Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 13994 del 05/03/2015


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 13994 Anno 2015
Presidente: SIOTTO MARIA CRISTINA
Relatore: BONI MONICA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
D’ALESSANDRO LUIGI N. IL 27/05/1976
avverso l’ordinanza n. 617/2014 TRIB. SORVEGLIANZA di
GENOVA, del 30/04/2014
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. MONICA BONI;
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_i-O-te/m:Mi:te- le conclusioni del PG Dott.
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Uditi difensor vv.;

Data Udienza: 05/03/2015

Ritenuto in fatto
1.Con ordinanza resa il 30 aprile 2014 il Tribunale di Sorveglianza di Genova rigettava
l’istanza, proposta dal condannato Luigi D’Alessandro, volta ad ottenere la liberazione
anticipata speciale, ritenendo di non poter accordare il beneficio richiesto nella maggiore
misura, in quanto egli non aveva dato prova di regolare condotta durante la detenzione e di
partecipazione all’opera rieducativa e comunque perché la pena in espiazione era stata irrogata

3. Avverso detto provvedimento ha proposto ricorso per cassazione l’interessato
personalmente, il quale ha lamentato l’erroneità della decisione in quanto l’esclusione dei
condannati per delitti di cui all’art. 4-bis ord. pen. era incostituzionale per violazione del
principio di eguaglianza e della funzione rieducativa della pena di cui all’art. 27 Cost.. Inoltre,
in merito all’episodio del 22/7/2013 ha dedotto che quello era stato l’unico rilievo nel corso di
una lunga carcerazione nella quale aveva sempre mantenuto un comportamento corretto
anche in seguito, partecipando attivamente all’opera di rieducazione, sintomo della propria
adesione al trattamento carcerario e dell’atteggiamento psicologico con cui aveva usufruito dei
relativi risultati.
3. Con requisitoria scritta del 23 ottobre 2014 il Procuratore Generale presso la Corte dì
Cassazione, dr. Enrico Delehaye, ha chiesto il rigetto del ricorso per l’ infondatezza dei motivi.

Considerato in diritto
Il ricorso è infondato e non merita dunque accoglimento.
1.In primo luogo va rilevato che il ricorrente sta espiando pena detentiva per reati
compresi nel catalogo di cui all’art. 4-bis I. nr. 354/75. Con l’impugnazione ha dedotto di avere
mantenuto un corretto comportamento durante l’esecuzione intrarnuraria, ma non ha confutato
il rilievo principale in punto di diritto, sul quale si è basato il rigetto del reclamo, essendosi
limitato a prospettare l’incostituzionalità della norma che lo esclude dal beneficio.
2. La questione, di rilievo pregiudiziale rispetto agli altri profili di merito, riguarda la
possibile applicazione in favore del ricorrente della disciplina introdotta dal D.L. 23 dicembre
2013, che all’art. 4, aveva esteso a settantacinque giorni per ogni singolo semestre di pena
espiata la liberazione anticipata prevista dalla L. 26 luglio 1975, n. 354, art. 54, prevedendo
testualmente: “Ai condannati per taluno dei delitti previsti dalla L. 26 luglio 1975, n. 354, art.
4 bis, la liberazione anticipata può essere concessa nella misura di settantacinque giorni, a
norma dei commi precedenti, soltanto nel caso in cui abbiano dato prova, nel periodo di
detenzione, di un concreto recupero sociale, desumibile da comportamenti rivelatori del
positivo evolversi della personalità”.
E’ noto che la legge di conversione, nr. 10 del 2014, per effetto delle modifiche apportate
al comma 1, esclude testualmente dall’ambito di applicazione dell’istituto nella sua maggiore
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per reati compresi nell’elenco di cui all’art. 4-bis ord. pen..

estensione possibile i “condannati per taluno dei delitti previsti dalla L. 26 luglio 1975, n. 354,
art. 4 bis”.
2.1 La peculiarità della vicenda processuale in esame risiede nell’avvenuta proposizione
della domanda di accesso al beneficio penitenziario nel periodo intermedio in cui era vigente il
D.L. nr. 146/2013, quindi in un momento antecedente l’entrata in vigore della legge di
conversione, da parte di soggetto che, per essere stato condannato per delitto previsto dall’art.
4-bis I. nr. 354/75, non può giovarsi della disciplina di favore secondo il regime giuridico

2.2 II tema è stato affrontato e risolto correttamente dal Tribunale con il provvedimento
impugnato, che, pur nella sintetica redazione, ha respinto il reclamo del D’Alessandro,
proponendo un’interpretazione che ha già trovato positivo riconoscimento nella giurisprudenza
di questa Corte con la sentenza nr. 34073 del 27/6/2014, Panno, rv. 260849, le cui
argomentazioni vanno condivise e riaffermate.
2.2.1 In primo luogo, va escluso che la disciplina sulla liberazione anticipata rivesta
natura penale sostanziale, così come deve negarsi che per individuare la normativa applicabile
si debba avere riguardo al momento della presentazione della domanda: tale opzione
contraddice il precedente postulato, dal momento che, secondo quanto prescritto dall’art. 5
cod. proc. pen., l’applicazione della regola che fa riferimento alla disciplina vigente al momento
della domanda lascia intendere che si tratti di disposizioni processuali, quali quelle dettate in
materia di giurisdizione e competenza.
L’orientamento che assegna natura non sostanziale ad istituti incidenti sull’esecuzione
della pena ha ricevuto autorevoli conferme nella giurisprudenza costituzionale (C. cost. ord. n.
10 del 1981; sent. n. 376 del 1997) ed in quella sovranazionale della Corte EDU (da ultimo,
vedi sent. Grande Camera del 21/10/2013, Del Rio Prada contro Spagna, ric. n. 42750/09), le
quali hanno costantemente negato che in materia di benefici penitenziari, ed in particolare di
liberazione anticipata, valga il principio della irretroattività della legge più sfavorevole. Al
riguardo la Corte EDU ha avuto modo più volte di escludere che istituti quali la liberazione
anticipata, che incidono sulla protrazione o sulle modalità dell’esecuzione della pena detentiva,
abbiano natura di sanzione penale e quindi ricadano nell’ambito di applicazione dell’art. 7
CEDU, che in nome del principio “nullum crimen sine lege”, proibisce l’applicazione retroattiva
del diritto penale sostanziale a svantaggio dell’imputato. Seppur consapevole della difficoltà di
operare una netta distinzione tra la misura che rappresenta una pena e quella che incide
sull’esecuzione e sull’applicazione della pena (si vedano le pronunce della Grande Camera
Kafkaris c. Cipro del 12/2/2008; sez. 3 Gurguchiani c. Spagna del 15/12/2009 e M. c.
Germania ric. nr . 19359/04), la Corte EDU ha ammesso “che le misure adottate dal legislatore,
dalle autorità amministrative o dai tribunali successivamente all’inflizione della pena definitiva,
o nel corso dell’espiazione della pena, possano comportare la ridefinizione o la modifica della
portata della pena inflitta dal tribunale del merito”. Ha tuttavia indicato che “per determinare
se una misura adottata nel corso dell’esecuzione di una pena riguarda solo la modalità di
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definitivamente vigente.

esecuzione della pena o, al contrario, incide sulla sua portata”, occorre “esaminare in ciascun
caso che cosa comportava effettivamente la pena inflitta in base al diritto interno in vigore al
momento pertinente, o in altre parole, quale era la sua natura intrinseca” e prendere in
considerazione “il diritto interno nel suo complesso e la modalità con cui esso era applicato al
momento pertinente”.
Ebbene, la considerazione dell’istituto della liberazione anticipata alla luce dei criteri
interpretativi, suggeriti dalla Corte EDU, induce ad escludere che nella sequenza normativa,

della legge di conversione nr. 10/2014, il fenomeno abbia incidenza sull’entità delle pene
cumulate da eseguire in quanto tale e quindi determini l’introduzione di disposizioni penali
sostanziali.
2.2.2 Piuttosto deve considerarsi quanto avvenuto, non tanto quale fenomeno di
successione nel tempo di leggi di diverso contenuto dispositivo, ma alla luce delle regole
dettate dall’art. 77 Costituzione per il caso del mancato recepimento dei decreti-legge nella
legge di conversione; viene in rilievo il comma terzo, secondo il quale “I decreti perdono
efficacia sin dall’inizio, se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro
pubblicazione. Le Camere possono tuttavia regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla
base dei decreti non convertiti”.
Né tale disposizione potrebbe ricevere deroga per effetto della I. n. 400 del 1988, art. 15,
comma 5, laddove dispone che “Le modifiche eventualmente apportate al decreto-legge in
sede di conversione hanno efficacia dal giorno successivo a quello della pubblicazione della
legge di conversione, salvo che quest’ultima non disponga diversamente….”: si tratta di
disposizione diretta soltanto a stabilire l’entrata in vigore della legge di conversione il giorno
successivo a quello della pubblicazione, in deroga alla previsione generale che prevede
l’ordinaria “vacatio legis”, se non disposto diversamente (Cass. Civ. sez. 1, n. 4781 del
02/05/1991, Rv. 471926; sez. 3, sent. n. 6368 del 07/06/1995, Rv. 492709).
Come osserva, difatti, C. cost. n. 51 del 1985, l'”efficacia” del decreto-legge non
convertito è soltanto limitata agli atti ed ai “rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non
convertiti” e non può in alcun modo essere estesa sino al riconoscimento di un diritto o di una
aspettativa per comportamenti o situazioni precedenti quando la relativa domanda era ancora
“sub iudice” al momento della conversione del decreto. Inoltre, il giudice costituzionale ha
evidenziato che “l’art. 77 Cost., comma 3, e u.c., mentre collega la mancata conversione a una
vicenda di alternatività sincronica fra situazioni normative, in nessun caso considera la norma
dettata con decreto-legge non convertito come norma in vigore in un tratto di tempo quale
quello anzidetto; ed anzi, se interpretato sia in riferimento al suo specifico precetto
(privazione, per il decreto – legge non convertito, di ogni effetto fin dall’inizio), sia in
riferimento al sistema in cui esso si colloca (inspirato – come appare anche dagli altri due
commi dell’art. 77 Cost. – a maggior rigore nella riserva al Parlamento della potestà legislativa)
vieta di considerarla tale”. Dunque, “indipendentemente da quello che possa ritenersi
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caratterizzata dalla temporanea vigenza del D.L. nr. 146/2013 e dall’intervento modificativo

proposito della norma dettata con decreto-legge ancora convertibile, la norma contenuta in un
decreto-legge non convertito non ha… attitudine, alla stregua dell’art. 77 Cost., comma 3, e
u.c., ad inserirsi in un fenomeno “successorio”, quale quello descritto e regolato dall’art. 2 c.p.,
commi 2 e 3″, ovverosia in un fenomeno successorio concernente norme penali sostanziali per
le quali vale il principio di irretroattività delle disposizioni di sfavore, “limitatamente alla sancita
applicabilità delle disposizioni di cui all’art. 2 c.p., commi 2 e 3, al caso del decreto-legge non
convertito, e quindi alla sancita operatività della norma penale favorevole, se in esso

A maggior ragione, perciò, nella materia in esame, sottratta all’applicazione delle
disposizioni dell’art. 2 cod.pen., e dell’art. 25 Cost., così come ai principi dell’art. 7 CEDU, deve
negarsi valore ultrattivo, rispetto a comportamenti pregressi, alla disposizione del decretolegge, non recepita dalla legge di conversione, che a detti comportamenti pregressi collegava
un effetto favorevole.

3.

Né può dubitarsi della legittimità costituzionale della norma dell’art. 54 ord. pen.,

come modificata dalla legge nr. 10/2014, in riferimento all’esclusione dei condannati per i reati
di cui all’art. 4-bis ord. pen. dalla disciplina di favore in tema di liberazione anticipata, dal
momento che tale regime resta giustificato dal giudizio di pericolosità connaturato alla natura
delle violazioni accertate, che rende ragionevole l’apposizione di limiti soggettivi di applicazione
dell’istituto, introdotte nell’ambito delle determinazioni discrezionalmente assunte dal
legislatore per ragioni di politica criminale. Non può dunque fondatamente sostenersi il
contrasto tra tale disciplina ed il principio di uguaglianza, dal momento che la condizione dei
condannati per i reati di maggiore allarme sociale non è equiparabile a quanti siano stati
giudicati responsabili di condotte meno gravi, mentre non sussiste il contrasto col precetto
dell’art. 27 Cost. posto che anche per la prima categoria il beneficio non è escluso a priori, ma
soltanto limitato negli effetti favorevoli.
Per le considerazioni svolte, che risultano assorbenti rispetto alle ulteriori deduzioni circa
la corretta condotta carceraria, il ricorso va respinto con la conseguente condanna del
ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P. Q. M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processali.
Così deciso in Roma, il 5 marzo 2015.

contenuta, relativamente ai fatti pregressi”.

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