Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14041 del 02/10/2014


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Penale Sent. Sez. 6 Num. 14041 Anno 2015
Presidente: DE ROBERTO GIOVANNI
Relatore: LEO GUGLIELMO

SENTENZA

sui ricorsi proposti da

Agnesini Walter, nato a Ventimiglia il 30/07/1951

Bretagne Fabienne, nata a Rennes il 02/08/1963

avverso la sentenza della Corte d’appello di Genova del 17/03/2013

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta in camera di consiglio dal consigliere Guglielmo Leo;
lette le conclusioni del Procuratore generale, in persona del sostituto dott.
Eugenio Selvaggi, che ha chiesto il rigetto dei ricorsi.

RITENUTO IN FATTO

1. È impugnata la sentenza del 18/12/2013 con la quale la Corte d’appello di
Genova ha disposto il riconoscimento, ai sensi e per gli effetti dell’art. 12,
numero 4, cod. pen., della sentenza in data 12/04/2013 del Tribunale di
Grande istanza di Nizza, con la quale Walter Agnesini e Fabienne Bretagne sono

Data Udienza: 02/10/2014

stati tra l’altro condannati in solido, con riguardo ai delitti di truffa ed altro, al
risarcimento dei danni in favore di Giovanni Meneghinello e Isolina Manzatto.
La Corte territoriale, sollecitata al riconoscimento dai creditori dei
condannati, ha notato come il Tribunale francese avesse direttamente
provveduto sulle loro pretese risarcitorie, quantificando il danno ed indicando i
criteri di computo degli interessi.
Non si tratterebbe dunque del riconoscimento della sentenza straniera da
attuare allo scopo di farne valere le statuizioni penali in un giudizio civile

riconoscimento direttamente pertinente alle statuizioni civili della sentenza
straniera, e quindi di fattispecie riconducibile all’art. 741 cod. proc. pen. In
particolare – prosegue la Corte – il procedimento sarebbe stato attivato a
norma del comma 2 della norma citata, con la conseguente applicazione del
criterio di competenza territoriale indicato nella medesima norma (corte
d’appello nel cui distretto la statuizioni civili «dovrebbero essere fatte valere»).
Nella specie, l’azione è stata promossa nel luogo di residenza di uno dei due
debitori (Ventimiglia), l’altra risiedendo all’estero, e sarebbe dunque infondata
la tesi difensiva, secondo cui la competenza apparterebbe alla Corte d’appello
di Roma, in applicazione del criterio indicato nell’ultima parte dell’art. 732 cod.
proc. pen. In particolare, gli eventuali atti esecutivi sarebbero esperibili
appunto a Ventimiglia, in applicazione dei criteri fissati agli artt. 26 e 33 cod.
proc. civ.).
Si legge ancora nel provvedimento impugnato, per quanto ormai rileva, che
non sarebbe necessaria una traduzione ufficiale della sentenza da riconoscere,
la quale è stata prodotta in copia autentica con certificazione della relativa
irrevocabilità. La sentenza è infatti redatta in una lingua «universalmente nota»
(quella francese), conosciuta dalle parti e dal Giudice, ed è comunque
accompagnata da una traduzione che rende conto anche della corrispondenza
tra pagine del provvedimento originale e testo tradotto, effettuata a cura di
parte ma asseverata innanzi al giudice di pace. Del resto – si nota – nessuna
censura sarebbe stata spesa in merito alla corrispondenza dei testi.

2. Ricorrono personalmente Agnesini e Bretagne, deducendo anzitutto – a
norma dell’art. 606, comma 1, lettere e) e d) , cod. proc. pen. – vizi di
motivazione e violazione di legge, in relazione agli artt. 731 e 125 cod. proc.
pen.
La Corte territoriale avrebbe errato nel non riconoscere la competenza
territoriale dell’omologa Corte romana, equivocando anche il senso delle
eccezioni degli interessati. Si legge nel ricorso che i riferimenti all’art. 741 cod.

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instaurando, come tale regolato dall’art. 732 cod. proc. pen., ma del

proc. pen. sarebbero frutto di un errore materiale, e che comunque si sarebbe
dovuto applicare il disposto dell’art. 731 cod. proc. pen.
Viene poi dedotta – in relazione alle lettere e) e d) del comma 1 dell’art. 606
cod. proc. pen. – la violazione degli artt. 109 e 125 dello stesso codice, e 26
delle relative disp. att.
Ammesso che le parti ed il giudice conoscessero la lingua francese, ciò non
sarebbe dimostrato per il difensore, e vi sarebbe stata dunque una indebita
compressione delle garanzie difensive. La traduzione asseverata, inoltre, non

Dunque la sentenza impugnata andrebbe annullata.

3. Secondo il Procuratore generale, la Corte territoriale avrebbe fatto corretta
applicazione del criterio di competenza territoriale indicato al comma 2 dell’art.
741 cod. proc. pen. Quanto alla seconda censura, sarebbe effettivamente
irrituale il riferimento ad un criterio empirico (l’universale conoscenza della
lingua utilizzata nella specie), dovendo gli atti del processo utilizzare la lingua
italiana, salve le ipotesi espressamente previste dalla legge. Nondimeno,
sarebbe lecita l’utilizzazione della traduzione asseverata, in assenza di qualsiasi
obiezione circa l’effettiva corrispondenza al testo tradotto.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. I ricorsi sono infondati, e devono dunque essere respinti. Dal rigetto
consegue la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

2. Sono infondate anzitutto le censure relative alla pretesa incompetenza
territoriale della Corte di appello genovese. Quest’ultima ha esattamente
ritenuto, infatti, che detta competenza andasse stabilita a norma del comma 2
dell’art. 741 cod. proc. pen., e dunque con riguardo al distretto nel cui ambito
dovranno essere fatte valere le statuizioni civili della sentenza straniera posta
ad oggetto della richiesta di riconoscimento.
In sostanza i ricorrenti (che giungono a prospettare l’eventualità di un errore
materiale della Corte d’appello) hanno sostenuto e sostengono, piuttosto
confusamente, che dovrebbe applicarsi il criterio di competenza territoriale
indicato agli artt. 731 e 732 del codice di rito, il quale valorizza il luogo di
nascita della persona cui si riferisce il provvedimento straniero, e per i nati

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LQ

ripartirebbe il testo delle pagine in perfetta corrispondenza con l’originale.

all’estero stabilisce la competenza della Corte d’appello di Roma. La tesi è priva
di fondamento.
L’art. 731 si riferisce alle procedure di riconoscimento finalizzate
all’esecuzione penale, e pertanto promosse dall’Autorità pubblica, secondo la
procedura prevista dalla norma. Quanto all’art. 732, l’oggetto della previsione
va identificato anche in rapporto alla norma “concorrente” dell’art. 741 cod.
proc. pen.
La prima delle due disposizioni, come si evince anche dal suo tenore

penale di condanna al fine di conseguire, con un nuovo ed autonomo giudizio,
le restituzioni od il risarcimento del danno. Deve ritenersi, quindi, che la
sentenza straniera, nel caso regolato dalla norma, non abbia provveduto al
proposito, o comunque non contenga disposizioni civili suscettibili di diretta
esecuzione nel territorio nazionale. Si tratta in sostanza dell’ipotesi delineata
nella seconda parte del n. 4 del comma 1 dell’art. 12 cod. pen.
L’art. 741 disciplina invece l’ipotesi cui si riferisce la prima parte della
disposizione appena citata, e cioè il caso in cui l’Autorità straniera abbia
adottato disposizioni civili, di restituzione o risarcimento, suscettibili di
immediata e diretta esecuzione. È vero che la norma, attraverso l’articolazione
in due commi, identifica due diversi criteri di determinazione della competenza
territoriale, ma la distinzione non si fonda sulla diversità d’oggetto delle
domande proposte, quanto piuttosto sulla ricorrenza o non della obiettiva
connessione con altra procedura di riconoscimento: nell’un caso e nell’altro, si
tratta di rendere esecutive statuizioni civili dell’Autorità straniera, e non di
ottenerne dall’Autorità italiana sulla base della condanna penale inflitta
all’estero.
Questa Corte ha già stabilito quanto segue: «la differenza tra commi 1 e 2,
dell’art. 741 c.p.p., non riguarda il contenuto della domanda (artt. 651, 652 e
654 c.p.p.) ma il rito: il comma 1, presuppone pendente una richiesta
autonoma della parte pubblica ai fini penali, nel cui conseguente procedimento
si inserisce anche la domanda autonoma del danneggiato interessato (sicché i
due aspetti vengono poi discussi e deliberati in unico contesto); il comma 2
riguarda il caso in cui la procedura si apre su esclusivo impulso della parte
privata interessata ed ha ad oggetto della deliberazione solo la sua domanda.
Del resto, oltre al dato letterale (invero inequivoco) converge una
considerazione sistematica. Se così non fosse: non vi sarebbe alcuna ragione di
mutare i criteri di determinazione della competenza territoriale tra i possibili
diversi oggetti ex artt. 651, 652 e 654 c.p.p., mentre l’ancorare questa al
casellario trova giustificazione nella precedente pendenza della richiesta della
4

L

letterale, regola il caso della parte privata che intenda far valere il giudicato

parte “pubblica”, il provvedimento conclusivo ex art. 12 c.p., n. 1 e 3, dovendo
poi essere lì annotato; nel caso di “inerzia” della parte pubblica (spiegabile
anche con la contingente mancanza di ragioni “penali” di alcuna rilevanza) la
parte privata non avrebbe un rito (e quindi una possibilità) di attivare
autonomamente l’esecuzione di un provvedimento straniero che la interessa»
(Sez. 6, Sentenza n. 46201 del 01/10/2013, rv. 258027). Si comprende in
particolare, mancando la vis actractiva del criterio competenziale stabilito per il
riconoscimento della sentenza a fini penali, e trattandosi unicamente di

dell’art. 741, ed applicato nella specie.
Resta solo da aggiungere, a tale ultimo proposito, che l’effettiva eseguibilità
nel distretto genovese delle disposizioni civili della sentenza di cui si tratta non
risulta essere stata posta in discussione nel giudizio di merito, e comunque
non è oggetto di rilievo mediante i ricorsi per cassazione. I ricorrenti, come si è
visto, si sono limitati ad assumere che avrebbe dovuto essere adottato un
diverso criterio di determinazione della competenza.

3. Sono infondate anche le censure che attengono alla mancanza di una
traduzione officiosa della sentenza penale di cui è stato chiesto il
riconoscimento.
Va premesso, in proposito, che nella procedura de qua è stata prodotta, a
cura della parte proponente, una traduzione della sentenza francese,
asseverata dal traduttore con dichiarazione innanzi al giudice di pace. La
strumentalità dei rilievi sulle differenze grafiche tra provvedimento originale e
traduzione è stata ben posta in rilievo dalla Corte territoriale ed appare
chiarissima, considerando oltretutto che il traduttore ha curato di indicare il
cambio di pagina dell’originale nel testo predisposto in lingua italiana. D’altra
parte eventuali difformità tra testo francese e testo italiano non sono neppure
ipotizzate esplicitamente: il ricorso, che non lamenta l’incompetenza linguistica
degli interessati ma del loro difensore (sic), si limita ad evocare una pretesa
incidenza delle differenze grafiche sulla possibilità di «sapere con certezza»
quale sia il contenuto del provvedimento da riconoscere.
Ora, ribadito che la pretesa indicata da ultimo va considerata addirittura
stravagante, potrebbe inferirsene una immediata conclusione di infondatezza
delle censure difensive. I ricorrenti, in effetti, non sembrano escludere che
l’osservanza delle prescrizioni sulla lingua degli atti possa essere assicurata
mediante una traduzione di parte, essendosi appunto limitati a prospettare vizi
(inesistenti) dell’atto concretamente prodotto nel caso di specie.

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(9,

procedere alla esecuzione civile, l’adozione del criterio indicato al comma 2

Per mera esigenza di completezza va comunque rilevato che – ove si fosse
inteso (oscuramente) proporla – la tesi dell’irrilevanza dell’atto asseverato
sarebbe a sua volta priva di fondamento.
La Corte territoriale non può essere seguita quando in sostanza assume che
la traduzione della sentenza da riconoscere sarebbe irrilevante, ove si trattasse
di una lingua “universalmente conosciuta” e comunque nota al giudice ed alle
parti.
Il principio non è stravagante come pare ai ricorrenti, essendo stato ripreso

riferimento al processo civile, ed in particolare l’art. 123 del codice di rito (Sez.
civ. 2, Sentenza n. 1991 del 06/06/1969, rv. 341211).
È vero d’altra parte che la legge processuale, tanto sul versante penale che
su quello civile, prescrive l’uso della lingua italiana (salve le eccezioni su base
territoriale) per il compimento degli atti del processo, ma non implica certo il
divieto di acquisire documenti in lingua straniera formati fuori dal procedimento
medesimo, né implica un obbligo generalizzato ed indiscriminato di traduzione
ufficiale (cioè disposta dal giudice ed effettuata da un traduttore nominato
dall’ufficio) il cui assolvimento condizioni l’utilizzazione dell’atto (con riferimento
all’art. 109 cod. proc. pen. si veda, ex multis, Sez. F, Sentenza n. 35729 del
01/08/2013, rv. 256571; con riferimento all’art. 122 cod proc. civ., Sez. civ. 6
– 1, Ordinanza n. 4416 del 23/02/2011, rv 616926).
Nel processo civile è affermato correntemente il principio per il quale la
traduzione officiosa è disposta discrezionalmente dal giudice, ed è ovvio che il
fattore principale, a fini di orientamento dell’indicata discrezionalità, è costituito
dall’esistenza di un’attendibile traduzione di parte: «il principio della
obbligatorietà della lingua italiana, previsto dall’art. 122 cod. proc. civ., si
riferisce agli atti processuali in senso proprio (tra i quali, i provvedimenti del
giudice e gli atti dei suoi ausiliari, gli atti introduttivi del giudizio, le comparse e
le istanze difensive, i verbali di causa) e non anche ai documenti esibiti dalle
parti. Ne consegue che qualora siffatti documenti siano redatti in lingua
straniera, il giudice, ai sensi dell’art. 123 cod. proc. civ., ha la facoltà, e non
l’obbligo, di procedere alla nomina di un traduttore, della quale può farsi a
meno allorché le medesime parti siano concordi sul significato delle espressioni
contenute nel documento prodotto ovvero esso sia accompagnato da una
traduzione che, allegata dalla parte e ritenuta idonea dal giudice, non sia stata
oggetto di specifiche contestazioni della parte avversa» (Sez. civ. 1, Sentenza
n. 13249 del 16/06/2011, rv. 619248; in senso analogo, Sez. civ. 1,
Sentenza n. 27593 del 28/12/2006, rv. 593612; Sez. civ. 6 – 1, Ordinanza n.
4416 del 23/02/2011, rv. 616926; per l’inutilità della traduzione officiosa,
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dalla giurisprudenza di legittimità che riguarda la problematica in esame con

anche in mancanza dell’atto di parte, nel caso di documenti redatti in lingua
facilmente comprensibile, Sez. civ. 3, Sentenza n. 6093 del 12/03/2013, rv.
625480).
Questo principio, cui la Corte genovese si è ispirata esplicitamente, non può
essere meccanicamente trasferito nella procedura di riconoscimento della
sentenza penale straniera, neppure quella attinente in via esclusiva (come nella
specie) all’esecuzione delle statuizioni civili, poiché si discute pur sempre di un
procedimento di natura penalistica, comunque regolato dalle norme del rito

Va negato, tuttavia, che nel procedimento penale viga un principio
generalizzato di irrilevanza (tamquam non essent) delle traduzioni non officiose
dei documenti extraprocessuali acquisiti. Una tale regola – ferme restando le
garanzie pertinenti alla comprensione linguistica ed al contraddittorio,
recentemente implementate anche in applicazione del diritto sovranazionale non si desume da alcun elemento normativo o sistematico. La disciplina per
l’intervento dell’interprete e del traduttore era ed è dettata in rapporto
all’incompetenza linguistica dell’imputato, e non riguarda dunque il problema
posto nel caso odierno, che attiene alla (pretesa) incompetenza linguistica del
difensore. In ogni caso, nel testo previgente dell’art. 143, comma 2, cod. proc.
pen., la traduzione dello scritto straniero era disposta «quando occorre». Nel
testo attuale, introdotto dall’ art. 1, comma 1, lett. b) , del d.lgs. 4/03/2014, n.
32, risulta pertinente il dettato del comma 3 (nel comma 2 si allude
chiaramente alla sentenza quale atto conclusivo d’una fase del procedimento,
per l’impugnazione del quale va garantita la comprensione linguistica da parte
dell’imputato). Ed anche questa norma non configura un obbligo sanzionato da
inutilizzabilità: «la traduzione gratuita di altri atti o anche solo di parte di essi,
ritenuti essenziali per consentire all’imputato di conoscere le accuse a suo
carico, può essere disposta dal giudice, anche su richiesta di parte, con atto
motivato, impugnabile unitamente alla sentenza».
Non a caso, la giurisprudenza di questa Corte riconosce con una certa
frequenza, per implicito, la valenza di affidabili traduzioni di parte, ed anzi
giunge a prospettare oneri di allegazione per la parte medesima, che non
potrebbero essere assolti se non, appunto, con traduzioni asseverate. Più volte,
ad esempio, è stato affermato che nella procedura di riesame sarebbe la parte
che vi ha interesse, anche quella privata, a dover produrre una traduzione
italiana dei documenti in lingua straniera (Sez. 3, Sentenza n. 15380 del
03/03/2010, rv. 246607; Sez. 5, Sentenza n. 40909 del 22/10/2010, rv.
248503). L’orientamento non è incontrastato, ma ai fini che qui interessano va
rilevato come le pronunce contrarie neghino l’irrilevanza della produzione
7

penale.

attuata senza traduzione di accompagnamento, ma non si spingano certo a
considerare inidonea una traduzione siffatta (Sez. 6, Sentenza n. 758 del
27/02/1995, rv. 201140).
Nella procedura ex art. 741, comma 2, cod. proc. pen., che si instaura
direttamente per l’iniziativa della parte privata, potrebbe apparire addirittura
dubbia l’ammissibilità di una richiesta di riconoscimento che non fosse
accompagnata da una traduzione asseverata, necessaria, almeno con riguardo
alle lingue meno conosciute, addirittura per orientare il giudice nelle valutazioni

ricorrenti, posto che, come si è visto, le critiche più intellegibili al
provvedimento impugnato riguardano le modalità di esecuzione della
traduzione di parte, e non la sua rilevanza in generale.
Altro discorso, naturalmente, riguarda il caso in cui la parte avversa, o lo
stesso giudice, maturino ragioni di dubbio circa la fedeltà della traduzione
all’originale, in ordine a passaggi che possano incidere sul diritto alla
comprensione linguistica e più in generale alla difesa, oltreché sulla retta
percezione giudiziale di circostanze influenti sulla decisione. In questo caso la
discrezionalità nella designazione d’un traduttore ufficiale (e quindi
indipendente) andrebbe in concreto orientata in senso positivo. Così infatti si
esprime la giurisprudenza di legittimità, riguardo a casi concernenti documenti
extraprocessuali introdotti per una qualunque finalità nella base cognitiva del
giudizio: «l’obbligo di usare la lingua italiana si riferisce agli atti da compiere
nel procedimento e non ai documenti, già formati, che vengano acquisiti, a
meno che la loro utilizzazione possa pregiudicare i diritti dell’imputato e sempre
che quest’ultimo abbia eccepito il concreto pregiudizio derivante dalla mancata
traduzione: fattispecie in cui è stata rigettata l’eccezione di nullità della
sentenza per l’omessa traduzione in lingua italiana di documenti utilizzati ai fini
della decisione e provenienti dall’autorità amministrativa francese» (Sez. 6,
Sentenza n. 44418 del 29/10/2008, rv. 241657; nello stesso senso, ex multis,
Sez. 4, Sentenza n. 4981 del 05/12/2003, rv. 229667).
Nel caso di specie, come si è visto, non è stata allegata alcuna incompetenza
linguistica della parte assimilabile allo “imputato”, e comunque non è stato
svolto alcun rilievo concreto sulla traduzione offerta dalla parte richiedente, se
non la strumentale ed inaccoglibile doglianza sulle differenze grafiche di
impaginazione.
Non v’era dunque alcuna necessità, in qualunque modo presidiata da una
sanzione processuale, di disporre una traduzione officiosa della sentenza di cui
è stato operato il riconoscimento.

8

(Q,

preliminari al procedimento. Del che non sembrano dubitare neanche i

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

Così deciso il 02/10/2014.

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