Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 13923 del 20/02/2015


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 13923 Anno 2015
Presidente: PETTI CIRO
Relatore: LOMBARDO LUIGI GIOVANNI

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
PISTIS GIOVANNI N. IL 03/10/1985
PISTIS NICOLO’ N. IL 01/10/1989
avverso la sentenza n. 531/2012 CORTE APPELLO di CAGLIARI, del
17/04/2013
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 20/02/2015 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. LUIGI GIOVANNI LOMBARDO
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. (Idifu,j-Fx ,Weeaei
che ha concluso per 1j
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Udito, per la parte civile, l’Avv
Udit i difensor Avv. ~o–

Data Udienza: 20/02/2015

RITENUTO IN FATTO E IN DIRITTO
1. Pistis Giovanni e Pistis Nicolò ricorrono per cassazione – a mezzo
del loro difensore – avverso la sentenza della Corte di Appello di Cagliari
del 17.4.2013, che, in riforma della sentenza del locale Tribunale che li
aveva assolti dal delitto di appropriazione indebita loro ascritto (avente
ad oggetto un impianto di irrigazione), li ha dichiarati responsabili di tale

da liquidarsi in separata sede, in favore della parte civile costituita
Società cooperativa agricola “Natura e Sapori”.
2. Vengono proposti due motivi di ricorso.
2.1. Col primo motivo di ricorso, si deduce il vizio della motivazione
della sentenza impugnata con riferimento alla valutazione
dell’attendibilità del teste Porceddu Giuliano. Si deduce, in particolare,
che la Corte di Appello avrebbe errato nel ritenere attendibili le
dichiarazioni rese dal detto teste nel dibattimento, nonostante che esse
fossero del tutto contrastanti con quelle rese dal medesimo nel corso
delle indagini preliminari (come da relativi verbali allegati al ricorso),
laddove il teste non ebbe a fare alcun accenno al possesso da parte degli
imputati dell’impianto di irrigazione della cooperativa.
La censura non è fondata.
Invero, la Corte territoriale ha chiarito che il teste Porceddu non ha
reso al dibattimento alcuna dichiarazione contrastante con quanto da lui
stesso dichiarato nel corso delle indagini preliminari, avendo invece
semplicemente riferito episodi prima non riferiti, perché sugli stessi non
era stato interrogato. Non sussiste, pertanto, il preteso contrasto tra le
dichiarazioni rese nelle indagini preliminari e quelle dibattimentali e non
sussiste la ragione che, a dire dei ricorrenti, dovrebbe inficiare la
attendibilità delle dichiarazioni dibattimentali del teste. Senza considerare
che il merito della valutazione delle prove è insindacabile in sede di
legittimità, quando – come nel caso di specie – risulta che i giudici di
merito hanno esposto in modo ordinato e coerente le ragioni che
giustificano la loro decisione, sicché deve escludersi tanto la mancanza
quanto la manifesta illogicità della motivazione, vizio quest’ultimo che,
per essere deducibile nel giudizio di cassazione, deve essere «di

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reato agli effetti civili e li ha condannati al risarcimento del danno morale,

macroscopica evidenza», «percepibile “ictu ocu/i”» (cfr. Cass., sez. un., n.
24 del 24.11.1999 Rv 214794; Sez. un., n. 47289 del 24/09/2003 Rv.
226074), ciò che – nel caso di specie – deve senz’altro escludersi.
2.2. Col secondo motivo di ricorso, si deduce l’inosservanza e
l’erronea applicazione della legge, anche in relazione all’art. 6 della
C.E.D.U., avendo la Corte territoriale riformato totalmente in peius la

degli imputati (esclusa dal primo giudice) senza escutere nuovamente il
teste Porceddu, così come richiesto dalla giurisprudenza della Corte di
cassazione e dalla Corte E.D.U.
Anche questa censura è priva di fondamento.
Va premesso che, in tema di reformatio in peius da parte del giudice
di appello in assenza di nuovi elementi di prova, questa Corte ha
enunciato i seguenti principi di diritto:
1) «La sentenza di appello di riforma totale del giudizio assolutorio di
primo grado deve confutare specificamente, pena altrimenti il vizio di
motivazione, le ragioni poste dal primo giudice a sostegno della decisione
assolutoria, dimostrando puntualmente l’insostenibilità sul piano logico e
giuridico degli argomenti più rilevanti della sentenza di primo grado,
anche avuto riguardo ai contributi eventualmente offerti dalla difesa nel
giudizio di appello, e deve quindi corredarsi di una motivazione che,
sovrapponendosi pienamente a quella della decisione riformata, dia
ragione delle scelte operate e della maggiore considerazione accordata ad
elementi di prova diversi o diversamente valutati» (Cass., Sez. 6, n. 6221
del 20/04/2005 Rv. 233083; Sez. 5, n. 42033 del 17/10/2008 Rv.
242330);
2) «Il giudice di appello che riformi la decisione di condanna del
giudice di primo grado non può limitarsi ad inserire nella struttura
argomenta tiva della decisione impugnata, genericamente richiamata,
delle notazioni critiche di dissenso, essendo invece necessario che egli
riesamini, sia pure in sintesi, il materiale probatorio vagliato dal primo
giudice – considerando quello eventualmente sfuggito alla sua
valutazione e quello ulteriormente acquisito – per dare, riguardo alle parti
della prima sentenza non condivise, una nuova e compiuta struttura

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sentenza di primo grado, pervenendo all’affermazione di responsabilità

motivazionale che dia ragione delle difformi conclusioni» (Cass., Sez. 6,
n. 1253 del 28/11/2013 Rv. 258005).
Si tratta di principi di diritto che il Collegio condivide e che ritiene di
ribadire in questa sede, che si pongono, peraltro, in perfetta assonanza
con la più recente giurisprudenza della Corte E.D.U.
E infatti, i più recenti orientamenti della Corte E.D.U. (si richiama, a

particolare i paragrafi 32 e 33, con l’affermazione del principio secondo
cui, quando la decisione di prima condanna in grado di appello si fonda
sul diverso apprezzamento di una prova orale determinante per la
decisione, tale prova deve “in linea di massima” essere prima riassunta
davanti al giudice di appello) inducono (con un’efficacia da valutarsi
anche alla luce della sentenza della Corte Costituzionale n. 113/2001
sull’art. 630 cod. proc. pen.) a ritenere la prima condanna in appello – a
materiale probatorio invariato – come decisione legittima, quindi possibile
e fisiologica, purché caratterizzata da indefettibile rigore ed attenzione
nell’adempimento degli obblighi e nell’osservanza delle regole anche «di
sistema» del processo.
Quanto detto vuol dire che la motivazione della sentenza di primo
grado, relativa alla valutazione delle prove da parte del primo giudice,
deve costituire il punto di partenza dal quale deve prendere le mosse il
giudice di appello; essa è un complesso argomentativo dal quale il giudice
del gravame non può prescindere e che – inevitabilmente – ne limita la
discrezionalità rispetto al giudice di prime cure: il giudice di appello può
ribaltare la decisione assolutoria di primo grado e pervenire ad una
ricostruzione alternativa dei fatti solo dimostrando la insostenibilità, sul
piano logico e giuridico, degli argomenti posti a base della pronunzia del
primo giudice.
In altri termini, in assenza di nuovi elementi di prova (sia che si tratti
di elementi probatori acquisiti solo nel giudizio di gravame; sia che si
tratti di elementi probatori già acquisiti nel giudizio di primo grado, ma
non considerati dal primo giudice), il giudice di appello può procedere
legittimamente ad una reformatio in peius della pronuncia di primo grado
solo provvedendo ad una motivazione “rafforzata” della sua sentenza,

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tal fine, la sentenza 5 luglio 2011, relativa al caso Dan c. Moldavia, in

che dia conto degli argomenti esposti dal primo giudice, li sottoponga a
critica e spieghi le ragioni per le quali essi non sono logicamente o
giuridicamente sostenibili ovvero devono ritenersi sub-valenti rispetto a
quelli che egli ritiene preferibili sulla base del senso comune o della
comune esperienza.
Peraltro, nel riformare la pronuncia assolutoria di primo grado, il

dibattimentale quando valuta diversamente prove documentali (ossia non
dichiarative) (così, Cass., Sez. 2, n. 29452 del 17/05/2013 Rv. 256467,
in tema di conversazioni telefoniche oggetto di intercettazione) o quando
prende in considerazione prove non considerate o erroneamente ritenute
inutilizzabili dal primo giudice o faccia ricorso alle prove testimoniali solo
ai fini di un rafforzato riscontro a dati oggettivi (Cass., Sez. 2, n. 32368
del 17/07/2013 Rv. 255984) – è tenuto, in forza dell’art. 6 par. 1
C.E.D.U. (come interpretato dalla Corte E.D.U., con la sentenza del 5
luglio 2011, nel caso Dan c. Moldavia), a disporre la rinnovazione
dell’istruttoria dibattimentale e a sentire nuovamente il testimone nel
contraddittorio delle parti, quando condanni l’imputato solo sulla base di
un diverso apprezzamento di attendibilità di una prova orale che risulti
decisiva (Cass., Sez. 2, n. 45971 del 15/10/2013 Rv. 257502; Sez. 5, n.
47106 del 25/09/2013 Rv. 257585).
Orbene, posti tali principi di diritto, è agevole osservare che – nel
caso di specie – la Corte di Appello ha assolto il suo dovere
motivazionale, come dianzi enucleato.
La Corte territoriale ha puntualmente preso in esame le
argomentazioni poste dal primo giudice a fondamento della pronuncia
assolutoria e le ha sottoposte a critica, spiegando le ragioni per le quali
esse devono ritenersi non logicamente sostenibili e, comunque, in
contrasto col senso comune e con la comune esperienza.
Né, nel caso di specie, ricorrevano le condizioni per rendere
necessario il riesame del teste Porceddu. Infatti, nel quadro della
ricostruzione del fatto compiuta dai giudici del gravame, le dichiarazioni
rese dal teste Porceddu non assumono la valenza di prova “decisiva”,
sulla quale è stata fondata la reformatio della sentenza di primo grado.

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giudice di appello – se può fare a meno di rinnovare l’istruzione

Invero, l’affermazione di responsabilità degli imputati è stata fondata,
dai giudici di appello, su altri elementi di prova (ritenuti convergenti) non
debitamente valutati dal primo giudice: le dichiarazioni dei testi
Auriemma e Albis, le fatture di acquisto dell’impianto di irrigazione, il
verbale del consiglio di amministrazione del 7.1.2008, la raccomandata
del 10.1.2008, la tardiva lettera di risposta di Pistis Giovani del 6.2.2008

alcun cenno a precedenti contestazioni circa la richiesta di restituzione
dell’impianto di irrigazione avanzata dalla cooperativa).
In altri termini, la dichiarazione del teste Porceddu non assume la
valenza di prova decisiva nel quadro della affermata responsabilità degli
imputati, dimodoché deve escludersi che fosse necessario – ai fini della
reformatio in peius

risentire il teste nel giudizio di gravame.

4. Il ricorso deve pertanto essere rigettato.
Ai sensi dell’articolo 616 cod. proc. pen., con il provvedimento che
rigetta il ricorso, la parte privata che lo ha proposto va condannata al
pagamento delle spese del procedimento.
P. Q. M.
La Corte Suprema di Cassazione
rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Seconda Sezione
Penale, addì 20 febbraio 2015.

(con particolare riferimento al fatto che, in tale lettera, lo stesso non fece

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