Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14105 del 12/03/2015


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 14105 Anno 2015
Presidente: GENTILE MARIO
Relatore: CARRELLI PALOMBI DI MONTRONE ROBERTO MARIA

24/10/2014;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Roberto Maria Carrelli Palombi di
Montrone;
udito il Pubblico Ministero in persona dell’Avvocato Generale dott. Carmine
Stabile, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;

RITENUTO IN FATTO
1. Con ordinanza del 6/10/2014 il Giudice per le indagini preliminari del
Tribunale di Taranto disponeva l’applicazione della misura degli arresti
domiciliari nei confronti di Massaro Giuseppe in ordine al reato di cui agli
artt. 628 comma 2 cod. pen.
1.1. Avverso tale provvedimento proponeva istanza di riesame l’indagato
contestando la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze
cautelari meritevoli di tutela attraverso la misura applicata.
1.2.

Il Tribunale di Taranto, sezione del riesame, respingeva l’istanza

proposta, confermando l’ordinanza impugnata.

1

Data Udienza: 12/03/2015

2.

Ricorreva per Cassazione l’indagato, per mezzo del suo difensore di

fiducia, sollevando i seguenti motivi di gravame:
2.1. vizio di motivazione e violazione di legge per mancanza di gravi indizi
di colpevolezza ed erronea valutazione degli stessi con particolare
riferimento alla partecipazione al delitto della madre ed al precedente
specifico che risale ad un episodio di oltre tre anni addietro. Evidenzia
ancora che non si è tenuto conto che l’indagato ha avviato un percorso

sono più attuali le esigenze cautelari.

CONSIDERATO IN DIRITTO

3. Il ricorso è manifestamente infondato e deve essere, pertanto, dichiarato
inammissibile. È anzitutto necessario chiarire i limiti di sindacabilità da
parte di questa Corte dei provvedimenti adottati dal giudice del riesame dei
provvedimenti sulla libertà personale. Secondo l’orientamento di questa
Corte, che il Collegio condivide, l’ordinamento non conferisce alla Corte di
Cassazione alcun potere di revisione degli elementi materiali e fattuali delle
vicende indagate, ivi compreso lo spessore degli indizi, né alcun potere di
riconsiderazione delle caratteristiche soggettive dell’indagato, ivi compreso
l’apprezzamento delle esigenze cautelari e delle misure ritenute adeguate,
trattandosi di apprezzamenti rientranti nel compito esclusivo e
insindacabile del giudice cui è stata chiesta l’applicazione della misura
cautelare, nonché del tribunale del riesame. Il controllo di legittimità sui
punti devoluti è, perciò, circoscritto all’esclusivo esame dell’atto impugnato
al fine di verificare che il testo di esso sia rispondente a due requisiti, uno
di carattere positivo e l’altro negativo, la cui presenza rende l’atto
incensurabile in sede di legittimità: 1) – l’esposizione delle ragioni
giuridicamente significative che lo hanno determinato; 2) – l’assenza di
illogicità evidenti, ossia la congruità delle argomentazioni rispetto al fine
giustificativo del provvedimento. (Sez. 6 n. 2146 del 25.05.1995, Tontoli,
Rv. 201840; sez. 2 n. 56 del 7/12/2011, Rv. 251760). Inoltre il controllo di
legittimità sulla motivazione delle ordinanze di riesame dei provvedimenti
restrittivi della libertà personale è diretto a verificare, da un lato, la
congruenza e la coordinazione logica dell’apparato argomentativo che
collega gli indizi di colpevolezza al giudizio di probabile colpevolezza
dell’indagato e, dall’altro, la valenza sintomatica degli indizi. Tale controllo,

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guidato e virtuoso di uscita dalla tossicodipendenza alla luce del quale non

stabilito a garanzia del provvedimento, non involge il giudizio ricostruttivo
del fatto e gli apprezzamenti del giudice di merito circa l’attendibilità delle
fonti e la rilevanza e la concludenza dei risultati del materiale probatorio,
quando la motivazione sia adeguata, coerente ed esente da errori logici e
giuridici. In particolare, il vizio di mancanza della motivazione
dell’ordinanza del riesame in ordine alla sussistenza dei gravi indizi di
colpevolezza non può essere sindacato dalla Corte di legittimità, quando

ad essa estranea la verifica della sufficienza e della razionalità della
motivazione sulle questioni di fatto. (Sez. 1 n. 1700 del 20.03.1998,
Barbaro, Rv. 210566). Non possono essere dedotte come motivo di ricorso
per cassazione avverso il provvedimento adottato dal tribunale del riesame
pretese manchevolezze o illogicità motivazionali di detto provvedimento,
rispetto a elementi o argomentazioni difensive in fatto di cui non risulti in
alcun modo dimostrata l’avvenuta rappresentazione al suddetto tribunale,
come si verifica quando essa non sia deducibile dal testo dell’impugnata
ordinanza e non ve ne sia neppure alcuna traccia documentale quale, ad
esempio, quella costituita da eventuali motivi scritti a sostegno della
richiesta di riesame, ovvero da memorie scritte, ovvero ancora dalla
verbalizzazione, quanto meno nell’essenziale, delle ragioni addotte a
sostegno delle conclusioni formulate nell’udienza tenutasi a norma dell’art.
309, comma 8, cod. proc. pen. (Sez. 1 sent. n. 1786 del 5.12.2003,
Marchese, Rv 227110). Tanto precisato, sul caso di specie deve rilevarsi
quanto segue. Il provvedimento impugnato non presenta i vizi denunciati
con il ricorso. Specificamente nell’ordinanza si dà atto adeguatamente della
sussistenza del presupposto cautelare di cui all’art. 273 cod. proc. pen.,
rilevandosi come il fatto enunciato nella provvisoria imputazione emerga
dalle dichiarazioni contenute nella querela resa dalla dipendente del centro
commerciale D’Amico sabrina e da quelle rese dal vigilante Albano Cosimo.
Quanto alle esigenze cautelari, ritenute meritevoli di tutela
attraverso la misura degli arresti domiciliari, si è fatto, ragionevolmente,
riferimento alle modalità della condotta, alla fuga, alla violenza esercitata
sul vigilante nonché al precedente specifico ed alla partecipazione al delitto
della madre, essendo stata adeguatamente valutata anche la
documentazione prodotta dalla difesa.

4. Ai sensi dell’articolo 616 cod. proc. pen., con il provvedimento che

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non risulti “prima facie” dal testo del provvedimento impugnato, restando

dichiara inammissibile il ricorso, la parte privata che lo ha proposto deve
essere condannata al pagamento delle spese del procedimento nonché al
pagamento in favore della cassa delle ammenda della somma di €
1.000,00.

P.Q.M.

spese processuali nonché al pagamento in favore della Cassa delle
ammende della somma di € 1.000,00.

Così deliberato in camera di consiglio, il 12 marzo 2015

Il Consiglier

tensore

Dott. Robert

Car

Il Presidente
Palombi di Montrone

Dott. Mario Gentile

t/Uv°

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle

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