Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 13939 del 04/03/2015


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 13939 Anno 2015
Presidente: PETTI CIRO
Relatore: PELLEGRINO ANDREA

SENTENZA
Sul ricorso proposto nell’interesse di Bonarrigo Francesco, n. a Oppido
Mamertina il 01.08.1940, rappresentato e assistito dall’avv.
Domenico Alvaro, di fiducia, avverso il decreto della Corte d’appello di
Reggio Calabria, sezione misure di prevenzione, n. 71/2013, in data
06.06.2014;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
sentita la relazione della causa fatta dal consigliere dott. Andrea
Pellegrino;
letta la requisitoria scritta in data 22.12.2014 con la quale il Sostituto
procuratore generale dott. Antonio Gialanella ha chiesto di voler
dichiarare inammissibile il ricorso con ogni conseguente statuizione ex
art. 616 cod. proc. pen..

RITENUTO IN FATTO

Data Udienza: 04/03/2015

1. Con decreto in data 12.11.2012, il Tribunale di Reggio Calabria
applicava nei confronti di Bonarrigo Francesco la misura di prevenzione
della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza per la durata di anni tre
con le prescrizioni contenute nel decreto e con obbligo di soggiorno nel
comune di residenza e cauzione di euro 3.000,00.
2. Avverso detto provvedimento, Bonarrigo Francesco proponeva ricorso

avanti alla Corte di appello di Reggio Calabria che, con decreto in data
06.06.2014, rigettava il gravame confermando il provvedimento di
primo grado.
3. Avverso detto decreto viene proposto, nell’interesse del Bonarrigo,
ricorso per cassazione per ritenuta violazione ed erronea applicazione
dell’art. 606, comma 1 lett. b) e 125 cod. proc. pen. in relazione all’art.
1 della I. n. 575/1965 e successive modificazioni e integrazioni (motivo
unico).
3.1. In specie, lamenta il ricorrente che la Corte territoriale avrebbe
espresso un giudizio di pericolosità sociale non fondato su un’autonoma
valutazione dei sufficienti indizi di appartenenza all’associazione mafiosa
denominata “ndrangheta” ma, al contrario, si sarebbe limitata a
condividere gli elementi di colpevolezza individuati dal giudice penale
(nella specie, il Tribunale di Locri). In particolare, nel provvedimento de

quo, si sarebbero valorizzati – come elementi indizianti della pericolosità
del proposto – i contenuti delle intercettazioni disposte nell’ambito del
giudizio di merito, senza alcuna considerazione degli elementi
contraddittori che, dalla disamina del testo delle conversazioni,
avrebbero potuto trarsi e senza considerare come, nella fattispecie,
facesse difetto il requisito della specificità richiesto dalla legge per il
giudizio sulla pericolosità sociale qualificata. Inoltre, la Corte d’appello,
per cercare di rimediare alla carenza probatoria, si sarebbe limitata a
confermare l’enfatica ricostruzione prospettata dal Tribunale di Locri
sulla partecipazione del Bonarrigo alla “ghirata” del 30.07.2008, come
unico elemento individualizzante, ignorando le innumerevoli incertezze e
perplessità connesse all’esame dei non pochi testi del pubblico ministero
sentiti sul punto. Da ultimo, il provvedimento impugnato omette di
valutare che, proprio dalla sentenza del Tribunale di Locri, emergerebbe
un elemento indiziante di contenuto diametralmente opposto alle
conclusioni cui giunge il giudicante: il Bonarrigo, infatti, non è mai stato

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ascoltato e video ripreso in alcuna riunione documentata come summit,
né ha partecipato al matrimonio nel corso del quale sarebbero state
conferite le cariche e, infine, è rimasto sconosciuto a tutti i collaboratori
di giustizia sentiti nel corso del dibattimento.

CONSIDERATO IN DIRITTO

inammissibile.
2. Va opportunamente premesso che la giurisprudenza di legittimità,
ormai da tempo, ha condivisibilmente ritenuto che, in tema di misure di
prevenzione nei confronti di indiziati di appartenere ad associazione di
tipo mafioso, il principio secondo cui il requisito dell’attualità della
pericolosità è da considerare implicito nella ritenuta attualità
dell’appartenenza opera non solo nei confronti dell’intraneo a pieno titolo
ma anche quando la suddetta appartenenza assume la forma del
“concorso esterno”, caratterizzato dalla non temporaneità del contributo
prestato al sodalizio e, quindi, dalla presunzione di attualità del pericolo,
salvo che non ricorrano elementi dai quali si desuma l’avvenuta
interruzione del rapporto (cfr. Sez. 1, sent. n. 39205 del 17/05/2013,
Rv. 256769, nonché, nello stesso senso, Sez. 1, sent. n. 16783 del
07/04/2010, Rv. 246943; Sez. 6, sent. n. 35357 del 10/04/2008, Rv.
241251).
2.1. In tema di misure di prevenzione, infatti, il concetto di
“appartenenza” ad una associazione mafiosa va distinto sul piano
tecnico da quello di “partecipazione”, risolvendosi in una situazione di
contiguità all’associazione stessa che – pur senza integrare il fatto-reato
tipico del soggetto che organicamente è partecipe (con ruolo direttivo o
meno) del sodalizio mafioso – risulti funzionale agli interessi della
struttura criminale e nel contempo denoti la pericolosità sociale specifica
che sottende al trattamento prevenzionale.
Dal che deriva l’ammissibilità dell’applicazione delle misure di
prevenzione, per l’appunto, anche a quanti “appartengano” ad un
sodalizio mafioso non in qualità di partecipi ma di concorrenti esterni
(cfr. Sez. 2, sent. n. 7616 del 16/02/2006, Rv. 234746; Sez. 2, sent. n.
1023 del 16/12/2005, Rv. 233169).
2.2. Proprio l’appartenenza all’associazione di tipo mafioso, nel senso

i

1. Il ricorso è manifestamente infondato e, come tale, va dichiarato

innanzi indicato, dunque, implica – di per sé – una latente e permanente
pericolosità sociale del soggetto, con la conseguenza che, per escludere
l’attualità di tale pericolosità, occorre acquisire il recesso personale da
quella organizzazione o la disintegrazione di questa (cfr., ex plurimis,
Sez. 1, sent. n. 2019 del 31/03/1995, Rv. 201459).
2.3. Peraltro, come pure è stato affermato da un condivisibile
orientamento giurisprudenziale, prevalente in sede di legittimità, una

volta adeguatamente dimostrata l’appartenenza del proposto ad
un’associazione a delinquere di stampo mafioso, non è necessaria alcuna
particolare motivazione del giudice in punto di attuale pericolosità, che
potrebbe essere esclusa solo nel caso di recesso dall’associazione, del
quale occorrerebbe acquisire positivamente la prova, non bastando a tal
fine eventuali riferimenti al tempo trascorso dall’adesione o dalla
concreta partecipazione ad attività associative (cfr., Sez. 5, sent. n.
3538 del 22/03/2013, Rv. 258658; Sez. 2, sent. n. 3809 del
15/01/2013, Rv. 254512; Sez. 2, sent. n. 29478 del 05/07/2013, Rv.
256178; Sez. 6, sent. n. 499 del 21/11/2008, Rv. 242379; Sez. 6, sent.
n. 114 del 23/11/2004, Rv. 231448).
2.4. Vanno del pari condivise le conclusioni cui è giunta la
giurisprudenza della Suprema Corte in ordine al rapporto che intercorre
tra il procedimento di prevenzione ed il processo penale, evidenziandone
le profonde differenze funzionali e strutturali, essendo il secondo
ricollegato a un fatto-reato e il primo riferito a una valutazione di
pericolosità, espressa mediante condotte che non necessariamente
costituiscono reato (cfr., Sez. 5, sent. n. 32353 del 16/05/2014, dep.
22/07/2014, Grillone, Rv. 260482; Sez. 6, sent. n. 921 del 11/11/2014,
dep. 12/01/2015, Gelsomino e altro, Rv. 261842). Si tratta di
procedimenti autonomi e, proprio da tale autonomia, deriva che nel
procedimento di prevenzione la prova indiretta o indiziaria non deve
essere dotata dei caratteri prescritti dall’art. 192 cod. proc. pen., (cfr.,
Sez. 2, sent. n. 26774 del 30/04/2013, Rv. 256820; Sez. 1, sent. n.
20160 del 29/04/2011, Rv. 250278; Sez. 5, sent. n. 23041 del
28/03/2002; Sez. 1, sent. n. 5786 del 21/10/1999, Rv. 215117).
2.5. Conseguenza ulteriore della descritta autonomia dei due
procedimenti va individuata nella impermeabilità del procedimento di
prevenzione alle vicende del processo penale.
Nel corso del procedimento di prevenzione, pertanto, il giudice di merito

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è legittimato a servirsi di elementi di prova o di tipo indiziario tratti da
procedimenti penali in corso, anche se non ancora definiti con sentenza
irrevocabile, e, in tale ultimo caso, anche a prescindere dalla natura
delle statuizioni terminali in ordine all’accertamento della responsabilità.
Sicché, pure l’assoluzione, anche se irrevocabile, dal reato non
comporterebbe la automatica esclusione della pericolosità sociale,
potendosi il relativo scrutinio fondare sia sugli stessi fatti storici in ordine

ai quali è stata esclusa la configurabilità di illiceità penale, sia su altri
fatti acquisiti o autonomamente desunti nel giudizio di prevenzione. Ciò
che rileva, è che il giudizio di pericolosità sia fondato su elementi certi,
dai quali possa legittimamente farsi discendere l’affermazione
dell’esistenza della pericolosità, sulla base di un ragionamento immune
da vizi.
2.6. Del resto, che gli indizi sulla cui base formulare il giudizio di
pericolosità non debbano necessariamente avere i caratteri di gravità,
precisione e concordanza richiesti dall’art. 192 cod. proc. pen., lo ha
affermato anche la giurisprudenza della Corte Europea dei diritti
dell’uomo, la quale (Grande Camera, 1 marzo – 6 aprile 2000, Labita c.
Italia) ha ritenuto non in contrasto con i principi della Cedu il fatto che le
misure di prevenzione siano applicate nei confronti di individui sospettati
di appartenere alla mafia anche prima della loro condanna, poiché
tendono a impedire il compimento di atti criminali; mentre il
proscioglimento eventualmente sopravvenuto non le priva
necessariamente di ogni ragion d’essere: infatti, elementi concreti
raccolti durante un processo, anche se insufficienti per giungere a una
condanna, possono tuttavia giustificare dei ragionevoli dubbi che
l’individuo in questione possa in futuro commettere dei reati (cfr., Sez.
2, sent. n. 35714 del 28/05/2013; Sez. 1, sent. n. 6613 del
17/01/2008, Rv. 239358; Sez. 6, sent. n. 332 del 29/01/1998, Rv.
210819).
3. Tanto premesso, il decreto oggetto di ricorso appare assolutamente
conforme ai principi elaborati dalla giurisprudenza di legittimità,
sinteticamente indicati nelle pagine che precedono. La Corte territoriale,
infatti, ha ricordato come il Tribunale di Reggio Calabria avesse applicato
a Bonarrigo Francesco la misura di prevenzione della sorveglianza
speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno per anni tre,
imponendogli altresì il versamento di una cauzione pari ad euro 3.000.

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3.1. A motivo della misura imposta, il Tribunale evidenziava come, in
seno alla proposta formulata dal Questore di Reggio Calabria, al di là dei
risalenti precedenti definitivi per i delitti di lesione personale (commesso
in data 08.10.1958) e favoreggiamento (commesso in data 27.06.1958),
fossero stati valorizzati gli elementi che avevano segnato il
coinvolgimento del predetto nell’ambito del procedimento scaturito dalla
c.d. operazione “Crimine” (RG DDA n. 1389/2008), in cui il Bonarrigo

pluriaggravato per aver aderito all’associazione armata denominata
‘ndrangheta, operante in varie parti del territorio nazionale ed all’estero,
articolata in molte decine di “locali”, tre mandamenti e con organo di
vertice denominato “Provincia”, ed in particolare costituendo,
unitamente a Gatellari Antonio, il vertice organizzativo del locale di
Oppido Mamertina, ruolo nell’ambito del quale esercitava compiti di
direzione e decisione, di partecipazione ai riti di affiliazione e di
avanzamento di grado, curava le relazioni con gli esponenti delle altre
locali, in particolare con quelle attive in Liguria e in Lombardia di cui
costituiva punto di riferimento nei rapporti con gli organismi di vertice
della ‘ndrangheta provinciale.
3.2. Ha considerato il Tribunale che, nell’ambito di quel procedimento, il
Bonarrigo era stato colpito da ordinanza custodiale del 04.08.2010
emessa dal giudice per le indagini preliminari distrettuale, che aveva
acquisito autorità di giudicato cautelare dopo la conferma del Tribunale
del riesame in data 26.08.2010 e la definitiva conferma della Suprema
Corte che, con sentenza in data 17.06.2011, aveva rigettato il ricorso
del proposto. Preso atto che, in sede cautelare, era già stata ritenuta
l’esistenza di un solido quadro di gravità indiziaria in relazione alla
stessa associazione del Bonarrigo al sodalizio criminoso di stampo
mafioso e ribaditi i connotati ben più ampi della nozione di
“appartenenza” rispetto alla nozione di “partecipazione” e, dunque, le
possibili relazioni esistenti tra i due profili, il Tribunale era passato ad
esaminare il dettaglio della piattaforma indiziaria a carico del proposto
(la medesima fondante il procedimento penale e valorizzata in sede
cautelare): si era così evidenziato come il materiale probatorio, per lo
più derivante da attività di intercettazione telefonica ed ambientale, ma
anche da diverse attività di riscontro investigativo più tradizionale (come
attività di osservazione, controllo e pedinamento, oltre che acquisizione

era chiamato a rispondere del delitto di cui all’art. 416 bis cod. pen.

di dati informativi da collaboratori di giustizia e testi), valorizzato nel
giudizio di merito, avesse effettivamente e definitivamente verificato
l’esistenza di quella struttura anche verticale della ‘ndrangheta, posta al
vertice dell’organizzazione territoriale basale costituita dalle locali. Con
particolare riguardo, poi, alla posizione del Bonarrigo, molteplici
elementi di prova ne evidenziavano il ruolo di affiliato di rango a quella
organizzazione: in primis, le intercettazioni di conversazioni tra soggetti

terzi, nel corso delle quali si rinvenivano plurimi riferimenti alla figura
del Bonarrigo, indicato come soggetto intraneo alle strutture
‘ndranghetistiche con ruolo di rilievo e fotografante la piena
compenetrazione del ricorrente in quelle dinamiche, come peraltro
riconosciutogli dai vari soggetti il cui ruolo di assoluto rilievo in seno alla
‘ndrangheta provinciale è pure emerso limpidamente nel medesimo
contesto di indagine e in quello parallelo del procedimento c.d. “Infinito”
(il versante lombardo aveva avuto approdi giurisdizionali ormai
definitivi).
3.3. Certa l’identificazione nel ricorrente del “Ciccio Bonarrigo” citato nei
dialoghi inter alios,

riconoscevano i giudici di merito come fossero

senz’altro bastevoli – alle conclusioni dell’appartenenza del Bonarrigo
alla ‘ndrangheta

provinciale svelata dall’indagine Crimine – le sole

emergenze derivanti dalla sua certa partecipazione al
‘ndrangheta

summit di

osservato e monitorato dal Reparto Cacciatori dei

Carabinieri in quel di Mammola il 30.07.2008, giacchè è certo che solo
un soggetto prossimo, contiguo, disponibile, ovvero in una parola
appartenente al (se non effettivamente partecipe del) sodalizio mafioso
investigato, avrebbe potuto essere ammesso allo stesso consesso in cui
sedevano esponenti di spicco delle locali di Grotteria (come Foca
Domenico e Andrianò Emilio), di Mammola (come Scali Rodolfo), del
capo società di Marina di Gioiosa Ionica, Aquino Rocco cl. ’60, un
esponente della ‘ndrangheta di oltre oceano, Tavarnese Vincenzo della
Commissione di Toronto e, molto probabilmente, di tale U Mastru
(Commisso Giuseppe); ed ancora, di assoluta eloquenza doveva ritenersi
la partecipazione del ricorrente ai dialoghi captati sull’autovettura in uso
al Tavarnese nel rientro da un certo “pranzo”.
3.4. Da qui la conclusione contenuta nel provvedimento impugnato
secondo cui doveva ritenersi ampiamente riscontrata la pericolosità
sociale qualificata del Bonarrigo, per nulla “smentita” dall’esclusione

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dello stesso dal ruolo di vertice, di promozione e di direzione
dell’associazione, secondo quanto accertato all’esito del giudizio di
merito, essendo in ogni caso emerso come il Bonarrigo avesse
comunque svolto, nella predetta qualità, un ruolo di primissimo piano
“quale interfaccia relazionale tra i vertici della

‘ndrangheta

della

provincia ed i massimi esponenti di locali più lontane come quelle ligure
e lombarde”.

3.5. Fermo quanto precede, rileva il Collegio come i motivi di ricorso si
risolvano in un non perspiscuo incidere argomentativo, tutto volto a
contestare il giudizio di fatto formulato dal giudice de provvedimento
impugnato, finendo per censurare – in termini non consentiti in questa
sede – il contenuto della motivazione: invero, nel procedimento di
prevenzione, il ricorso per cassazione è ammesso soltanto per violazione
di legge in forza delle generale disposizione dell’art. 4, comma 11 della I.
n. 1423/1956, applicabile anche nei casi di pericolosità qualificata di cui
alla I. n. 575/1965 alla stregua del richiamo operato dall’art. 3 ter,
comma 2 I. cit..
3.6. Ne consegue che, in sede di legittimità, non è deducibile il vizio di
motivazione, a meno che questa non sia del tutto carente o presenti
difetti tali da renderla meramente apparente e, in realtà, inesistente,
ovvero si presenti come assolutamente inidonea a rendere comprensibile
il filo logico seguito dal giudice di merito oppure, ancora, allorchè le linee
argomentative del provvedimento siano talmente scoordinate e carenti
dei necessari passaggi logici da fare risultare oscure le ragioni che hanno
giustificato la decisione sulla misura. Nessuna di dette situazioni ricorre
nel provvedimento impugnato che rende congrua motivazione in ordine
alla ricorrenza dei presupposti per l’applicazione della misura di
prevenzione nei confronti del ricorrente.
4. Alla pronuncia di inammissibilità del ricorso consegue, per il disposto
dell’art. 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento
delle spese processuali nonché al versamento, in favore della Cassa
delle ammende, di una somma che, considerati i profili di colpa
emergenti dal ricorso, si determina equitativamente in euro 1.000,00

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento

8

delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 alla Cassa delle
ammende.

Così deliberato in Roma, udienza in camera di consiglio del 4.3.2015

Dott. Andrea Pellegrino _

Il Presidente
Dott. Ciro Pe ‘
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Il Consigliere estensore

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