Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14040 del 29/01/2015


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Penale Sent. Sez. 6 Num. 14040 Anno 2015
Presidente: CITTERIO CARLO
Relatore: DE AMICIS GAETANO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
SOARDI GIANLUIGI N. IL 20/02/1960
avverso la sentenza n. 1026/2012 CORTE APPELLO di VENEZIA, del
29/11/2012
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 29/01/2015 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. GAETANO DE AMICIS
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. 1// fÌre – 4/2-12
che ha concluso per
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Data Udienza: 29/01/2015

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 29 novembre 2012 la Corte d’appello di Venezia,
all’esito di giudizio svoltosi nelle forme del rito abbreviato, e in parziale riforma
della sentenza emessa dal Tribunale di Verona in data 20 ottobre 2011, ha
dichiarato Soardi Gianluigi, quale presidente del consiglio di amministrazione
dell’azienda trasporti Verona s.r.l. (ATV), colpevole dei reati di peculato

condannato, ritenuto il vincolo della continuazione, alla pena di anni due e mesi
dieci di reclusione, oltre alla pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici
per la medesima durata, assolvendolo da alcuni degli episodi racchiusi nelle
contestazioni dei reati di cui ai capi sub A) ed F) e confermando nel resto
l’impugnata pronuncia.

1.1. Sulla base delle correlative acquisizioni probatorie, e in particolare
attraverso gli esiti dei controlli effettuati con alcuni servizi di osservazione
disposti nel corso delle attività d’indagine, i Giudici di merito hanno ricostruito i
fatti oggetto dei vari temi d’accusa, ritenendo l’imputato responsabile dei reati in
rubrica ascrittigli, per avere sfruttato il suo ruolo all’interno della predetta
azienda di trasporti, facendosi rimborsare spese mai sostenute ed utilizzando per
fini strettamente personali un’autovettura di servizio ed il relativo telepass, ad
essa collegato, le cui spese venivano sostenute dall’ATV.
Essi, in particolare, hanno posto in rilievo come l’imputato avesse avuto a
disposizione il veicolo Fiat Punto dell’azienda, che era stato in via continuativa
utilizzato, nel periodo ricompreso fra il dicembre 2009 e l’agosto 2010, in
sostituzione della sua autovettura personale, anche per scopi diversi da quelli
legati all’attività presidenziale e al servizio svolto per conto della predetta
azienda. Il telepass collegato alla su indicata autovettura, inoltre, era stato più
volte utilizzato in occasione di spostamenti autostradali effettuati per motivi
strettamente personali, apponendolo su un’autovettura diversa da quella
aziendale.
Dalle relazioni redatte dal personale della P.G. e dalla relativa
documentazione fotografica di corredo emergeva, inoltre, non solo la circostanza
che la predetta autovettura era stata dall’imputato utilizzata per esigenze
strettamente personali (anche in ore serali ed in giorni festivi), ovvero per
recarsi dalla propria abitazione alla sede del Municipio di Sommacampagna – del

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continuato e truffa aggravata di cui ai capi sub A), B), C), E) ed F), e lo ha

quale era Sindaco e dove il veicolo veniva parcheggiato durante l’espletamento
dei suoi impegni – ma anche il fatto che un’altra autovettura (Audi A6), pur essa
di proprietà aziendale ma nella sua disponibilità per ragioni di servizio, era stata
più volte impropriamente utilizzata per accompagnare in diversi luoghi la figlia e
la moglie dell’imputato.
Sulla base delle risultanze offerte dalle attività d’indagine, infine, i Giudici di
merito hanno evidenziato come l’imputato, per un verso, avesse falsamente

della provincia, ove invece non si era recato, e, per altro verso, avesse
falsamente autocertificato l’utilizzo dell’autovettura personale per adempiere ad
impegni istituzionali, mentre aveva utilizzato le autovetture di servizio ed il
relativo telepass aziendale, in tal guisa inducendo in errore l’ATV, che aveva
provveduto alla erogazione di rimborsi spese e gettoni di presenza in realtà non
dovuti.

2. Avverso la su indicata sentenza d’appello ha proposto ricorso per
cassazione il difensore dell’imputato, che ha dedotto undici motivi di doglianza il
cui contenuto viene qui di seguito sinteticamente illustrato.

2.1. Violazioni di legge processuale e vizi motivazionali, per illogicità e
contraddittorietà, con riferimento all’art. 178, lett. b) e c), c.p.p., attesa la nullità
della sentenza quale nullità derivata del decreto che ha disposto il giudizio
immediato, la cui celebrazione non poteva avvenire poiché le relative indagini si
erano svolte per quattro mesi (dal 22 aprile 2010 al 23 agosto 2010), dunque
ben oltre il termine di novanta giorni imposto dall’art. 454 c.p.p., senza che il
nominativo dell’indagato venisse iscritto nel registro delle notizie di reato.
Avvenuta l’iscrizione, in data 24 agosto 2010, le indagini proseguirono per circa
un mese, allorquando il P.M. richiese il giudizio immediato poi disposto dal G.i.p..
Mediante la tardiva iscrizione nel registro degli indagati, dunque, il P.M. ha
eluso il termine tassativo di novanta giorni previsto dalla su citata disposizione
normativa per il compimento delle indagini preliminari, quale requisito
imprescindibile per poter formulare la richiesta di giudizio immediato.
L’iscrizione, in particolare, sarebbe dovuta avvenire il 22 aprile 2010, mentre la
P.G. ha continuato a svolgere pedinamenti, fotografie ed indagini per altri
quattro mesi, senza che il Soardi venisse iscritto nell’apposito registro, come
risulta dall’informativa di reato del 23 agosto 2010, con la palese

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attestato la sua presenza in occasione di impegni istituzionali da adempiere fuori

compromissione dei diritti di difesa dell’indagato, ingiustamente privato
dell’udienza preliminare.
La Corte di merito, peraltro, ha erroneamente disatteso l’eccepita questione
di illegittimità costituzionale – per la violazione degli artt. 3, comma 1, 24, 111,
commi 2 e 3, Cost. – del combinato disposto degli artt. 454, 347 e 335 c.p.p.,
nella parte in cui tali norme non prevedono che il termine di novanta giorni per il
compimento delle indagini decorre dal momento in cui dalle stesse indagini

antecedente all’iscrizione nel registro ex art. 335 c.p.p. da parte del P.M. . Si
determina, infatti, una ingiustificata disparità di trattamento fra il soggetto la cui
iscrizione segua immediatamente all’assunzione della qualità di indagato ed il
soggetto che, pur identificato ed indagato, venga invece iscritto, a discrezione
della P.G. e del P.M., solo in un momento successivo, subendo in tal modo
un’indebita connpromissione del suo diritto di difesa, per essere privato
dell’udienza preliminare e dei diritti in quella sede esercitabili.

2.2.

Violazioni di legge e vizi motivazionali, per contraddittorietà e

travisamento delle prove, in relazione al reato di cui all’art. 314 c.p., non avendo
la Corte d’appello considerato: a) che l’azienda trasporti Verona è un’azienda
privata le cui autovetture di proprietà non costituiscono certo dei beni pubblici,
ma fanno parte del suo patrimonio privato; b) che non esisteva alcuna prassi
volta ad assegnare le autovetture ai propri dipendenti mediante provvedimenti
formali. La volontà dell’azienda, inoltre, era di considerare inerente alle ragioni di
servizio il percorso casa-lavoro per i dipendenti residenti fuori del Comune di
Verona, tanto che il direttore generale Zaninelli aveva affermato non solo che il
Soardi, negli anni 2008-2009, aveva ricevuto il rimborso chilometrico per
l’utilizzo della sua autovettura personale sul tragitto casa-lavoro, e che tale
rimborso era stato previsto dall’azienda per tutti gli amministratori residenti fuori
del Comune di Verona, ma anche che, in ragione dell’assegnazione della
autovettura Fiat “Punto” per il tragitto casa-lavoro, avvenuta tramite
un’autorizzazione orale dello stesso direttore generale, il rimborso ricevuto per
gli anni precedenti non era stato più erogato al Soardi nell’anno 2010.
La Corte di merito, dunque, ha erroneamente ritenuto la sussistenza della
condotta di appropriazione, travisando le circostanze relative al fatto che la
vettura gli era stata consegnata dagli organi preposti della società, e che di tale
consegna era a conoscenza il direttore generale, il quale l’aveva avallata

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risulta il nominativo del soggetto indagato, anche quando tale momento sia

riconoscendo il diritto del presidente all’utilizzo dell’autovettura per il percorso
casa-lavoro, in sostituzione del rimborso spese per l’utilizzo della propria
autovettura sul medesimo tragitto.
La Corte d’appello, inoltre, ha erroneamente ritenuto che l’assegnazione
dell’autovettura al Soardi per il su indicato tragitto avrebbe comportato costi
maggiori per l’azienda rispetto al solo rimborso del tragitto con la propria vettura
– avvenuto negli anni precedenti – e che i contestati tragitti dall’abitazione al

in successione, costituissero un autonomo percorso rispetto al tragitto casalavoro (ossia Sommacampagna-Verona), e non, invece, una legittima
realizzazione quotidiana dello stesso (tali soste, infatti, non allungavano il
relativo percorso, ma si trovavano sul medesimo tragitto, e l’azienda era al
corrente degli altri impieghi svolti dall’imputato, che peraltro non era soggetto a
vincoli derivanti dal rispetto di determinati orari di lavoro).

2.3. Violazioni di legge e vizi motivazionali in relazione agli artt. 43 e 314

c.p., non avendo la Corte d’appello considerato i rilievi difensivi in merito
all’insussistenza dell’elemento soggettivo del reato di peculato, avendo
l’imputato utilizzato l’autovettura con il consenso dell’azienda e del suo direttore
generale, e nella piena convinzione di poterlo fare anche per la mancanza di una
prassi aziendale volta ad emanare provvedimenti autorizzativi in forma scritta
riguardo all’utilizzo delle autovetture da parte del personale di servizio. A
conferma della sua buona fede, peraltro, la difesa aveva già dedotto come
l’imputato, negli anni precedenti (2008-2009), aveva ricevuto il rimborso delle
spese per il tragitto casa-lavoro compiuto con la sua autovettura personale.

2.4.

Violazioni di legge e vizi della motivazione, per mancanza e

contraddittorietà, in relazione agli artt. 314 c.p. e 192 c.p.p., per avere la Corte
di merito ritenuto sussistente la seconda ipotesi di peculato di cui al capo a) sulla
base di due soli indizi – la collocazione geografica dell’uso del telepass ed il suo
utilizzo in orari serali e in giorni festivi – senza tener conto che il presidente di
un’azienda privata non segue un orario di lavoro e può essere impegnato anche
oltre gli orari previsti per gli impiegati e in giorni festivi, con la conseguenza che
l’uso personale dell’autovettura doveva essere dimostrato e non solo presunto.
La Corte d’appello, inoltre, ha omesso di considerare che non v’era in atti la
prova che l’imputato avesse utilizzato l’autovettura “Fiat Punto” per questi

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Comune di Sommacampagna e da quest’ultimo a Piazza Bra in Verona, compiuti

spostamenti, ma solo il telepass; in ordine alla trasferta a Vasto – l’unica presa in
esame dalla Corte – esisteva la prova del non utilizzo di quell’autovettura,
poiché, da un lato, la P.G. aveva verificato soltanto l’utilizzo del

telepass in

dotazione alla “Fiat” nel passaggio al relativo casello, ma non l’utilizzo della “Fiat
Punto”; dall’altro lato, vi era in atti la prova contraria costituita da tabulati
chilometrici relativi all’autovettura in uso al Soardi, il cui esame consentiva di
ritenere che la stessa non era stata impiegata per la trasferta Verona-Vasto e

2.5. Violazioni di legge e vizi motivazionali in relazione all’art. 314, commi 1
e 2, c.p., per la erronea qualificazione giuridica del fatto relativo all’ipotizzato
uso privato dell’autovettura “Fiat Punto”, che la Corte di merito avrebbe dovuto
sussumere nelle diverse e meno gravi fattispecie di peculato d’uso o di abuso
d’ufficio, tenuto conto del fatto che i tragitti contestati, anche se ritenuti illeciti,
hanno comunque comportato un uso temporaneo per finalità estranee al
servizio, senza cagionare alcun danno economico alla pubblica amministrazione.

2.6. Violazioni di legge e vizi motivazionali in relazione agli artt. 314, commi
1 e 2 e 323 c.p., per la erronea qualificazione giuridica del fatto enucleato nel
capo sub c), relativo all’utilizzo dell’autovettura “Audi A6” con autista, per vari
accompagnamenti della moglie e delle figlie dell’imputato. Al riguardo si
evidenzia, in particolare, che il dato certo rappresentato dalla legittima
disponibilità della predetta autovettura consentiva di escludere in radice la
presenza del peculato e di un’appropriazione definitiva del bene, con la
conseguenza che la condotta ben avrebbe potuto ascriversi alla meno grave
ipotesi di peculato d’uso, ovvero a quella di abuso d’ufficio, sulla stregua degli
orientamenti interpretativi delineati dalla Suprema Corte. L’imputato, peraltro,
avrebbe dovuto essere assolto dall’ultima contestazione di cui al capo sub c) concernente la trasferta a Bologna del 14 giugno 2010, ove erano presenti
sull’autovettura il Soardi, la moglie ed il figlio – poiché sia dinanzi al G.i.p., che
in sede di gravame, erano state chiarite le ragioni di servizio per le quali egli si
era recato a Bologna nella sua qualità di presidente dell’ATV, affermando che
aveva soltanto fatto coincidere il viaggio con quello della moglie e del figlio, a
loro volta diretti a Napoli.

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ritorno il 30 dicembre 2009 ed il 2 gennaio 2010.

2.7. Violazioni di legge e vizi motivazionali in relazione al reato di peculato
ascrittogli sub b), dovendosi ritenere carente l’elemento soggettivo del reato per
il fatto che l’imputato era convinto che la spesa relativa al telepass sarebbe stata
posta a suo debito e, successivamente, a conguaglio con le sue poste creditorie,
così come era avvenuto negli anni 2008-2009.
Al riguardo, infatti, la difesa aveva documentato che le spese personali
sostenute dal Soardi nell’anno 2009 erano state conguagliate con i crediti vantati

buon motivo di pensare che anche nell’anno 2010 sarebbe accaduto lo stesso,
non essendo intervenuto, nel frattempo, alcun cambiamento di metodo da parte
dell’amministrazione.
Nel caso di specie, peraltro, l’imputato, diversamente da quanto affermato
nella motivazione dell’impugnata pronunzia, non aveva trattenuto alcuna somma
a titolo di compensazione, ma aveva semplicemente utilizzato, in forma
episodica ed occasionale, il telepass aziendale per trasferte personali che, in
quanto tali, aveva ragione di pensare che sarebbero state conguagliate con le
poste creditorie in suo favore, tenuto conto, altresì, dell’assenza di un concreto e
significativo danno economico recato all’ente.

2.8.

Violazioni di legge e vizi della motivazione, per mancanza e

contraddittorietà, in relazione ai reati di truffa di cui agli artt. 640 e 61, n. 9,
c.p., contestati nei capi d’imputazione sub e) ed f), non avendo la Corte di
merito considerato che il Soardi non aveva compiuto al riguardo alcun artificio o
raggiro, e che, più semplicemente, egli, siccome di frequente impegnato in
molteplici attività istituzionali, non si era accorto del fatto che alcuni rimborsi non
erano dovuti, avendo erroneamente sottoscritto le bollette di rimborso che gli
venivano sottoposte dalla segreteria non singolarmente, ma assieme a tanti altri
documenti da firmare, nella consapevolezza, comunque, dell’esistenza di controlli
da parte dell’apparato amministrativo della società e della regolazione, alla fine
di ogni anno, delle voci di debito e credito del presidente nei confronti della
società.

2.9. Violazioni di legge e vizi della motivazione, per contraddittorietà e
travisamento della prova, in relazione agli episodi di truffa (artt. 640 e 61 n. 9
c.p.) contestati nel capo sub f) – relativi alla contestazione dell’uso della Fiat
Punto al posto dell’autovettura personale – non avendo la Corte di merito

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dall’azienda ATV nei suoi confronti, con la conseguenza che l’imputato aveva

considerato le prove contrarie offerte dalla difesa, che dimostravano l’uso
dell’autovettura personale e non della su indicata autovettura di servizio. Infatti,
le richieste di rimborso per i giorni 21, 24, 28 maggio e 21 giugno 2010 non si
riferiscono al rimborso del costo autostradale poiché, come avvenuto per la
trasferta a Roma del 28 maggio (episodio per il quale l’imputato è stato assolto),
egli aveva utilizzato il telepass aziendale trasferito sulla sua vettura personale,
trattandosi di trasferte di servizio. La condanna per le su indicate trasferte,

alcun altro indizio dimostrativo dell’utilizzo anche della vettura Fiat “Punto”.

2.10. Violazioni di legge, con riferimento agli art. 314 e 358 c.p., e vizi della
motivazione, per mancanza e contraddittorietà, in relazione all’affermata
qualifica di incaricato di pubblico servizio, laddove l’Azienda trasporti Verona
(ATV) è una s.r.I., dunque una società privata con compiti di gestione del
servizio di trasporto pubblico e privato, il cui presidente, per la sua posizione, è
un soggetto privato che svolge un servizio anche pubblico. Al riguardo, pertanto,
non era sufficiente fare riferimento alla carica di presidente dell’ATV, come
motivato dalla Corte d’appello, ma occorreva di volta in volta specificare
l’esercizio in concreto della funzione di incaricato di pubblico servizio, non
essendovi prova, per alcuno dei comportamenti addebitati, che il Soardi
svolgesse in concreto un’attività di rilievo pubblico.

2.11. Violazioni di legge e vizi della motivazione in relazione agli artt. 62bis, 323-bis, 62, n. 4 e 81 c.p., stante l’eccessività della pena inflitta dal G.i.p. poi confermata dalla Corte d’appello fatta salva una correzione relativa alla
continuazione per il capo sub a) – non avendo i Giudici di merito tenuto conto
dello stato di incensuratezza dell’imputato, della scarsa rilevanza dei fatti e
dell’avvenuto risarcimento del danno in relazione a tutti i fatti commessi,
circostanza, questa, che ne imponeva il riconoscimento per tutti i reati posti in
continuazione, e non solo per quello ritenuto più grave.
L’imputato, infatti, ha risarcito il danno in relazione a tutti i fatti commessi e
non solo per il contestato uso indebito dell’autovettura di cui al capo a), con la
conseguenza che l’attenuante di cui all’art. 62, n. 6, c.p., doveva essergli
concessa in relazione a tutti i reati posti in continuazione.
Eccessivi devono ritenersi, infine, gli aumenti di pena singolarmente operati
a titolo di continuazione – avuto riguardo alla modesta entità del danno e del

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pertanto, si è basata sul solo indizio inerente al telepass, senza che vi fosse

fatto per ciascuno degli episodi in contestazione – mentre i presupposti
dell’attenuante della speciale tenuità del danno avrebbero dovuto esser valutati
con riferimento ad ogni singolo fatto di reato fra quelli posti in continuazione.

3. Con motivi aggiunti, depositati nella Cancelleria di questa Suprema Corte
il 13 gennaio 2015, il difensore di fiducia ha svolto ulteriori argomentazioni a
sostegno dei motivi principali di ricorso, con riferimento ai già denunciati vizi

condotte contestate nei capi sub a), b) e c) dell’imputazione, insistendo, in
particolare, sugli aspetti legati all’erronea qualificazione giuridica del fatto e delle
risultanze istruttorie, nonché all’eventuale applicazione dell’invocata esimente di
cui all’art. 50 c.p., tenuto conto degli elementi fattuali rappresentati dalla difesa,
in quanto ritenuti indicativi della convinzione del Soardi di poter legittimamente
usare l’autovettura di servizio assegnatagli dall’azienda, e non certo di
appropriarsene in suo danno.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è parzialmente fondato e va pertanto accolto entro i limiti e per
gli effetti di seguito esposti e precisati, dovendosi invece rigettare nel resto.

2. Manifestamente infondata deve ritenersi la doglianza oggetto del primo
motivo di ricorso, il cui vaglio delibativo è stato effettuato già in punto di fatto
dai Giudici di merito, laddove hanno osservato come non risultino compiute
attività d’indagine oltre la scadenza del novantesimo giorno dalla data di
iscrizione ex art. 335 c.p.p., tempestivamente disposta dal P.M. all’atto stesso
del deposito dell’informativa di reato a carico del Soardi in data 24 agosto 2010.
Al riguardo v’è da osservare, sulla base dei principii in questa Sede stabiliti
(Sez. Un., n. 42979 del 26/06/2014, dep. 14/10/2014, Rv. 260017 – 260018),
che l’inosservanza dei termini di novanta e centottanta giorni, assegnati al p.m.
per la richiesta, rispettivamente, di giudizio immediato ordinario e cautelare, è
rilevabile solo dal g.i.p., non essendo previsto dalla disciplina processuale un
controllo ulteriore rispetto a quello tipico (ex art. 454 cod. proc. pen.) a lui
attribuito al momento della decisione sulla formulazione della richiesta di giudizio
immediato.

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motivazionali e di inosservanza ed erronea applicazione della legge in ordine alle

In tal senso, invero, le Sezioni Unite hanno specificato che il rispetto dei
termini per la formulazione della richiesta costituisce un presupposto di
ammissibilità del rito, in virtù del nesso che lega, in tale tipo di giudizio, la non
particolare complessità delle indagini, l’evidenza della prova o lo stato detentivo
dell’accusato, e le peculiari esigenze di celerità e di risparmio di risorse
processuali che ispirano l’istituto.
Ne consegue che la decisione con la quale il giudice per le indagini

sindacato, atteso che il provvedimento in tal senso adottato chiude una fase di
carattere endo-processuale priva di conseguenze rilevanti sui diritti di difesa
dell’imputato, salva l’ipotesi in cui il giudice del dibattimento rilevi che la
richiesta del rito non è stata preceduta da un valido interrogatorio o dall’invito a
presentarsi, integrandosi in tal caso la violazione di una norma procedimentale
concernente l’intervento dell’imputato, sanzionata di nullità a norma degli artt.
178, comma primo, lett. c) e 180 cod. proc. pen..
Sotto altro, ma connesso profilo, v’è inoltre da considerare, e il rilievo è
dirimente, che il ricorrente ha richiesto il giudizio abbreviato avvalendosi proprio
della facoltà processuale concessagli ex art. 458 c.p.p., con la conseguenza che
egli non può far valere eventuali nullità a regime intermedio attinenti agli atti
propulsivi e introduttivi del rito, da ritenere, in quanto tali, sanate per avere
accettato di essere giudicato con un rito a forma semplificata.
Occorre infine osservare, e le ragioni giustificative di tale affermazione di
principio sono state ribadite anche dalle Sezioni Unite di questa Suprema Corte,
che il termine di durata delle indagini preliminari decorre dalla data in cui il
pubblico ministero ha iscritto, nel registro delle notizie di reato, il nome della
persona cui il reato è attribuito, senza che al g.i.p. sia consentito stabilire una
diversa decorrenza, sicché gli eventuali ritardi indebiti nell’iscrizione, sia della
notizia dì reato sia del nome della persona cui il reato è attribuito, pur se
abnormi, sono privi di conseguenze agli effetti di quanto previsto dall’art. 407
c.p.p., comma 3, fermi restando gli eventuali profili di responsabilità disciplinare
o penale del magistrato del P.M. che abbia ritardato l’iscrizione (Sez. Un., n.
40538 del 24/09/2009, dep. 20/10/2009, Rv. 2443769).
Entro tale prospettiva ermeneutica, deve rilevarsi come i prospettati dubbi di
costituzionalità siano stati già affrontati e disattesi in questa Sede (Sez. 6, 4
dicembre 2009, n. 2261/2010), muovendo dal rilievo che, nella su citata
pronuncia delle Sezioni Unite, pur essendo stata rimarcata la totale mancanza di

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preliminari dispone il giudizio immediato non può essere oggetto di ulteriore

discrezionalità del P.M. nell’apprezzamento, sotto il profilo oggettivo e quello
soggettivo, della notizia di reato e del nome della persona alla quale il reato
stesso è attribuito – notizia e nome che vanno immediatamente iscritti
nell’apposito registro – si è sottolineato che, per rimediare a possibili “patologie”
derivanti da ritardi del pubblico ministero rispetto all’obbligo di procedere
immediatamente alle iscrizioni delle notizie di reato, sarebbe necessaria
l’individuazione “di un giudice e di un procedimento che consentisse l’adozione di

per legge, risultando indispensabili sia la precisa indicazione di attribuzioni
processuali di tale giudice, sia una disciplina del “rito secondo il quale inscenare
un simile accertamento incidentale. Basti pensare, ad esempio, all’esigenza di
rispettare il contraddittorio, non solo tra i soggetti necessari, ma anche in
riferimento agli altri eventuali partecipanti della indagine o del processo.
Se s’introducesse, infatti, un controllo ex post sul merito della tempestività
delle iscrizioni, con possibilità di retrodatazione tale da compromettere
l’utilizzazione di atti d’indagine, il relativo ius ad loquendum non potrebbe non
essere riconosciuto anche agli eventuali altri indagati o persone offese, che dalla
postuma dichiarazione d’inutilizzabilità di atti d’indagine potrebbero soffrire una
grave connpromissione, ove quegli atti fossero favorevoli alla loro posizione”. Nè
un siffatto rimedio può essere individuato dalla Corte Costituzionale, in
mancanza di soluzioni procedimentali costituzionalmente obbligate, cosicché il
prospettato incidente di costituzionalità si appalesa manifestamente infondato,
essendo destinato a una declaratoria di manifesta inammissibilità da parte del
giudice delle leggi, essendo invece compito, ormai indilazionabile, del legislatore
intervenire con “un innesto normativo per portare a soluzione i problemi, da
tempo avvertiti, che scaturiscono dall’assenza di effettivi rimedi per le ipotesi di
ritardi nell’iscrizione nel registro delle notizie di reato” (sent. cit.).

3. Corretta deve ritenersi l’attribuzione all’imputato della qualifica soggettiva

di incaricato di pubblico servizio, avendo i Giudici di merito posto in rilievo, con
congrua ed esaustiva motivazione, il carattere prevalentemente pubblicistico
delle attività svolte dall’azienda ove egli ha assunto le funzioni apicali riconnesse
al ruolo di presidente del consiglio di amministrazione. Pur trattandosi, infatti, di
un’azienda costituita secondo una forma societaria privata, essa ha come
principale oggetto sociale la gestione dei servizi di trasporto pubblico urbano ed
extraurbano dell’intera città di Verona, affiancando a tale attività anche quella,

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un qualche provvedimento surrogatorio”, che possono essere previsti soltanto

del tutto subordinata, inerente il servizio di trasporto a noleggio privato ed
attività di officina.
Ne discende che il presidente dell’azienda trasporti Verona s.r.I., anche se
legato all’ente da un rapporto di impiego privato, innanzitutto concorre alla
gestione di un pubblico servizio di interesse collettivo, la cui specifica natura e
finalità sono state ritenute assolutamente prevalenti nella connotazione delle
attività proprie della dimensione operativa dell’azienda (ivi comprese, ad es., le

concreto svolgimento – riguardo all’obiettivo estrinsecarsi di tutte le vicende
storico-fattuali oggetto dei correlativi temi d’accusa – era pienamente collegato,
sul piano funzionale, all’esercizio delle attribuzioni riconnesse a quella posizione
di vertice nella gestione dell’ente.
Del prevalente esercizio di tali attività di rilievo pubblicistico, d’altronde, è
stato coerentemente ritenuto sintomatico proprio il fatto che l’azienda
provvedesse al rimborso di tutte le spese alle stesse inerenti, in tal guisa
confermando l’esistenza di un preciso nesso funzionale tra il suo

status di

presidente e l’assunzione dei relativi impegni.
Siffatta conclusione deve ritenersi in linea con il portato dell’elaborazione
giurisprudenziale di questa Suprema Corte, essendo del tutto indifferente che
allo svolgimento di attività i cui connotati, come nel caso in esame, sono quelli
propri di un servizio di pubblico interesse concorrano, anche in via non esclusiva,
enti ed imprese concessionarie aventi natura privata. Deve dunque ribadirsi, in
linea di principio, che i dipendenti di un ente o di una società concessionaria,
anche in via non esclusiva, di un servizio di interesse pubblico vanno considerati
incaricati di un pubblico servizio, in quanto concorrono allo svolgimento
dell’attività ad esso connessa, a nulla rilevando la natura pubblica o privata
dell’ente o dell’imprenditore al quale questa attività sia riferibile (da ultimo, v.
Sez. 6, n. 7083 del 29/10/2013, dep. 13/02/2014, Rv. 258794; Sez. 6, n. 37099
del 19/07/2012, Rv. 253477).
Ciò che rileva a tal fine è che gli stessi, agendo nell’ambito di una funzione
comunque connotata da interessi pubblicisticamente orientati, svolgano una
attività di carattere intellettivo (con esclusione dunque delle semplici mansioni
d’ordine e delle prestazioni d’opera meramente materiale), priva tuttavia dei
poteri autoritativi e certificativi propri della pubblica funzione in relazione alla
quale si pongono in termini di complernentarietà ed accessorietà.

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partecipazioni a convegni, conferenze e consigli di amministrazione), il cui

Infondata pertanto deve ritenersi, alla luce delle su esposte considerazioni,
la doglianza difensiva racchiusa nel decimo motivo di ricorso (in narrativa
illustrata, supra, nel par. 2.10.).

4. Con riferimento ai delitti di peculato oggetto dei su indicati temi d’accusa,
la Corte distrettuale ha esaminato e puntualmente disatteso le correlative
obiezioni difensive (v., supra, i parr. 2.2., 2.3, 2.4., 2.6. e 2.7.), muovendo dalla

A6) aveva funzioni di “rappresentanza”, in quanto espressamente finalizzata agli
accompagnamenti del presidente nell’ambito delle sue funzioni istituzionali,
laddove nessun atto formale di affidamento o assegnazione dell’altra autovettura
(Fiat Punto) è stato possibile rinvenire, con la conseguenza che la stessa
risultava a disposizione del personale dipendente dell’ATV nell’ambito dell’orario
di servizio e non poteva certo essere utilizzata per usi o scopi ad esso estranei.
E’ stata, altresì, motivatamente esclusa dalla Corte d’appello, per totale
difetto di prova sul punto, la concessione di un bene fit aziendale direttamente
collegato all’assunzione dell’incarico presidenziale, tenuto conto dell’assenza di
un’esplicita regolamentazione contrattuale, ovvero di un provvedimento di
natura formale, aventi ad oggetto l’utilizzo di un bene appartenente alla società,
e dotato, peraltro, di un apprezzabile valore economico, del quale nessuno,
all’interno dell’azienda, avrebbe potuto arbitrariamente disporre senza titolo,
ovvero senza alcuna convincente motivazione.
Muovendo da tali premesse argomentative, i Giudici di merito hanno
coerentemente valorizzato le implicazioni sottese al decisivo rilievo probatorio
che in punto di fatto hanno ritenuto di attribuire alla circostanza – pacificamente
dimostrata – che l’imputato non aveva utilizzato l’autovettura Fiat Punto solo per
i tragitti relativi all’itinerario da percorrere fra la propria abitazione e la sede
dell’ATV in Verona, ma ne aveva fatto personale uso in diverse occasioni, sia
durante le vacanze estive (per un apprezzabile lasso temporale e in località
situata in Puglia a notevole distanza geografica dalla sede legale dell’azienda),
sia per raggiungere Piazza Brà in Verona, nei cui pressi aveva il suo studio
privato, oltre che per le percorrenze relative all’itinerario compreso fra la propria
abitazione e la sede municipale di Sommacampagna, ove egli si recava in qualità
di Sindaco.
La Corte d’appello, inoltre, ha congruamente motivato anche in relazione
all’illecito utilizzo del bene per tragitti (ad es., Vasto-sud) che, in ragione del

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preliminare osservazione che una delle autovetture dall’imputato utilizzate (l’Audi

periodo sostanzialmente feriale e della collocazione geografica dell’avvenuto
spostamento, dovevano ritenersi del tutto ingiustificati rispetto agli impegni
istituzionali del presidente di un’azienda il cui centro d’interessi è di regola
individuabile nel territorio della Provincia e del Comune di Verona. Nessun
impegno di tipo ufficiale, del resto, è stato al riguardo specificamente allegato in
senso contrario dall’imputato, che, in sede di gravame, si è limitato a
prospettare la possibilità di offrire una prova orale a parziale discarico (circa

per effetto della scelta del rito abbreviato, e in questa Sede ha invece
prospettato la mancata considerazione, nell’ambito del giudizio di secondo grado,
delle risultanze di una prova contraria di tipo documentale (i tabulati chilometrici
dell’autovettura aziendale), che sarebbe stata già presente in atti, ma il cui
esame diretto è a questa Suprema Corte evidentemente precluso, poiché la sua
deduzione, e conseguente valutazione, avrebbero dovuto costituire oggetto di
una preventiva, e puntualmente indicata, argomentazione a sostegno dei motivi
d’appello.
Né tale scorretto utilizzo per compiere tragitti non funzionalmente collegati
alla carica istituzionale dall’imputato rivestita potrebbe giustificarsi nell’evenienza
– della quale pur si dà conto in motivazione, sì come riferita in sede di indagini
difensive dal direttore generale dell’Ani – di una sostituzione per “guasto”
dell’autovettura privata del Soardi, cui l’autovettura “Fiat Punto” sarebbe stata
concessa dal gestore del parco autoveicoli per effettuare il tragitto casa-lavoro e
gli spostamenti legati agli impegni inerenti alla sua carica istituzionale.
Anche a voler prescindere dai limiti oggettivamente riconnessi alla ratio di
tale utilizzo e dal rilievo che nessuno, comunque, all’interno dell’azienda, sembra
essersi poi attivato per ottenere (secondo quelle che dovrebbero essere le regole
di una corretta ed efficiente amministrazione) la restituzione dell’autovettura che
sarebbe stata informalmente concessa in uso temporaneo al Soardi, è evidente
che l’assegnazione di un mezzo sostitutivo non potrebbe di certo confondersi con
la manifestazione di un preventivo consenso all’uso indiscriminato del bene di
rilievo pubblico, ovvero legittimarne un reiterato uso privatistico, privo di
collegamenti con la natura pubblicistica delle funzioni esercitate.
Al riguardo, peraltro, deve ribadirsi il principio secondo cui nessuna efficacia
esimente può attribuirsi alla causa di giustificazione del consenso dell’avente
diritto, quando i beni che costituiscono oggetto della condotta delittuosa
appartengono alla pubblica amministrazione o comunque rientrino in una

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l’utilizzo del solo telepass e non della vettura aziendale) del tutto improponibile

L

destinazione di rilievo pubblicistico (arg. ex Sez. Un., n. 19054 del 20/12/2012,
dep. 02/05/2013, Rv. 255298)
Analoghe considerazioni, inoltre, devono svolgersi, da un lato, per le
modalità di utilizzo del telepass aziendale, arbitrariamente separato (in assenza
di autorizzazioni aziendali) dal veicolo cui necessariamente accedeva, per poi
installarlo su un’autovettura personale, così illecitamente appropriandosi dei
benefici derivanti dal mancato pagamento dei correlativi oneri autostradali (la cui

riferimento all’improprio utilizzo dell’autovettura Audi A6 relativamente agli
episodi, puntualmente documentati e posti in evidenza nelle decisioni di merito,
in cui la stessa risulta essere stata impiegata, con il relativo consumo di
carburante, per alcuni viaggi ed accompagnamenti di cui hanno beneficiato i
familiari, ed in particolare le figlie, dell’imputato (ad es., l’accompagnamento
della moglie e del figlio dall’abitazione di Sommacampagna alla stazione
ferroviaria di Bologna, ovvero quello della figlia per un corso di preparazione agli
esami di ammissione all’Università presso un hotel di Padova), per ragioni,
evidentemente, del tutto estranee all’adempimento di doveri istituzionali.
Né alcun rilievo può attribuirsi, ai fini della esclusione del reato, alla
prospettata circostanza che il pubblico ufficiale, o l’incaricato di pubblico servizio,
abbia trattenuto somme di denaro pubblico in compensazione di crediti vantati
nei confronti della amministrazione di appartenenza, non essendo previsto, in
linea di massima, e salvi i casi espressamente eccettuati dalla legge, il
riconoscimento dell’autotutela per la realizzazione dei propri diritti, né potendosi
ritenere sufficiente l’astratta pretesa di un diritto per poterlo esercitare in modi
non consentiti dalla legge (Sez. 6, n. 20940 del 22/02/2011, dep. 25/05/2011,
Rv. 250055; Sez. 6, n. 2963 del 04/10/2004, dep. 31/01/2005, Rv. 231033).

5. Parimenti infondate devono ritenersi le doglianze mosse (v., supra, i parr.
2.8. e 2.9.) con riferimento agli ulteriori temi d’accusa delineati nelle imputazioni
di truffa continuata ed aggravata di cui ai capi sub E) ed F), avendo i Giudici di
merito puntualmente esaminato per ciascuna delle vicende storico-fattuali ivi
considerate, e motivatamente disatteso, le obiezioni ed i rilievi critici al riguardo
formulati dalla difesa, soffermandosi sulle note modali delle diverse condotte di
induzione in errore degli organi amministrativi aziendali ed osservando, in
particolare: a) che prive di ogni base probatoria dovevano ritenersi le addotte
giustificazioni secondo cui le richieste di rimborso spese non sarebbero state

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corresponsione veniva invece riversata sull’azienda), e, all’altro lato, con

predisposte dall’imputato, ma dalla sua segreteria, risultando, di contro, che gli
illeciti pagamenti erano avvenuti sulla base di numerose richieste, tutte
dall’imputato sottoscritte, non riferibili ad una singola ed occasionale svista nè
relative a somme da lui regolarmente percepite, per non aver affatto partecipato
ad impegni istituzionali per i quali risultava autocertificata la sua presenza al fine
di ottenere i correlativi rimborsi;

b) che nelle altre situazioni, invece, egli

risultava aver effettivamente presenziato ad impegni di tipo istituzionale, senza

autocertificato, bensì le auto di servizio messegli a disposizione per effettuare i
relativi percorsi, con la conseguenza che nessun rimborso spese doveva essergli
erogato dall’azienda.
I rilievi al riguardo formulati dal ricorrente si muovono essenzialmente nella
prospettiva di accreditare una diversa lettura delle valutazioni espresse in ordine
al contenuto ed ai risultati delle diverse acquisizioni probatorie e si risolvono,
quindi, in non consentite censure in punto di fatto all’iter argomentativo seguito
dalla sentenza di merito, nei cui lineari passaggi motivazionali è rinvenibile
ampia e puntuale risposta alle correlative doglianze, in tutto sovrapponibili a
quelle già sottoposte all’attenzione dei Giudici di merito.

6. In definitiva, per quel che attiene al complesso delle censure difensive da

ultimo indicate (v., supra, i parr. 4 e 5), tutte al limite dell’inammissibilità in
quanto fortemente orientate verso una rivalutazione dei profili di merito della
regiudicanda, come tale incompatibile con l’odierno scrutinio di legittimità, è
necessario ribadire, al fine della verifica della consistenza dei rilievi mossi alla
sentenza della Corte d’appello, che tale decisione non può essere isolatamente
valutata, ma deve essere esaminata in stretta correlazione con la sentenza di
primo grado, dal momento che l’iter motivazionale di entrambe sostanzialmente
si dispiega secondo l’articolazione di sequenze logico-giuridiche pienamente
convergenti (Sez. 4, n. 15227 del 14/02/2008, dep. 11/04/2008, Rv. 239735;
Sez. 6, n. 1307 del 14/1/2003, Rv. 223061).
Siffatta integrazione tra le due motivazioni si verifica non solo allorché i
giudici di secondo grado abbiano esaminato le censure proposte dall’appellante
con criteri omogenei a quelli usati dal primo giudice e con frequenti riferimenti
alle determinazioni ivi prese ed ai passaggi logico-giuridici della decisione, ma
anche, e a maggior ragione, quando i motivi di appello non abbiano riguardato
elementi nuovi, ma si siano limitati a prospettare circostanze già esaminate ed

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utilizzare, tuttavia, la sua autovettura personale, come falsamente

ampiamente chiarite nella decisione di primo grado (da ultimo, v. Sez. 3, n.
13926 del 01/12/2011, dep. 12/04/2012, Rv. 252615).
Nel caso portato alla cognizione di questa Suprema Corte, in particolare, ci
si trova di fronte a due pronunzie, di primo e di secondo grado, che
sostanzialmente concordano nell’analisi e nella valutazione degli elementi di
prova posti a fondamento delle conformi rispettive decisioni, con una struttura
motivazionale della sentenza di appello che viene a saldarsi perfettamente con

lacune, in considerazione del fatto che entrambe le pronunzie hanno offerto una
congrua e ragionevole giustificazione del giudizio di colpevolezza formulato nei
confronti del ricorrente.
Discende da tale evenienza, secondo una linea interpretativa in questa Sede
da tempo tracciata, che l’esito del giudizio di responsabilità non può certo essere
invalidato da prospettazioni alternative, risolventisi in una “mirata rilettura” degli
elementi di fatto posti a fondamento della decisione, ovvero nell’autonoma
assunzione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, da
preferirsi a quelli adottati dal giudice del merito, perché illustrati come
maggiormente plausibili, o perché assertivamente dotati di una migliore capacità
esplicativa nel contesto in cui la condotta delittuosa si è in concreto realizzata
(Sez. 6, n. 22256 del 26/04/2006, dep. 23/06/2006, Rv. 234148; Sez. 1, n.
42369 del 16/11/2006, dep. 28/12/2006, Rv. 235507).
Nel caso di specie, avuto riguardo anche ai limiti cognitivi riconnessi agli
effetti della scelta dall’imputato espressa per il giudizio con rito abbreviato,
l’adeguatezza delle ragioni giustificative illustrate nell’impugnata sentenza non è
stata validamente censurata dal ricorrente, limitatosi a riproporre, per lo più, una
serie di obiezioni già esaustivamente disattese dai Giudici di merito ed a
formulare critiche e rilievi sulle valutazioni espresse in ordine alle risultanze
offerte dal materiale probatorio sottoposto alla loro cognizione, prospettandone,
tuttavia, una diversa ed alternativa lettura, in questa Sede, evidentemente, non
assoggettabile ad alcun tipo di verifica, per quanto sopra evidenziato.
Il tessuto motivazionale della sentenza in esame, dunque, non presenta
affatto quegli aspetti di carenza, contraddittorietà o macroscopica illogicità del
ragionamento del giudice di merito che, alla stregua del consolidato
insegnamento giurisprudenziale da questa Suprema Corte elaborato, potrebbero
indurre a ritenere sussistente il vizio di cui alla lett. e) del comma primo dell’art.

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quella precedente, sì da costituire un corpo argomentativo uniforme e privo di

606 c.p.p. (anche nella sua nuova formulazione), nel quale sostanzialmente si
risolvono le censure dal ricorrente articolate nei su indicati motivi di doglianza.

7. Fondata, di contro, per le ragioni e nei limiti di seguito specificati, deve
ritenersi la doglianza dalla difesa prospettata nel quinto motivo di ricorso (v.,
supra, il par. 2.5.).
Invero, la figura delittuosa del peculato d’uso tende a replicare

condotte che nel previgente sistema erano irrilevanti, e, dall’altro lato, ad
arginare eventuali arbitrii interpretativi, temperando il trattamento sanzionatorio
in relazione alle ipotesi di minor disvalore del fatto.
In precedenza, infatti, il peculato d’uso veniva ricompreso nel concetto di
“distrazione”, escludendosi la punibilità dell’agente ogni qual volta la sua
condotta non integrasse gli estremi della distrazione. In particolare, la
giurisprudenza era orientata a considerare non punibile il peculato d’uso qualora
esso avesse avuto ad oggetto cose infungibili o di specie, e l’uso fosse consistito
in uno sfruttamento momentaneo, “materiale” ed eccezionale della cosa; se ne
affermava, invece, la punibilità in presenza di un uso “giuridico” della cosa,
configurabile tutte le volte in cui il bene – ancorché temporaneamente – fosse
stato volto ad una diversa destinazione, incompatibile con quella originaria (così,
ad es., Sez. 6, n. 6379 del 01/12/1987, dep. 27/05/1988, Rv. 178471; Sez. 6,
n. 2007 del 04/11/1983, dep. 03/03/1984, Rv. 162960; Sez. 6, n. 14692 del
22/06/1989, dep. 30/10/1989, Rv. 182390; v., inoltre, Sez. 6, n. 7974 del
02/03/1989, dep. 02/06/1989, Rv. 181477).
Proprio per tali ragioni, dunque, si è auspicata, specie nelle riflessioni
dottrinali, una lettura costituzionalmente orientata della nuova previsione
incriminatrice, in termini cioè di effettiva lesività della condotta, sì da ritenere
integrato il reato solo se l’uso della cosa ne abbia compromesso in modo
apprezzabile l’utilizzazione da parte del proprietario, ed escludendone la
realizzazione quando l’agente restituisca immediatamente la cosa senza
provocare un significativo danno patrimoniale.
La previsione contenuta nel secondo comma dell’art. 314 c.p. delinea una
condotta del tutto autonoma e strutturalmente diversa da quella racchiusa nel
primo comma, in quanto l’uso momentaneo, seguito dall’immediata restituzione
della cosa, non integra un’autentica appropriazione, realizzandosi, quest’ultima,
solo con la definitiva soppressione della destinazione originaria della cosa. Nel

17

strutturalmente lo schema del furto d’uso, mirando, da un lato, a reprimere

peculato d’uso, inoltre, la finalità dell’agente costituisce un elemento
specializzante, che impedisce di inquadrare il fatto nell’alveo del peculato vero e
proprio.
Si è altresì osservato, in giurisprudenza, che «uso momentaneo» non
significa istantaneo, ma temporaneo, ossia protratto per un tempo limitato, così
da comportare una sottrazione della cosa alla sua destinazione istituzionale tale
da non compromettere seriamente la funzionalità della pubblica amministrazione

del 01/02/2005, dep. 09/03/2005, Rv. 230940).
Si ritiene, inoltre, essenziale il rapporto di funzionalità della cosa sottratta
rispetto alla natura dell’uso momentaneo per cui si fa ricorso all’appropriazione
(in applicazione di tale principio, Sez. 6, n. 9205 del 19/11/2003, dep.
01/03/2004, Rv. 229303).
In tema di utilizzo, per fini privati, di autovetture di servizio da parte
dell’intraneus

si sono registrate sensibili divergenze interpretative nella

evoluzione della giurisprudenza di legittimità.
Secondo un primo orientamento giurisprudenziale, l’uso costante e reiterato
nel tempo di un’autovettura di servizio da parte del pubblico funzionario integra
la più grave ipotesi di peculato per appropriazione (Sez. 6, 15 marzo 2012, dep.
30 maggio 2012, n. 20922, non mass.; Sez. 6, 12 ottobre 2010, dep. 9
novembre 2010, n. 39347, non mass.; Sez. 6, n. 11430 del 04/02/2005, dep.
22/03/2005, Rv. 231320).
Secondo un altro, e prevalente orientamento ermeneutico, invece, l’impiego
abituale e/o comunque l’indebita utilizzazione di un’autovettura pubblica da parte
del funzionario per compiere itinerari cittadini per fini personali, ivi compreso
l’accompagnamento casa-ufficio, devono qualificarsi come peculato d’uso (v., ad
es., sia pure in relazione a diverse fattispecie, Sez. 6, n. 1113 del 04/12/1996,
dep. 06/02/1997, Rv. 206789; Sez. 6, n. 4651 del 10/03/1997, dep.
16/05/1997, Rv. 207594; Sez. 6, n. 352 del 07/11/2000, dep. 18/01/2001, Rv.
219085, che in motivazione distingue l’appropriazione dell’autovettura, ritenuta
sussumibile, nel caso ivi esaminato, nella tipica configurazione di cui al peculato
d’uso, dal distoglimento dell’autista dalle sue funzioni di esecutore di un servizio
pubblico, che invece integra il reato di peculato di cui al primo comma dell’art.
314 c.p.; Sez. 1, n. 10274 del 09/02/2006, dep. 23/03/2006, Rv. 233718; Sez.
6, n. 25541 del 21/05/2009, dep. 18/06/2009, Rv. 244287; Sez. 6, n. 26812 del
15/06/2011, dep. 08/07/2011, Rv. 250741; Sez. 6, n. 34248 del 09/06/2011,

18

(Sez. 6, n. 4651 del 10/03/1997, dep. 16/05/1997, Rv. 207594; Sez. 6, n. 9216

dep. 16/09/2011, Rv. 250837; Sez. 3, n. 26616 del 08/05/2013, dep.
19/06/2013, Rv. 255619; Sez. 6, n. 39770 del 27/05/2014, dep. 25/09/2014,
Rv. 260458).
Sulla questione della riconducibilità dell’uso indebito dell’autovettura di
servizio alla fattispecie del peculato d’uso, di cui al comma secondo dell’art. 314
cod. pen., appare di fondamentale rilievo, anche per la sostanziale analogia delle
situazioni in esame, la considerazione delle argomentazioni di ordine generale

Suprema Corte in tema di indebito utilizzo del telefono d’ufficio (Sez. Un., n.
19054 del 20/12/2012, dep. 02/05/2013, Rv. 255296).
Si è infatti osservato, nella motivazione della pronuncia ora citata, che la
nozione di appropriazione, nel diverso ambito applicativo del delitto di cui all’art.
646 cod. pen., ha assunto, nel tempo, un significato sempre più ampio,
comprensivo anche dell’uso indebito della cosa, ove esso si connoti per
l’eccedenza dai limiti del titolo in virtù del quale l’agente la detiene.
Naturalmente, in quell’ambito, nel quale non è prevista l’ipotesi dell’uso
momentaneo, si richiede l’effetto della perdita della cosa stessa da parte
dell’avente diritto. Questa conseguenza, invece, è chiaramente incompatibile con
un uso strutturalmente e programmaticamente (come sottolineato anche da
Corte cost., n. 2 del 1991) momentaneo, quale quello previsto nel capoverso
dell’art. 314 cod. pen., il quale, quindi, non potrà mai integrare
un’appropriazione, nel senso specifico di cui al primo comma della norma
codicistica, consistendo ed esaurendo la sua portata nel fatto di distogliere
temporaneamente la cosa dalla sua originaria destinazione, per piegarla a scopi
personali.
Si tratta, dunque, proseguono le Sezioni Unite, di un abuso del possesso,
che non si traduce, e non può per definizione tradursi, nella sua stabile
inversione in dominio. La ratio dell’introduzione della fattispecie in esame è stata
in effetti proprio quella di impedire, con una repressione di tipo penale, il grave
fenomeno dell’utilizzo improprio dei beni della pubblica amministrazione.
Ma se cosi è, e se non si vuole vanificare tale ragione storica e logica della
fattispecie incriminatrice, proseguono le Sezioni Unite nella motivazione della su
citata decisione, è giocoforza ritenere che, per la sua integrazione, l’elemento
qualificante e sufficiente è dato dalla violazione del titolo del possesso, che
l’agente compie distraendo il bene dalla sua destinazione pubblicistica e
piegandolo verso fini personali.

19

poste a sostegno del recente approdo interpretativo raggiunto da questa

In questo modo egli si rapporta con esso, in pendenza dell’utilizzo indebito,
in veste di dominus (per quanto provvisorio e funzionale), con contestuale
disconoscimento dell’altrui maggior diritto.
In tale schema ricostruttivo si palesa all’evidenza non essenziale, in quanto
estraneo allo specifico scopo perseguito dal legislatore, l’elemento della *fisica”
sottrazione della

res alla sfera di disponibilità e controllo della pubblica

amministrazione. E quando tale sottrazione manchi, la “restituzione” della cosa si

riconduzione della stessa alla sua normale destinazione (come già efficacemente
rilevato da Sez. 6, n. 7364 del 24/06/1997, Rv. 209746).
Così correttamente puntualizzata la portata e la natura del peculato d’uso, è
evidente che l’utilizzo per fini personali da parte del pubblico agente, sia esso
pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio, di un’autovettura nella sua
disponibilità, o comunque assegnatagli per le esigenze dell’ufficio, vi diviene
pienamente sussumibile, pur a fronte di ripetuti episodi di indebito utilizzo
temporaneo. Con tale condotta, infatti, il soggetto distoglie il bene fisico, di cui è
in possesso per ragioni d’ufficio, dalla sua destinazione pubblicistica, piegandolo
a fini personali per tutto il tempo del relativo uso, per poi restituirlo, alla
cessazione di questo, alla destinazione originaria.
E’ altresì evidente, entro questa prospettiva, che l’illegittimo consumo del
carburante e dell’olio, come pure l’usura del mezzo derivante dal suo ripetuto e
non occasionale utilizzo, non rilevano autonomamente, ma concorrono a
determinare l’entità del danno patrimoniale che la condotta delittuosa cagiona
all’ente in conseguenza dell’illegittimo trasferimento della spesa sull’impiego
scorretto dei beni in dotazione.
Ciò posto, non può non rilevarsi che il raggiungimento della soglia della
rilevanza penale presuppone comunque l’offensività del fatto, che nella ipotesi
del peculato d’uso si realizza, secondo l’insegnamento di questa Suprema Corte,
con la produzione di un apprezzabile danno al patrimonio della p.a. o di terzi,
ovvero attraverso una condotta in concreto lesiva della funzionalità dell’ufficio (in
tal senso, v. Sez. 6, n. 5006 del 12/01/2012, dep. 09/02/2012, Rv. 251785; v.,
inoltre, Sez. 6, n. 7177 del 27/10/2010, dep. 24/02/2011, Rv. 249459).
Dall’ipotesi dell’uso della vettura di servizio per il compimento del tragitto
casa-ufficio, quando l’accompagnamento non sia effettuato in violazione di
alcuna disposizione regolamentare, va peraltro distinta l’ipotesi di utilizzo
dell’auto per motivi personali e privati, poiché nel primo caso è evidente che il

20

c-J1-

risolverà logicamente nella cessazione del suo uso arbitrario, con la conseguente

bene di cui il pubblico ufficiale ha la disponibilità per ragioni del suo ufficio
rimane, comunque, nell’ambito della sua normale destinazione giuridica, e cioè
nella sfera della pubblica amministrazione (Sez. 6, n. 46061 del 17/09/2014,
dep. 06/11/2014, Rv. 260818).
Considerata, infine, la struttura del peculato d’uso (che implica l’immediata
restituzione della cosa), le valutazioni in questione non possono che essere
riferite alle singole condotte poste in essere, salvo che le stesse, per l’unitario

inscindibile (Sez. Un., n. 19054 del 20/12/2012, dep. 02/05/2013, cit.).
Ne deriva, come si è di recente avuto modo di chiarire in questa Sede (Sez.
6, n. 39770 del 27/05/2014, dep. 25/09/2014, Rv. 260458), che il peculato
d’uso è connotato dalla preordinazione dell’appropriazione ad un uso
temporaneo, quindi non meramente istantaneo, della cosa e dalla immediata
restituzione della stessa dopo il momentaneo utilizzo, con la ulteriore
conseguenza che, in presenza di tali requisiti, la reiterazione delle condotte
determina l’integrazione di una pluralità di reati ex art. 314, comma secondo,
cod. pen., eventualmente avvinti dal vincolo della continuazione, ma non il
mutamento della qualificazione giuridica del fatto in peculato “ordinario” ex art.
314, primo comma, cod. pen. .
Ne discende, pertanto, che i fatti ascritti al Soardi nei capi sub A), B) e C)
devono ritenersi propriamente sussumibili nella diversa fattispecie del peculato
d’uso di cui al secondo comma dell’art. 314 c.p., non potendosi di certo
escludere la presenza di un

vulnus all’integrità patrimoniale dell’ente, avuto

riguardo, per un verso, alla consistenza e durata dei singoli episodi di utilizzo dei
beni aziendali per finalità non corrispondenti a quelle istituzionali, e, per altro
verso, alla significativa entità della somma di denaro dall’imputato versata a
titolo di risarcimento del danno (che la Corte d’appello ha indicato nell’importo di
8.000,00 euro).
Alla stregua delle su esposte considerazioni, diversamente qualificate le su
indicate imputazioni ai sensi degli artt. 81 cpv., 314, comma 2, cod. pen., la
sentenza impugnata va annullata limitatamente alla misura della pena e rinviata,
per la conseguente rideterminazione del trattamento sanzionatorio, ad altra
sezione della Corte d’Appello di Venezia.

8. Per quel che attiene alle articolate doglianze oggetto dell’ultimo motivo di
ricorso (v., in narrativa, il par. 2.11.), inammissibile deve ritenersi, in primo

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contesto spazio-temporale, non vadano di fatto a costituire una condotta

luogo, la censura prospettata in relazione al mancato riconoscimento delle
circostanze attenuanti generiche, avendo la Corte distrettuale confermato
l’analogo vaglio delibativo già espresso dal Giudice di primo grado secondo una
valutazione rispettosa dei criteri direttivi posti dall’art. 133 c.p., e come tale non
assoggettabile a sindacato in questa Sede, ponendosi, di contro, le deduzioni
difensive sul punto formulate nella mera prospettiva di accreditare una diversa
ed alternativa valutazione in ordine alla sussistenza dei presupposti fattuali che

Analoghe considerazioni s’impongono, altresì, in merito alla prospettata
configurabilità dell’attenuante di cui all’art. 323-bis c.p., dovendosi al riguardo
considerare gli aspetti legati, per un verso, alla significativa entità delle
conseguenze patrimoniali dell’azione criminosa complessivamente considerata (la
somma di denaro dall’imputato versata a titolo di risarcimento del danno è stata
dalla Corte di merito indicata in misura pari all’importo di 8.000,00 euro), e, per
altro verso alla ritenuta gravità intrinseca dei fatti, per i quali già il Giudice di
primo grado aveva osservato che il tipo di incarico rivestito imponeva
l’osservanza di un “particolare rigore”: ne discende l’esclusione della
configurabilità stessa dei presupposti dell’affine attenuante speciale di cui all’art.
323-bis c.p., la cui sussistenza può riconoscersi solo quando il reato, valutato
nella sua globalità, presenti una gravità di contenuto rilievo (Sez. 6, n. 14825 del
26/02/2014, dep. 31/03/2014, Rv. 259501).

8.1. Fondata, di contro, deve ritenersi la censura mossa in ordine alla

esclusione dell’attenuante del danno di speciale tenuità, avendo la Corte
distrettuale erroneamente tenuto conto, a tal fine, della complessiva entità della
somma di denaro di cui l’ente è stato depauperato, quantificandola sulla base
dell’importo dall’imputato versato a titolo di risarcimento del danno (pari, come
si è detto, alla cifra di 8.000,00 euro).
Al riguardo v’è da osservare, in linea generale, che la circostanza attenuante
di cui all’art. 62, n. 4, cod. pen., ricorre solo quando il danno patrimoniale subito
dalla parte offesa come conseguenza diretta e immediata del reato sia di valore
economico pressoché irrilevante (da ultimo, v. Sez. 2, n. 15576 del 20/12/2012,
dep. 04/04/2013, Rv. 255791).
Sotto altro, ma connesso profilo, tuttavia, deve ribadirsi il principio, più volte
affermato in questa Sede, secondo cui, ai fini dell’applicazione della circostanza
attenuante di cui all’art. 62, n. 4, cod. pen., la valutazione della speciale tenuità,

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ne giustificherebbero la concessione.

nel caso di reato continuato, va effettuata non in relazione all’importo
complessivo delle somme contestate, ma con riguardo al danno patrimoniale
cagionato per ogni singolo fatto-reato (Sez. 6, n. 30154 del 12/06/2007, dep.
24/07/2007, Rv. 237329, in relazione ad una fattispecie in tema di peculato
continuato, in cui la Corte ha censurato la sentenza che aveva negato il
riconoscimento dell’attenuante sulla base della considerazione dell’importo
complessivo delle somme percepite in relazione a ciascun fatto appropriativo;

infatti, che l’eventuale esclusione dell’attenuante, in relazione ad una sola delle
ipotesi delittuose in continuazione, finirebbe col rendere più gravi anche quelle
fattispecie che tale carattere, in concreto, non presentino.
Fondato, dunque, deve ritenersi il prospettato errore di applicazione legato
alla mancata valutazione della su indicata attenuante con riferimento a ciascuno
dei fatti di reato unificati dalla continuazione, avendo la Corte di merito
erroneamente proceduto ad una valutazione globale, e non parcellizzata, dei suoi
presupposti.

8.2. Parimenti fondate devono ritenersi, poi, le ulteriori doglianze mosse
dalla difesa riguardo alla determinazione degli aumenti di pena operati per la
continuazione ed ai correlativi effetti, sul piano sanzionatorio, della riconosciuta
attenuante del risarcimento del danno.
Occorre infatti considerare che, in tema di reato continuato, se l’aumento
che è possibile apportare ex art. 81 cod. pen. può raggiungere il triplo della pena
base, non è sufficiente per la legalità del calcolo determinare la pena nell’ambito
quantitativo previsto dalla legge, dovendo il giudice, nella motivazione, dare
conto delle decisioni assunte su ogni aspetto dell’esercizio del suo potere
discrezionale, ivi compresa la determinazione dell’aumento di pena per la
continuazione (Sez. 2, n. 51731 del 19/11/2013, dep. 23/12/2013, Rv. 258108).
Deve inoltre richiamarsi la linea interpretativa ormai da tempo tracciata da
questa Suprema Corte, secondo cui, in tema di continuazione, la circostanza
attenuante dell’integrale riparazione del danno va valutata e applicata in
relazione ad ogni singolo reato unificato nel medesimo disegno criminoso, che
sotto questo profilo recupera la propria autonomia materiale, coerentemente con
i limiti dell’unità giuridica del reato continuato. Ne consegue la valorizzazione
della condotta riparatoria in riferimento anche soltanto a taluno dei singoli fatti di
reato unificati per continuazione, con effetti sulla pena base quando il

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Sez. 3, n. 11035 del 21/10/1993, dep. 02/12/1993, Rv. 195943). E’ evidente,

risarcimento riguardi il reato più grave e sugli aumenti di pena quando riguardi i
reati satelliti (Sez. Un., n. 3286 del 27/11/2008, dep. 23/01/2009, Rv. 241755;
Sez. 2, n. 39166 del 12/10/2011, dep. 28/10/2011, Rv. 251128).
Sulle diverse implicazioni sottese all’affermazione di tali principii di diritto e
sulla loro applicazione ai fini della corretta dosimetria della pena irrogata
all’imputato la Corte d’appello ha omesso di pronunziarsi, non essendo rinvenibili
nella motivazione alcuna ragione giustificativa dei vari aumenti operati per la

termini or ora precisati, dall’attenuante del risarcimento del danno.
Anche in relazione a tali profili, che si aggiungono a quelli già evidenziati in
merito alla riqualificazione dei reati di cui ai capi sub A), B) e C) [v., supra, il
par. 7], s’impone, dunque, l’annullamento con rinvio dell’impugnata sentenza ai
fini della rideterminazione del trattamento sanzionatorio in conformità al quadro
di principii sopra delineato.

P.Q.M.

Riqualificati i reati di cui ai capi A), B) e C) ai sensi degli artt. 81, 314,
comma 2, c.p., annulla la sentenza impugnata e rinvia per la rideternninazione
della pena ad altra Sezione della Corte d’Appello di Venezia. Rigetta nel resto il
ricorso.

Così deciso in Roma, lì, 29 gennaio 2015

Il Consigliere estensore

Il Presidente

continuazione, né alcuna spiegazione dell’incidenza sulla stessa esercitata, nei

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