Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14118 del 12/03/2015


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 14118 Anno 2015
Presidente: GENTILE MARIO
Relatore: ALMA MARCO MARIA

SENTENZA
sul ricorso proposto da:

DI ROCCO Gino, nato a Lanciano il giorno 6/4/1981
DI ROCCO Achille, nato a Montenero di Bisaccia il 25/12/1943

avverso la ordinanza n. 79/14 in data 13/11/2014 del Tribunale di Chieti in
funzione di giudice del riesame,
visti gli atti, l’ordinanza e il ricorso
udita la relazione svolta dal consigliere dr. Marco Maria ALMA;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale dott.
Carmine STABILE, che ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilità del
ricorso;
udito il difensore degli indagati, Avv. Pier Luigi PETRAGNANI anche in
sostituzione del codifensore Avv. Salvino MONDELLO, che ha concluso chiedendo
l’accoglimento del ricorso.
RITENUTO IN FATTO
Con ordinanza in data 13/11/2014, a seguito di giudizio di riesame, il Tribunale
di Chieti in accoglimento dell’appello formulato dal Pubblico Ministero ha disposto
il sequestro preventivo dell’immobile sito in Lanciano, via Ferro di Cavallo n. 64
di proprietà dei coniugi D’ALOISIO Antonio e TENAGLIA Esterina.
Ai fini di una corretta comprensione, appare doveroso premettere una sintetica
ricostruzione della vicenda.

Data Udienza: 12/03/2015

D’ALOISIO Antonio e TENAGLIA Esterina denunciavano che, su richiesta della
loro figlia Adalgisa e del di lei marito (MARTELLI Antonio), si erano recati nel
gennaio 2009 presso lo studio di un geometra del quale non ricordavano il nome
(persona successivamente identificata in DI FABIO Domenico), laddove avevano
incontrato due “zingari”, padre e figlio, identificati in DI ROCCO Achille e DI
ROCCO Gino.
L’incontro era finalizzato a consentire alla figlia ed al genero dei denuncianti che

essere assistito da garanzia.
In tale occasione il D’ALOISIO e la TENAGLIA avevano sottoscritto “un foglio”
(asseritamente senza comprenderne il contenuto) ed i DI ROCCO avevano
consegnato ai richiedenti 1.000 o 2.000 C
Dopo circa un mese la TENAGLIA aveva ricevuto la visita del geometra il quale le
aveva chiarito che il denaro finanziato dai DI ROCCO doveva essere restituito
dalla di lei figlia e dal genero e che loro avevano firmato solo per garanzia,
peraltro rappresentando loro (in occasione di un’ulteriore visita) che se non
pagavano perdevano la casa in quanto di fatto l’avevano già venduta mediante la
sottoscrizione dell’atto stilato in occasione del loro primo incontro.
In effetti il DI FABIO aveva fatto sottoscrivere al D’ALOISIO ed alla TENAGLIA
una promessa di vendita della loro abitazione mentre i due DI ROCCO
risultavano dall’atto i pronlissari acquirenti del bene.
D’ALOISIO Adalgisa aveva poi precisato che in relazione alla consegna della
somma di C 15.000 era stato pattuito il versamento in due anni della somma di C
40.000.
Risulta inoltre che in data 3/3/2010 DI ROCCO Gino aveva ottenuto l’emissione
di decreto ingiuntivo nei confronti dei querelanti per l’importo di C 80.000 (pari al
doppio della somma che assumeva essere stata versata a titolo di caparra per
l’acquisto dell’immobile) e, sulla base dello stesso decreto (non opposto) era,
poi, iniziata attività di esecuzione forzata sull’immobile stesso.
DI ROCCO Gino e DI ROCCO Achille risultano indagati nel presente procedimento
per il reato di concorso in usura (artt. 110, 81 cpv. 644, 1 e 5 nn. 2 e 3, cod.
pen.).
Ricorre per Cassazione avverso la predetta ordinanza il difensore degli indagati
(in uno con i propri assistiti), deducendo:
1. Mancanza di motivazione in ordine alla opzione per i coniugi D’ALOISIOTENAGLIA di adempiere al preliminare, stipulare il contratto definitivo ed
incassare il residuo prezzo pattuito (artt. 325 e 606, lett. e, cod. proc. pen.).

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versavano in gravi difficoltà economiche di ottenere un prestito che doveva

Dopo avere proceduto ad una ricostruzione dei vari passaggi logici e cronologici
della vicenda de qua, il difensore dei ricorrenti ha evidenziato il fatto che le
persone offese avevano effettivamente intenzione di vendere l’immobile di loro
proprietà (come comprovato dal fatto che si erano anche rivolte ad un’agenzia
immobiliare), che il contratto preliminare era stato regolarmente da loro
sottoscritto e registrato, che il DI ROCCO aveva regolarmente versato la caparra
del quale gli era stata rilasciata quietanza, che nonostante numerosi inviti i

stipulazione del contratto definitivo dove avrebbero ottenuto il pagamento del
saldo del prezzo pari ad 80.000 C.
Orbene, rileva la difesa dei ricorrenti, nell’ordinanza impugnata non si riscontra
alcuna motivazione circa il fatto che le presunte persone offese, consapevoli
degli effetti giuridici del contratto da loro sottoscritto, avrebbero potuto
addivenire alla stipula del contratto definitivo così incassando la residua somma
di C 80.000.
Tra le parti è intervenuto un copioso scambio di corrispondenza nel corso della
quale Antonio D’ALOISIO ha anche rappresentato a Gino DI ROCCO di essere
disponibile all’annullamento del contratto preliminare con restituzione della
caparra il che dimostrerebbe da parte del primo la piena consapevolezza della
natura del contratto da lui sottoscritto così come il DI ROCCO ha manifestato senza successo – la propria disponibilità ad addivenire ad una soluzione
transattiva della vicenda.
Per contro il tentativo da parte dei coniugi D’ALOISIO di vendere
successivamente l’appartamento a terzi dopo avere ricevuto la caparra
costituirebbe semmai un tentativo di truffa ai danni degli odierni ricorrenti.
2. Inosservanza di norma processuale (art. 321 cod. proc. pen.) per
inammissibilità del sequestro preventivo, per difetto di periculum in mora nonché
per illogicità della motivazione sui concetti di “libera disponibilità”, “cosa
pertinente al reato” e sul fatto che la vendita coattiva possa aggravare le
conseguenze del reato.
Secondo la difesa dei ricorrenti avrebbe errato il Tribunale del riesame
allorquando ha ritenuto che l’appartamento de qua è da considerarsi cosa
pertinente al reato di usura.
L’appartamento è sottoposto a pignoramento dal 15/6/2010 per effetto proprio
di un vincolo fattovi apporre dagli odierni ricorrenti per evitare che la “libera
disponibilità” da parte dei D’ALOISIO li danneggiasse ulteriormente, ma non si
può certo affermare che lo stesso, essendo in corso la procedura esecutiva, sia

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promittenti venditori non si sono mai presentati innanzi al notaio per la

nella “libera disponibilità” dei DI ROCCO. Infatti il concetto di “libera
disponibilità” lascia intendere che il soggetto che gode di essa abbia la possibilità
di compiere atti di disposizione sul bene medesimo, cosa che nel caso in esame
non è certo possibile per i ricorrenti.
Oltretutto il provvedimento cautelare non impedirebbe agli indagati di proseguire
l’azione esecutiva stante l’anteriorità della trascrizione del pignoramento
effettuata in data 22/7/2010 rispetto all’eventuale trascrizione del sequestro.

documentante la sussistenza del credito, gli odierni ricorrenti ben potrebbero
agire anche aggredendo altri beni mobili od immobili dei D’ALOISIO.
A ciò si aggiunge il fatto che l’appartamento non è più l’oggetto del preliminare
inadempiuto ma è il mezzo di soddisfacimento del credito.
In sostanza l’ordinanza impugnata comporterebbe la sottrazione di un bene
facente parte del patrimonio dei debitori a garanzia di un credito riconosciuto con
provvedimento giudiziale ormai definitivo e con carattere di titolo esecutivo.
La totale inerzia dei proprietari dell’immobile, la mancanza di loro opposizione
alle iniziative giudiziarie intraprese dal soggetto riconosciuto creditore oltre il
lungo tempo decorso dal preliminare (27/1/2009) rappresentano, poi,
circostanze tali da far venir meno qualsiasi periculum in mora.
3. Inosservanza ed erronea applicazione della legge penale (art. 606, lett. b, in
relazione agli artt. 644 e 240 cod. pen.).
Rileva al riguardo la difesa dei ricorrenti che non sembra ipotizzabile nel caso di
specie l’adozione di un provvedimento di sequestro finalizzato alla confisca che di
fatto danneggerebbe proprio le presunte persone offese del reato di usura.
L’appartamento de qua infatti non ha carattere di prezzo o profitto di reato né è
nella disponibilità del reo.
In data 3/3/2015 la difesa dei ricorrenti ha depositato nella Cancelleria di questa
Corte una memoria difensiva con la quale ha ulteriormente confutato la
motivazione del provvedimento impugnato, evidenziando come nella stessa non
sono stati esaminati gli aspetti di concretezza in ordine alla materiale sussistenza
dei fatti addotti dall’Accusa il che ulteriormente evidenzierebbe il denunciato
mancato rispetto del disposto dell’art. 125, comma 3, cod. proc. pen. con
riguardo all’ipotizzato reato di usura. Anche l’adeguata valutazione del periculum
in mora sarebbe stata poi omessa nel provvedimento impugnato.

CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è fondato.

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Senza contare che, stante la definitività del provvedimento giudiziario

Deve innanzitutto premettersi che in tema di riesame delle misure cautelari reali,
nella nozione di “violazione di legge” per cui soltanto può essere proposto ricorso
per cassazione a norma dell’art. 325, comma 1, cod. proc. pen., rientrano la
mancanza assoluta di motivazione o la presenza di motivazione meramente
apparente, in quanto correlate all’inosservanza di precise norme processuali.
Ne consegue che è ammissibile il ricorso per cassazione contro ordinanze emesse
in materia di sequestro preventivo, pur consentito solo per violazione di legge,

meramente apparente, perché sprovvista dei requisiti minimi per rendere
comprensibile la vicenda contestata e l'”iter” logico seguito dal giudice nel
provvedimento impugnato (Cass. Sez. 6, sent. n. 6589 del 10/01/2013, dep.
11/02/2013, Rv. 254893).
Ciò doverosamente premesso non sfugge che la parte motiva dell’ordinanza
impugnata – dopo che sono state dedicate la prime tre pagine di essa alla
ricostruzione dei fatti ed a riassumere l’originario provvedimento di rigetto del
sequestro emesso dal Giudice per le indagini preliminari e le ragioni di doglianza
formulate dal Pubblico Ministero – consta in realtà di un solo paragrafo nel quale,
con un’affermazione palesemente apodittica, il Tribunale ha affermato che. “la
tesi accusatoria, fondata sulle dichiarazioni dei querelanti, confermate dalle
sommarie informazioni rese dalla figlia e dal genero dei denuncianti, presuppone
che il preliminare di vendita allegato agli atti sia stato sottoscritto dai querelanti
senza comprendere il contenuto dell’atto che era stato loro letto dal Geom. DI
FABIO Domenico, inizialmente indagato e la cui posizione era stata poi
successivamente stralciata a seguito di richiesta di archiviazione” (sic!).
In un passaggio successivo si precisa, poi, in termini generali che la simulazione
del contratto illecito può essere provata anche per testimoni.
Non v’è chi non veda come il Tribunale, nel momento in cui ha deciso di ribaltare
la decisione al riguardo assunta dal Giudice di prime cure invece di contrastare
tale decisione con una motivazione “rafforzata” destinata a spiegare le ragioni
per le quali il Giudice per le indagini preliminari aveva errato, si è limitato ad
indicare ciò che la tesi accusatoria “presuppone” peraltro senza neppure
espressamente spiegare le ragioni per le quali ha ritenuto di aderirvi.
Non una parola è stata dedicata nella motivazione dell’ordinanza impugnata a
spiegare le ragioni per le quali il Giudice per le indagini preliminari aveva errato
allorquando aveva evidenziato:
a) che i querelati non si erano opposti alla procedura esecutiva promossa dagli
indagati in relazione alla promessa di vendita e che poiché il pignoramento,

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quando la motivazione del provvedimento impugnato sia del tutto assente o

promosso da DI ROCCO Gino era anteriore al sequestro, le ragioni dei querelanti
dovevano trovare tutela in sede di opposizione all’esecuzione immobiliare e non
nell’ambito di un procedimento penale;
b) che il sequestro non poteva giovare alla vittima, interessata solo a conservare
nel proprio patrimonio il bene oggetto di sequestro.
In ogni caso prima di emettere il provvedimento di sequestro il Tribunale
avrebbe quantomeno dovuto dapprima domandarsi, poi valutare e, infine,

– in base a quali elementi, alla luce dell’annosa controversia tra le parti e della
documentazione che le stesse risultano essersi scambiate in sede stragiudiziale,
poteva essere sposata esclusivamente la tesi delle dichiarazioni dei querelanti e
delle persone ad essi vicine (tesi quindi proveniente dalla medesima parte
processuale) e perché le stesse erano rimaste inerti rispetto alla procedura
esecutiva;
– quale incidenza aveva avuto nel presunto rapporto usurario la sottoscrizione di
una promessa di vendita di un appartamento non certo a prezzo vile, promessa
la cui esecuzione contrattuale avrebbe portato nelle tasche dei querelanti (che
invece non vi hanno adempiuto) la indiscussa somma di ben ulteriori 80.000 €;
– se effettivamente si può ritenere che l’appartamento sottoposto a sequestro
fosse da considerarsi nella “libera disponibilità” del DI ROCCO, unica condizione
legittimante ex art. 321 cod. proc. pen. l’avviamento del trattamento cautelare
reale sul bene;
– quale sia l’efficacia del provvedimento stesso di sequestro del bene atteso che
lo stesso alla luce di come si evoluta la vicenda risulta oggi posto a garanzia di
un credito giudizialmente riconosciuto.
A ciò si aggiunga che l’ordinanza impugnata non dedica neppure una sola parola
alla affermazione del “fumus” dell’ipotizzato reato di usura limitandosi da un lato
semplicemente a descrivere i fatti e, dall’altro, ad asserire con un’affermazione
assolutamente generica che “quanto al fumus comnnissi delicti … al giudice non è
concesso alcun potere di indagine sulla fondatezza del fatto reato ravvisato, ma
solo il vaglio dell’astratta configurabilità dell’ipotesi di reato ascritta all’indagato e
dell’astratta legittimità della misura cautelare adottata, in relazione agli obiettivi
endoprocessuali propri, può quindi escludersi che si possa, in questa sede,
valutare la credibilità delle dichiarazioni rese dai denuncianti, considerato che
astrattamente la simulazione del contratto illecito può essere provata anche per
testimoni”.

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compiutamente motivare:

Al di là dell’improprio riferimento alla misura cautelare “adottata” atteso che il
Tribunale nel caso in esame era semmai chiamato a valutare un provvedimento
relativo al diniego di adozione della predetta misura e, quindi, ad adottarla in
proprio, risulta di palmare evidenza come nel caso in esame il Tribunale,
affermando di non poter indagare sulla fondatezza del fatto-reato ravvisato, non
dedicando una sola parola al “vaglio” dell’astratta configurabilità dell’ipotesi di
reato ascritta agli indagati ed a confutare le argomentazioni della difesa degli

concedere il sequestro, ha semplicemente annunciato la regola di giudizio che
poi non ha applicato nel caso concreto.
E’ questo certamente un caso di totale assenza di motivazione su questioni di
fatto e di diritto la cui soluzione è fondamentale ai fini dell’emissione del
provvedimento di sequestro.
Ciò come detto determina una violazione di legge del provvedimento impugnato
e ne impone l’annullamento con rinvio ad altra sezione del Tribunale di Chieti per
un nuovo esame.
P.Q.M.
Annulla l’ordinanza impugnata con rinvio al Tribunale di Chieti per nuovo esame.
Così deciso in Roma il giorno 12 marzo 2015.

stessi, non spiegando perché il Giudice di prime cure aveva errato nel non

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