Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14037 del 30/09/2014


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Penale Sent. Sez. 6 Num. 14037 Anno 2015
Presidente: AGRO’ ANTONIO
Relatore: PAOLONI GIACOMO

Data Udienza: 30/09/2014

SENTENZA
sul ricorso proposto dal
IOCCO Manolo, nato a Lanciano (CH) il 20/09/1985,
avverso la sentenza del 13/02/2013 della Corte di Appello dell’Aquila;
letto il ricorso e la sentenza impugnata e udita in pubblica udienza la relazione del
consigliere Giacomo Paoloni;
udito il pubblico ministero in persona del sostituto Procuratore generale Paolo Canevelli
che ha chiesto il rigetto del ricorso;
udito il difensore del ricorrente, avv. Maria Pina Benedetti, che ha insistito per
l’accoglimento del ricorso.

FATTO E DIRITTO
1. Con sentenza resa il 2.8.2012 all’esito di giudizio direttissimo il Tribunale di
Lanciano ha dichiarato Manolo Iocco colpevole del reato di evasione dal regime cautelare
degli arresti domiciliari nell’abitazione della sua convivente Sara Cupido, condannandolo
alla pena di due anni e sei mesi di reclusione nonché alla pena di un mese di arresto ed
euro 100 di ammenda per il reato di porto ingiustificato di un coltello sequestratogli
all’atto dell’arresto dopo tre giorni di “latitanza”.
L’illecita condotta dell’imputato è così ricostruita dalla sentenza.

1

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Il 26.7.2012 due agenti di una “volante” della Polizia (Paolo Gemma e Roberta
Rossetti) si recano presso la dimora della Cupido per verificare l’osservanza della misura
cautelare domestica applicata al suo convivente Manolo Iocco, che è trovato
regolarmente in casa. Mentre è in corso il controllo sopraggiungono nell’abitazione altri
tre agenti del locale Commissariato per eseguire un ordine del p.m. di
accompagnamento dello Iocco negli uffici di polizia per esaminarlo quale persona
informata su fatti di rilievo penale. Alla richiesta di spiegazioni dello Iocco gli agenti del

Questi, dopo aver manifestato l’intenzione di chiamare il suo avvocato per chiedergli
consigli su come comportarsi, desiste da tale intento (per ragioni che la sentenza reputa
non pienamente decifrabili: per sua stessa volontà, ovvero per l’intervento della Cupido,
ovvero ancora perché ciò gli viene impedito dall’agente Abbonizio che gli toglie di mano il
cellulare), accoglie l’invito a recarsi con gli agenti in commissariato e a salire a bordo
dell’autovettura di servizio rimasta in sosta nell’angusto vicolo sottostante l’abitazione.
Tuttavia, all’atto di entrare in auto mentre l’agente Gemma gli apre la portiera posteriore
della vettura, lo Iocco con mossa repentina spinge da tergo l’agente, facendolo cadere a
terra e dandosi a precipitosa fuga vanamente inseguito dal Gemma e dagli altri poliziotti.
E’ rintracciato e arrestato soltanto tre giorni dopo in un ristorante della riviera adriatica
in compagnia della sua convivente.
2. Giudicando sull’impugnazione dello Iocco, la Corte di Appello dell’Aquila con
sentenza del 13.2.2013 ha confermato la penale responsabilità dell’imputato per
l’ascritto reato di evasione, ma ha ritenuto di ridurre la pena inflittagli, concedendogli le
circostanze attenuanti generiche stimate equivalenti alla contestata aggravante ex art.
385 co. 2 c.p. e fissando la pena in dieci mesi di reclusione.
2.1. La Corte distrettuale ha proceduto ad una rinnovata analisi delle emergenze
processuali anche alla luce delle produzioni documentali della difesa dell’appellante,
munitasi di copia del c.d. ordine di accompagnamento in commissariato dello Iocco
redatto dal p.m. I giudici di appello hanno constatato che l’ordine del p.m. discende da
una querela presentata dallo stesso Iocco per ingiurie e minacce ricevute da un
familiare. Querela da cui è scaturito un separato procedimento penale nel cui ambito il
Commissariato di P.S. di Lanciano, organo delegato dal p.m. allo svolgimento delle
indagini, il 25.7.2012 ha chiesto allo stesso p.m. l’autorizzazione a tradurre in
commissariato lo Iocco, in stato di arresti domiciliari per altra causa, per raccoglierne le
dichiarazioni quale persona offesa. Richiesta recepita dal procedente p.m., che il
26.7.2012 ha autorizzato il detto “accompagnamento” con nota stesa in calce alla
richiesta di p.g. e recante espresso richiamo all’art. 22 disp. att. c.p.p.

2

Commissariato non forniscono adeguate risposte e la circostanza allarma il prevenuto.

2.2. Ciò chiarito, la Corte di Appello ha -per un verso- considerato senz’altro
“illegittimo” l’ordine di accompagnamento che gli agenti del Commissariato si sono recati
ad eseguire nel domicilio dell’imputato, perché effettuato al di fuori delle condizioni
previste dall’art. 377 c.p.p. (necessità di previa citazione a comparire; necessità del
previo assenso dell’A.G. disponente la misura cautelare domiciliare nei confronti dello
Iocco: nel caso di specie il g.i.p. del Tribunale di Sulmona). Tale pur palese illegittimità,
tuttavia, non poteva essere sindacata dallo Iocco cui non era consentito sottrarsi
(“solo l’adozione di un provvedimento extra ordinem,

giuridicamente inesistente, potrebbe legittimare la reazione del privato e non già la sua
possibile illegittimità”). Integra il reato di evasione ovvero la condizione di latitanza il
fatto di sottrarsi ad una misura coattiva che sia poi annullata perché illegittima:

“lo locco

non poteva rifiutarsi di seguire gli agenti che esercitavano un potere legittimo,
rientrando nella potestà del p.m. di disporre l’accompagnamento coattivo
indipendentemente dalla correttezza formale e sostanziale del provvedimento”. Per altro
e congiunto verso la Corte abruzzese, assumendo come dato “certo” il fatto che il
provvedimento del p.m. (accompagnamento disposto/autorizzato dal p.m.) non sia stato
mostrato all’imputato e come dato “credibile” che gli sia stato impedito di telefonare al
suo avvocato, ipotizza la possibilità che “tale indebito comportamento degli agenti”
possa avere indotto nello Iocco, in quel momento, la convinzione del

“pericolo di una

azione indebita in suo danno”, cui avrebbe ritenuto di sottrarsi con la fuga.
2.3. Nondimeno tali evenienze, secondo i giudici del gravame, se erano idonee a
definire “coperta da esimente putativa” l’immediata fuga dello Iocco, non possono
giustificare il protrarsi della situazione elusiva della misura cautelare domestica. Iocco,
rientrando nella sua dimora, aveva la possibilità di mettersi in contatto con il suo
difensore, di assumere informazioni presso la Procura della Repubblica di Lanciano e di
accertare l’effettiva esistenza dell’ordine di accompagnamento in commissariato. La
prosecuzione della fuga non ha trovato scusanti ed ha posto il prevenuto nella condizione
di latitanza. Sicché la stessa ha integrato il contestato reato di evasione.
3. Avverso la sentenza di secondo grado ha proposto ricorso per cassazione il
difensore di Manolo Iocco che, dopo pedissequa trasposizione dei motivi di appello contro
la sentenza del Tribunale di Lanciano, ha dedotto i vizi di violazione di legge e di carenza
e manifesta illogicità della motivazione di seguito riassunti.
3.1. Erronea applicazione dell’art. 385 c.p. e difetto di motivazione sull’addotta
insussistenza degli elementi oggettivo e soggettivo del reato di evasione.
L’imputato si è dato alla fuga quando era stato già condotto coattivamente dagli
agenti di p.s. fuori della sua abitazione, che ha quindi abbandonato contro la sua
volontà. E’ dato pacifico che il reato di evasione si consuma immediatamente con

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all’esecuzione dell’atto

l’allontanamento volontario dal luogo in cui il soggetto agente trovasi ristretto. Nel caso
in esame gli agenti di polizia hanno dato esecuzione ad un ordine abnorme e illegittimo
del p.m. che non disponeva di alcun potere ex art. 377 c.p.p. per ordinare
l’accompagnamento coattivo di una persona informata sui fatti.
3.2. Falsa applicazione dell’art. 52 c.p. in relazione agli artt. 377 e 133 c.p.p. e 42
bis L. 354/1975 (ordinamento penitenziario) e illogicità palese della motivazione.
In modo illogico i giudici di appello non hanno ritenuto applicabile la scriminante

illegittimità dell’azione posta in essere dagli agenti di polizia, non avendo il p.m. il potere
di ordinare l’accompagnamento coattivo di persone diverse dall’imputato o indagato (e
tale certamente non era lo Iocco, che avrebbe dovuto essere sentito come persona
offesa in merito a una querela da lui stesso proposta). Né gli stessi agenti avrebbero
potuto arrogarsi il potere di effettuare la “traduzione” dell’imputato in stato di arresti
domiciliari, dal momento che la traduzione di soggetti detenuti (cui è equiparato il
sottoposto a misura domiciliare) è riservata alla polizia penitenziaria ex art. 42 bis O.P.
Posto che l’accompagnamento di persone diverse dall’indagato o imputato è
consentito soltanto al giudice (art. 133 c.p.p.), lo Iocco è fuggito perché costrettovi dalla
necessità di sottrarsi a un’imminente ingiusta offesa alla propria libertà
costituzionalmente garantita, benché

“minorata” dall’applicata misura degli arresti

domiciliari. Chiara è la contraddizione del ragionamento della sentenza impugnata che,
mentre reputa sussistente la scrinninante putativa dello stato di necessità al momento
della fuga dello Iocco, la esclude in ragione del protrarsi della fuga medesima e della
duratura assenza dell’imputato dalla dimora sede degli arresti domiciliari. Il reato di
evasione è, come afferma la giurisprudenza di legittimità, un reato istantaneo con effetti
permanenti che si consuma con il solo allontanamento dal luogo di detenzione ed è
soltanto in rapporto a tale momento che deve essere valutata la sussistenza o meno di
una causa esimente.
3.3. Difetto di motivazione in merito all’addotta inesistenza dell’aggravante della
violenza alla persona di cui al contestato comma 2 dell’art. 385 c.p.
La sentenza di appello, pur dando atto in premessa del corrispondente motivo di
appello dell’imputato, nulla ha argomentato al riguardo, riprendendo il profilo
concernente l’aggravante in parola soltanto in sede di bilanciamento delle circostanze ai
fini della (ri)determinazione della pena inflitta allo Iocco. Nessuna considerazione è
svolta sulla concreta connessione teleologica tra la condotta integrativa della supposta
aggravante della violenza e il reato di evasione attribuito al ricorrente.
3.4. Mancanza di motivazione sulla attenuante della provocazione.

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dell’esercizio del diritto di difesa da parte dell’imputato, stante la pur riconosciuta

Analogamente la Corte di Appello non ha fornito risposte alla subordinata
prospettazione difensiva sull’applicabilità in favore dello Iocco della attenuante della
provocazione ex art. 62 n. 2 c.p.
3.5. Motivazione carente o insufficiente in punto di determinazione della pena.
Pur dopo l’avvenuta correzione del dispositivo (ordinanza della Corte di Appello
del 25.3.2013) con la esatta indicazione della pena inflitta al prevenuto, pari a dieci mesi
di reclusione, rimane una distonia tra decisione e dispositivo. Nel dispositivo corretto le

sull’aggravante ex art. 385 co. 2 c.p., laddove nella motivazione della sentenza sono
indicate come equivalenti a detta aggravante.
3.6. Mancanza di motivazione sul reato di cui all’art. 4 L. 110/1975.
Con l’appello l’imputato contestava anche la decisioni di primo grado relativa alla
contravvenzione di porto ingiustificato di un coltello a serramanico trovato in suo
possesso al momento dell’arresto. La sentenza impugnata non ha preso in esame detti
motivi di gravame.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso proposto nell’interesse di Manolo Iocco merita accoglimento e la
sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio per un nuovo giudizio sulla
ricostruzione e valutazione della dinamica del comportamento posto in essere dal
ricorrente e contestatogli a titolo di evasione dal regime cautelare domiciliare applicatogli
nell’ambito di procedimento penale pendente presso l’A.G. di Sulmona.
Al di là della impropria commistione operata dal ricorso tra le ipotesi della
legittima difesa e quella dello stato di legittimità che avrebbero giustificato, almeno sul
piano putativo, il contegno dell’imputato, appaiono assistiti da fondamento i rilievi
enunciati con i motivi primo e secondo del ricorso afferenti alla inadeguata o incompleta
analisi della dinamica del contegno dell’imputato e soprattutto del connesso elemento
soggettivo del reato di evasione ascrittogli. L’accoglimento di tali profili
dell’impugnazione con contestuale rinvio alla competente Corte distrettuale per un
rinnovato giudizio sulla regiudicanda, assorbe tutte le altre censure enunciate sotto vari
aspetti dal ricorrente, ivi inclusa quella relativa alla mancata risposta sul motivo di
appello concernente il reato contravvenzionale ex art. 4 L. 110/1975. Doglianza di cui si
farà carico il giudice di rinvio.
1.1. La frammentata sequenza dei gesti e atti compiuti da Manolo Iocco nel
quadro della semplice vicenda che ha dato corpo alla regiudicanda, quale agevolmente
ricomposta nelle sue sequenze storico-fattuali dalla sentenza di appello, rende
necessario sgombrare il campo da un equivoco di fondo che permea la trama

attenuanti generiche riconosciute allo Iocco sono indicate come prevalenti

argomentativa della decisione della Corte abruzzese. Segnatamente nella parte in cui la
decisione ha scisso la condotta di evasione dello Iocco nei due concatenati momenti
dell’iniziale sottrazione allo stato coercitivo domestico (fuga) e del susseguente protrarsi
dell’assenza dalla sede esecutiva della misura cautelare (dimora della convivente) e,
quindi, della sua condizione di latitanza.
Senonché, come si evince dal testo della norma incriminatrice (art. 385, co. 1 e
co. 3, c.p.) e come stabilmente affermato dalla giurisprudenza di legittimità, la

esecutiva (ma lo stesso è a dirsi anche per l’evasione da un istituto carcerario)
costituisce un reato istantaneo punito a titolo di dolo generico. Ogni volontario e
arbitrario “allontanamento” dal luogo di restrizione domestica realizza e perfeziona il
reato di evasione, non richiedendosi a tal fine né che l’abbandono della dimora divenga
definitivo, né che il comportamento del soggetto agente risulti privo di

animus

revertendi. Il reato si consuma con qualsiasi deliberato allontanamento non autorizzato
dal luogo degli arresti domiciliari, non assumendo nessun rilievo la durata
dell’allontanamento o assenza domestica, la distanza dello spostamento ovvero i motivi
che abbiano indotto l’agente a eludere la vigilanza sullo stato custodiale (cfr.,

ex

pluribus: Sez. 7, n. 8604 del 3.2.2011, Bartone, Rv. 249649; Sez. 6, n. 11679 del
21.3.2012, Fedele, Rv. 252192; Sez. 6, n. 19218 del 8.5.2012, Rapillo, Rv. 252876).
1.2. Vero è che questa stessa Corte regolatrice ha talora inteso precisare come al
reato di evasione possa attribuirsi anche la peculiare natura di reato istantaneo
effetti permanenti”.

“con

Nel senso che la lesione del bene protetto dalla norma

incriminatrice, costituito dall’interesse dello Stato al mantenimento del regime di
restrizione della libertà personale legalmente disposto, cessa quando l’evaso ritorna nel
luogo dal quale non avrebbe dovuto allontanarsi, così interrompendo l’elusione del
controllo da parte dell’autorità preposta alla vigilanza sul rispetto della misura custodiale
(cfr.: Sez. 6, n. 2217 del 2.6.1997, Esposito, Rv. 209765; Sez. 6, n. 25976 del
4.5.2010, Silvestri, Rv. 247819).
E’ appena il caso di chiarire, però, che quella degli effetti permanenti
caratterizzanti il reato istantaneo di evasione è una formula soltanto descrittiva, sfornita
di concrete valenze definitorie della condotta tipizzata dalla norma incriminatrice e -per
di più- fonte di possibili equivoci o confusioni concettuali (quasi che si intenda far
riferimento ad una sorta di reato semi-permanente). Il vero è che il reato di evasione è e
rimane un reato soltanto istantaneo

(qui unico actu perficitur)

senza ulteriori

specificazioni. Un reato che, come detto, si perfeziona con il semplice volontario
allontanarsi dal luogo sede della misura coercitiva, a nulla rilevando la durata
dell’allontanamento (cfr.: Sez. 7, n. 8147/14 del 19.12.2013, Damiani, Rv. 261462). La
categoria del reato istantaneo con effetti permanenti è frutto di un intento classificatorio

6

fattispecie criminosa della evasione da una misura coercitiva domiciliare cautelare o

generico e di per sé fuorviante, perché individua una caratteristica riferibile ad un gran
numero di reati, siano essi -a seconda della dinamica attuativa della condotta normativa
tipica- reati istantanei (in cui la condotta tipica integra ed esaurisce l’offesa al bene
tutelato), progressivi (in cui la condotta, omissiva o commissiva, dell’agente include la
realizzazione di un reato meno grave che offende lo stesso bene giuridico), permanenti
(in cui la condotta è costituita non soltanto dal prodursi dell’offesa del bene protetto ma
altresì dalla coeva volontaria protrazione dell’offesa, la cui cessazione produce la

incriminatrice (l’esempio classico è costituito dal sequestro di persona) punisce, nella
“unicità” del reato (non omologabile ad un contesto di continuità criminosa o di concorso
formale di reati ex art. 81 c.p.), non la sola produzione di una evenienza di fatto
antigiuridica, ma altresì e congiuntamente la volontaria protrazione di siffatta evenienza
da parte del soggetto agente. La complementare nozione di reato istantaneo ad effetti
permanenti non vale a ricondurre ad unità una particolare categoria di reati, perché
focalizza come connotato distintivo un semplice dato empirico (comune, ripetesi, a un
gran numero di reati) costituito dall’eventuale perdurare degli effetti della iniziale lesione
del bene tutelato dalla norma incriminatrice.
Ne discende, quindi, che nel reato di evasione il protrarsi della condotta elusiva
della situazione di coercizione personale (carceraria o domiciliare; cautelare o esecutiva)
non incide sulla già avvenuta consumazione del reato, determinata dalla autosufficiente
iniziale condotta elusiva dello stato coercitivo. Con l’ovvia conseguenza che il reato non
può essere atomizzato, come ha creduto l’impugnata sentenza di appello, in momenti
separati e distinti (quello della fuga o allontanamento; quello del perdurare
dell’allontanamento). Il persistere più o meno lungo della situazione di fatto
dell’allontanamento rientra tra gli accidentalia delicti, suscettibili di influire sul giudizio di
gravità della condotta lesiva, ma non di incidere sul già perfezionato delitto di evasione,
cui sussegue la diversa condizione, di fatto e di diritto, della latitanza. Condizione che,
sebbene richieda -per le sue ricadute processuali un formale provvedimento dichiarativo
(decreto ex art. 296 c.p.p.)- è integrata, sul piano storico e giuridico, da una mera
situazione di fatto rappresentata dal solo volontario sottrarsi del soggetto evaso ad un
provvedimento restrittivo della libertà personale, secondo la definizione fornitane dal
combinato disposto degli artt. 576 co. 2 e 61 n. 6 c.p., 296 c.p.p. (cfr.: Sez. 6, n. 43962
del 27.9.2013, Hassad, Rv. 256684; Sez. 6, n. 45065 del 2.7.2014, Di Caterino, Rv.
260839).
2. Alla luce della sviluppata premessa sistematica e metodologica evidenti si
rivelano l’errore logico e la contraddittorietà della decisione impugnata.
La sentenza di primo grado ha escluso, in base della ricostruzione dei fatti resa
possibile dall’istruttoria dibattimentale, il ricorrere della causa di giustificazione dello

consumazione del reato: art. 158 co. 1 c.p.). Nel reato permanente la norma

stato di necessità addotta dall’imputato, che ha sostenuto di aver agito nel timore di
essere percosso o comunque arrestato dai poliziotti una volta giunto in commissariato.
Timore avvalorato dalla mancanza di giustificazioni del suo accompagnamento, pur
autorizzato dal p.m., da parte dei tre agenti di polizia operanti. Causa esimente da
escludersi, secondo il Tribunale, anche alla luce del persistere della condotta di
allontanamento/latitanza dello Iocco che avrebbe dato luogo al contestato reato
“permanente” di evasione.

di evasione con l’evocare la discutibile nozione di reato istantaneo con effetti
permanenti, la Corte di Appello ha correttamente preso in esame gli elementi
documentali e storici allegati dalla difesa dell’appellante Iocco a sostegno della
prospettata sussistenza, reale o putativa, della causa di giustificazione della legittima
difesa (rectius dello stato di necessità), avendo l’imputato agito per “sottrarsi ad una
illegittima coartazione della sua libertà personale”. Tuttavia la Corte territoriale ha
mutuato lo stesso errore prospettico del primo giudice nella descritta scissione della
condotta antigiuridica dell’imputato nelle due separate fasi della fuga (abbandono del
domicilio) e del protrarsi dell’allontanamento dalla sede della misura cautelare
domiciliare.
2.2. Quanto alla prima fase la Corte di Appello, con giudizio di fatto lineare e
coerente e -per ciò- non censurabile in sede di legittimità, è giunta a ritenere “coperta
da esimente putativa”, a sensi dell’art. 59 -co. 1 (ultima parte)- c.p., la “immediata
fuga”

dello Iocca. Ciò alla stregua della ritenuta illegittimità dell’ordine di

accompagnamento disposto dal p.m. in violazione dell’art. 377 c.p.p., che facoltizza il
p.m. a disporre l’accompagnamento delle sole persone imputate o indagate per fatti
costituenti reato. Illegittimità che la Corte valuta vieppiù palese alla luce della indebita
decisione degli agenti di polizia di impedire allo Iocco ogni suo non coercibile contatto
(nel momento dato) con il difensore di fiducia, a prescindere dall’altrettanto incongrua
mancata enunciazione dei motivi dell’accompagnamento. Motivi che, se attinenti -come
emerso dalle produzioni difensive- ad un semplice esame testimoniale come persona
offesa in riferimento ad una querela presentata dallo stesso Iocco, appaiono a loro volta
ben poco compatibili con il dispiegamento di forze attuato dal Commissariato di Lanciano
per procedere a siffatto semplice incombente (le due sentenze di merito non spiegano
per quale ragione le sommarie informazioni dello Iocco non potessero essere raccolte
presso la stessa dimora ove era in corso la misura cautelare domestica per altra causa
processuale).
2.3. Nondimeno la Corte territoriale ha valutato inapprezzabile il substrato storico
e documentale della rilevata causa esimente, reale o putativa, sì da confermare la
decisione di condanna del ricorrente, per quel che attiene alla asserita seconda fase della

8

2.1. Emendato l’errore di diritto del Tribunale sulla natura permanente del reato

condotta dell’imputato, che -ove non avesse protratto la sua assenza dopo la fuga (id est
latitanza)- avrebbe avuto modo di appurare, ferma la formale illegittimità
dell’accompagnamento in commissariato disposto dal p.m. (o, meglio, autorizzato su
richiesta della p.g.), il regolare espletamento del servizio da parte dei poliziotti recatisi
presso la sua dimora. Ad avviso della Corte lo Iocco (“resosi uccel di bosco addirittura
per tre giorni”) non aveva alcuna ragione per protrarre la sua assenza, essendo tenuto a
“rientrare in casa e ripristinare il corso della misura cautelare in atto”. In altri termini la

condizione di latitanza. Di tal che dopo l’immediata sottrazione all’azione degli operanti,
“che poteva essere ritenuta abusiva”,

la fuga/latitanza dello Iocco ha integrato il

contestato reato di evasione.
2.4. La illegittimità della autorizzazione a condurre lo Iocco negli uffici del locale
Commissariato di P.S. rilasciata dal p.m. presso il Tribunale di Lanciano è stata
congruamente rilevata, come detto, dalla Corte di Appello.
Benché vada osservato che detta illegittimità scaturisce non tanto e non solo per
la ritenuta violazione dell’art. 377 c.p.p. ovvero dell’art. 42-bis O.P. (come si sostiene nel
ricorso, nonostante la norma, dettata soprattutto per le traduzioni di persone detenute in
istituti carcerari, non istituisca una riserva assoluta di competenza funzionale della
polizia penitenziaria) ovvero -ancora- dell’art. 22 disp. att. c.p.p. (disposizione pure
evocata nel ricorso, sebbene riferibile unicamente alle ipotesi di comparizione di persone
in stato di arresti o detenzione domiciliari davanti alla “autorità giudiziaria”, laddove lo
Iocco era chiamato a comparire soltanto davanti alla p.g.), quanto piuttosto
semplicemente dalla omessa comunicazione della “traduzione” dello Iocco alla autorità
giudiziaria che lo aveva sottoposto alla misura cautelare domestica per raccoglierne il
necessario previo assenso all’incombente (nel caso di specie il g.i.p. del Tribunale di
Sulmona competente ex art. 279 c.p.p.).
Ciò posto, erroneo e affatto illogico deve, per le ragioni fin qui esposte, giudicarsi
l’operato sdoppiamento in due sequenze cronologicamente distinte dell’unitaria condotta
di evasione contestata al ricorrente.
La chiara distonia valutativa dell’impugnata decisione di appello ne impone
l’annullamento con il rinvio degli atti alla Corte territoriale per un nuovo giudizio sulla
sussistenza o meno del reato di evasione ascritto al ricorrente e sulla apprezzabilità o
meno della causa esimente, reale o putativa, prevista dall’art. 54 c.p.
Nuovo giudizio nel quale la Corte di Appello di Perugia (individuata a norma degli
art. . 623 co. 1 c.p.p. e 175 disp. att. c.p.p.) colmerà le discrasie valutative e le carenze
della decisione di secondo grado oggi annullata, in uno alla rinnovata analisi, in caso di
esito decisorio affermativo della colpevolezza dello Iocco, dei complementari temi di

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prosecuzione della “fuga” non avrebbe trovato alcuna giustificazione, ponendolo nella

censura delineati dal ricorso in punto di circostanze del reato (oltre che, come già
ricordato, dei profili di doglianza espressi sul connesso reato contravvenzionale).
Giudizio di rinvio che la Corte territoriale svolgerà facendo applicazione dei
principi di diritto enunciati nell’anteriore esposizione e nelle richiamate decisioni di
legittimità, ivi incluso il principio secondo cui in tema di stato di necessità, anche le
condizioni di attualità o inevitabilità del pericolo integranti i presupposti di operatività
della causa esimente possono costituire oggetto dell’errore cui è subordinata la

del 18.12.1997, Ndoja, Rv. 209938).
P. Q. M.
Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio alla Corte di Appello di
Perugia.
Roma, 30 settembre 2014

configurabilità della scriminante stessa sotto il profilo putativo (cfr.: Sez. 5, n. 2415/98

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