Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 13919 del 07/01/2015

Penale Sent. Sez. 2 Num. 13919 Anno 2015
Presidente: PETTI CIRO
Relatore: BELTRANI SERGIO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
A.A.
avverso la sentenza n. 6961/2013 CORTE APPELLO di BOLOGNA,
del 22/05/2014
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 07/01/2015 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. SERGIO BELTRANI
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. kte»: LA400 filk.
che ha concluso per

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Data Udienza: 07/01/2015

RITENUTO IN FATTO
Con la sentenza indicata in epigrafe, la Corte di appello di Bologna ha
confermato la sentenza emessa in data 2.2.2010 dal Tribunale di Modena, che
aveva dichiarato l’imputato A.A., in atti generalizzato,
colpevole di tre truffe commesse tra il 2 marzo ed il 6 aprile 2007 in danno di
distinte pp.00. con modalità analoghe (ovvero ponendo in vendita attraverso un
sito Internet, merce di cui non aveva la disponibilità, ed incamerando

Contro tale provvedimento, l’imputato (con l’ausilio di un difensore iscritto
nell’apposito albo speciale) ha proposto ricorso per cassazione, deducendo i
seguenti motivi, enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione,
come disposto dall’art. 173, comma 1, disp. att. c.p.p.:
I – «ingiustizia della sentenza» ed erronea e/o falsa applicazione
dell’art. 640 c.p., in difetto di raggiri o artifici (lamenta che non si sia
considerato che le pp.00. erano al corrente del fatto che l’imputato non avesse
disponibilità della merce venduta, e comunque che vi era un termine di trenta
giorni per la materiale consegna);
H/M – carenza, contraddittorietà e/o manifesta illogicità della motivazione
(il ricorrente reitera le doglianze di cui al motivo che precede, specificando che
dall’art. 16 delle concordate condizioni di contratto risultava evidente che il
venditore avrebbe acquistato il bene oggetto di compravendita presso un
fornitore cinese solo al momento dell’ordine dell’acquirente: del tutto
insussistenti sarebbero, quindi, i necessari raggiri e/o artifici);
IV – illegittimità dell’ordinanza di rigetto dell’eccezione di decadenza dal
diritto di presentare querela per errata applicazione di norme di legge (lamenta
in proposito la tardività della querela della p.o. BASILE);
V – illegittimità dell’ordinanza di rigetto dell’istanza di integrazione
probatoria avente ad oggetto la testimonianza del teste AZZARA;
VI – rigetto dell’istanza di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale e vizio
di motivazione (lamenta in proposito il mancato esame delle risultanze del
server e del sito Internet a suo tempo sequestrati).
All’odierna udienza pubblica, è stata verificata la regolarità degli avvisi di
rito; all’esito, la parte presente ha concluso come da epigrafe, e questa Corte

indebitamente le somme corrispostegli come contropartita).

Suprema, riunita in camera di consiglio, ha deciso come da dispositivo in atti,
pubblicato mediante lettura in pubblica udienza.

CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è inammissibile perché assolutamente privo di specificità in tutte le
sue articolazioni (reiterando, più o meno pedissequamente, censure già dedotte
in appello e già non accolte: Sez. IV, sentenza n. 15497 del 22 febbraio – 24
aprile 2002, CED Cass. n. 221693; Sez. VI, sentenza n. 34521 del 27 giugno –

manifestamente infondato, a fronte dei rilievi con i quali la Corte di appello con argomentazioni giuridicamente corrette, nonché esaurienti, logiche e non
contraddittorie, e, pertanto, esenti da vizi rilevabili in questa sede – ha
motivato:
– le affermazioni di responsabilità (motivi I, II e III) evidenziando che, pur
potendo ritenersi pacifico che l’imputato non avesse disponibilità delle

res

vendute e che ciò doveva ritenersi noto agli acquirenti, nondimeno emergeva
altrettanto pacificamente ex actis che egli non avesse neanche provato ad
effettuare gli ordinativi, non avendo avuto alcun contatto con i grossisti cinesi,
ad evidente riprova della propria iniziale malafede e del disegno truffaldino
concepito in danno degli sprovveduti acquirenti; la stessa cosa – sottolinea la
Corte di appello – era accaduta in numerosi ulteriori casi, a conferma del fatto
che la mancata acquisizione della disponibilità di quanto venduto alle odierne
pp.00. non era dipesa da singoli inadempimenti, dovuti ad eventi accidentali (il
cui sopravvenire non è stato peraltro neanche documentato) ma costituiva
ennesima tappa di un più ampio disegno: «del resto, se gli ordinativi al
produttore o grossista fossero stati effettuati (come dice la difesa), almeno in
alcuni casi le merci sarebbero dovute pervenire. Ed infine, se il prevenuto
avesse effettuato gli ordinativi ed avesse poi trovato degli impedimenti
oggettivi esterni, non avrebbe avuto difficoltà ad enunciarli specificamente ai
clienti che lo tempestavano di richieste e ottennero risposte elusive o
meramente temporeggianti o nulle» (f. 2 s.);
– la valutazione di tempestività della contestata querela (IV motivo)
evidenziando che il relativo termine non decorre dalla data del pagamento ma
dal momento in cui fu acquisita la certezza del patito raggiro, e rispetto alla
quale la querela in atti risulta tempestiva (f. 3);
– la ritenuta superfluità dell’esame testimoniale dell’AZZERA (V motivo)
osservando che «il pagamento effettuato da AZZARA per conto del TOSI è
stato asseverato dal teste stesso e nulla consente di dare spazio alla
meramente ipotetica deduzione della difesa» (f. 3);

2

8 agosto 2013, CED Cass. n. 256133), del tutto assertivo e, comunque,

– la ritenuta superfluità degli ulteriori accertamenti richiesti (VI motivo)
osservando che essi riguardavano dati del tutto ipotetici, che peraltro la stessa
difesa – pur avendone ampia facoltà – non aveva chiesto di chiarire al teste
FERRARI della Polizia postale; né risultava documentato che almeno in qualche
caso la merce fosse stata ordinata, fosse pervenuta e fosse stata consegnata
agli ignari acquirenti (f. 3).

Con tali argomentazioni il ricorrente in concreto non si confronta

di appello e riproporre la propria diversa “lettura” delle risultanze probatorie
acquisite, fondata su mere ed indimostrate congetture, senza documentare nei
modi di rito eventuali travisamenti.

Non può porsi in questa sede la questione della declaratoria della
prescrizione eventualmente maturata dopo la sentenza d’appello, in
considerazione della totale inammissibilità del ricorso. La giurisprudenza di
questa Corte ha, infatti, più volte chiarito che l’inammissibilità del ricorso per
cassazione «non consente il formarsi di un valido rapporto di impugnazione e
preclude, pertanto, la possibilità di rilevare e dichiarare le cause di non
punibilità a norma dell’art. 129 c.p.p.>> (Cass. pen., Sez. un., sentenza n. 32
del 22 novembre 2000, CED Cass. n. 217266: nella specie, l’inammissibilità del
ricorso era dovuta alla manifesta infondatezza dei motivi, e la prescrizione del
reato era maturata successivamente alla data della sentenza impugnata con il
ricorso; conformi, Sez. un., sentenza n. 23428 del 2 marzo 2005, CED Cass. n.
231164, e Sez. un., sentenza n. 19601 del 28 febbraio 2008, CED Cass. n.
239400).

La declaratoria di inammissibilità totale del ricorso comporta, ai sensi
dell’art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese
processuali, nonché – apparendo evidente che egli ha proposto il ricorso
determinando la causa di inammissibilità per colpa (Corte cost., 13 giugno 2000
n. 186) e tenuto conto della rilevante entità di detta colpa – della somma di
Euro mille in favore della Cassa delle Ammende a titolo di sanzione pecuniaria.

3

adeguatamente, limitandosi a reiterare le doglianze già sconfessate dalla Corte

P.Q.M.
dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali ed al versamento della somma di euro mille alla Cassa delle
ammende.
Così deciso in Roma, udienza pubblica 7 gennaio 2015

Il Comp nente estensore

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