Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 13944 del 08/01/2015


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 13944 Anno 2015
Presidente: SIOTTO MARIA CRISTINA
Relatore: DI TOMASSI MARIASTEFANIA

SENTENZA
sul ricorso proposto da PELELLA Mauro, nato a Napoli il 5/6/1977,
avverso la sentenza emessa in data 7/6/2013 dalla Corte di assise di appello
di Brescia,
parti civili: D’INCECCO Ettorina, ASTOLFI Stefano, D’AMELIO Angela e
ALPIGNANO Walter.
Visti gli atti, la sentenza impugnata, il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere M.Stefania Di Tornassi;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale
Mario Pinelli, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
udito l’avvocato Patrizia Scalvi per il ricorrento, che ha illustrato il ricorso e
concluso chiedendo l’annullamento della sentenza impugnata.

Data Udienza: 08/01/2015

RITENUTO IN FATTO
1. Con la decisione in epigrafe la Corte di assise di appello di Brescia
confermava, salvo che per la pena accessoria della sospensione della potestà
genitoriale, revocata, la sentenza in data 13 luglio 2012 del Giudice dell’udienza
preliminare del Tribunale di Brescia che, a seguito di giudizio abbreviato, aveva
dichiarato Mauro PELELLA responsabile dell’omicidio di Ivan ALPIGNANO e di
Otello ASTOLFI, commessi in Quinzano d’Oglio il 4 aprile 2011 esplodendo al loro
indirizzo vari colpi della pistola in sua dotazione, cal. 9×21, condannandolo,
riconosciuta la continuazione, alla pena di undici anni e quattro mesi di
danni, da liquidarsi in separata sede, in favore delle parti civili costituite Ettorina
D’INCECCO, Stefano ASTOLFI, Angela D’AMELIO e Walter ALPIGNANO, cui
venivano riconosciute provvisionali immediatamente esecutive pari a 20.000,00
euro per ciascuno dei primi tre e a 7.500,00 euro per Walter Alpignano.
La vicenda da cui erano scaturite le morti, si era svolta, secondo quanto
riferito dai giudici di merito, nel modo seguente.
Il 4 aprile tre persone – Otello ASTOLFI, una delle future vittime, Dario
GROTTAGLIE, e altra persona non identificata – erano entrati nell’agenzia della
Cassa Rurale ed Artigiana di Borgo San Giacomo, in Quinzano D’Oglio, e, armati
di un coltello, si erano impossessati di circa 10.500 euro. Verosimilmente
disturbati, avevano rapidamente guadagnato l’uscita per raggiungere una
vettura Fiat Bravo parcheggiata nella via Pianeri (trasversale della via Cavour,
pressoché prospiciente l’angolo ove affacciava l’istituto), dove li attendeva, con
il motore acceso, un quarto complice: Ivan ALPIGNANO, la seconda futura
vittima.
Tuttavia, mentre i primi tre uscivano dall’agenzia in fila indiana (ripresa della
video camera di sorveglianza), sopraggiungeva dalla via Cavour un furgone della
vigilanza privata “Fidelitas”, con a bordo l’imputato Mauro PELELLA e il suo
collega Armando SABATTI, che, vedendo uscire i rapinatori, si fermavano di
fronte all’agenzia.
PELELLA rapidamente scendeva dal furgone e tentava di inseguire e fermare
le tre persone che erano uscite dalla banca, sparando al loro indirizzo almeno
quindici colpi con la pistola in sua dotazione.
Uno dei tre, il rapinatore rimasto non identificato, deviava dietro il furgone
allontanandosi; veniva brevemente inseguito dal PELELLA che sparava nella sua
direzione un colpo (il proiettile veniva rinvenuto in via Cavour) ma non riusciva a
a raggiungerlo.
ASTOLFI riusciva a salire sulla Fiat Bravo ma veniva colpito a morte, come il
conducente ALPIGNANO, dai colpi sparati dal PELELLA, e l’auto dopo breve corsa
andava a schiantarsi alla fine della via Pianeri, ove i due venivano rinvenuti già
esanimi.
Il terzo, GROTTAGLIE, che, avendo visto PELELLA sparare in direzione della
macchina, aveva rinunziato a salire a bordo, tentava invece la fuga a piedi,
liberandosi del coltello e della maschera, ma veniva successivamente arrestato.
A ragione della conferma della condanna del Pellella, la Corte di assise di
appello osservava quindi, nella sostanza, che gli elementi acquisiti – costituiti

reclusione, con le pene accessorie di legge e con condanna al risarcimento dei

dalle registrazioni delle chiamate effettuate dalle guardie giurate; dalle riprese
della video camera di sorveglianza; dalle dichiarazioni dei testimoni Rosanna
Martinelli, Tania Lapugnani, Lasri El Houssain, Giuliano Sanzeni, Giuseppe
Consolandi e Sabatti, nonché dalle dichiarazioni del Grottaglie; da reperti e rilievi
balistici, accertamenti sulla vettura Fiat Bravo, esami autoptici e consulenze
tecniche – non consentivano di ritenere che il Pelella si fosse trovato a
fronteggiare alcun pericolo, reale o presunto, e che la sua reazione armata e
letale non poteva in alcun modo ritenersi ineluttabile o necessitata.
2. Ha proposto ricorso il Pelella a mezzo del difensore, avvocato Patrizia
contraddittorietà, anche esterna, e mancanza ovvero difetto della motivazione
nonché violazione ed erronea applicazione della legge penale con riguardo:
2.1. alla esclusione della legittima difesa, dell’eccesso colposo di legittima
difesa ovvero alla legittima difesa putativa, sostenendo al riguardo, in
particolare:
– che la stessa descrizione contenuta nella sentenza impugnata (due rapinatori
sfilano davanti al portavalori, il terzo scorre lungo la parte destra del mezzo)
descrivevano una manovra di aggiramento o comunque una manovra idonea ad
essere percepita come d’aggiramento;
– che la guardia giurata Sabatti aveva dichiarato al G.u.p. di non avere compreso
all’inizio se le grida del collega “rapina, rapina” si riferissero alla banca o al
portavalori;
– che, diversamente da quanto affermato dalla Corte di assise di appello, le
chiamate al 112 del Sabatti facevano intendere che neppure costui avesse
compreso sino all’ultimo cosa stava succedendo;
– che le conversazioni telefoniche del Pelella citate dalla sentenza impugnata
descrivevano un’azione già compiuta e che le sue dichiarazioni in sede di udienza
di convalida precisavano quanto dichiarato spontaneamente nell’immediatezza e
quanto risultava dalle video riprese, riferendo di una esitazione dei rapinatori
davanti al furgone che ben poteva essere intesa come una minaccia;
– che la circostanza che i rapinatori fossero armati solo di coltello era ignota al
Pelella, che aveva riferito del fare minaccioso del rapinatore poi indietreggiato in
via Cavour e che ben poteva avere ritenuto armato di pistola;
– che del tutto inattendibile doveva ritenersi il Grottaglie, che mai avrebbe
confessato il tentativo di un attacco al furgone e che era incorso in
contraddizioni;
– che la manovra di retromarcia del furgone, che aveva indotto nel Pelella il
timore che lo si volesse investire, era stata da lui narrata sin dall’inizio;

che erroneamente la Corte aveva escluso la manovra di retromarcia

richiamando le dichiarazioni del Sabatti, il quale però aveva detto di non avere
visuale della scena successiva;
– che la distanza maggiore di sparo dei colpi che avevano attinto l’Appignano si
spiegava appunto col fatto che, dopo aver indietreggiato, la vettura aveva
ripreso la marcia in avanti, e lo stesso consulente del Pubblico ministero aveva
ipotizzato che il Pelella fosse arretrato;
– che la Corte di assise di appello non aveva dato risposta alle osservazioni

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Scalvi, che chiede l’annullamento della sentenza impugnata denunziando

difensive tratte dalle dichiarazioni del teste Consolandi, che aveva collocato il
Pelella al centro della via, in corrispondenza di un tombino, in relazione alla
ricostruzione del consulente del Pubblico ministero, secondo cui i colpì 9 e 10
erano stati sparati da dietro la vettura;
– che non era vero che tutti i proiettili erano stati sparati ad altezza d’uomo,
alcuni avendo colpito una ruota e la fiancata posteriore sinistra sopra la ruota; il
colpo che aveva ucciso l’Appignano risultando deviato dalla lamiera del profilato
dello schienale sinistro e tutti i colpi essendo stati sparati a distanza non
ravvicinata;
– che la sentenza impugnata era manifestamente contraddittoria laddove
posizione in cui era inizialmente parcheggiata la Fiat Bravo secondo la versione
del Grottaglie; ed era ancora contraddetta dai rilievi tecnici effettuati in relazione
alle dichiarazioni del teste Salzeni, il quale non avrebbe potuto vedere l’auto,
neppure dalla postazione di lavoro, se fosse stata esatta l’indicazione del
Grottaglie; senza considerare che il Grottaglie neppure aveva chiarito se il punto
indicato si riferiva alla parte anteriore o posteriore dell’auto, che le macchie di
olio e i frammenti di vetro non avvaloravano la tesi della sentenza, essendo stati
i colpi sparati nella fase dell’arretramento;
– che, insomma, le emergente processuali dimostravano che ricorreva una
situazione che giustificava il timore del Pelella di un pericolo per la propria e
altrui incolumità;
2.2. alla richiesta di qualificazione del fatto alla stregua di omicidio colposo,
assumendosi che la Corte di assise di appello aveva omesso di valutare la
deduzione difensiva, erroneamente trincerandosi dietro al rilievo che non era
oggetto dei motivi d’appello, mentre spettava in ogni caso al giudice verificare se
non si fosse al cospetto di un’ipotesi esclusivamente colposa;
2.3. alla mancata riduzione della pena inflitta a titolo di continuazione,
rilevandosi che la Corte aveva omesso di dare risposta alle considerazioni
difensive, in ordine al fatto che l’uccisione dell’ASTOLFI sarebbe stata
determinata da colpi la cui traiettoria non era possibile prevedere e al fatto che il
Pelella, pur avendo avuto sotto tiro l’altro rapinatore, si era astenuto dal colpirlo;
senza considerare inoltre l’incensuratezza dell’imputato, la sua condotta
anteatta, il comportamento successivamente tenuto;
2.4. alla mancata riduzione delle provvisionali immediatamente esecutive,
lamentando la mancata specificazione della causali di danno e la mancanza di
una anche minima giustificazione dell’entità del danno ritenuto, pur in via
equitativa.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Osserva il Collegio che il ricorso, al limite dell’ammissibilità, appare nel
complesso quantomeno infondato.
2. A ragione della conferma della condanna del Pellella per il delitto di
omicidio volontario, ritenuto integrato a titolo di dolo quantomeno eventuale, la
Corte di assise di appello, dopo avere analiticamente illustrato e, sia

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ammetteva che l’ultima sequenza di colpi era stata sparata nella medesima

partitamente sia complessivamente, valutato, previa articolata confutazione di
ogni opposta prospettazione difensiva, il compendio probatorio acquisito formato dalle registrazioni delle chiamate effettuate ai numeri di emergenza,
comprese quelle dell’imputato e del suo collega; dalle riprese della video camera
di sorveglianza; dalle dichiarazioni, complessivamente valutate, dei testimoni
Rosanna Martinelli, Tania Lapugnani, Lasri El Houssain, Giuliano Sanzeni,
Giuseppe Consolandi e Sabatti, che da varie angolazioni e per diversi frammenti
temporali avevano assistito alla fase dell’inseguimento e della sparatoria, nonché
dalle dichiarazioni del rapinatore arrestato, GROTTAGLIE; dai reperti e rilievi
balistici; dagli accertamenti eseguiti sulla vettura Fiat Bravo, dagli esami
elementi esaminati consentivano di affermare che l’imputato PELELLA, senza
alcun altro ragionevole motivo se non quello di inseguire e fermare, ad ogni
costo, i rapinatori che stavano scappando, aveva svuotato l’intero caricatore
dell’arma in dotazione all’indirizzo dei fuggitivi, che cercavano soltanto di
allontanarsi: dovendo in particolare escludersi che il PELELLA si fosse trovato a
fronteggiare alcun pericolo, o potesse aver ragionevolmente creduto di doverlo
fronteggiare, e che la sua reazione armata e letale potesse in qualche modo
ritenersi ineluttabile o necessitata, anche solo putativamente.
A fronte delle articolate giustificazioni che sorreggono tali conclusioni, le
deduzioni sviluppate nel primo motivo di ricorso appaiono largamente
inammissibili, ripetendo ipotesi ricostruttive alternative già esaminate dai giudici
del merito e da questi, concordemente e più che plausibilmente, per gli aspetti
decisivi o anche solo dotati di una qualche astratta rilevanza, completamente
smentite. Consistono dunque essenzialmente in argomenti in fatto, non
riproponibili in questa sede.
Né sussiste alcuna delle antinomie denunziate.
Quelle relative alla contraddizione esterna della motivazione, per contrasto
con i dati acquisiti, riferite all’asserito diverso contenuto di telefonate,
dichiarazioni dei testi, dichiarazioni dello stesso imputato, non attengono in
realtà ad alcun, neppure ipotetico, “travisamento” (nell’unica accezione
ammissibile in questa sede, dell’errore revocatorio, per omissione o invenzione,
sui significanti) dei dati esposti, ma hanno semmai ad oggetto i significati loro
attribuiti e, dunque, la possibilità di una diversa interpretazione degli elementi
indicati dai giudici del merito: non proponibile in sede di legittimità a fronte della
assoluta completezza, coerenza e logicità della loro lettura ad opera delle
sentenze impugnate. Sicché neppure occorre soggiungere che le pretese
allegazioni a sostegno si riferiscono a meri stralci dei documenti probatori evocati
e sono perciò comunque anche intrinsecamente inidonee a sostenere le tesi
interpretative qui inopinatamente ripetute (non vi è elemento, tantomeno frase,
suscettibile di serio apprezzamento al di fuori del suo contesto integrale, che non
spetta alla Corte di legittimità né ricercare né reinterpretare).
Mentre le censure relative a presunte contraddizioni interne alla sentenza
impugnata sono da un lato ancora in fatto e dall’altro manifestamente infondate,
perché per lo meno fraintendono, se non addirittura apertamente travisano, i
brani della motivazione che pretendono di denunziare.
Così, in particolare, del tutto priva di fondamento è l’osservazione secondo

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autoptici e dalle consulenze tecniche -, ha ineccepibilmente osservato che gli

cui la stessa sentenza avrebbe ammesso che “l’ultima sequenza” di colpi sarebbe
stata esplosa alla stessa altezza in cui la vettura si trovava inizialmente
parcheggiata, così riconoscendo che la vetture aveva effettuato una retromarcia.
Nel brano richiamato, la sentenza impugnata si riferisce in realtà non alla
sequenza finale di colpi, ma alla sequenza intermedia, quella che viene definita
poco avanti la «seconda sequenza», comprendente tutti i 14 colpi sparati
all’indirizzo della vettura dei rapinatori («uno andato a finire contro la Fiat Doblò
mentre gli altri 13 hanno colpito la Fiat Bravo»), distinta dalla “prima”, che é
riferita al colpo o ai colpi sparati all’inizio, in direzione del rapinatore che era
fuggito in direzione diversa.
giudici del merito in ordine alla inconsistenza delle prospettazioni difensive
relative a un presunto assalto al furgone, ad un presunto atteggiamento
minaccioso dei rapinatori, al timore di un pericolo del PELELLA per la propria
incolumità legato ad una fantomatica, incomprensibile e contraddetta dagli
accertamenti tecnici, manovra di retromarcia della Fiat Bravo, e alla tesi,
dunque, della legittima difesa, reale, putativa o per eccesso colposo, in obiettivo
contrasto con numero, modalità e direzione dei colpi esplosi e difettando a
monte ogni ragionevole possibilità di ritenere la sussistenza di un pericolo attuale
e la necessità di una reazione difensiva del PELELLA.
Basterà, d’altra parte, ricordare che è dato pacifico in atti che il furgone
portavalori a bordo del quale viaggiava l’imputato aveva già effettuato una
consegna di valuta e non era diretto all’agenzia dove si era consumata la rapina,
ma altrove. Né risulta che si sia mai sostenuto dagli imputati che all’interno del
mezzo vi erano altri valori che dovevano essere consegnati alla banca rapinata.
A quanto emerge, il furgone si è fermato, dunque, alla vista dei rapinatori in fuga
dalla banca, senza alcuna necessità collegata alle esigenze del servizio cui erano
deputate le due guardie giurate. E senza alcuna necessità di servizio risulta
essere quindi sceso dal furgone il PELELLA, la cui tesi della necessità – vera o
presunta – di un’azione di difesa del furgone portavalori dall’attacco di tre
soggetti, ancora a piedi, appare altresì in insanabile e mai spiegato contrasto,
per l’appunto, con la sua volontaria – e nella situazione considerata affatto
gratuita – discesa a terra, a fronte dell’evidente possibilità, invece, di rimanere,
armato, nel furgone e di farlo allontanare rapidamente dal luogo in tesi ritenuto
“pericoloso”.
3. Infondato, quantomeno, è il motivo con cui il ricorrente si duole
dell’affermazione, contenuta nella sentenza impugnata, che la richiesta,
subordinata, di riqualificazione del fatto alla stregua di omicidio colposo sarebbe
stata tardiva in quanto non devoluta con i motivi d’appello.
E’ vero, difatti, che la qualificazione esatta del fatto è compito, in ogni caso,
del giudice che prescinde dall’esistenza di specifiche deduzioni difensive, e che il
motivo d’appello con il quale si contesta la responsabilità per un capo assorbe e
comprende ogni valutazione gradata in ordine alla condanna per detto capo.
Ma è altrettanto vero che la Corte di assise di appello non si è affatto
limitato ad evidenziare che il tema non le era stato specificamente devoluto,
avendo al contrario, e del tutto correttamente, evidenziato che la richiesta di

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Ineccepibili appaiono quindi le conclusioni concordemente raggiunte dai

ricondurre la condotta all’ipotesi di omicidio colposo appariva, comunque, del
tutto infondata in considerazione del numero dei colpi esplosi (quindici),
dell’altezza degli stessi (undici avevano attinto la vettura in corrispondenza
dell’abitacolo, crivellandola, ed almeno otto erano stato sparati in linea
orizzontale o leggermente inclinato verso il basso, ad altezza d’uomo), dalla
distanza di sparo (che andava da circa due metri per i colpi che avevano attinto
APPIGNANI, sparati mentre ASTOLFI stava salendo in macchina attraverso lo
sportello aperto, a circa sei metri per quelli, successivi, che avevano attinto
quest’ultimo).
E siffatte considerazioni non solo risultano articolate e coerenti con i dati
conclusione della evidenza di un’azione offensiva sorretta da dolo diretto, se non
alternativo quantomeno eventuale, in quanto volta a “fermare ad ogni costo” i
fuggitivi scaricando al loro indirizzo tutti i colpi dell’arma, molti dei quali, tra cui
quelli effettivamente letali, in direzione del busto.
4. Generiche e relative a valutazioni di merito per nulla viziate, sono quindi
le deduzioni con le quali si lamenta l’eccessività della pena inflitta a titolo di
continuazione con riferimento all’uccisione dell’ASTOLFI. Si tratta, inoltre, di
doglianze manifestamente infondate laddove si fondano sull’assunto che la
traiettoria del colpo che l’aveva attinto e ne aveva provocato la morte era stata
casuale e, nella sostanza, si torna sott’altra forma a sostenere l’assenza di dolo,
di cui si è già detto.
La tesi che sarebbe eccessiva la pena complessiva di 11 anni e 4 mesi di
reclusione per un duplice omicidio cagionato con azioni consecutive e distinte, è,
d’altronde, davvero al di fuori dei limiti della deducibilità in questa sede.
5.

Inammissibili sono, infine, le censure relative alla entità delle

provvisionali liquidate in favore delle parti civili.
E’, difatti, approdo consolidato e condiviso che il provvedimento con il quale
il giudice di merito nel pronunciare condanna generica al risarcimento del danno
assegna alla parte civile una somma da imputarsi nella liquidazione definitiva
non è impugnabile per cassazione, in quanto per sua natura insuscettibile di
passare in giudicato e destinato ad essere travolto dall’effettiva liquidazione
dell’integrale risarcimento (Sez. U, n. 2246 del 19/12/1990, dep. 1991, Capelli,
Rv. 186722, nonché, tra moltissime, da ultimo, Sez. 6, n. 50746 del
14/10/2014, P.C., Rv. 261536; Sez. 2, n. 49016 del 06/11/2014, Patricola, Rv.
261054).
6. Concludendo, il ricorso deve essere rigettato e il ricorrente va condannato
al pagamento delle spese processuali

fattuali esposti, ma consentono di ritenere, in diritto, del tutto corretta la

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso il giorno 8 gennaio 2015
Il Presidente

Il consigliere es nsore

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