Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 14034 del 18/03/2015


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 14034 Anno 2015
Presidente: SIRENA PIETRO ANTONIO
Relatore: DELL’UTRI MARCO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
Camassa Massimiliano n. il 17/3/1975
avverso l’ordinanza n. 136/2013 pronunciata dalla Corte d’appello di
Roma il 20/3/2014;
sentita nella camera di consiglio del 18/3/2015 la relazione fatta dal
Cons. dott. Marco Dell’Utri;
lette le conclusioni del Procuratore Generale, in persona del dott. M. Fresa, che ha richiesto il rigetto del ricorso.

Data Udienza: 18/03/2015

RITENUTO IN FATTO
1. Con ordinanza resa in data 20-21/3/2014, la Corte d’appello di Roma ha
condannato il Ministero dell’Economia e delle Finanze al pagamento, in favore di
Massimiliano Camassa, della somma di euro 33.800,00, in (parziale) accoglimento della domanda dallo stesso proposta per la riparazione dell’ingiusta detenzione
subita, nel periodo indicato in ricorso, in relazione al prospettato reato di detenzione e trasporto di sostanze stupefacenti, dalla cui imputazione il Camassa era
stato assolto nel merito.

tenuto dal Camassa prima dell’emissione del provvedimento restrittivo della relativa libertà personale, benché non qualificabile in termini di colpa grave ai sensi
dell’art. 314 c.p.p. (e dunque tale da legittimare il conseguimento della riparazione invocata), fosse comunque connotato da rilevabili profili di colpa lieve (con
il corrispondente ridimensionamento quantitativo dell’indennità liquidata), per
avere lo stesso, nell’esercizio della propria attività professionale di conducente di
auto in noleggio, omesso di interrompere il servizio di trasporto della persona
concretamente responsabile della detenzione dello stupefacente (contenuto nel
bagaglio sistemato nel baule dell’auto condotta dal Camassa nella totale inconsapevolezza di quest’ultimo), ovvero di rivolgersi alle forze dell’ordine; omissioni
nella specie rimproverabili, atteso che il comportamento della cliente trasportata
aveva assunto tratti tali da ingenerare significativi elementi di sospetto circa l’illiceità dell’operazione nella quale il Camassa era stato (suo malgrado) coinvolto.

2. Avverso il provvedimento della corte d’appello di Roma, a mezzo del proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione il Camassa, censurando il
provvedimento impugnato per violazione di legge e vizio di motivazione.
In particolare, si duole il ricorrente che la corte territoriale abbia ritenuto
colpevole il complessivo comportamento del Camassa nell’omettere l’interruzione
del servizio (o il richiamo delle forze dell’ordine) nel caso di specie, atteso che
nessun concreto elemento di sospetto avrebbe giustificato l’adozione di tali misure, tenuto peraltro conto dell’oggettiva impraticabilità delle stesse (in ragione
della sede autostradale in cui il trasporto era in corso) e, in ogni caso, delle gravissime conseguenze professionali alle quali il Camassa si sarebbe esposto nel
caso in cui i sospetti così coltivati si fossero rivelati del tutto privi di fondamento.
Sotto altro profilo, il ricorrente si duole dell’omessa considerazione, da parte
della corte territoriale, nella liquidazione dell’indennità allo stesso riconosciuta,
delle conseguenze dannose di natura personale, familiare, professionale e morale concretamente derivate dalla detenzione subita.

2

Con tale provvedimento, la corte romana ha ritenuto che il comportamento

Da ultimo, il Camassa censura il provvedimento impugnato per avere la corte territoriale immotivatamente disposto la compensazione delle spese del giudizio, nonostante l’accoglimento della propria domanda.
Ha depositato memoria il procuratore generale presso la corte di cassazione,
concludendo per il rigetto del ricorso.
Ha depositato memoria depositata il Ministero dell’Economia e delle Finanze,
concludendo per il rigetto del ricorso.

3. Il ricorso è infondato.
Secondo il ragionamento coerentemente dipanato nel provvedimento impugnato in questa sede, la corte d’appello di Roma, pur avendo disconosciuto, in
capo al Camassa, il ricorso di eventuali profili di colpa grave nel concorrere a dar
causa al provvedimento restrittivo adottato nei suoi confronti, ha ritenuto che il
complessivo comportamento dallo stesso osservato, in occasione dei fatti oggetto dell’odierno esame, rivelasse in ogni caso il ricorso di riconoscibili aspetti di
colpa lieve, per avere lo stesso, nell’esercizio della propria attività professionale
di conducente di auto in noleggio, omesso di interrompere il servizio di trasporto
della persona concretamente responsabile della detenzione dello stupefacente
contenuto nel bagaglio sistemato nel baule dell’auto condotta dal Camassa (nella
totale inconsapevolezza di quest’ultimo), ovvero di rivolgersi alle forze
dell’ordine, dopo aver avuto diretta cognizione di inequivocabili elementi di sospetto circa il presumibile carattere illecito dell’attività in corso, da parte della
persona trasportata, e del contenuto del relativo bagaglio.
Del tutto correttamente la corte territoriale ha rilevato la significativa valenza causale di tale imprudente condotta del Camassa (in relazione alla successiva
adozione della misura cautelare detentiva assunta a suo carico), avendo coerentemente e logicamente riconosciuto come il grave rischio (chiaramente e inequivocamente percepito dall’istante) di venir concretamente coinvolto in un’illecita
attività altrui (sì come presunta in ragione degli elementi di sospetto avvertiti dal
Camassa) avrebbe certamente dovuto sollecitare una qualche reazione difensiva
dello stesso (sia essa il rifiuto di proseguire il servizio prestato, o di sollecitare un
intervento delle forze dell’ordine); con la conseguenza che del tutto ragionevolmente la corte territoriale ha ritenuto che la (colpevole) passività del Camassa
(per come ragionevolmente valutate ex ante) fosse valsa a contribuire alla creazione di una falsa apparenza in ordine all’effettiva partecipazione dello stesso alla
commissione del traffico di stupefacenti nella specie commesso dalla persona dal
medesimo istante trasportata sulla propria vettura.
In modo del tutto ragionevole e sulla base di una motivazione pienamente
coerente sul piano logico e congruamente lineare in termini argomentativi, per3

CONSIDERATO IN DIRITTO

tanto, la corte territoriale ha ravvisato la colpa lieve del ricorrente nell’aver volontariamente determinato una situazione di fatto di presumibile grave sospetto
a suo carico (al punto da corroborare il grave quadro indiziario delineatosi nei
termini idonei a determinare l’adozione del ricordato provvedimento restrittivo
della libertà personale), con il conseguente corretto ridimensionamento, per tale
causa, dell’importo complessivo riconosciuto in suo favore a titolo di riparazione
per l’ingiusta detenzione subita.

quidazione dell’indennità allo stesso riconosciuta (con particolare riferimento
all’omessa considerazione delle conseguenze dannose di indole personale, familiare, professionale e morale concretamente derivate dalla detenzione subita), è
appena il caso di osservare come, secondo il consolidato insegnamento della giurisprudenza di legittimità, autorevolmente sostenuto dalle sezioni unite di questa
corte, in materia di riparazione per l’ingiusta detenzione, la liquidazione dell’indennizzo dovuto deve ritenersi svincolata da parametri aritmetici o comunque da
criteri rigidi, e si deve basare su una valutazione equitativa che tenga globalmente conto, non solo della durata della custodia cautelare, ma anche, e non
marginalmente, delle conseguenze personali e familiari scaturite dalla privazione
della libertà, e ciò sia per effetto dell’applicabilità, in tale materia, della disposizione di cui all’art. 643, co. 1, c.p.p., che commisura la riparazione dell’errore
giudiziario alla durata dell’eventuale espiazione della pena ed alle conseguenze
personali e familiari derivanti dalla condanna, sia in considerazione del valore
‘dinamico’ che l’ordinamento costituzionale attribuisce alla libertà di ciascuno, dal
quale deriva la doverosità di una valutazione equitativamente differenziata caso
per caso degli effetti dell’ingiusta detenzione (Cass., Sez. Un., n. M1995, Rv.
201035); con la conseguenza che il riferimento al criterio aritmetico – che risponde all’esigenza di garantire un trattamento tendenzialmente uniforme, nei
diversi contesti territoriali – non esime il giudice dall’obbligo di valutare le specificità, positive o negative, di ciascun caso e, quindi, dall’integrare opportunamente
tale criterio, innalzando ovvero riducendo il risultato del calcolo aritmetico per
rendere la decisione più equa possibile e rispondente alle diverse situazioni sottoposte al suo esame (v. Cass., Sez. 4, n. 34857/2011, Rv. 251429).
Le argomentazioni che precedono, tuttavia, non valgono a modificare la
specifica natura della riparazione oggetto d’esame, destinata in ogni caso a conservare la propria indole indennitaria, senza assumere, in nessun caso, alcuna
funzione di tipo risarcitorio, con la conseguenza che, proprio in ragione del carattere necessariamente equitativo della quantificazione della riparazione e
l’esclusione della relativa natura propriamente risarcitoria, la mancata specificazione, da parte del giudice di merito, di quanto attribuito al richiedente in rela4

4. Quanto alle censure sollevate dal Camassa in relazione all’entità della li-

zione a ciascun tipo di pregiudizio da lui subito in conseguenza della privazione
della libertà non può essere considerata, di per sé, come vizio di motivazione atto ad invalidare, sul punto, il provvedimento adottato da detto giudice (v. Cass.,
Sez. 1, n. 217/1992, Rv. 189353).
Al riguardo, varrà ribadire come il controllo sulla congruità della somma liquidata a titolo di riparazione per ingiusta detenzione debba ritenersi sottratto
alla cognizione del giudice di legittimità (che può soltanto verificare se il giudice
di merito abbia logicamente motivato il suo convincimento, ma non sindacare la

adottato criteri manifestamente arbitrari o immotivati, ovvero abbia liquidato in
modo simbolico la somma dovuta (cfr. Cass., Sez. 4, n. 25901/2009, Rv.
244226).
Nel caso di specie, l’entità della somma complessivamente liquidata in favore del Camassa deve ritenersi tale da non costituire una forma meramente simbolica della riparazione invocata, né calcolata in modo manifestamente arbitrario
o immotivato, rispetto alle voci di danno rivendicati dall’odierno ricorrente, dovendo qualificarsi, la motivazione dettata dalla corte territoriale, in termini di
adeguatezza logica e di coerenza argomentava, anche sotto il profilo della proporzionalità equitativa perseguita.
Nel procedere alla liquidazione dell’indennità, infatti, il giudice a quo ne ha
espressamente determinato l’entità riducendo di un terzo il massimo
dell’indennità liquidabile in ragione della riscontrata colpa lieve dell’istante, sulla
base di un discorso giustificativo coerente e logicamente congruo.
Ciò posto, devono essere radicalmente disattese le aspecifiche censure
avanzate dal ricorrente con riguardo al mancato riconoscimento delle conseguenze dallo stesso sofferte sul piano personale, familiare, professionale e morale, essendosi l’istante sul punto limitato all’illustrazione di doglianze meramente
generiche e assertive, senza procedere ad alcuna adeguata identificazione dei
pretesi elementi di fatto eventualmente trascurati nella motivazione della corte
territoriale.
Parimenti priva di fondamento deve ritenersi la censura sollevata dal ricorrente in relazione alla disposta compensazione delle spese del giudizio da parte
della corte territoriale, avendo quest’ultima correttamente individuato, nel riconoscimento della condotta colpevole dell’istante – e dunque nella circostanza
dell’accoglimento solo parziale della domanda proposta -, il ricorso di ragionevoli
motivi di opportunità per l’integrale compensazione delle spese di lite.

5. Le considerazioni che precedono valgono a giustificare il riscontro
dell’infondatezza dei motivi di doglianza avanzati dal ricorrente, cui segue il rigetto del ricorso.
5

sufficienza o insufficienza dell’indennità), a meno che lo stesso giudice non abbia

Ritiene il collegio opportuna la compensazione tra le parti anche delle spese
dell’odierno giudizio, avuto riguardo all’obiettiva complessità dell’interpretazione
delle questioni di fatto esaminate.

P
P.Q.M.

la Corte Suprema di Cassazione, rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al
pagamento delle spese processuali. Spese compensate.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 18/3/2015.

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