Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14109 del 12/03/2015


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 14109 Anno 2015
Presidente: GENTILE MARIO
Relatore: CARRELLI PALOMBI DI MONTRONE ROBERTO MARIA

SENTENZA
Sul ricorso proposto da De Mari Vera e De Simone Gennaro;
avverso l’ordinanza del Tribunale di Napoli in data 13/11/2014;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Roberto Maria Carrelli Palombi di
Montrone;
udito il Pubblico Ministero in persona dell’Avvocato Generale dott. Carmine
Stabile, che ha concluso chiedendo che il ricorso venga dichiarato
inammissibile;
udito per i ricorrenti l’avv. Antonio Alaio che ha concluso riportandosi ai
motivi di ricorso e chiedendone l’accoglimento;

RITENUTO IN FATTO

1. Con decreto in data 29/9/2014 il Giudice per le indagini preliminari del
Tribunale di Napoli disponeva, ai sensi dell’art. 321 comma 2 e 3 bis cod.
proc. pen. e 12 sexies legge n. 356 del 1992, nell’ambito del procedimento
nei confronti, tra gli altri, di De Masi Vera e De Simone Gennaro, indagati
dei reati di cui agli artt. 416, 629 e 644 cod. pen. e 7 legge n. 203 del 1991,

1

Data Udienza: 12/03/2015

o

il sequestro preventivo di due immobili intestati a De Masi Vera e di cinque
immobili intestati a De Simone Gennaro nonché di somme di denaro già
oggetto di sequestro probatorio.
1.1. Avverso tale provvedimento proponevano istanza di riesame De Masi
Vera e De Simone Gennaro, contestando dal un lato la competenza del
giudice per le indagini preliminari ad emettere il provvedimento, per essere
stato il procedimento già passato al giudice per l’udienza preliminare e per

interrogatori resi dagli indagati dopo la notifica dell’avviso di cui all’art. 415
bis cod. proc. pen. nonché, da un altro lato, per essere il disposto
sequestro del tutto sproporzionato rispetto ai presunti vantaggi ed interessi
usurai.
1.2. Il Tribunale di Napoli, con ordinanza del 22/10/2014, respingeva
l’istanza proposta, confermando il provvedimento impugnato.

2. Ricorrono per Cassazione De Masi Vera e De Simone Gennaro, a mezzo
del loro difensore, sollevando il seguente motivo di gravame: mancanza,
contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, ai sensi dell’art.
606 comma 1 letto. e) cod. proc. pen. In primo luogo fanno rilevare che
alla data dell’emissione del provvedimento di sequestro da parte del
Giudice per le indagini preliminari il procedimento era già stato assegnato
al giudice dell’udienza preliminare, essendo già stata, in seguito alla
richiesta del Pubblico Ministero, fissata l’udienza preliminare; rappresenta
al riguardo l’assenza, nel provvedimento impugnato, di un benchè minimo
accenno al contenuto degli interrogatori difensivi resi dai ricorrenti ed alla
loro produzione documentale. Si lamentano poi del travisamento e
dell’omessa valutazione della prova documentale offerta dalla difesa.

CONSIDERATO IN DIRITTO

3. Il ricorso deve essere rigettato per essere infondato il motivo proposto.
È anzitutto necessario, in via preliminare, chiarire i limiti di sindacabilità da
parte di questa Corte dei provvedimenti adottati dal giudice del riesame dei
provvedimenti in materia di misure cautelar’ personali e reali. Secondo
l’orientamento di questa Corte, che il Collegio condivide, in materia di
misure cautelari il sindacato di legittimità che compete alla Corte di
Cassazione è limitato alla verifica dell’esistenza di un logico apparato

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non avere avuto contezza il giudice per le indagini preliminari dei due

argomentativo sui vari punti della decisione impugnata, senza la possibilità
di verificare la corrispondenza delle argomentazioni alle acquisizioni
processuali, essendo interdetta in sede di legittimità una rilettura degli
elementi di fatto posti a fondamento della decisione (sez. U. n. 6402 del
30/4/1997, Rv. 207944). Ed in particolare in materia di misure cautelari
reali, il giudizio di legittimità risulta ancora più circoscritto, in quanto cade
in un momento processuale, quale quello delle indagini preliminari,
caratterizzato dalla sommarietà e provvisorietà delle imputazioni; ciò

comporta che in sede di legittimità non è consentito verificare la
sussistenza del fatto reato, ma soltanto accertare se il fatto contestato
possa astrattamente configurare il reato ipotizzato; si tratta, in sostanza, di
verificare un controllo sulla compatibilità fra la fattispecie concreta e quella
legale ipotizzata, mediante una delibazione prioritaria dell’antigiuridicità
penale del fatto (sez. U. n. 6 del 27/3/1992, Rv. 191327; sez. U. n. 7 del
23/2/2000, Rv. 215840; sez. 2 n. 12906 del 14/2/2007, Rv. 236386).
Venendo alle questioni specifiche sollevate con il ricorso, quanto
all’aspetto relativo alla competenza del Giudice per le indagini preliminari
ad emettere il decreto di sequestro preventivo, deve rilevarsi che, sulla
base della giurisprudenza di questa Corte (sez. 1 n. 180 del 19/1/1993, Rv.
193515; sez. 1 n. 40524 del 2/10/2008, Rv. 241707), condivisa dal
Collegio, il giudice competente a pronunciarsi nel merito, cui fa riferimento
l’art. 321 comma 1 cod. proc. pen., è, prima dell’esercizio dell’azione
penale, il giudice per le indagini preliminari e, successivamente, il giudice
che procede, cioè quello che ha la disponibilità degli atti. Certo, una volta
distinte le funzioni di giudice delle indagini preliminari e di giudice
dell’udienza preliminare a seguito della separazione delle rispettive funzioni
disposta dall’art. 7 ter r.d. n. 12 del 1041 (cd. Ordinamento giudiziario) nel
testo introdotto dall’art. 6 d. Igs. n. 51 del 1998, il mancato rispetto delle
relative attribuzioni si risolve in una violazione delle regole in materia di
competenza funzionale; a ciò consegue che, una volta formulata la
richiesta di rinvio a giudizio e, quindi, esercitata l’azione penale da parte
del pubblico ministero, la competenza ad emettere il provvedimento in
materia di misure cautelari reali appartiene, ai sensi dell’art. 321 comma 1
cod. proc. pen., al giudice competente a pronunciarsi nel merito, cioè il

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Rft,

giudice dell’udienza preliminare, anche se l’udienza preliminare deve ancora
svolgersi (sez. 6 n. 3047 del 3/7/2000, Rv. 220756). Tale fase processuale
deve, però, essere individuata facendo riferimento al momento in cui la
richiesta è stata avanzata dal Pubblico Ministero e non con riferimento al
momento in cui deve intervenire la decisione (sez. 1 n. 5609 del
22/1/2008, Rv. 238867); orbene nel caso di specie la richiesta di sequestro

preventivo è stata certamente avanzata nella fase delle indagini preliminari
e, quindi, a norma dell’ultimo periodo dell’art. 321 comma 1 cod. proc.
pen., competente a provvedere sulla stessa era il giudice per le indagini
preliminari.
Quanto poi al mancato esame da parte del giudice di alcuni atti, nel
provvedimento impugnato, i giudici di Napoli, rilevata l’apoditticità delle
affermazioni difensive reiterate nel ricorso per Cassazione, hanno
evidenziato come dagli atti fosse emerso che il giudice, prima di emettere il
decreto di sequestro preventivo nei confronti degli attuali ricorrenti, aveva
avuto modo di apprezzare il mutato quadro accusatorio in conseguenza
dell’esclusione di De Simone Umberto dall’elenco degli imputati;
segnatamente viene dato atto che nei confronti di quest’ultimo era stata
rigettata la richiesta di misura cautelare avanzata dal Pubblico Ministero ed
era stata esclusa la circostanza aggravante di cui all’art. 7 legge n. 203 del
1991 individuata nella finalità di agevolare il clan di Monteruscello.
Deve, ancora, precisarsi che, ai sensi dell’art. 325 cod. proc. pen., il
ricorso per cassazione contro ordinanze emesse in materia di sequestro
preventivo o probatorio è ammesso solo per violazione di legge, in tale
nozione dovendosi comprendere sia gli
procedendo,

erro res in iudicando

o in

sia quei vizi della motivazione così radicali da rendere

l’apparato argomentativo posto a sostegno del provvedimento o del tutto
mancante o privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e
ragionevolezza e quindi inidoneo a rendere comprensibile l’itinerario logico
seguito dal giudice (sez. U n. 25932 del 29/5/2008, Rv. 239692; sez. 5 n.
43068 del 13/10/2009, Rv. 245093). Va ancora evidenziato che il
sequestro è stato disposto ai sensi degli artt. 321 cod. proc. pen. e art. 12
sexies legge 356/92, trattandosi di beni dei quali e’ consentita la confisca;

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z

ed appunto l’art. 12 citato prevede, in caso di condanna o di applicazione
della pena su richiesta per una serie di reati fra i quali l’art. 644 cod. pen.,
la confisca dei beni nella disponibilità del condannato, ove sia provata, da
un lato, l’esistenza di una sproporzione fra il reddito da lui dichiarato o i
proventi della sua attività economica ed il valore economico di detti beni e
da un altro lato che non risulti una giustificazione credibile circa la
provenienza dei suddetti beni (sez. U n. 920 del 17/12/2003, Montella, Rv.

legittimamente confiscabili, a norma dell’art. 12 sexies d.l. n. 306 del
1992, i beni e le altre utilità di cui il condannato per determinati reati non
possa giustificare la provenienza, senza che rilevi se tali beni siano o meno
derivanti dal reato per cui è stata pronunciata condanna, avendo il
legislatore posto una presunzione di illecita accumulazione patrimoniale,
superabile peraltro attraverso una giustificazione circa la legittimità della
loro provenienza da parte dei soggetti che hanno la titolarità o la
disponibilità dei beni; ed ai fini dell’assolvimento di tale onere, da un lato
non è sufficiente che sia fornita la prova di un rituale acquisto, essendo
necessario che i mezzi impiegati per il relativo negozio derivino da legittime
disponibilità finanziarie; dall’altro non si richiede che gli elementi allegati
siano idonei ad essere valutati secondo le regole civilistiche sui rapporti
reali, possessori o obbligazionari, ma solo che essi, valutati secondo il
principio della libertà della prova e del libero convincimento del giudice,
dimostrino una situazione diversa da quella presunta, il che certamente
non implica sufficienza di prospettazioni meramente plausibili, ma neppure
coincide con un concetto di rigorosa prova (sez. 6 n. 1087 del 26/3/1998,
Rv. 211955; sez. 5 n. 3682 del 12/1/2011, Rv. 249711). Ora con
riferimento al caso di specie ed in relazione al motivo di ricorso proposto, la
Corte territoriale ha fornito motivazione, priva di illogicità o contraddizioni e
basata su considerazioni di fatto che non possono essere riviste in sede di
legittimità, in ordine agli elementi che hanno consentito di ritenere provata
un evidente proporzione fra il reddito dichiarato dagli attuali ricorrenti,
gravemente indiziati, fra l’altro, di attività usurarie accompagnate da
minacce e violenze di carattere estorsivo per ottenere il pagamento dei
prestiti, e le loro possidenze in immobili e denaro.

4. Ai sensi dell’articolo 616 cod. proc. pen., con il provvedimento che
rigetta il ricorso, le parti private che lo hanno proposto devono essere

5

226491). Ed ancora più specificamente si è affermato che sono

condannate al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese
processuali.

Il Consi

i

Dott. Ros

estensore
arrelli Palombi di Montrone

Il Presidente
Do . Mario Gentile

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Così deliberato in camera di consiglio, il 12 marzo 2015

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