Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 13847 del 17/03/2015


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Penale Sent. Sez. 6 Num. 13847 Anno 2015
Presidente: CONTI GIOVANNI
Relatore: DE AMICIS GAETANO

Data Udienza: 17/03/2015

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
BARTOLO DOMENICO N. IL 28/01/1964
avverso l’ordinanza n. 919/2014 TRIB. LIBERTA’ di REGGIO
CALABRIA, del 22/08/2014
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. GAETANO DE AMICIS;
-lette/sentite le conclusioni del PG Dott. pilo Lo c4 À/ E v• cc
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RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza emessa il 22 agosto 2014 il Tribunale del riesame di
Reggio Calabria ha confermato l’ordinanza in data 5 agosto 2014 del G.i.p.
presso il medesimo Tribunale, che aveva applicato a Bartolo Domenico la misura
cautelare degli arresti domiciliari in ordine al delitto di favoreggiamento
personale ex art. 378, comma 2, c.p., aggravato ai sensi dell’art. 7 della I. n.
203/1991, contestatogli in concorso con altri indagati nel capo

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H)

eludere le investigazioni ed a sottrarsi alle ricerche dell’autorità giudiziaria
effettuando la “bonifica” di un’autovettura in uso alla di lui moglie, Ilenia
Bellocco, in data 21 febbraio 2013.

2. Avverso la su indicata ordinanza ha proposto ricorso per cassazione il
difensore del Bartolo, deducendo vizi di illogicità e contraddittorietà della
motivazione, il cui contenuto viene qui di seguito sinteticamente illustrato.
Il Tribunale, in particolare, ha replicato in modo acritico la ricostruzione
prospettata dal G.i.p. nell’ordinanza genetica, senza affrontare il merito delle
censure difensive in ordine all’inesistenza dell’elemento psicologico del reato,
non essendo in atti rinvenibile alcun indizio in grado di dimostrare che l’indagato
fosse consapevole, attivandosi per ricercare la microspia nell’auto della nipote
Ilena Bellocco, dello stato di latitanza del Pesce e dell’attualità delle ricerche
volte a rintracciarlo.
Si deducono, inoltre, con riferimento all’aggravante di cui al su menzionato
art. 7, l’illogicità dell’attribuzione al Bartolo di una piena conoscenza delle
gerarchie mafiose pur in assenza di validi presupposti di fatto idonei a
supportare tale assunto, e, con riferimento all’art. 274, comma 1, lett. c), c.p.p.,
vizi motivazionali e di violazione di legge per l’assenza del requisito di
concretezza del prospettato pericolo di commissione di nuovi reati.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è parzialmente fondato e va pertanto accolto nei limiti e per gli
effetti di seguito esposti e precisati.

2. La gravità del panorama indiziarlo evocato a sostegno della misura, e
scrutinato in termini di adeguatezza dal Giudice del riesame cautelare, deve
ritenersi congruamente sostenuta dall’apparato motivazionale su cui si radica
l’impugnato provvedimento, che ha correttamente proceduto ad una valutazione

dell’imputazione provvisoria, per avere aiutato il latitante Pesce Giuseppe ad

analitica e globale degli elementi indiziari emersi a carico del ricorrente, dando
conto, in maniera logica e adeguata, delle ragioni che giustificano l’epilogo del
relativo percorso decisorio.
Entro una prospettiva logico-argomentativa tracciata da sequenze
motivazionali linearmente esposte, deve rilevarsi come l’impugnata ordinanza
abbia fatto buon governo del quadro dei principii che regolano la materia in
esame, puntualmente replicando alle obiezioni difensive e ponendo in evidenza sulla base delle numerose emergenze investigative ivi compiutamente

ambientale – il contributo efficacemente offerto dall’indagato alla
neutralizzazione delle attività di monitoraggio posto in essere dalle Forze
dell’ordine ai fini della localizzazione e cattura del latitante Pesce Giuseppe:
contributo volto ad una minuziosa ispezione effettuata, assieme ad altre
persone, all’interno dell’autoveicolo in uso alla Bellocco, per “bonificarlo” da un
congegno elettronico idoneo alla registrazione delle conversazioni che vi erano
intrattenute e, dunque, potenzialmente in grado di fornire utili elementi
investigativi alla ricerca del luogo d rifugio del marito.
Al riguardo, l’ordinanza ha osservato che la microspia non venne rinvenuta
solo perchè gli organi inquirenti riuscirono ad inserire prontamente un dispositivo
in grado di porre in momentanea quiescenza lo strumento captativo,
soggiungendo, altresì, come proprio dall’indagato promanasse l’iniziativa, poi in
concreto realizzata, di condurre l’autovettura, per un più approfondito controllo,
da una persona con maggiori competenze tecniche, sì da concludere
favorevolmente l’avviata operazione di “bonifica”.

3. Sulla base delle su esposte considerazioni, deve ritenersi che il Tribunale

del riesame abbia correttamente applicato i principii al riguardo affermati da
questa Suprema Corte (arg.

ex

Sez. 6, n. 2936 del 01/12/1999, dep.

09/03/2000, Rv. 217108; v., inoltre, in motivazione, Sez. 6, n. 53593 del
02/12/2014, dep. 23/12/2014, Rv. 261845), secondo cui il fatto di offrire un
contributo causalmente rilevante per evitare al ricercato di uscire, sia pure
temporaneamente, dal suo stato di clandestinità, con l’eliminazione dei connessi
ed intuibili “rischi”, significa attuare una condotta di favoreggiamento personale,
poiché con tale atteggiamento, sostanzialmente, si contribuisce a garantire la
persistenza della scelta di clandestinità e ad intralciare le ricerche del latitante da
parte delle autorità inquirenti.
In tal senso si è osservato che la condotta del reato di favoreggiamento
personale, che è un reato di pericolo, deve consistere in un’attività che – come
avvenuto nel caso in esame – abbia frapposto un ostacolo, anche se limitato o
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rappresentate, e in particolare degli esiti delle operazioni di intercettazione

temporaneo, allo svolgimento delle indagini, che abbia, cioè, provocato una
negativa alterazione – quale che sia – del contesto fattuale all’interno del quale le
investigazioni e le ricerche erano in corso o si sarebbero comunque potute
svolgere (Sez. 6, n. 709 del 24/10/2003, dep. 15/01/2004, Rv. 228257).
Corretta, inoltre, deve ritenersi la decisione impugnata nella parte in cui ha
affermato la sussistenza dell’aggravante speciale di cui all’art. 7 del d.l. n. 152
del 1991 (convertito nella I. n. 203 del 1991), poiché ai fini della sua
configurabilità è necessario – quale che sia la posizione associativa del favorito –

dell’associazione mafiosa di riferimento, e che di tale obiettiva funzionalità
l’agente sia consapevole (Sez. 6, n. 9735 del 10/12/2013, dep. 27/02/2014, Rv.
259106).
Nel caso in esame, pienamente uniformandosi alle implicazioni di tale linea
interpretativa, i Giudici di merito hanno posto in risalto il fatto che, a seguito
dell’arresto di Pesce Francesco avvenuto in data 8 agosto 2011, il ruolo di
reggenza della cosca, stante la detenzione del padre Antonino, era stato affidato
proprio al fratello Pesce Giuseppe, già sottrattosi all’esecuzione di due
provvedimenti restrittivi del 2010 e del 2012, ed unica persona in grado di
impartire ordini e direttive vincolanti all’esterno tramite le pochissime persone,
fra le quali doveva annoverarsi evidentemente anche la moglie, ammesse al suo
luogo di rifugio: circostanze, queste, di cui tutti, nell’ambiente criminale di
riferimento, ed in particolare fra le persone più vicine, anche per vincoli familiari,
alla moglie del latitante (di cui l’indagato è zio), erano a conoscenza.
Il contributo in tal guisa offerto, per vero, non solo permette alla persona
ricercata di sfuggire alle ricerche avviate dall’autorità, ma si risolve anche in un
rilevante ausilio alla stessa funzionalità dell’associazione, garantendo ad un suo
capo la possibilità di svolgere indisturbato l’attività di direzione delle relative
strutture organizzative, che continuano ad operare senza subire compromissioni
o significativi ritardi per effetto del suo arresto.

4. In relazione ai profili or ora indicati, in definitiva, a fronte di un congruo
ed esaustivo apprezzamento delle emergenze procedimentali, esposto attraverso
un insieme di sequenze motivazionali chiare e prive di vizi logici, il ricorrente non
ha individuato passaggi o punti della decisione tali da inficiare la complessiva
tenuta del discorso argomentativo delineato dal Tribunale, ma ha
sostanzialmente contrapposto una lettura alternativa delle risultanze
investigative, facendo leva sul diverso apprezzamento di profili di merito già
puntualmente vagliati in sede di riesame cautelare, e la cui rivisitazione,
evidentemente, non è sottoponibile al giudizio di questa Suprema Corte.
3

che la condotta valga oggettivamente ad agevolare anche l’attività

Al riguardo v’è da osservare, peraltro, che l’ordinamento non conferisce a
questa Suprema Corte alcun potere di revisione degli elementi materiali e fattuali
delle vicende oggetto d’indagine, nè la investe di alcun potere di riconsiderazione
delle caratteristiche soggettive degli indagati, ivi compreso l’apprezzamento delle
esigenze cautelari e delle misure ritenute adeguate, trattandosi di accertamenti
rientranti nel compito esclusivo ed insindacabile del giudice cui è stata richiesta
l’applicazione delle misura cautelare e del tribunale chiamato a pronunciarsi sulle
connesse questioni de libertate. Il controllo di legittimità, pertanto, è circoscritto

esso sia rispondente a due requisiti, uno di carattere positivo e l’altro di carattere
negativo, la cui contestuale presenza, come avvenuto nel caso in esame, rende
l’atto per ciò stesso insindacabile: 1) l’esposizione delle ragioni giuridicamente
significative che lo hanno determinato; 2) l’assenza nel testo di illogicità
evidenti, ossia la congruenza delle argomentazioni rispetto al fine giustificativo
del provvedimento (da ultimo, v. Sez. F., n. 47748 del 11/08/2014, dep.
19/11/2014, Rv. 261400; Sez. 3, n. 40873 del 21/10/2010, dep. 18/11/2010,
Rv. 248698).

5. Fondata, di contro, deve ritenersi la doglianza dalla difesa prospettata
riguardo all’individuazione dei presupposti del periculum libertatis di cui all’art.
274, comma 1, lett. c), c.p.p., atteso che il parametro della concretezza del
pericolo di reiterazione di reati della stessa indole non può essere affidato
all’apprezzamento di elementi meramente congetturali ed astratti, ma deve
relazionarsi all’intrinseca valenza di dati di fatto oggettivi e indicativi delle
inclinazioni comportamentali e della personalità dell’indagato, sulla cui base sia
possibile affermare che quest’ultimo, verificandosene l’occasione, possa
facilmente commettere tale tipo di reati (Sez. 6, n. 38763 del 08/03/2012, dep.
04/10/2012, Rv. 253372).
Nel caso in esame, l’individuazione delle esigenze cautelari è stata
rappresentata sulla base di argomenti solo congetturali, avendo il Tribunale
ritenuto di non poter escludere, allo stato, un più esteso coinvolgimento del
ricorrente in favore dello stato di latitanza di altri esponenti di spicco della cosca,
trascurando, tuttavia, la necessità di sorreggere tale affermazione con un
corredo di elementi storico-fattuali idonei a rivelarne i profili di concretezza ed
attualità, specie ove si consideri che, in altro passaggio motivazionale, lo stesso
Tribunale ha dato conto dell’avvenuta cattura del Pesce e dell’intervenuto
arresto della Bellocco.

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esclusivamente alla verifica dell’atto impugnato, al fine di stabilire se il testo di

6. S’impone, conclusivamente, l’annullamento con rinvio dell’impugnata

ordinanza, per un nuovo esame dei punti critici dianzi rilevati, che dovrà colmare
le relative lacune motivazionali uniformandosi ai principii di diritto al riguardo
stabiliti da questa Suprema Corte.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata limitatamente alle esigenze cautelari e rinvia

Così deciso in Roma, lì, 17 marzo 2015

Il Consigliere estensore

Il Presidente

sul punto al Tribunale di Reggio Calabria.

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