Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 13929 del 07/01/2015


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 13929 Anno 2015
Presidente: PETTI CIRO
Relatore: BELTRANI SERGIO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
GURGONE SEBASTIANO N. IL 23/06/1952
avverso l’ordinanza n. 383/2014 TRIB. LIBERTA’ di
CALTANISSETTA, del 19/08/2014
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. SERGIO BELTRANI;
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Data Udienza: 07/01/2015

RITENUTO IN FATTO
Con l’ordinanza indicata in epigrafe, il Tribunale del riesame di Caltanissetta,
adito ex art. 310 c.p.p., ha rigettato l’appello cautelare proposto nell’interesse
di SEBASTIANO GURGONE, in atti generalizzato (sottoposto alla misura
cautelare della custodia in carcere per i reati di estorsione aggravata ed
associazione di tipo mafioso, in ordine ai quali aveva riportato condanna),
contro il provvedimento con il quale, in data 3 giugno 2014, la Corte di appello

misura chiesta per asserita sopravvenuta decorrenza del termine cautelare di
fase.
Contro tale provvedimento, l’imputato (personalmente) ha proposto ricorso
per cassazione, deducendo il seguente motivo, enunciato nei limiti strettamente
necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173, comma 1, disp. att.
c.p.p.:
– violazione dell’art. 303, comma 1, lett. C), c.p.p. e vizio di motivazione,
per intervenuta scadenza del relativo termine di fase, da dichiarare
asseritamente “ora per allora”, a seguito dell’intervenuto annullamento con
rinvio dell’originaria sentenza di condanna in appello.
All’odierna udienza camerale, celebrata ai sensi dell’art. 127 c.p.p., si è
proceduto al controllo della regolarità degli avvisi di rito; all’esito, la parte
presente ha concluso come da epigrafe, e questa Corte Suprema, riunita in
camera di consiglio, ha deciso come da dispositivo in atti.

CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è infondato.

1. SEBASTIANO GURGONE, sottoposto alla misura cautelare della custodia in
carcere in ordine ai reati sopra indicati, ha riportato in ordine agli stessi
condanna all’esito del primo giudizio di appello; detta sentenza è stata
annullata dalla Corte di cassazione limitatamente al trattamento sanzionatorio
(con conseguente formazione della cosa giudicata relativamente
all’affermazione di responsabilità, ex art. 624, comma 1, c.p.p.); all’esito del
giudizio di rinvio, la sentenza di condanna di primo grado è stata nuovamente
confermata anche quanto alla determinazione del trattamento sanzionatorio.

di Caltanissetta aveva rigettato la declaratoria di inefficacia della predetta

1.1. In presenza di siffatta situazione processuale, la norma applicabile in
tema di termini di custodia cautelare non è quella indicata dal ricorrente, bensì
l’art. 303, comma 1, lett. D) e comma 4 c.p.p.
Va, in proposito, condiviso e ribadito il principio, già affermato da questa
Corte (Sez. II, sentenza n. 8846 del 12 febbraio 2014, CED Cass. n. 259068;
Sez. VI, sentenza n. 4971 del 15 gennaio 2009, CED Cass. n. 242915), per il
quale «Nell’ipotesi in cui il giudice di legittimità abbia disposto l’annullamento
con rinvio limitatamente alla determinazione della pena della sentenza di

sull’affermazione di responsabilità dell’imputato si sia formato il giudicato, con
la conseguenza che i termini di custodia cautelare cui deve farsi riferimento
sono, ai sensi dell’art. 303, comma primo, lett. d), cod. proc. pen., quelli
stabiliti per la durata massima delle misure cautelari dal quarto comma dello
stesso articolo e non invece quelli di fase rapportati alla pena in concreto
irrogata>>.

2.

Né poteva essere dedotto, in proposito, un vizio di motivazione,

trattandosi di questione di diritto correttamente risolto dal Tribunale del
riesame.
Invero, come più volte chiarito dalla giurisprudenza di questa Corte (Sez. II,
sentenze n. 3706 del 21. – 27 gennaio 2009, CED Cass. n. 242634, e n. 19696
del 20 – 25 maggio 2010, CED Cass. n. 247123), anche sotto la vigenza
dell’abrogato codice di rito (Sez. IV, sentenza n. 6243 del 7 marzo – 24 maggio
1988, CED Cass. n. 178442), il vizio di motivazione denunciabile nel giudizio di
legittimità è solo quello attinente alle questioni di fatto e non anche di diritto,
giacché ove queste ultime, anche se in maniera immotivata o
contraddittoriamente od illogicamente motivata, siano comunque esattamente
risolte, non può sussistere ragione alcuna di doglianza, mentre, viceversa, ove
tale soluzione non sia giuridicamente corretta, poco importa se e quali
argomenti la sorreggano.
E, d’altro canto, l’interesse all’impugnazione potrebbe nascere solo
dall’errata soluzione di una questione giuridica, non dall’eventuale erroneità
degli argomenti posti a fondamento giustificativo della soluzione comunque
corretta di una siffatta questione (Sez. IV, sentenza n. 4173 del 22 febbraio 13 aprile 1994, CED Cass. n. 197993).

Va, pertanto, ribadito il seguente principio di diritto:
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