Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 13895 del 14/01/2015


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 13895 Anno 2015
Presidente: DUBOLINO PIETRO
Relatore: LAPALORCIA GRAZIA

Data Udienza: 14/01/2015

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
MARTINI GIUSEPPE N. IL 25/03/1942
D’ULIVO GUIDO N. IL 01/01/1956
RUSSO ANGELO N. IL 14/11/1963
SCORDATO GIOVANNI N. IL 16/12/1946
avverso la sentenza n. 196/2011 CORTE APPELLO di FIRENZE, del
20/06/2013
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 14/01/2015 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. GRAZIA LAPALORCIA
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Udito il Procuratore Generale in prsonaott. U. E
che ha concluso per
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Udito, per la parte civile, l’Avv
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RITENUTO IN FATTO

1. La Corte d’Appello di Firenze, con sentenza del 20-6-2013, in parziale riforma di quella
12-5-2010 del Tribunale di Pisa (in quanto era dichiarata la prescrizione del reato
associativo e rideterminata in conseguenza la pena nei confronti di D’Ulivo e Martini,
previa concessione di attenuanti generiche al primo), riconosceva la responsabilità di
Guido D’ULIVO e Giuseppe MARTINI per i capi G, H ed I dell’imputazione, di Giovanni

2. I capi d’accusa hanno ad oggetto la bancarotta patrimoniale e documentale relativa a
tre diversi fallimenti, rispettivamente delle società BAMA, Valdelsa Carta e New Gimab,
ascritta a D’Ulivo e Martini quali amministratori di fatto di tutte e tre, a Scordato quale
amministratore di diritto della BAMA e della New Ginnab per pochi mesi, a Russo in
veste di concorrente esterno (poi ritenuto amministratore di fatto) nel reato inerente a
quest’ultima società.
3. La prospettazione accusatoria è nel senso che D’Ulivo e il suo braccio destro Martini
acquistavano le società per poi, attraverso acquisti di merce non pagata, privarle
dell’attivo facendo nel contempo sparire la contabilità.
4.

Martini ha proposto ricorso personale articolato in due motivi.

5. Con il primo deduce violazione della norma processuale di cui all’art. 513, comma 1,
cod. proc. pen. per essere state utilizzate le dichiarazioni accusatorie nei suoi confronti
rese dal D’Ulivo in fase di indagini preliminari, acquisite al dibattimento senza il suo
consenso. Il ricorrente contesta infatti l’interpretazione della corte fiorentina secondo la
quale sarebbe sufficiente il consenso implicito desunto nella specie dalla mancata
opposizione all’acquisizione di tali dichiarazioni. Osserva che tale interpretazione è
avallata da un’unica pronuncia di questa sezione (47014/2011) che richiama l’indirizzo
giurisprudenziale di questa corte relativo al diverso caso dell’utilizzo di prove acquisite
da giudice diverso da quello che poi emette la decisione, ma ritiene tale parallelismo
ingiustificato a fronte della previsione nell’art. 513 citato dell’utilizzabilità contra alios di
prove non assunte in dibattimento, solo in presenza del consenso degli interessati, che
è concetto diverso da quello della mancata opposizione, utilizzato dal legislatore in
altre circostanze (codice della strada, sostituzione della pena con il lavoro di pubblica
utilità).
6. Mentre la necessità che il consenso sia espresso sarebbe confermata, secondo il
ricorrente, dal rilievo che l’art. 493, comma 3, cod. proc. pen., esige a propria volta un
accordo esplicito tra le parti ai fini dell’acquisizione al fascicolo del dibattimento di atti
di indagine contenuti nel fascicolo del PM.
7. Il secondo motivo lamenta vizio di motivazione e travisamento di tutte le altre prove in
quanto interpretate in funzione delle dichiarazioni inutilizzabili del D’Ulivo, mentre,
senza queste ultime, esse, sotto il profilo del ruolo di amministratore di fatto del
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SCORDATO per i capi G ed I, di Angelo RUSSO per il capo I.

Martini, danno conto al più di impressioni dei testi (che hanno usato espressioni come
‘professionista’ piuttosto che amministratore, e ‘che stava con D’Ulivo’ piuttosto che
‘coinvolto in tutto’) dovute alle funzione del ricorrente di ragioniere del D’Ulivo, mentre
altri testi non hanno nominato affatto l’imputato mostrando di non conoscerlo. Senza
contare la mancata prova del conseguimento da parte del Martini di un guadagno dalla
pretesa attività di partecipazione alla bancarotta delle tre società.
8. Con ricorso proposto tramite il difensore D’Ulivo articola due doglianze sul trattamento

9. La prima di manifesta illogicità della motivazione in ordine alla mancata riduzione della
pena nel massimo per effetto della concessione delle generiche avendo la corte
territoriale da un lato dato atto della piena confessione da parte dell’imputato, dall’altro
negato la massima estensione alle generiche per la gravità e pluralità dei fatti
commessi e per il ruolo preminente in essi svolto.
10. La seconda di vizio di motivazione in punto di determinazione della pena base e di
aumento per la continuazione essendo rimaste invariate, a parte la riduzione inferiore
ad un terzo della pena base per la concessione delle generiche, tali componenti della
pena senza un’adeguata motivazione.
11. Scordato ricorre tramite il difensore in base a quattro motivi.
12.11 primo ricalca quello del Martini relativo all’inutilizzabilità delle dichiarazioni
accusatorie del D’Ulivo.
13.11 secondo deduce vizio di motivazione in relazione all’art. 27, comma 1, Cost. per
mancanza di prova, oltre ogni ragionevole dubbio, che le condotte dell’imputato, nei
periodi in cui era stato amministratore di BAMA e di New Gimab, fossero state sorrette
dalla rappresentazione e volizione di porre in essere fatti distrattivi, soprattutto alla
stregua di recente giurisprudenza di questa corte (47502/2012), relativa a soggetti che
hanno ricoperto cariche amministrative in periodi risalenti rispetto alla dichiarazione di
fallimento, secondo la quale, oltre all’elemento soggettivo, occorre il nesso causale tra
la distrazione ed il fallimento.
14.Terzo motivo: lo stesso vizio è dedotto in relazione alla qualifica di prestanome
attribuita al prevenuto nella sentenza impugnata mentre quella di primo grado aveva
dato atto del compimento da parte sua di atti societari conformi alle funzioni di
amministratore.
15. Quarto: si lamenta la mancata concessione dell’attenuante di cui all’art. 219, ult.
comma, legge fall. nonostante il carattere minimale della condotte poste in essere.
16. Russo con ricorso personale articola due motivi.
17. Con il primo deduce vizio di motivazione sotto il profilo del riconoscimento della sua
qualifica di amministratore di fatto della New Gimab a fronte soltanto dell’inoltro da
parte sua di alcuni ordinativi di merce, poi non pagati, per conto della società, come
riferito dal teste Biagiotti. Il che non bastava a conferirgli poteri gestori, del resto non

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sanzionatorio.

indicati dai giudici di merito, anche se il teste aveva aggiunto che Russo si era
qualificato come titolare della società, ciò non essendo idoneo ad attribuire ad un
soggetto poteri che non possiede né ha mai esercitato.
18. Inoltre la sentenza non aveva tenuto conto che il D’Ulivo, il quale aveva ricostruito i
ruoli e le responsabilità di tutti gli imputati, non aveva fatto alcun riferimento al Russo
nel delineare la vicenda della New Gimab, mentre dalle dichiarazioni del m.11o
Maltomini, la cui deposizione era stata richiamata in sentenza perché, secondo le

titolari della società, in realtà ciò non risultava. Quanto alla bancarotta fraudolenta
documentale, le sentenze non avevano precisato a quale titolo egli sarebbe stato
ritenuto responsabile.
19. Secondo motivo: erronea determinazione della pena o mancata motivazione al riguardo
per essere la pena non congrua rispetto ai parametri di cui all’art. 133 cod. pen.
dovendo del grave danno cagionato e della bancarotta documentale rispondere altri
soggetti.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Va preliminarmente dato atto che l’eccezione della difesa D’Ulivo di omessa notifica
dell’avviso di fissazione dell’odierna udienza al codifensore avv. P. N. Elmi, è tardiva in
quanto proposta soltanto in sede di conclusioni.
2. Occorre poi premettere che il reato di cui al capo I), ascritto a tutti gli imputati, risulta
estinto per decorso del termine massimo di prescrizione, tenuto conto della sospensione
del relativo termine nel giudizio di primo grado per giorni ventitre (dal 27-1-2010 al 192-2010), alla data del 3-2-2014, dunque successivamente alla pronuncia della sentenza
di secondo grado.
3. I ricorsi non sono inammissibili né tuttavia ricorrono peraltro i presupposti per una
pronuncia assolutoria ex art. 129 cod. proc. pen., comma 2, perché, tenuto conto di
quanto emerge dalla motivazione delle due sentenze, non risulta comunque
l’insussistenza del reato, neppure sotto il profilo della possibilità di prevalenza sulla
prescrizione di formule assolutorie basate sull’assenza o contraddittorietà della prova
(Cass. Sez. U, 35490/2009 Tettamanti).
4. Il primo motivo del ricorso Martini e il primo motivo del ricorso Scordato vertono
sull’identica questione giuridica dell’utilizzabilità nei confronti dei coimputati delle
dichiarazioni rese in fase di indagini preliminari dagli imputati non comparsi in
dibattimento (art. 513 cod. proc. pen.).
5. Premesso che nella specie la corte territoriale ha ritenuto che il consenso dei predetti
Martini e Scordato all’utilizzo, non prestato in modo espresso, fosse implicito nella
mancata opposizione, da parte dei loro difensori, all’acquisizione e alla lettura delle
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indagini da lui svolte, anche ad altri fornitori Russo si era qualificato come uno dei

dichiarazioni rese dal D’Ulivo prima del dibattimento, si ritiene di condividere e far
proprio l’indirizzo giurisprudenziale, cui si è ispirato il giudice fiorentino, secondo il
quale, poiché la norma in questione non prevede che il consenso debba manifestarsi in
modo espresso e formale, nulla impedisce di desumerlo, per implicito, dal fatto che la
disposta acquisizione non abbia formato oggetto di opposizione da parte della difesa
(Cass. 47014/2011).
6. Se è vero, infatti, che il giudice non può utilizzare, ai fini della deliberazione, prove

gli atti esclusi dalle letture vietate in virtù della clausola derogatrice ex art. 514 stesso
codice (‘Fuori dei casi previsti dagli artt. …513′), rientrano nel novero delle prove
legittimamente acquisite.
7. Nella specie la lettura e l’utilizzazione delle dichiarazioni del D’Ulivo, rimasto contumace
in dibattimento, erano consentite nei confronti del predetto, con conseguente legittimità
della relativa acquisizione, e, provenendo la relativa produzione dal PM -parte costituita
in contrapposizione, per l’intrinseca funzione di accusa pubblica, a tutti gli imputati-, era
prevedibile che essa fosse finalizzata all’utilizzo dell’atto anche nei confronti dei
coimputati.
8. Ne discende che la mancata opposizione a tale utilizzo, sia al momento dell’acquisizione
che all’esito dell’istruttoria dibattimentale segnata dalla lettura degli atti utilizzabili per
la decisione, non può che integrare consenso di fatto, per quanto formalmente
inespresso, alla lettura e all’utilizzo anche contra alios di quelle dichiarazioni.
9. La situazione descritta è del tutto disomogenea rispetto a quella prevista dall’art. 493,
comma 3, cod. proc. pen. (accordo tra le parti ai fini dell’acquisizione al fascicolo del
dibattimento di atti di indagine contenuti nel fascicolo del PM), evocata dai ricorrenti per
sostenere la necessità di un consenso espresso, in quanto, in tale ultimo caso,
l’iniziativa, comune alle parti (le parti possono concordare l’acquisizione’), non può che
essere manifesta, mentre l’art. 513 stesso codice prevede la ‘richiesta di parte’ cui ben
può accompagnarsi la mancata opposizione delle parti contrapposte.
10. Né è ingiustificato il richiamo, su cui fa leva l’indirizzo giurisprudenziale qui condiviso,
all’utilizzo di prove acquisite da giudice diverso da quello che emette la decisione,
consentito, per giurisprudenza ormai consolidata (Cass. 5581/2013, 18308/2011,
35975/2008, 34723/2008), in caso di mancata opposizione delle parti. In questa
ipotesi, infatti, tale atteggiamento di acquiescenza è ritenuto idoneo, in linea con il
ruolo attivo attribuito alle parti nel vigente procedimento penale, a vincere perfino la
sanzione di nullità assoluta che colpisce la violazione del principio dell’immutabilità del
giudice scolpito nell’art. 525, comma 2, prima parte, cod. proc. pen..
11. La valenza del secondo motivo del ricorso Martini, relativo a vizio di motivazione e
travisamento di tutte le altre prove in quanto interpretate in funzione delle dichiarazioni
asseritamente inutilizzabili del D’Ulivo, risulta depotenziata dalla contraria soluzione
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diverse da quelle legittimamente acquisite nel dibattimento (art. 526 cod. proc. pen.),

sopra condivisa, in quanto le qualifiche ed i ruoli attribuiti al Martini dai testi, peraltro
significativi della sua vicinanza e stretta collaborazione con il D’Ulivo, vanno letti ed
interpretati alla luce, per l’appunto, degli asserti accusatori di quest’ultimo.
12.11 secondo motivo del ricorso Scordato risulta di scarsa consistenza laddove ravvisa
vizio di motivazione in ordine alla rappresentazione e volizione dell’imputato di porre in
essere fatti distrattivi nei periodi in cui era stato amministratore di BAMA e di New
Gimab.

mera qualità di prestanome del ricorrente, risulta inappropriato il richiamo effettuato in
questa sede all’indirizzo giurisprudenziale (47502/2012, Corvetta) relativo al caso di
soggetti che abbiano ricoperto cariche amministrative in periodi risalenti rispetto alla
dichiarazione di fallimento, ipotesi del tutto estranea alla fattispecie in esame avendo
Scordato ricoperto la carica di amministratore di Bama fino ad un anno prima del
fallimento e di New Gimab fino alla dichiarazione del relativo fallimento. Senza contare
che tale giurisprudenza ha considerato non provata la sussistenza dell’elemento
psicologico del reato non solo in virtù di tale risalenza nel tempo, ma anche del fatto
che, nel caso allora esaminato, la società, dopo la consumazione delle condotte
distrattive e prima della dichiarazione di fallimento, era stata sottoposta ad
amministrazione giudiziaria, con ciò determinandosi un ulteriore iato tra quelle condotte
e il fallimento, fattispecie anch’essa del tutto diversa dalla presente.
14. La sentenza impugnata non ha comunque mancato di osservare, a parte il ruolo di
garanzia comunque rivestito dallo Scordato, che il D’Ulivo lo aveva indicato come
dolosamente coinvolto nella commissione dei reati avendo assunto la carica formale allo
scopo, dietro retribuzione (per Bama trenta milioni di lire, per New Gimab la stessa
somma sotto forma di merce), di rendere possibile la spoliazione delle società ad opera
dei complici.
15. La questione della ricorrenza del nesso causale, proposta nell’ambito dello stesso
motivo, è invece inammissibile in virtù dell’effetto devolutivo delle impugnazioni,
giacché non sollevata nell’atto di appello.
16. Infondato è pure il terzo motivo del ricorso Scordato che fa leva sul presunto contrasto,
privo di conseguenze alla stregua di quanto sopra osservato, tra la sentenza di secondo
grado, che gli ha attribuito la qualifica di prestanome, e quella di primo grado che aveva
dato atto del compimento da parte sua di atti societari conformi alle funzioni di
amministratore (si tratta della transazione con il proprietario del capannone proposta da
Scordato, Martini e D’Ulivo, ricordata a pag. 4 della sentenza impugnata laddove
sintetizza quella di primo grado).
17. La doglianza, di cui al quarto motivo, relativa alla mancata concessione dell’attenuante
di cui all’art. 219, ult. comma, legge fall., è inammissibile in quanto, da un lato, dalla
non contestata sintesi dell’appello contenuta nella sentenza, non risulta proposta in

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13. Premesso che la questione era stata prospettata in appello sul diverso assunto della

quella sede -nella quale erano stato sollecitato il riconoscimento di attenuanti
generiche-, dall’altro è generica giacché ancorata soltanto al presunto carattere
nninimale della condotte poste in essere.
18. Parimenti infondato il gravame, ai soli effetti sanzionatori, interposto tramite il difensore
dal D’Ulivo.
19. Esente da manifesta illogicità è infatti la motivazione in ordine alla mancata riduzione
della pena nel massimo per effetto della concessione delle generiche, in quanto, come

confessione resa, ciò tuttavia non autorizzava la piena estensione della riduzione di
pena stanti la gravità e pluralità dei fatti commessi e il ruolo preminente in essi
ricoperto dell’imputato.
20. Né è fondata la censura di vizio di motivazione in punto di determinazione della pena
base e di aumento per la continuazione, la prima (pena base) ed il secondo (aumento

ex art. 81 cod. pen.) lasciati invariati dopo il riconoscimento, in secondo grado, delle
generiche

e

l’effettuazione

della

relativa

riduzione,

poiché

l’avverbio

‘conseguentemente’ con cui inizia in sentenza la parte relativa alla determinazione della
pena e il richiamo ai criteri di cui all’art. 133 cod. pen. sono chiaramente collegati alla
gravità e pluralità dei fatti commessi e al ruolo preminente in essi svolto, rilevati poco
prima.
21. La sentenza va pertanto annullata senza rinvio, nei confronti di Martini, Scordato e
D’Ulivo, limitatamente al capo I), estinto per prescrizione, mentre il trattamento
sanzionatorio, non rideterminabíle in questa sede, deve essere rimesso ad altra sezione
della corte di appello di Firenze.
22. I ricorsi dei predetti vanno per il resto rigettati agli effetti sia penali che civili.
23. Del ricorso proposto dal Russo, il quale risponde del solo capo I), va osservato che esso
non è manifestamente infondato almeno laddove, nel primo motivo, prospetta vizio di
motivazione quanto al riconoscimento della qualifica di amministratore di fatto della
New Gimab nonostante che, da un lato, la sua posizione fosse uscita indenne dalle
dichiarazioni accusatorie del D’Ulivo, dall’altro l’inoltro da parte sua di alcuni ordinativi
di merce, poi non pagati, riferito dal teste Biagiotti, potesse non essere sufficiente al
riconoscimento dell’esercizio di poteri gestori.
24. Tanto basta, stante l’intervenuta prescrizione di tale reato, per l’annullamento senza
rinvio della sentenza nei suoi confronti, non essendo applicabile l’art. 578 cod. proc.
pen. in quanto non destinatario della costituzione dell’unica parte civile, Fall. Valdelsa.

P. Q. W

Annulla la sentenza impugnata, senza rinvio, relativamente al reato di cui al capo I) perché
estinto per prescrizione e con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Firenze per la
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correttamente ritenuto in sentenza, mentre tale concessione era giustificata dalla

conseguente rideterminazione dell’aumento di pena inflitto a titolo di continuazione ai ricorrenti
Martini, D’Ulivo e Scordato.
Rigetta nel resto i ricorsi di detti ultimi ricorrenti.

Così deciso il 14-1-2015

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