Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 13879 del 24/02/2015


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 13879 Anno 2015
Presidente: ROMIS VINCENZO
Relatore: PICCIALLI PATRIZIA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
D’APICE VITO ANTONIO N. IL 29/06/1982
avverso l’ordinanza n. 88/2013 CORTE APPELLO di MILANO, del
10/07/2014
sentita la r zione fatta dal Consigliere Dott. PATRIZIA
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lette/sete le conclusioni del PG
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1A’1/<, OUP C,3 A-, C9'e- / Udit i difensor Avv./ ) Data Udienza: 24/02/2015 Ritenuto in fatto D'APICE Vito Antonio, tramite difensore, propone ricorso per cassazione avverso l'ordinanza della Corte di Appello di Milano con la quale è stata rigettata la sua istanza di riparazione per l'ingiusta detenzione subita nell'ambito di un procedimento in cui era stato contestato allo stesso il delitto di concorso in omicidio preterintenzionale, dal quale aver commesso il fatto. Il giudice della riparazione ha ritenuta che la condotta dell'istante avesse contribuito ex art. 314, comma 1, c.p.p ad ingenerare, sia pure in presenza di errore dell'autorità inquirente, la rappresentazione di una condotta illecita, dalla quale era scaturita, con rapporto di causa ad effetto, la detenzione ingiustamente sofferta. In particolare la colpa grave dell'istante è stata individuata nella condotta del D'Apice che aveva avuto uno scontro fisico con la vittima, colpendolo con una manata schiaffo, nello stesso contesto temporale in cui questi era deceduto; lo stesso si era poi repentinamente allontanato, senza raccontare agli inquirenti quanto accaduto ed in particolare senza indicare l'azione estremamente violenta posta in essere dal suo amico D'Ambrosio, che colpiva la vittima con due calci alla testa. Il ricorrente ha chiesto l'annullamento dell'ordinanza impugnata per violazione dell'art. 314 c.p.p e manifesta illogicità della motivazione sostenendo che il giudice della riparazione non aveva adeguatamente motivato in relazione alla sussistenza della colpa grave ostativa al riconoscimento del beneficio. E' stata depositata memoria di costituzione nell'interesse del Ministero dell'Economia e 1 delle Finanze, con la quale stato chiesto il rigetto del ricorso,- exxk 9, z )1/4AAJLax, - i hk, Considerato in diritto Il ricorso è infondato. Il giudice della riparazione ha fondato la colpa grave dell'istante sulla macroscopica imprudenza che ha caratterizzato la condotta del medesimo, quando nello stesso contesto in cui si verificava il decesso della vittima, immediatamente prima l'aveva colpita con una 2 era stato assolto dalla corte di assise di Monza ex art. 530 c.p.p.con la formula per non manata al viso, per poi allontanarsi repentinamente dal luogo dell'aggressione, senza attendere l'arrivo dei carabinieri. Altro profilo di colpa è stato fondato sulla condotta processuale dell'istante, che nel corso dell'interrogatorio di garanzia reso dinanzi al GIP,pur avendo assistito, prima di allontanarsi dal luogo del delitto, all'azione violenta posta in essere dal coimputato- il quale aveva colpito la vittima con un calcio al volto- aveva omesso di indicare tale Alla luce della ricostruzioni dei profili di colpa operata dal giudice della riparazione, non meritano accoglimento le deduzioni difensive secondo le quali la Corte territoriale non avrebbe indicato i fatti concreti e precisi sui quali aveva fondato la colpa grave dell'istante. In proposito appare opportuno ricordare i principi affermati da questa Corte in merito al contenuto ed ai limiti della indagine devoluta al giudice della riparazione sulla sussistenza di eventuali elementi ostativi all'affermazione del diritto dell'istante. Si è, innanzitutto, affermato che il giudice, nell'accertare la sussistenza o meno della condizione ostativa all'indennizzo, data dall'incidenza causale del dolo o della colpa grave dell'interessato nella produzione dell'evento costitutivo del diritto, deve valutare la condotta da questi tenuta sia anteriormente sia successivamente al momento restrittivo della libertà, pur puntualizzandosi che, in relazione ai comportamenti processuali, il relativo apprezzamento non può prescindere dalle cautele insite nel rispetto per le scelte di strategia difensiva che l'interessato abbia ritenuto di adottare. Si è pure sottolineato che agli effetti della valutazione circa la condotta sinergica dell'interessato come causa ostativa al riconoscimento del beneficio, deve intendersi colposa quella condotta che, pur tesa ad altri risultati, ponga in essere, per evidente, macroscopica negligenza, imprudenza o violazione di leggi o regolamenti, una situazione tale da costituire una non voluta, ma prevedibile ragione di intervento dell'autorità giudiziaria, che si sostanzi nell'adozione di un provvedimento restrittivo della libertà personale o nella mancata revoca di uno già emesso ( v. da ultimo, Sezioni unite, 28 novembre 2013, n. 51779, Nicosia) . Quanto agli elementi ed ai criteri di apprezzamento che devono assistere il giudice nel procedimento per la riparazione della ingiusta detenzione, si è in più occasioni messa in luce l'esigenza di distinguere nettamente l'operazione logica propria del giudice del processo penale, volta all'accertamento della sussistenza di un reato e della sua commissione da parte dell'imputato, da quella propria del giudice della riparazione, il 3 circostanza ed aveva rilasciato dichiarazioni reticenti e lacunose. quale, pur dovendo operare eventualmente sullo stesso materiale, deve seguire un iter logico motivazionale del tutto autonomo, perché è suo compito stabilire non se determinate condotte costituiscano o meno reato, ma se queste si sono poste come fattore condizionante, anche nel concorso dell'altrui errore, alla produzione dell'evento detenzione, ed in relazione a tale aspetto della decisione egli ha piena ed ampia libertà di valutare il materiale acquisito nel processo, non già per rivalutarlo, bensì al fine di controllare la ricorrenza o meno delle condizioni dell'azione, di natura civilistica, sia in esclusione del diritto alla riparazione. In particolare, è consentita al giudice della riparazione la rivalutazione dei fatti non nella loro valenza indiziaria o probante (smentita dall'assoluzione), ma in quanto idonei a determinare, in ragione di una macroscopica negligenza od imprudenza dell'imputato, l'adozione della misura, traendo in inganno il giudice ( v., tra le tante, Sezione IV, 10 giugno 2010, n. 34662, La Rosa). In questa prospettiva, nel caso di richiesta avanzata ai sensi dell'art. 314, comma 1, c.p.p., al fine di ritenere sussistenti le condizioni ostative costituite dal dolo o dalla colpa grave sinergica dell'istante, pertanto, il giudice ben può prendere in considerazione, anche in via esclusiva, gli elementi originariamente valutati in funzione dell'emissione della misura cautelare ( v. Sezione IV, 13 novembre 2013, Maltese, rv. 259081). Nel caso di specie, la Corte distrettuale si è attenuta a tali principi, avendo ritenuto, con motivazione adeguata e coerente sotto il profilo logico e nel rispetto della normativa di riferimento, che la condotta del D'Apice aveva sostanzialmente contribuito ad ingenerare, sia pur in presenza di errore dell'autorità inquirente, la rappresentazione di una condotta illecita dalla quale è scaturita, con rapporto di causa-effetto, la detenzione ingiustamente sofferta. Si palesano, altresì, infondate le doglianze del ricorrente laddove l'ordinanza impugnata ha ritenuto ostativa al riconoscimento dell'indennizzo anche il comportamento processuale del ricorrente, che nel corso dell'interrogatorio di garanzia ometteva di riferire l'azione estremamente violenta posta in essere dal suo amico nei confronti della vittima, limitandosi a rilasciare dichiarazioni reticenti e lacunose. Sul punto, è nota la giurisprudenza consolidata di questa Corte secondo la quale non può comunque fondarsi la "colpa" dell'interessato, idonea ad escludere il diritto all'equa riparazione, solo sul silenzio da questi serbato in sede di interrogatorio davanti al pubblico ministero ed al GIP, giacché la scelta defensionale di avvalersi della facoltà di 4 senso positivo che in senso negativo, compresa l'eventuale sussistenza di una causa di non rispondere non può valere ex se per fondare un giudizio positivo di sussistenza della colpa per il rispetto che è dovuto alle strategie difensive che abbia ritenuto di adottare chi è stato privato della libertà personale; e ciò anche qualora a tali strategie difensive possa attribuirsi, a posteriori, un contributo negativo di non chiarificazione del quadro probatorio legittimante la privazione della libertà ( v. Sez. IV, 9 dicembre 2008, n. 4159/09, Lafranceschina). opzioni attuative dello stesso, vi è comunque un onere di rappresentazione ed allegazione da parte dell'indagato, al fine di porre l'organo inquirente nelle condizioni di valutare quelle prospettazioni ed allegazioni, di comporle nell'unitario quadro investigativo e indiziario, e di rilevare, eventualmente, l'errore in cui si è incorsi nell'instaurazione dello stato detentivo. In una tale prospettiva, poiché a quel momento solo l'indagato è in grado di rappresentare utili e giustificativi elementi di valutazione, nell'ipotesi in cui questi ultimi siano in grado di fornire una logica spiegazione, al fine di eliminare il valore indiziante di elementi acquisiti nel corso delle indagini, non il silenzio o la reticenza, in quanto tali, rilevano ma il mancato esercizio di una facoltà difensiva, quanto meno sul piano dell'allegazione di fatti favorevoli, che se non può essere da solo posto a fondamento dell'esistenza della colpa grave, vale però a far ritenere l'esistenza di un comportamento omissivo causalmente efficiente nel permanere della misura cautelare, del quale può tenersi conto nella valutazione globale della condotta, in presenza di altri elementi di colpa (v., tra le altre, Sezione IV, 17 novembre 2011, Berdicchia, rv. 251928). Nel caso di specie il giudice della riparazione ha applicato correttamente i principi sopra indicati, laddove ha evidenziato il profilo di colpa grave dell'istante nella mancata indicazione di elementi di prova che potevano essere ritenuti a suo favore nel quadro di una ricostruzione alternativa della vicenda, segnalando in tal senso gli omessi chiarimenti in ordine alla condotta violenta posta in essere dall'amico D'Ambrosio, che aveva colpito al volto con un calcio la vittima. Va poi ricordato che in casi analoghi, in cui la detenzione è collegata a fattispecie criminose contestate in concorso, questa Corte ha in più occasioni affermato che integra gli estremi della colpa grave ostativa al riconoscimento del diritto, la condotta di chi, nei reati contestati in concorso, abbia tenuto, pur consapevole dell'attività criminale altrui, comportamenti percepibili sul piano logico come indicativi di una sua contiguità a quell'attività criminale ( v. Sezione IV, 25 novembre 2010, n. 45418, Carere, rv. 249237). 5 Accanto a ciò si è però pure sottolineato che, pur nel rispetto del diritto di difesa e delle In conclusione, il ricorso non merita accoglimento. Al rigetto del ricorso consegue ex art. 616 c.p.p la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali nonché al rimborso delle spese sostenute dal Ministero resistente in questo giudizio, liquidate come in dispositivo. P. Q. M . rimborsare al Ministero resistente le spese sostenute per il presente giudizio che liquida in complessivi euro 1.000,00. Così deciso nella camera di consiglio del 24 febbraio 2015 Il Consigliere estensore Il Pre idente Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali nonché a

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