Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 13995 del 05/03/2015


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 13995 Anno 2015
Presidente: SIOTTO MARIA CRISTINA
Relatore: BONI MONICA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
SABBATINI STEFANO N. IL 30/01/1960
avverso l’ordinanza n. 408/2014 TRIB. SORVEGLIANZA di
ANCONA, del 25/06/2014
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. MONICA BONI;
le,/semitit-e-le conclusioni del PG Dott.
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Uditi difensor vv.;

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.

ced.

Data Udienza: 05/03/2015

Ritenuto in fatto

1.Con ordinanza resa il 25 giugno 2014 il Tribunale di Sorveglianza di Ancona rigettava il
reclamo, proposto dal condannato Stefano Sabbatini avverso il provvedimento del magistrato
di sorveglianza di Ancona del 25 febbraio 2014, che aveva rigettato la sua richiesta volta ad
ottenere la liberazione anticipata speciale, ritenendo di non poter accordare il beneficio
richiesto nella maggiore misura, in quanto la pena in espiazione era stata irrogata per reati

3. Avverso detto provvedimento ha proposto ricorso per cassazione l’interessato a mezzo
difensore, il quale ha lamentato erronea applicazione o inosservanza degli artt. 54 ord. pen. e
4 D.L. nr. 146/2013 in relazione al principio di eguaglianza e vizio di motivazione. Secondo il
ricorrente la questione non può essere risolta in forza dell’art. 77 Cost. e dei principi elaborati
dalla pronuncia nr. 51 del 1985 della Consulta riguardante un caso diverso di mancata
conversione dell’intero testo di un decreto legge e non di una singola disposizione per effetto
della legge di conversione e la successiva legge nr. 400 del 1988 ha previsto che le eventuali
modifiche apportate al decreto legge siano efficacia dal giorno successivo a quello di
pubblicazione della legge di conversione, salvo diversa disposizione. La questione è comunque
ancora dibattuta anche in dottrina e nella giurisprudenza costituzionale come desumibile dalla
pronuncia nr. 367 del 2010. Inoltre, non può condividersi la tesi interpretativa accolta dal
Tribunale circa la natura non sostanziale delle norme che disciplinano la liberazione anticipata
con la conseguente applicazione del principio “tempus regit actum” in quanto la decisione ha
inciso sulla sfera di libertà personale del condannato e ha cagionato un’ingiustificata disparità
di trattamento con i detenuti che hanno presentato la domanda nello stesso periodo di tempo e
con pari modalità durante la vigenza del decreto legge, ma hanno ottenuto l’accoglimento
dell’istanza per la maggiore celerità di decisione da parte del Tribunale, intervenuta prima della
legge di conversione.
3. Con requisitoria scritta del 5 novembre 2014 il Procuratore Generale presso la Corte
di Cassazione, dr. Roberto Aniello, ha chiesto il rigetto del ricorso per l’ infondatezza dei
motivi.

Considerato in diritto

Il ricorso è infondato e non merita dunque accoglimento.
1.In primo luogo va rilevato che il ricorrente non contesta di essere sottoposto ad
espiazione di pena detentiva per reati compresi nel catalogo di cui all’art. 4-bis I. nr. 354/75.
Con l’impugnazione si limita a censura la soluzione in punto di diritto, offerta dai giudici di
sorveglianza nei due conformi provvedimenti con argomenti che questa Corte non ritiene di
poter accogliere.

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compresi nell’elenco di cui all’art. 4-bis ord. pen..

2. La questione controversa riguarda la possibile applicazione in favore del ricorrente
della disciplina introdotta dal D.L. 23 dicembre 2013, che all’art. 4, aveva esteso a
settantacinque giorni per ogni singolo semestre di pena espiata la liberazione anticipata
prevista dalla L. 26 luglio 1975, n. 354, art. 54, prevedendo testualmente: “Ai condannati per
taluno dei delitti previsti dalla L. 26 luglio 1975, n. 354, art. 4 bis, la liberazione anticipata può
essere concessa nella misura di settantacinque giorni, a norma dei commi precedenti, soltanto
nel caso in cui abbiano dato prova, nel periodo di detenzione, di un concreto recupero sociale,

E’ noto che la legge di conversione, nr. 10 del 2014, per effetto delle modifiche apportate
al comma 1, esclude testualmente dall’ambito di applicazione dell’istituto nella sua maggiore
estensione possibile i “condannati per taluno dei delitti previsti dalla L. 26 luglio 1975, n. 354,
art. 4 bis”.
2.1 La peculiarità della vicenda processuale in esame risiede nell’avvenuta proposizione
della domanda di accesso al beneficio penitenziario nel periodo intermedio in cui era vigente il
D.L. nr. 146/2013, quindi in un momento antecedente l’entrata in vigore della legge di
conversione, da parte di soggetto che, per essere stato condannato per delitto previsto dall’art.
4-bis I. nr. 354/75, non può giovarsi della disciplina di favore secondo il regime giuridico
definitivamente vigente.
2.2 II tema è stato affrontato e risolto correttamente dal Tribunale con il provvedimento
impugnato, che, pur nella sintetica redazione, ha respinto il reclamo del Sabbatini, proponendo
un’interpretazione che ha già trovato positivo riconoscimento nella giurisprudenza di questa
Corte con la sentenza nr. 34073 del 27/6/2014, Panno, rv. 260849 ed in altre numerose
successive, le cui argomentazioni vanno condivise e riaffermate.
2.2.1 In primo luogo, va escluso che la disciplina sulla liberazione anticipata rivesta
natura penale sostanziale, così come deve negarsi che per individuare la normativa applicabile
si debba avere riguardo al momento della presentazione della domanda: tale opzione
contraddice il precedente postulato, dal momento che, secondo quanto prescritto dall’art. 5
cod. proc. pen., l’applicazione della regola che fa riferimento alla disciplina vigente al momento
della domanda lascia intendere che si tratti di disposizioni processuali, quali quelle dettate in
materia di giurisdizione e competenza.
L’orientamento che assegna natura non sostanziale ad istituti incidenti sull’esecuzione
della pena ha ricevuto autorevoli conferme.
Con la pronuncia delle Sez. Unite di questa Corte n. 24561 del 30/05/2006, P.M. in proc.
Aloi, rv. 233976, si è affermato: “Le disposizioni concernenti l’esecuzione delle pene detentive
e le misure alternative alla detenzione, non riguardando l’accertamento del reato e
l’irrogazione della pena, ma soltanto le modalità esecutive della stessa, non hanno carattere di
norme penali sostanziali e pertanto (in assenza di una specifica disciplina transitoria),
soggiacciono al principio “tempus regit actum”, e non alle regole dettate in materia di
successione di norme penali nel tempo dall’art. 2 cod. pen., e dall’art. 25 della Costituzio
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desumibile da comportamenti rivelatori del positivo evolversi della personalità”.

Anche la Consulta ha espresso principi analoghi (C. cost. ord. n. 10 del 1981; sent. n. 376 del
1997), che trovano ulteriore rafforzamento nella giurisprudenza sovranazionale della Corte
EDU (da ultimo, sent. Grande Camera del 21/10/2013, Del Rio Prada contro Spagna, ric. n.
42750/09), la quale ha costantemente negato che in materia di benefici penitenziari, ed in
particolare di liberazione anticipata, valga il principio della irretroattività della legge più
sfavorevole. Al riguardo la Corte EDU ha avuto modo più volte di escludere che istituti quali la
liberazione anticipata, che incidono sulla protrazione o sulle modalità dell’esecuzione della pena

dell’art. 7 CEDU, che in nome del principio “nullum crimen sine lege”, proibisce l’applicazione
retroattiva del diritto penale sostanziale a svantaggio dell’imputato. Seppur consapevole della
difficoltà di operare una netta distinzione tra la misura che rappresenta una pena e quella che
incide sull’esecuzione e sull’applicazione della pena (si vedano le pronunce della Grande
Camera Kafkaris c. Cipro del 12/2/2008; sez. 3 Gurguchiani c. Spagna del 15/12/2009 e M. c.
Germania ric. nr . 19359/04), la Corte EDU ha ammesso “che le misure adottate dal legislatore,
dalle autorità amministrative o dai tribunali successivamente all’inflizione della pena definitiva,
o nel corso dell’espiazione della pena, possano comportare la ridefinizione o la modifica della
portata della pena inflitta dal tribunale del merito”. Ha tuttavia indicato che “per determinare
se una misura adottata nel corso dell’esecuzione di una pena riguarda solo la modalità di
esecuzione della pena o, al contrario, incide sulla sua portata”, occorre “esaminare in ciascun
caso che cosa comportava effettivamente la pena inflitta in base al diritto interno in vigore al
momento pertinente, o in altre parole, quale era la sua natura intrinseca” e prendere in
considerazione “il diritto interno nel suo complesso e la modalità con cui esso era applicato al
momento pertinente”.
Ebbene, la considerazione dell’istituto della liberazione anticipata alla luce dei criteri
interpretativi, come sopra sintetizzati, induce ad escludere che nella sequenza normativa,
caratterizzata dalla temporanea vigenza del D.L. nr. 146/2013 e dall’intervento modificativo
della legge di conversione nr. 10/2014, il fenomeno abbia incidenza sull’entità delle pene
cumulate da eseguire in quanto tale e quindi determini l’introduzione di disposizioni penali
sostanziali.
2.2.2 Piuttosto deve considerarsi quanto avvenuto, non tanto quale fenomeno di
successione nel tempo di leggi di diverso contenuto dispositivo, ma alla luce delle regole
dettate dall’art. 77 Cost. per il caso del mancato recepimento dei decreti-legge nella legge di
conversione; viene in rilievo il comma terzo della norma, secondo il quale “I decreti perdono
efficacia sin dall’inizio, se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro
pubblicazione. Le Camere possono tuttavia regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla
base dei decreti non convertiti”.
Tale disposizione non può ricevere deroga, contrariamente a quanto affermato in ricorso,
per effetto della I. n. 400 del 1988, art. 15, comma 5, laddove dispone che “Le modifiche
eventualmente apportate al decreto-legge in sede di conversione hanno efficacia dal giorno
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detentiva, abbiano natura di sanzione penale e quindi ricadano nell’ambito di applicazione

successivo a quello della pubblicazione della legge di conversione, salvo che quest’ultima non
disponga diversamente….”: si tratta di disposizione diretta soltanto a stabilire l’entrata in
vigore della legge di conversione il giorno successivo a quello della pubblicazione, in deroga
alla previsione generale che prevede l’ordinaria “vacatio legis”, se non disposto diversamente
(Cass. civ. sez. 1, n. 4781 del 02/05/1991, rv. 471926; sez. 3, sent. n. 6368 del 07/06/1995,
rv. 492709), senza “occuparsi direttamente dell’efficacia intertemporale delle disposizione del
decreto legge”, come testualmente riconosciuto dalla Corte Costituzionale nella sentenza nr.

fondare la tesi della perdita di efficacia “ex nunc” delle disposizioni del decreto legge non
convertito.
Come osserva, difatti, C. cost. n. 51 del 1985, l’efficacia del decreto-legge non convertito
è soltanto limitata agli atti ed ai “rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti” e
non può in alcun modo essere estesa sino al riconoscimento di un diritto o di una aspettativa
per comportamenti o situazioni precedenti quando la relativa domanda era ancora “sub iudice”
al momento della conversione del decreto. Inoltre, il giudice costituzionale ha evidenziato che
“l’art. 77 Cost., comma 3, e u.c., mentre collega la mancata conversione a una vicenda di
alternatività sincronica fra situazioni normative, in nessun caso considera la norma dettata con
decreto-legge non convertito come norma in vigore in un tratto di tempo quale quello
anzidetto; ed anzi, se interpretato sia in riferimento al suo specifico precetto (privazione, per il
decreto – legge non convertito, di ogni effetto fin dall’inizio), sia in riferimento al sistema in cui
esso si colloca (inspirato – come appare anche dagli altri due commi dell’art. 77 Cost. – a
maggior rigore nella riserva al Parlamento della potestà legislativa) vieta di considerarla tale”.
Dunque, “indipendentemente da quello che possa ritenersi in proposito della norma dettata con
decreto-legge ancora convertibile, la norma contenuta in un decreto-legge non convertito non
ha… attitudine, alla stregua dell’art. 77 Cost., comma 3, e u.c., ad inserirsi in un fenomeno
“successorio”, quale quello descritto e regolato dall’art. 2 c.p., commi 2 e 3″, ovverosia in un
fenomeno successorio concernente norme penali sostanziali per le quali vale il principio di
irretroattività delle disposizioni di sfavore, “limitatamente alla sancita applicabilità delle
disposizioni di cui all’art. 2 c.p., commi 2 e 3, al caso del decreto-legge non convertito, e
quindi alla sancita operatività della norma penale favorevole, se in esso contenuta,
relativamente ai fatti pregressi”.
Non si comprende poi quale differenza sussista tra la situazione presa in esame nella
pronuncia sopra citata ed il caso in esame, posto che gli effetti della disposizione del decreto
legge provvisoriamente in vigore, ma non convertita in legge, sono identici quanto se si tratti
di singola previsione o dell’intero testo del decreto.
2,13 Non apporta elementi a favore della tesi del ricorrente nemmeno la già citata
pronuncia nr. 367 del 30/11/2010, con la quale la Corte Costituzionale ha dichiarato
inammissibile la questione di incostituzionalità della norma di cui all’art. 5, comma 10, del d.l.
nr. 39 del 2009, che aveva introdotto disposizioni particolari per le notificazioni degli atti
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367 del 2010, richiamata dallo stesso ricorrente. Tale riferimento è dunque insufficiente a

giudiziari nei confronti di persone colpite dal sisma dell’Abruzzo dell’aprile 2009. Nel prendere
in esame la vicenda della conversione del decreto legge nella legge nr. 77 del 2009, che ne
aveva parzialmente modificato il testo con l’introduzione di clausola limitativa delle disposizioni
sulle notificazioni e previsione della loro applicazione ai soli atti di competenza degli uffici
giudiziari di L’Aquila, la Consulta ha rilevato come in casi similari la giurisprudenza della Corte
di Cassazione civile avesse già riconosciuto che l’emendamento equivale a rifiuto di
conversione e travolge con effetto “ex tunc” le disposizioni emendate per la parte non

parziale” (Cass. civ. sez. 3, n. 11186 del 26/05/2005, rv. 581930; sez. 1, n. 3106 del
17/03/2000, rv. 534842; in senso conforme anche sez. 5, n. 8056 del 28/03/2008, rv.
602648, secondo la quale nella materia tributaria la disposizione in tema di accertamento delle
imposte sui redditi e sul valore aggiunto di cui alla legge 26 febbraio 1982, n. 55, che, nel
convertire il d.I.30 dicembre 1981, n. 792, ha soppresso l’art. 4 del citato decreto di proroga al
31 dicembre 1982 dei termini per la notifica degli avvisi di accertamento, per l’assenza di
ulteriori disposizioni della legge di conversione ed in applicazione del principio di cui all’art. 77
della Cost., ha eliminato la norma non convertita con efficacia “ex tunc”).
Ha dunque concluso che la previsione non riprodotta nel testo approvato dal Parlamento
è da considerarsi “tamquam non esset” anche nel periodo di provvisoria vigenza e ciò
soprattutto quando l’emendamento riveli un mutamento di “ratio”.
Nella materia in esame, sottratta all’applicazione delle disposizioni dell’art. 2
cod.pen., e dell’art. 25 Cost., così come ai principi dell’art. 7 CEDU, deve negarsi valore
ultrattivo, rispetto a comportamenti pregressi, alla disposizione del decreto-legge, non recepita
dalla legge di conversione, che a detti comportamenti pregressi collegava un effetto favorevole
perché rivelatrice di una diversa valutazione sottostante, volta ad escludere dal beneficio i
detenuti ritenuti più pericolosi.

3.

Né può dubitarsi della legittimità costituzionale della norma dell’art. 54 ord. pen.,

come modificata dalla legge nr. 10/2014, in riferimento all’esclusione dei condannati per i reati
di cui all’art. 4-bis ord. pen. dalla disciplina di favore in tema di liberazione anticipata. Come
già affermato da questa Corte nella citata sentenza Panno, la questione è manifestamente
infondata, dal momento che tale regime di natura speciale rispetto all’istituto della ordinaria
liberazione anticipata resta giustificato dal giudizio di pericolosità connaturato alla natura delle
violazioni accertate, che rende ragionevole l’apposizione di limiti soggettivi di applicazione
dell’istituto, introdotte nell’ambito delle determinazioni discrezionalmente assunte dal
legislatore per ragioni di politica criminale. Non può dunque fondatamente sostenersi il
contrasto tra tale disciplina ed il principio di uguaglianza, dal momento che la condizione dei
condannati per i reati di maggiore allarme sociale non è equiparabile a quanti siano stati
giudicati responsabili di condotte meno gravi, e tale distinzione di trattamento, fondata su
rilievi criminologici legati alla tipologia di illeciti accertati, non può essere ritenuta
intrinsecamente irragionevole e di per sè in contrasto con l’art. 27 Cost., posto che anche per
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convertita, da ritenersi “irreversibilmente inesistente … anche in caso di caducazione soltanto

la prima categoria di condannati, com’è il Sabbatini, il beneficio non è escluso “a priori”, ma
soltanto limitato negli effetti favorevoli.
Per le considerazioni svolte il ricorso va respinto con la conseguente condanna del
ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P. Q. M.

Così deciso in Roma, il 5 marzo 2015.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processali.

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