Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 13889 del 18/11/2014


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 13889 Anno 2015
Presidente: DUBOLINO PIETRO
Relatore: DE BERARDINIS SILVANA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
STEFANUTTI ROLANDO N. IL 02/02/1949
avverso la sentenza n. 447/2011 CORTE APPELLO di TRIESTE, del
05/03/2013
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 18/11/2014 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. SILVANA DE BERARDINIS
Udito il Procuratore Generale in ersona del Dott.
che ha concluso per

cvleg

Udito, per la parte civile, l’Avv
Udit i difensor Avv.

Data Udienza: 18/11/2014

RITENUTO IN FATTO

Con sentenza in data 5.3.13 la Corte di Appello di Trieste confermava a carico di STEFANUTTI
Rolando la sentenza emessa dal GUP presso il Tribunale di Pordenone in data 13 gennaio
2011,con la quale l’imputato era stato dichiarato responsabile del reato di cui all’art.216,co.1
n. 2,223,co.1 L.F.in concorso con Barbiera Carlo,per avere nelle rispettive qualità di
amministratori unici della ASSICAT srl. dichiarata fallita con sentenza del Tribunale in data

28.10.2002,omettendo di tenere la contabilità nel periodo successivo,onde non rendere
possibile la ricostruzione della situazione patrimoniale dell’impresa.Lo Stefanutti era stato
amministratore unico dal 29.11.2002 al 27.10.2003;a lui era succeduto Santilli Mario-(poi
deceduto) fino alla data del fallimento-Lo Stefanutti si riteneva essere stato amministratore di
fatto dall’ottobre del 2002 sino al fallimentoPer tale reato era stata inflitta la pena di anni uno e mesi otto di reclusione,con pene
accessorie di legge.
Innanzi alla Corte territoriale la difesa aveva evidenziato l’erroneità del giudizio a carico
dell’imputato,rilevando che non vi era prova del ruolo svolto come amministratore “di fatto” e
che vi era stata attività distrattiva realizzata da altri(tanto che il GUP aveva trasmesso gli atti
al PM per la posizione del Barbiera,ex art.521 CPP) essendo stata trasferita l’azienda ,con
cessione dei singoli beni dalla MAXIMA Due s.r.l. (poi denominata ASSICAT s.r.I.) alla MAXIMA
Impianti s.r.I.)-

Avverso detta sentenza proponeva ricorso per cassazione il difensore,deducendo:
1-inosservanza o erronea applicazione della legge penaleA riguardo censurava la decisione,evidenziando che risultava depositata dall’imputato
documentazione comprensiva dell’atto di cessione di quote della società ASSICAT srl.(già
denominata Maxima srl.) dallo Stefanutti al Santilli Mario,e nell’atto risultava specificato che il
cessionario dichiarava di aver ricevuto in consegna dalle parti cedenti le scritture contabili e i
libri sociali.
Ad avviso della difesa la Corte aveva erroneamente ritenuto tale atto privo di rilevanza,avendo
tenuto conto delle dichiarazioni rese dal Santilli allorché ,nel corso della perquisizione affermò
innanzi alla Guardia di finanza che non aveva avuto il possesso della documentazione
contabile.In contrario la difesa rilevava che l’atto menzionato era una scrittura privata
autenticata,che costituisce prova fino a querela di falso del suo contenuto.
Rilevava altresì che non aveva incidenza la mancata sottoscrizione di tale atto,avendo il notaio
accertato l’identità delle parti.
2-mancanza,contraddittorietà ed illogicità della motivazione-

12.10.2005-sotratto o distrutto la documentazione contabile tenuta fino al

Censurava la decisioneillove si era attribuita all’imputato la qualifica di amministratore di
fatto,che avrebbe realizzato la bancarotta documentale allo scopo di occultare il trasferimento
del patrimonio della società fallita alla Maxima impianti s.r.l. costituita ad hoc nel 2000La Corte di Appello aveva attribuito il reato in riferimento sia alla attività di amministratore
unico,rivestita dall’imputato dal 29.11.2002 al 27.10.2003,che in riferimento al ruolo di
amministratore di fatto nel periodo successivo,e la difesa lamentava che sia il giudice di primo
grado che quello di appello avessero tenuto conto della circostanza che lo Stefanutti aveva
ricevuto la documentazione contabile dal precedente amministratore(Galante Giuseppe), non

Santilli(acquirente)In tale interpretazione la difesa rilevava la illogicità della motivazione,evidenziando che
all’imputato-pur essendo il predetto ritenuto estraneo alla condotta distrattiva, si attribuiva
quella di bancarotta documentalePeraltro la difesa evidenziava che la ditta fallita non era operativa dal 2002,sostenendo che il
mancato deposito del bilancio da parte dell’imputato fosse da attribuire a mera negligenzaIn tal senso il ricorrente rilevava la possibilità di riqualificare la condotta contestata ai sensi
dell’art.217 co.2 L.F.,evidenziando che per tale ipotesi era stata presentata istanza di
definizione del procedimento ai sensi dell’art.444 CPP
Diversamente veniva censurata la decisione della Corte che aveva escluso l’applicazione di tale
ipotesi di reato .(ritenendo correttamente valutata la fattispecie dal GUP,atteso che dalle
relazioni del curatore e da accertamenti eseguiti a cura della guardia di Finanza si era desunto
l’interesse dello Stefanutti a partecipare consapevolmente all’occultamento della
documentazione contabile che egli deteneva,in riferimento alle ingenti somme incassate a
seguito della cessione dell’azienda alla Maxima Due s.r.l.
–A riguardo la difesa riteneva contraddittorie le ragioni esposte dai giudici di
merito,osservando che all’imputato era stata attribuita una complicità nella attività distrattiva
in assenza di validi elementi di provaPer tali motivi concludeva chiedendo l’annullamento.

RILEVA IN DIRITTO

li ricorso appare meritevole di accoglimento. Con riguardo alla prima parte dell’addebitoz_nella qualesicontesta al ricorrente di aver sottratto o
—distrutto le scritture contabili, che si assumono (conseguentemente) essere state esistenti durante
il periodo il cui lo stesso ricorrente era stato amministratore dell’impresa fallita (dal 29 ottobre
2002 al 27 ottobre 2003), vale osservare che, a fronte della non contestata esistenza della
dichiarazione, da parte del defunto Santilli Mario, subentrato al ricorrente il 27 ottobre 2003 nella
carica dì amministratore unico, di aver ricevuto in consegna i libri e le scritture contabili, la corte
territoriale si è limitata, in sostanza, a rilevare che detta dichiarazione, ancorchè contenuta in un

ritenendo dimostrata,viceversa,la successiva consegna della documentazione al

atto notarile, non costituiva prova che la consegna fosse effettivamente avvenuta, non risultando
dall’atto medesimo che essa fosse stata effettuata alla presenza del notaio, ma risultando solo che
il notaio dava atto di quanto al riguardo dichiarato dalle parti. Il che è corretto, ma non può valere,
da solo, a ritenere comprovata la penale responsabilità dell’imputato, a sostegno della quale, in
applicazione della fondamentale e ineludibile regola secondo cui l’onere della prova spetta
all’accusa, non poteva ritenersi sufficiente la dimostrata possibilità che la dichiarazione in
questione non rispondesse al vero ma sarebbe stato necessario dimostrare, in positivo, “al di là di
ogni ragionevole dubbio”, la sua falsità, sulla base di altri e diversi elementi anche, eventualmente,
assente.
Con riguardo, poi, alla seconda parte dell’addebito, nella quale si contesta al ricorrente di avere,
nella qualità di amministratore di fatto dell’impresa fallita,a decorrere dal 27 ottobre 2003 e fino
alla data del fallimento, totalmente omesso la tenuta della contabilità, così da rendere impossibile
la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari, la motivazione offerta dalla corte
territoriale appare gravemente deficitaria tanto con riferimento alla ritenuta sussistenza della
suddetta qualità (non risultando indicata, al proposito, alcuna specifica risultanza probatoria atta
a dimostrare che nel periodo in questione l’impresa fosse stata ancora attiva e fosse stata, in tutto
o in parte, gestita dal ricorrente), quanto con riferimento alla sussistenza dell’elemento soggettivo
che, nel caso della totale omissione della tenuta della contabilità, deve consistere (per
differenziare l’ipotesi della bancarotta documentale fraudolenta da quella della bancarotta
documentale semplice, prevista dall’art. 217 L.F.), nella specifica finalità di recare pregiudizio ai
creditori (ved., in tal senso, fra le altre: Cass. V, 11 giugno – 6 agoisto 2009 n. 32173, Drago, RV
244494; Cass. V, 11 aprile — 27 giugno 2012 n. 25432, De Mitri ed altri, RV 252992); finalità, quella
anzidetta, che, nella specie, non può dirsi neppure dimostrata dal solo richiamo, contenuto
nell’impugnata sentenza, all’interesse che il ricorrente avrebbe avuto ad impedire la ricostruzione
del patrimonio e del movimento degli affari con riguardo “alla destinazione delle ingenti somme”
affluite all’impresa fallita dalla cessione dell’azienda alla Maxima Impianti s.r.I., come pure “alla
congruità del prezzo di cessione, all’effettività degli incassi, ad eventuali pagamenti preferenziali
revocabili, alla esistenza di crediti, ecc.”, atteso che un tale interesse può astrattamente sussistere,
di norma, pressoché in ogni caso di totale omissione di tenuta della contabilità e, d’altra parte, la
sua ritenuta sussistenza, nel caso di specie, appare scarsamente compatibile, sul piano logico, con
la mancata incriminazione (per quanto è dato sapere) del ricorrente anche per i reati di bancarotta
fraudolenta patrimoniale o preferenziale, quali ravvisabili anche a suo carico (postulandosi la sua
qualità di amministratore di fatto) se le ipotizzate condotte distrattive o comunque penalmente
rilevanti, al cui occultamento sarebbe stata finalizzata l’omessa tenuta della contabilità, fossero
state a lui addebitabili.
L’impugnata sentenza non può quindi che essere annullata con rinvio, per nuovo esame, ad altra
sezione della corte d’appello di Trieste la quale, in assoluta libertà di valutazione degli elementi
probatori acquisiti o che ritenesse di dover acquisire, dovrà, tuttavia, ove voglia confermare il
precedente giudizio, colmare le segnalate lacune motivazionali.
P. Q. M.

di carattere indiziario; dimostrazione, questa, che, nell’impugnata sentenza, risulta del tutto

Annulla la sentenza impugnata con rinvio, per nuovo esame, ad altra sezione della Corte d’appello
di Trieste.

Così deciso in Roma, il 18 novembre 2014.

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