Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 13933 del 07/01/2015


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 13933 Anno 2015
Presidente: PETTI CIRO
Relatore: BELTRANI SERGIO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
NANNI CHRISTIAN N. IL 09/06/1974
avverso l’ordinanza n. 757/2014 TRIB. LIBERTA’ di BOLOGNA, del
25/09/2014
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. SERGIO B LTRANI;
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Data Udienza: 07/01/2015

RITENUTO IN FATTO
Con l’ordinanza indicata in epigrafe, il Tribunale del riesame di Bologna, adito
ex art. 310 c.p.p., in parziale accoglimento dell’appello cautelare presentato dal
P.M., ha disposto l’applicazione a CHRISTIAN NANNI, in atti generalizzato, della
misura cautelare degli arresti domiciliari in ordine ai reati di cui agli artt. 348 e
640, comma 2-bis, c.p., per abusivo esercizio delle professioni di psicologo e
psicoterapeuta, nonché di medico psichiatra, e truffa aggravata in danno dei

Contro tale provvedimento, l’indagato (con l’ausilio di un avvocato iscritto
all’apposito albo speciale) ha proposto ricorso per cassazione, deducendo i
seguenti motivi, enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione,
come disposto dall’art. 173, comma 1, disp. att. c.p.p.:
I – violazione dell’art. 61 n. 5 c.p. (la contestata aggravante dei fatti di truffa
non sarebbe configurabile in presenza della mera vulnerabilità psicologica dei
pazienti dell’indagato, afflitti unicamente da problemi di coppia, familiari o
lavorativi, oppure affetti da tabagismo o disturbi alimentari);
H – inosservanza dell’art. 274 c.p.p. e palese illogicità della motivazione
quanto alle ritenute esigenze cautelari (l’indagato, dal 27 gennaio 2014, data
del sequestro dei locali dove esercitava la contestata attività professionale, al
22 luglio 2014, data nella quale egli ha appreso della richiesta di misura
cautelare che lo riguardava, si sarebbe astenuto dal proseguire lo svolgimento
dell’attività oggetto di cautela).
All’odierna udienza camerale, celebrata ai sensi dell’art. 127 c.p.p., si è
proceduto al controllo della regolarità degli avvisi di rito; all’esito, la parte
presente ha concluso come da epigrafe, e questa Corte Suprema, riunita in
camera di consiglio, ha deciso come da dispositivo in atti.

CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è, nel suo complesso, infondato, e va, pertanto rigettato.

1. Il primo motivo è infondato.

1.1. Questa Corte (Sez. II, sentenza n. 6608 del 14 novembre 2013, dep. 12
febbraio 2014, CED Cass. n. 258337) ha già chiarito che la circostanza
aggravante di cui all’art. 61, comma, 1, n. 5, c.p. è tradizionalmente ritenuta

pazienti.

configurabile quando l’agente approfitti di circostanze a lui favorevoli, di tempo,
di luogo o di persona (anche in relazione all’età), da lui conosciute e che
abbiano, in relazione alla situazione fattuale in concreto esistente, ostacolato la
reazione dell’Autorità pubblica, o dei privati parti lese, agevolando in concreto
la commissione del reato, in quanto determinano uno stato di «minorata
difesa>> (di qui l’espressione con la quale la circostanza aggravante de qua è
generalmente indicata) tale da facilitare l’impresa delittuosa (così per tutte
Cass. pen., Sez. V, sentenza n. 33682 del 5 luglio 2010, CED Cass. n. 248175).

articolate le doglianze del ricorrente), riferite alla persona della vittima del
reato, devono consistere in uno stato di debolezza fisica o psichica del soggetto
passivo in cui questi si trovi per qualsiasi motivo (Cass. pen., Sez. I, sentenza
n. 6848 del 12 marzo 1991, CED Cass. n. 187649; Sez. II, sentenza n. 29499
del 10 giugno 2009, CED Cass. n. 244969).
Non occorre che la difesa sia stata resa quasi, o del tutto, impossibile, ma è
sufficiente che essa sia stata semplicemente ridotta o, comunque, ostacolata,
cioè resa più difficile.
Per «trarre profitto>> dalle suddette circostanze, occorre che l’agente ne
sia stato a conoscenza e se ne sia intenzionalmente avvantaggiato, pur se la
situazione di fatto che ne abbia determinato il verificarsi sia insorta
occasionalmente o, comunque, indipendentemente dalla sua volontà.
La valutazione della sussistenza delle circostanza aggravante de qua richiede
generalmente una disamina caso per caso: «il numero 5° dell’articolo 65 [ora
61] (…) considera come aggravante l’aver approfittato di circostanze di tempo,
di luogo o di persona, tali da ostacolare la pubblica o provata difesa. Spetterà al
giudice determinare quando le dette circostanze ricorrano. Il concetto non ha
che due limiti: la specie della circostanza (tempo, luogo, persona), e la
potenzialità di essa ad ostacolare, diminuire la difesa pubblica o privata. Il
tempo di notte, ad es., costituirà aggravante, solo se l’anzidetta aggravante
difesa sia stata, o ne potesse essere ostacolata; così il furto commesso di notte,
ma in luogo ove vi sia concorso di gente, ad es., in una festa da ballo, non sarà
aggravato» (così il Guardasigilli nella Relazione al Re sul Codice penale del
1930, p. 12).
Sono stati ritenuti aggravati dall’approfittamento di circostanze (anche) di
persona:
– un rapina commessa di notte in danno di persona portatrice di handicap
psichico (Sez. II, sentenza n. 29499 del 10 giugno 2009, CED Cass. n.
244969);

Le circostanze «di persona» (quelle in relazione alle quali sono state

- il furto di un orologio di valore sottratto da un infermiere a persona
ricoverata in ospedale, nel corso di un intervento chirurgico (Sez. V, sentenza
n. 33682 del 5 luglio 2010, CED Cass. n. 248175).
1.2. Va, pertanto, ribadito il seguente principio di diritto:
«Le circostanze di persona che, ai sensi dell’art. 61, comma 1, n. 5, c.p.,
aggravano il reato quando l’agente ne approfitti, possono consistere in uno
stato di debolezza fisica o psichica in cui la vittima del reato si trovi per

lui conosciute, nonché tali da ostacolare, in relazione alla situazione fattuale
concretamente esistente, la reazione dell’Autorità pubblica o dei privati parti
lese, agevolando in concreto la commissione del reato, in quanto determinanti
uno stato di minorata difesa della vittima tale da facilitare l’impresa delittuosa.
La relativa valutazione va operata dal giudice caso per caso, valorizzando
situazioni che abbiano ridotto o, comunque, ostacolato, cioè reso più difficile, la
difesa del soggetto passivo, pur senza renderla del tutto o quasi impossibile>>.

1.3. A questo principio si è, nella sostanza, correttamente attenuto il
Tribunale del riesame (f. 6 ss.), valorizzando, per configurare la circostanza
aggravante de qua, le continuative modalità di svolgimento degli instaurati
rapporti terapeutici e le generalizzate condizioni di grave debolezza psicologica
(pur dovute a diversi fattori, puntualmente illustrati, caso per caso) dei
pazienti.
In tutti i casi si trattava di situazioni motivatamente ritenute dal Tribunale
del riesame note all’indagato.

2. Il secondo motivo è generico (perché reitera doglianze già motivatamente
disattese dal Tribunale del riesame) e comunque manifestamente infondato.

2.1. Il Tribunale del riesame, con rilievi giuridicamente corretti, nonché
esaurienti, logici, non contraddittori, e pertanto incensurabili in questa sede,
con i quali il ricorrente non si confronta con la necessaria specificità, in concreto
riproponendo più o meno pedissequamente le analoghe doglianze già proposte
in sede di riesame, ha compiutamente indicato gli elementi valorizzati per
ritenere la sussistenza attuale di rilevanti esigenze cautelari e giustificare
l’adeguatezza della misura impostagli (f. 10 s.: la protrazione della condotta
«per un assai lungo periodo di tempo in modo abituale» in danno di
«numerosissimi pazienti», la cui incolumità psico-fisica era stata talora

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qualsiasi motivo; esse devono risultare favorevoli all’agente, ovvero essere da

messa a repentaglio da prescrizioni controindicate <

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