tal modo i vuoti motivazionali e le incongruenze
rilevate, con l’unico divieto di fondare la nuova decisione sugli stessi
argomenti ritenuti illogici o carenti dalla Corte di Cassazione e con l’obbligo
di conformarsi all’interpretazione offerta dalla Corte di legittimità alle
questione di diritto (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 27116 del 22/05/2014 Ud.
(dep. 23/06/2014) Rv. 259811).

3.

Pertanto, a seguito di annullamento per vizio di motivazione, il

giudice del rinvio è chiamato a compiere un nuovo completo esame del
materiale probatorio con i medesimi poteri che aveva il giudice la cui
sentenza è stata annullata, fermo restando che egli non può ripetere il
percorso logico censurato dal giudice rescindente e deve fornire adeguata
motivazione sui punti della decisione sottoposti al suo esame (Cass. Sez. 5,
Sentenza n. 42814 del 19/06/2014 Ud. (dep. 13/10/2014) Rv. 261760).

4.

Nel caso di specie il principio di diritto affermato dalla S.C. con la

sentenza di annullamento consiste nella necessità di accertare che il

la sussistenza stessa dell’associazione di stampo mafioso, non essendo il

soggetto, pur non intraneo al sodalizio criminale, tuttavia fornisca, con
coscienza e volontà un contributo di natura morale o materiale che sia
idoneo a conservare o rafforzare l’associazione. Al riguardo la sentenza di
annullamento si è espressa in questo modo.
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