Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14044 del 22/09/2014


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 14044 Anno 2015
Presidente: CHIEFFI SEVERO
Relatore: TARDIO ANGELA

SENTENZA

sui ricorsi proposti da:
KORMALIS PETROS, nato il 12/07/1968
ARAPELIS SOFOKLIS, nato il 28/10/1967
avverso la sentenza n. 334/2012 CORTE APPELLO di ANCONA del
28/05/2012;

visti gli atti, la sentenza e i ricorsi;
udita in pubblica udienza del 22/09/2014 la relazione fatta dal
Consigliere dott. Angela Tardio;
udito il Procuratore Generale in persona del dott. Mario Fraticelli,
che ha concluso chiedendo l’annullamento con rinvio della sentenza
impugnata;
preso atto che nessuno è comparso per i ricorrenti.

Data Udienza: 22/09/2014

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 17 giugno 2011 il G.u.p. del Tribunale di Ancona ha
dichiarato Kormalis Petros e Arapelis Sofoklis colpevoli del reato di cui agli artt.
110 cod. peri., 12, comma 3, lett. d) d.lgs. n. 286 del 1998, accertato in Ancona
il 16 febbraio 2010, perché, nella veste di autotrasportatori, e quindi di guidatori
della motrice marca DAF, targata CA5756MA e del rimorchio targato C3492EP,

presumibile nazionalità afgana non in regola con le norme sul permesso di
soggiorno, loro consentendo di introdursi all’interno del rimorchio frigorifero e poi
di imbarcarsi a bordo della motonave SUPERFAST proveniente da Patrasso, e li
ha condannati alla pena, ridotta per la scelta del rito, di anni sei di reclusione ed
euro ventimila di multa.

2. La Corte di appello di Ancona, con sentenza del 28 maggio 2012, in
parziale riforma della sentenza di primo grado, che ha confermato nel resto, ha
concesso le circostanze attenuanti generiche, ingiustamente non riconosciute in
primo grado e applicate in ragione di prevalenza sulle aggravanti, con
conseguente riduzione della pena inflitta in primo grado, alla luce dei principi e
dei criteri di cui all’art. 133 cod. pen. e tenuto conto degli art. 62-bis cod. pen. e
442, comma 2, cod. proc. pen., nella misura finale di anni due e mesi quattro di
reclusione ed euro quattordicimila di multa.
2.1. La Corte di merito, che illustrava le ragioni di doglianza espresse dagli
imputati appellanti con i motivi dell’unico atto di appello depositato dal comune
difensore di ufficio, rappresentava le ragioni della decisione e, in particolare:
– condivideva la ricostruzione dei fatti operata dal primo Giudice sulla base
degli atti di indagine preliminare, ritualmente acquisiti al fascicolo per il
dibattimento e pienamente utilizzabili per la decisione in virtù del rito abbreviato
prescelto;
– riteneva non credibile la spiegazione offerta dagli imputati-appellanti circa
la loro non conoscenza della presenza dei due clandestini all’interno
dell’autoarticolato che conducevano, valorizzando l’opportuna predisposizione
nello stesso dello spazio vitale per contenere, oltre al carico di uva, anche alcune
persone; la inverosimiglianza delle dichiarazioni dei due clandestini di essere
saliti sull’autoarticolato al Pireo, all’insaputa dei conducenti, durante una fermata
semaforica, aiutati da alcuni connazionali; la chiusura del portellone del
rimorchio, non apribile dall’interno, con lucchetto posto dagli imputati-appellanti
dopo la partenza dalla Grecia, come dagli stessi dichiarato; la predisposizione da

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avevano favorito l’ingresso illegale nel territorio nazionale di due cittadini di

parte degli stessi di una versione di comodo con i due clandestini trasportati, da
fornire nel caso di insuccesso della trasferta.

3. Avverso la sentenza di secondo grado hanno proposto ricorso per
cassazione con unico atto, con il ministero del comune difensore avv. Lucia
Steccone, entrambi gli imputati che ne chiedono l’annullamento sulla base di tre
motivi.
3.1. Con il primo motivo i ricorrenti deducono la nullità della sentenza di

in mancanza di richiesta di giudizio abbreviato, e di ogni altro provvedimento
conseguente.
La sentenza impugnata, che ha trascritto quasi integralmente l’atto di
appello, non ha preso in esame, ad avviso dei ricorrenti, l’eccezione preliminare,
formulata con detto atto, di nullità della sentenza di primo grado, pronunciata,
nella loro contumacia, richiamando nel solo dispositivo l’art. 442 cod. proc. pen.,
in mancanza della richiesta di giudizio abbreviato ai sensi dell’art. 438 cod. proc.
pen. e di un provvedimento ammissivo del rito, come richiesto dalla
giurisprudenza di questa Corte.
Né la generica richiesta, riportata nel verbale dell’udienza camerale del 17
giugno 2011, del difensore di ufficio, munito di procura speciale, di “applicazione
della pena per entrambi gli imputati”, corrisponde alla manifestazione di volontà,
certa e inequivoca, richiesta dall’art. 438 cod. proc. pen. a tutela dei diritti
personalissimi dell’imputato, garantiti con le specifiche forme previste per la
scelta e richiesta dei riti alternativi.
Neppure nella intestazione e nella motivazione contestuale della sentenza di
condanna di primo grado si è fatto riferimento a eventuale richiesta di
ammissione del giudizio abbreviato.
Secondo i ricorrenti, mentre non può parlarsi di errori materiali nella
documentazione degli atti, si è verificata non solo la già eccepita nullità ex art.
178, comma 1, cod. proc. pen., ma un’anomalia genetica e funzionale della
sentenza di primo grado, che ha integrato la sua abnormità, perché pronunciata
con richiamo all’art. 442 cod. proc. pen. nel dispositivo, in mancanza di alcun
riferimento, nella sua intestazione e motivazione contestuale e nel precedente
verbale di udienza camerale, a eventuale richiesta e ammissione del giudizio
abbreviato.
3.2. Con il secondo motivo, i ricorrenti deducono la manifesta illogicità e
contraddittorietà della motivazione sul punto riguardante l’elemento soggettivo
del dolo.
Secondo i ricorrenti, dopo l’ordinanza del G.i.p. che, all’esito dell’udienza di
convalida del loro arresto in flagranza, ha disposto la loro scarcerazione per

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primo grado ai sensi dell’art. 178, comma 1, cod. proc. pen., perché pronunciata

mancanza di un grave quadro indiziario di colpevolezza in ordine al reato
ascritto, il G.u.p. non poteva pervenire, sulla base degli stessi atti di indagine e
nonostante la richiesta di assoluzione anche del P.M., alla condanna inflitta.
Né la Corte di appello, che ha confermato la condanna sia pure con riduzione
della pena, ha preso in esame i motivi di appello, con i quali si era evidenziato
che le modalità di occultamento dei due clandestini a bordo, in spazio vuoto
creato tra le casse di uva trasportate, erano riferibili in via esclusiva agli
organizzatori del trasporto, senza alcun loro coinvolgimento, superando con

formulando la illogica ipotesi di una intesa tra autisti e clandestini circa la
versione di comodo da rendere, laddove i primi sono stati interrogati con
l’assistenza di un interprete in lingua greca e i secondi sono stati sentiti a
sommarie informazioni dalla P.G. con l’assistenza di un interprete in lingua farsi.
Né si è considerato, ad avviso dei ricorrenti, che l’ampio vano funzionale al
loro occultamento avrebbe consentito ai clandestini di proseguire il loro viaggio
fino alla destinazione finale, non rilevando la loro collaborazione per farli
scendere dal veicolo e che la loro versione di essere saliti “al volo” a un
semaforo, ritenuta inattendibile, non dimostrerebbe la complicità di essi
ricorrenti che, quali autisti, non hanno partecipano, come è normale, alle
operazioni materiali di carico e scarico, curate dagli organizzatori del trasporto,
limitandosi alla movimentazione dei veicoli e sono stati, nella specie,
impossibilitati ad accorgersi della presenza di due uomini nascosti tra le casse di
uva, rilevati dalla P.G. solo a mezzo di sofisticato “scannar” per veicoli.
Le mere ipotesi congetturali, formulate in termini contraddittori, posta la
distinzione logico-giuridica tra massime di esperienza e mere congetture, sono,
pertanto, inidonee a confermare un giudizio di colpevolezza oltre ogni
ragionevole dubbio.
3.3. Con il terzo motivo i ricorrenti denunciano violazione dell’art. 69,
comma 2, cod. pen. e mancanza di motivazione in ordine al computo della pena.
Secondo i ricorrenti, la Corte di appello, che ha rideterminato il trattamento
sanzionatorio, ha erroneamente considerato la pena inflitta prossima ai minimi di
legge, senza specificamente motivare circa l’assenza di precedenti penali e il loro
eventuale ruolo secondario nell’attività illecita, e senza considerare che la pena
base di cinque anni di reclusione, mentre corrisponde al minimo edittale della
ipotesi mono-aggravata di cui all’ad 12, comma 3, lett. d) d.lgs. n. 286 del
1998, è pari al massimo edittale della pena di cui al primo comma dello stesso
art. 12, risultante all’esito dell’applicazione delle attenuanti generiche con
giudizio di prevalenza. Una corretta determinazione della pena con piena
riduzione per le concesse attenuanti generiche avrebbe, invece, consentito di

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apprezzamenti soggettivi una situazione di oggettiva incertezza probatoria e

infliggere loro una pena molto inferiore, suscettibile anche di sospensione
condizionale.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso deve essere accolto per la fondatezza del primo motivo, che ha
carattere assorbente rispetto a ogni apprezzamento indotto dagli altri motivi.

pen., la cadenza procedimentale del giudizio abbreviato, ove l’imputato si avvale
della facoltà di “chiedere che il processo sia definito all’udienza preliminare allo
stato degli atti”,

muove dalla richiesta che, nell’esprimere la volontà

dell’imputato nelle forme previste dal terzo comma, può essere proposta
“oralmente o per iscritto” nei limiti temporali indicati nel secondo comma, e
prevede l’intervento del giudice, che, provvedendo sulla richiesta -previo
preliminare controllo della sua formale ammissibilità- con ordinanza, dispone con
la stessa, ai sensi del quarto comma, il giudizio abbreviato.
L’ordinanza che dispone il giudizio abbreviato è prevista anche dal
successivo quinto comma per il caso di richiesta di rito abbreviato condizionato,
avanzata dall’imputato, e suppone, oltre allo scrutinio positivo della formale
ammissibilità dell’istanza, la delibazione da parte del giudice, nel contraddittorio
delle parti, degli esiti delle indagini svolte per verificare se l’integrazione
probatoria “risulta necessaria ai fini della decisione e compatibile con le finalità di
economia processuale proprie del procedimento, tenuto conto degli atti già
acquisiti ed utilizzabili”, dovendo altrimenti la richiesta essere rigettata.

3. La rilevanza della indicata cadenza procedimentale è stata costantemente
riaffermata da questa Corte.
3.1. Con ricorrenti decisioni si è rimarcato che la richiesta, avanzata
dall’imputato in sede di udienza preliminare personalmente o a mezzo del
procuratore speciale, volta alla definizione del processo a suo carico mediante il
ricorso al giudizio abbreviato rappresenta l’esercizio di una facoltà del tutto
personale dell’interessato, che si traduce -con un negozio processuale di tipo
abdicativo avente a oggetto esclusivamente i poteri che rientrano nella sua sfera
di disponibilità- nella scelta di difendersi dall’accusa -senza la devoluzione del
processo al giudice del dibattimento- davanti al giudice per l’udienza preliminare
(tra le altre, Sez. U, n. 16 del 21/06/2000, dep. 30/06/2000, Tammaro, Rv.
216246; Sez. U, n. 39298 del 26/09/2006, dep. 28/11/2006, Cieslinsky, Rv.
234835).

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2. Si rileva in diritto che, alla stregua del disposto dell’art. 438 cod. proc.

In coerenza con tali premesse si è, tra l’altro, riconosciuto alla richiesta
dell’indicato rito (che, in quanto atto proprio della parte interessata, implica
l’accettazione degli effetti dell’atto nullo propedeutico ed esplica la carenza di
interesse all’osservanza della disposizione violata) un effetto sanante delle nullità
a regime intermedio degli atti “introduttivi” e “propedeutici” ex art. 183 cod.
proc. pen. (tra le altre, Sez. U, n. 39298 del 26/09/2006, citata, con riferimento
all’omessa traduzione dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari in una
lingua nota all’indagato, che non comprenda la lingua italiana; Sez. 2, n. 19483

all’omesso espletamento dell’interrogatorio a seguito dell’avviso di cui all’art.
415-bis cod. proc. pen.; Sez. 3, n. 7336 del 31/01/2014, dep. 17/02/2014,
Laneve, Rv. 258813, con riferimento all’omessa notifica dell’avviso di conclusione
delle indagini preliminari; Sez. 3, n. 19454 del 27/03/2014, dep. 12/05/2014,
Onofrio, Rv. 260377, con riferimento alla invalidità della notifica del decreto di
citazione a giudizio dell’imputato, conseguente alla sua effettuazione con
modalità diverse da quelle previste).
Si è anche evidenziato -a ulteriore riscontro della pacifica natura
determinante della

richiesta

di

giudizio abbreviato

nell’indicato

iter

procedimentale, in correlazione con la sua natura di atto personale della parte
interessata, con la individuazione degli esatti termini del suo contenuto,
condizionato o non condizionato, e con la tutela della scelta difensiva e delle
legittime aspettative dell’imputato- che nell’udienza preliminare la richiesta di
giudizio abbreviato può essere presentata dopo la formulazione delle conclusioni
da parte del pubblico ministero, ma non oltre il momento in cui il difensore
dell’imputato formula le proprie conclusioni definitive (Sez. U, n. 20214 del
27/03/2014, dep. 15/05/2014, Frija, Rv. 259076), o nel caso di più imputati nel
momento nel quale il difensore di ciascuno di essi rassegna le proprie conclusioni
definitive (Sez. U, n. 20214 del 27/03/2014, citata, Rv. 259077), e che il rigetto
o la dichiarazione d’inammissibilità della richiesta di giudizio abbreviato non
subordinata a integrazioni istruttorie, quando deliberati illegittimamente,
pregiudicano, oltre alla scelta difensiva dell’imputato, la sua aspettativa di una
riduzione premiale della pena anche in vista del recupero dello sconto
sanzionatorio all’esito del giudizio (Sez. U, n. 20214 del 27/03/2014, citata, Rv.
259078).
3.2. Nella giurisprudenza di questa Corte è del pari pacifica l’affermazione
che il giudizio abbreviato richiesto dall’imputato si apre soltanto con l’adozione
dell’ordinanza di ammissione, non potendo prescindere da un formale
provvedimento ammissivo.
Questa Corte, intervenuta a Sezioni unite sulla questione della decorrenza
dei termini di durata massima della custodia cautelare per la fase del giudizio
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L

del 16/04/2013, dep. 07/05/2013, Avallone, Rv. 256040, con riferimento

abbreviato, che si innesta su una richiesta di giudizio immediato del P.M. (o
anche di emissione di decreto penale di condanna), ha fissato il principio che,
anche nella ipotesi di rito abbreviato non subordinato ad integrazione probatoria
e disposto a seguito di richiesta di giudizio immediato, tali termini decorrono
dall’ordinanza con cui si dispone il giudizio abbreviato e non dall’emissione del
decreto di fissazione dell’udienza di cui all’art. 458, comma secondo, cod. proc.
pen. (Sez. U, n. 30200 del 28/04/2011, dep. 28/07/2011, P.M. in proc. Ohonba,
Rv. 250348).

all’art. 303, comma 1, lett. b-bis cod. proc., introdotto dall’art. 1, comma 1, lett.
b) d.l. n. 82 del 2000, convertito nella legge n. 144 del 2000, il dies a quo per il

computo dei termini di custodia cautelare, indicati nello stesso articolo per la
fase del giudizio abbreviato che si conclude con la emissione della sentenza, è
individuato nella “emissione dell’ordinanza con cui il giudice dispone il giudizio
abbreviato” (oltre che nella sopravvenuta esecuzione della custodia), e quindi in

un “provvedimento tipico del giudice”; ha sottolineato la disciplina unitaria del
regime del rito abbreviato, non differenziato a seconda del tipo di richiesta,
condizionata o meno a integrazione probatoria; ha richiamato la condivisa
giurisprudenza di legittimità che ha chiarito che le modificazioni degli indicati
termini di durata della custodia cautelare non si riferiscono soltanto alla ipotesi in
cui il giudizio abbreviato sia disposto nell’udienza preliminare -ipotesi di
abbreviato c.d. “ordinario”-, avendo essi carattere generale (Sez. 1, n. 17474 del
16/03/2001, Albanese, Rv. 218723), decorrendo dalla ordinanza che, in
qualunque grado di merito, disponga procedersi con il giudizio abbreviato (tra le
altre, Sez. 1, n. 41380 del 14/10/2009, Pappalardo, Rv. 245072; Sez. 1, n.
33602 del 18/09/2002, Santangelo, Rv. 222166), e trovando applicazione anche
nel giudizio abbreviato disposto dal giudice del dibattimento (Sez. 1, n. 24818
del 12/04/2001, Calabrese, Rv. 219545); ha rappresentato la peculiare funzione
dell’ordinanza ammissiva del rito (nel caso esaminato nella decisione in rassegna
in rapporto al decreto de plano di fissazione dell’udienza per il rito abbreviato ai
sensi dell’art. 458, comma 2, cod. proc. pen.), che apre il giudizio abbreviato, e
ha annotato che il provvedimento annmissivo del rito costituisce un presupposto
necessario per iniziare il giudizio abbreviato, ordinario o atipico.

4. Poste tali premesse in diritto, si rileva in fatto che dall’esame degli atti
processuali, consentito in questa sede essendo dedotto un error in procedendo
(tra le altre, Sez. U, n. 42792 del 31/10/2001, dep. 28/11/2001, Policastro, Rv.
220092; Sez. 4, n. 47981 del 28/09/2004, dep. 10/12/2004, Mauro, Rv.
230568; Sez. 1, n. 8521 del 09/01/2013, dep. 21/02/2013, Chahid, Rv. 255304)
risulta che:
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Con tale decisone questa Corte ha ricordato che, secondo la regola fissata

- con decreto del 16 maggio 2011, notificato il 24 maggio 2011, il G.u.p. del
Tribunale di Ancona, a seguito di richiesta di rinvio a giudizio presentata dal
Procuratore della Repubblica in sede nel procedimento penale a carico degli
odierni ricorrenti, difesi di ufficio dall’avv. Lucia Stecconi, ed elettivamente
domiciliati presso il suo studio, ha fissato per la decisione sulla richiesta l’udienza
preliminare del 17 giugno 2011;
– in detta udienza il G.u.p., presenti il Pubblico Ministero e il difensore di
ufficio avv. Stecconi, ha dichiarato la contumacia degli imputati non comparsi;

ciascuno dei due imputati

“con ogni più ampia facoltà di legge per la

presentazione di richiesta di applicazione di pena ai sensi dell’art. 444 e ss c.p.p.
e/o per la presentazione di richiesta di giudizio abbreviato ex art. 438 e ss
c.p.p.”, e ha chiesto “l’applicazione della pena x entrambi gli imputati”;
– secondo le annotazioni prestampate del verbale di udienza, “compiuti gli
accertamenti relativi alla costituzione delle parti, il Giudice dichiara aperta la
discussione. Le parti quindi così concludono”,

e seguono le conclusioni del

Pubblico Ministero (“assoluzione perché il fatto non costituisce reato ai sensi
dell’art. 530 cpv”) e del difensore (“si associa alla richiesta del P.M. e conclude
analogamente”).
4.1. Dalle ripercorse evidenze processuali emerge, pertanto, che il
difensore, pur investito di procura, rilasciata dagli imputati per presentare
richiesta di giudizio secondo gli indicati riti alternativi (giudizio abbreviato o
patteggiamento della pena), ha chiesto solo l’applicazione della pena, che,
peraltro, non ha formalizzato; il riferimento al giudizio abbreviato è contenuto
solo nella predetta procura come oggetto della possibile richiesta demandata al
difensore dai deleganti imputati, e non può pertanto valere come richiesta di
definizione del giudizio secondo le forme del rito abbreviato; il G.u.p. non ha
emesso provvedimento ammissivo del rito e dispositivo del giudizio abbreviato.
4.2. Tali evidenze devono essere, quindi, apprezzate, alla luce delle
sentenze emesse nei confronti degli imputati, poi appellanti e ora ricorrenti, dalle
quali risulta che:
– con sentenza, depositata all’esito dell’udienza preliminare del 17 giugno
2011 e dopo la sua deliberazione, con motivazione contestuale, il G.u.p. ha
dichiarato gli imputati responsabili del reato loro ascritto abbattendo “per la
scelta del rito” e nella misura di un terzo la pena per ciascuno determinata;
– con la sentenza impugnata la Corte di appello, che ha integralmente
riportato il contenuto dell’atto di appello, con il quale gli imputati avevano, tra
l’altro, eccepito che la sentenza era da ritenere “affetta da nullità assoluta ex art.
178/1 c.p.p. ed emessa illegittimamente in assenza del presupposto di legge”
mancando una rituale richiesta ex art. 438 cod. proc. pen., ha ritenuto,
8

– l’avv. Stecconi ha depositato procure speciali, conferite separatamente da

incidentalmente, che la fattispecie di reato ascritta era da ritenere ampiamente
dimostrata, alla luce delle “risultanze del giudizio abbreviato svoltosi in primo
grado (con acquisizione, dunque, di tutti gli atti delle indagini preliminari
ritualmente confluiti nel relativo fascicolo e pienamente utilizzabili in ragione
della scelta del rito operata dagli imputati)”, confermando la riduzione della
pena, come rideterminata, ai sensi dell’art. 442, comma 2, cod. proc. pen.
4.3. Entrambe le sentenze, pertanto, dando come pacifica l’intervenuta
celebrazione del giudizio abbreviato all’udienza preliminare e coerenti con tale

per effetto della scelta del rito, hanno omesso di rilevare che, in contrasto con i
predetti condivisi principi, alla cui stregua nel modello ordinario il rito è scelto
dall’imputato attraverso una propria unilaterale dichiarazione di volontà, a fronte
della quale la pronuncia dell’ordinanza ammissiva di cui all’art. 438, comma 4,
cod. proc. pen. costituisce, per il giudice, un atto dovuto, erano mancanti sia la
richiesta dell’imputato sia il provvedimento, pur dovuto, che ha disposto il
giudizio abbreviato.
Tali carenze, che si sono tradotte in specifiche violazioni delle norme
processuali che disciplinano lo svolgimento dell’udienza preliminare e l’accesso,
mentre essa è in corso, ai riti alternativi, hanno determinato il distorto sviluppo
del rapporto processuale e radicato nullità processuali, che, ai limiti della
configurabilità della stessa abnormità sotto il profilo strutturale (quale ritenuta
da questa Corte con riferimento all’atto, che, per la sua singolarità, si ponga al di
fuori del sistema organico della legge processuale, tra le altre, Sez. U, n. 26 del
24/11/1999, dep. 26/01/2000, Magnani, Rv. 215094; Sez. 2, n. 29382 del
16/05/2014, dep. 07/07/2014, Pmt in proc. Veccia, Rv. 259830), hanno inciso
sulle regole che attengono all’intervento dell’imputato nella fase preliminare del
giudizio, al corretto esercizio del suo diritto di difesa in rapporto alle facoltà
riconosciutegli per detta fase dal codice di rito e al rispetto del principio del
contraddittorio.

5. Al rilievo delle indicate violazioni, riconducibili alla previsione di cui all’art.
dall’art. 178 lett. c), cod. proc. pen., che la sentenza di primo grado, pronunciata
sulla base di un ritenuto introdotto rito alternativo, ha ignorato e delle quali la
sentenza di secondo grado, pur a fronte di una espressa eccezione processuale
degli imputati appellanti, non si è fatta carico, consegue l’annullamento senza
rinvio di entrambe le sentenze, dovendo essere ristabilita la situazione
processuale antecedente agli intervenuti illegittimi epiloghi giudiziari dell’udienza
preliminare.
Per l’effetto, gli atti vanno trasmessi allo stesso G.u.p. del Tribunale di
Ancona per i provvedimenti rientranti nella sua competenza.
9

premessa la decisione allo stato degli atti e l’applicazione della riduzione di pena

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata e la sentenza del 17 giugno
2011 del G.u.p. del Tribunale di Ancona e dispone la trasmissione degli atti allo
stesso G.u.p. per quanto di competenza.

Così deciso in Roma, il 22 settembre 2014

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