Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 13867 del 12/11/2014


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 13867 Anno 2015
Presidente: ROMIS VINCENZO
Relatore: ESPOSITO LUCIA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
CAVALLOTTI GAETANO N. IL 26/08/1959
avverso l’ordinanza n. 25/2013 CORTE APPELLO di PALERMO, del
25/10/2013
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. LUCIA ESPOSITO;
lette/se0e le conclusioni del PG Dott. oit
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Uditi difeyfsor Avv.;

Data Udienza: 12/11/2014

Ritenuto in fatto

1.Con ordinanza in data 25/10/2013 la Corte di Appello di Palermo rigettava la
richiesta di riparazione proposta dal ricorrente per l’ingiusta detenzione sofferta in
carcere dal 10/11/1998 al 21/3/2001, data della sua scarcerazione a seguito di
sentenza assolutoria, osservando che costui aveva dato causa col suo
comportamento al provvedimento restrittivo. Il predetto era stato sottoposto a

2.La Corte ravvisava colpa grave nel comportamento tenuto dal richiedente
desumibile, in particolare, dalla nutrita corrispondenza intercorsa tra il predetto e il
boss Provenzano, contenente esplicito riferimento a un attivo interessamento del
capomafia latitante in favore delle imprese facenti capo al Cavallotti, ritenute
riconducibili a interessi diretti del boss latitante.
3.Avverso la richiamata ordinanza ha proposto ricorso per cassazione il Cavallotti, a
mezzo del difensore, deducendo erronea applicazione della legge penale in
relazione agli artt. 125, 314 c. 1, 191 c.p.p. e 43 c.p. Osservava che in nessun
passaggio dell’iter motivazionale è dato rintracciare elementi certi e non
congetturali, significativi di condotte specifiche ascrivibili al Cavallotti, idonee a
mettere in moto quel meccanismo di causa-effetto in relazione all’applicazione della
misura cautelare richiesto dal legislatore in relazione alla fattispecie associativa.
Non si comprende, pertanto, quale fosse il comportamento gravemente colposo del
ricorrente tale da aver svolto un ruolo sinergico rispetto alla misura afflittiva.
4.11 Procuratore Generale, con requisitoria scritta, ha concluso per l’annullamento
con rinvio dell’ordinanza. L’Avvocatura dello Stato ha depositato memoria difensiva /
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Considerato in diritto

1.Come è noto, in tema di riparazione per l’ingiusta detenzione, il giudice di merito,
per valutare se chi l’ha patita vi abbia dato o abbia concorso a darvi causa con dolo
o colpa grave, deve considerare, in modo autonomo e completo, tutti gli elementi
probatori disponibili, con particolare riferimento alla sussistenza di condotte che
rivelino eclatante o macroscopica negligenza, imprudenza o violazione di leggi o
regolamenti, fornendo del convincimento conseguito una motivazione che, se
adeguata e congrua, è incensurabile in sede di legittimità. Al riguardo, il giudice
deve fondare la sua deliberazione su fatti concreti e precisi, esaminando la condotta
tenuta dal richiedente sia prima che dopo la perdita della libertà personale, al fine
di stabilire, con valutazione ex ante – e secondo un iter logico motivazionale del
tutto autonomo rispetto a quello seguito nel processo di merito – non se tale
condotta integri estremi di reato ma solo se sia stata il presupposto che abbia
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processo penale per il reato di cui all’art. 416 bis c.p.

ingenerato, ancorché in presenza di errore dell’autorità procedente, la falsa
apparenza della sua configurabilità come illecito penale, dando luogo alla
detenzione con rapporto di “causa ad effetto” (Cass. Sez. U, Sentenza n. 34559 del
26/06/2002, dep. 15/10/2002, De Benedictis, Rv. 222263). Il giudice della
riparazione, cioè, ben può rivalutare, ai fini dell’accertamento del diritto alla
riparazione e non della penale responsabilità, i fatti accertati o non esclusi dai
giudici del merito (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 27397 del 10/06/2010,

che il piano valutativo del tutto diverso tra le condotte da considerare per la
sussistenza delle condizioni per la liquidazione dell’equo indennizzo e gli elementi
posti a base della decisione da parte del giudice della cognizione dimostra che tutti
gli elementi probatori devono essere rivalutati, in quanto, pur se ritenuti
insufficienti ai fini della dichiarazione di responsabilità, possono essere tali da
configurare il dolo o la colpa grave, soprattutto nel momento dell’emissione della
misura cautelare personale (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 10987 del 15/02/2007,
dep. 15/03/2007, Rv. 236508). Condotte rilevanti in tal senso possono essere di
tipo extraprocessuale (grave leggerezza o trascuratezza tale da avere determinato
l’adozione del provvedimento restrittivo) o di tipo processuale (autoincolpazione,
silenzio consapevole sull’esistenza di un alibi) che non siano state escluse dal
giudice della cognizione.
2. Ciò premesso, va disatteso il motivo d’impugnazione, giacché correttamente il
giudice del merito ha rilevato la sussistenza in capo al ricorrente della colpa grave
ostativa alla concessione dell’indennizzo, in conformità ai parametri
giurisprudenziali suindicati. La Corte, infatti, motiva esaurientemente sugli elementi
atti a impedire il riconoscimento dell’indennizzo. Rileva che i giudici del merito
avevano ritenuto provato il coinvolgimento della impresa del Cavallotti (e dei suoi
fratelli), mediante le raccomandazioni del t’bos ai referenti mafiosi ove la stessa
operava, nel sistema di controllo delle attività imprenditoriali organizzato e gestito
da Cosa Nostra. Osserva che, tuttavia, gli stessi giudici non erano pervenuti alla
condanna del predetto non per estraneità soggettiva, ma perché tali risultanze, pur
delineando l’inserimento nel sistema di relazioni illecite governate dalle regole
imposte dall’organizzazione mafiosa, non erano inidonee a dimostrare
l’appartenenza organica del predetto al sodalizio. L’esistenza dei rapporti economici
suddetti, inseriti nel sistema di illecite relazioni governate dalle regole imposte
dall’organizzazione, non può che presupporre il consenso del beneficiario delle
medesime, e, quindi, la sua colpa grave correlata alla disposta misura cautelare.

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dep. 14/07/2010, Rv. 247867). La giurisprudenza di legittimità, inoltre, ha chiarito

3.Per le ragioni indicate il ricorso va rigettato. Al rigetto del ricorso segue la
condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e alla rifusione delle
spese sostenute dal Ministero resistente, liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali,

per questo giudizio, che liquida in complessivi C 1.000,00.
Così deciso in Roma il
Il Consi liere estensore

AZ

/00 A 14

Il Prd idente

nonché a rimborsare al Ministero dell’Economia e delle Finanze le spese sostenute

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