Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 13828 del 05/02/2015


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Penale Sent. Sez. 6 Num. 13828 Anno 2015
Presidente: IPPOLITO FRANCESCO
Relatore: MOGINI STEFANO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
SCHINARDI DANIELE, nato il 14.2.1969
avverso l’ordinanza emessa dal Tribunale di Reggio Calabria – Sezione
del Riesame in data 26/6/2014;
visti gli atti, l’ordinanza impugnata, il ricorso e i motivi nuovi depositati
il 19.1.2015, nonché l’odierna memoria difensiva;
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. Stefano Mogini;
sentite le conclusioni del P.G. Dott. Oscar Cedrangolo, che ha chiesto il
rigetto del ricorso;
udito l’Avv. Giovambattista Freni, difensore di fiducia del ricorrente,
che ha insistito per l’accoglimento del ricorso.
Ritenuto in fatto

1. Daniele Schinardi ricorre per mezzo del suo difensore avverso l’ordinanza con la
quale il 26 giugno 2014 il Tribunale del Riesame di Reggio Calabria ha confermato il
provvedimento del g.i.p. del Tribunale di Reggio Calabria in data 31 maggio 2014 che gli aveva
imposto la misura cautelare degli arresti domiciliari in ordine al delitto di cui agli articoli 81
comma 2 e 368 comma 2 c.p., a lui contestato per avere – nella sua qualita’ di consulente
tecnico della difesa di Pratico’ Demetrio Domenico, soggetto imputato nell’ambito del
procedimento penale originato dalla cosiddetta “operazione Piccolo Carro” – incolpato il

Data Udienza: 05/02/2015

Maresciallo Capo Antonio Nucera, in servizio presso il Comando Provinciale dei Carabinieri di
Reggio Calabria, dei reati di cui agli articoli 479, 368 e 323 c.p. pur sapendolo innocente.
Secondo l’ipotesi accusatoria lo Schinardi, nella relazione tecnica a sua firma depositata presso
la Segreteria del p.m. e nel corso dell’esame reso durante l’udienza tenutasi davanti al
Tribunale di Reggio Calabria in data 10.12.2012, incolpava il Maresciallo Nucera di aver
manipolato alcuni CD-ROM relativi alle utenze telefoniche in uso al Pratico’ e di avere in tal
modo introdotto nel processo prove false a carico di quest’ultimo e occultato files relativi a
tabulati telefonici acquisiti, omettendo la loro consegna alla difesa. L’originaria contestazione

Ficara-Latella e’ stata esclusa dal g.i.p. nell’ordinanza genetica della misura cautelare in atto e
il Tribunale ha a tale riguardo respinto, con separata ordinanza, l’appello proposto dal p.m..

Considerato in diritto

1. Il ricorrente lamenta col primo motivo di ricorso violazione di legge e difetto di
motivazione con riferimento all’art. 368 c.p.. Difetterebbe la gravita’ del compendio indiziario,
in particolare per quanto attiene all’elemento psicologico del delitto di calunnia, che
l’impugnata ordinanza fa discendere dalla particolare competenza tecnica del ricorrente e
dall’attivita’ dissimulatoria che questi avrebbe posto in essere per far apparire false (e frutto di
callide manipolazioni) le annotazioni di servizio a firma del Maresciallo Nucera che
sunteggiavano i risultati dell’esame dei tabulati telefonici acquisiti dalla p.g.. Contrariamente a
quanto esposto nell’impugnata ordinanza, il ricorrente sarebbe incorso in uno sfortunato
equivoco, dovuto alla sua insufficiente qualificazione tecnico-professionale, essendo lo
Schinardi specialista di informatica ma non certo della lettura dei tabulati telefonici. La Corte
territoriale avrebbe inoltre illogicamente escluso che l’oggettiva infondatezza dei rilievi
formulati dal ricorrente fosse chiaro sintomo dell’inconsapevolezza da parte sua dell’innocenza
dell’incolpato.

2. Col secondo motivo il ricorrente censura invece l’ordinanza impugnata deducendo
erronea applicazione della legge penale e conseguente difetto di motivazione in relazione
all’art. 274 c.p.p.. Il Tribunale incorrerebbe in manifesta illogicita’ allorche’ ritiene la
sussistenza di esigenze cautelari nonostante il ricorrente si sia impegnato formalmente a
dimettersi dagli incarichi giudiziari in atto e a non accettarne altri fino a quando non sia stata
risolta la presente vicenda processuale. Inoltre, avendo il g.i.p. escluso

ab origine la

sussistenza dell’aggravante della finalita’ agevolatrice della cosca mafiosa, il Tribunale avrebbe
dovuto far discendere dal venir meno di quella contestazione un affievolimento delle esigenze
cautelari e la possibilita’ dell’irrogazione al ricorrente, incensurato, di una pena contenuta nei
limiti che consentono la sospensione condizionale o l’affidamento in prova.

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dell’aggravante di aver commesso il fatto al fine di favorire l’attivita’ della cosca mafiosa

3. Con motivi nuovi di ricorso, depositati da altro difensore di fiducia, il ricorrente
lamenta inoltre violazione di legge con riferimento agli articoli 125 comma 3 c.p.p. e 111
comma 2 Cost., in relazione agli art. 309, 273 e 274 cp.p. e agli art. 63, 210, 191 e 198
comma 2 c.p.p. e 81, 368 c.p. e 7 L. 203/1991. Il deposito della consulenza tecnica in
questione presso la Segreteria del pubblico ministero e’ avvenuta su autonoma iniziativa dei
difensori del Pratico’, cosicche’ difetterebbe nel caso di specie per l’integrazione del reato di cui
all’art. 368 c.p. la presentazione da parte del ricorrente di denuncia, querela, richiesta o
istanza all’A.G. o ad altra Autorita’ che a quella abbia obbligo di riferire. Allo stesso modo, nel

qualita’ di consulente, alle domande formulate dalle parti, neppure immaginando di esprimere
accuse nei confronti dell’autore di pregresse tesi, discordanti dalle proprie. Inoltre, prima di
consentire la prosecuzione dell’esame, il Tribunale avrebbe dovuto attivare il meccanismo di
cui all’art. 63 c.p.p. e, comunque, verificare se sussistessero i presupposti di cui all’art. 210
c.p.p., posto che per effetto del precedente deposito in segreteria della consulenza, il p.m.
poteva procedere ad eventuale iscrizione nel registro delle notizie di reato. Ne risulterebbe
l’inutilizzabilita’ del verbale e della trascrizione dell’esame dello Schinardi ai sensi dell’art. 191
c.p.p.. La consulenza tecnica a firma dello Schinardi e le dichiarazioni da lui rese in giudizio
sarebbero inoltre inidonee a integrare il contestato delitto di calunnia, poiche’ il legislatore
ignora la falsa consulenza e sanziona unicamente il perito o interprete infedele nominato
dall’A.G..

4. Con ulteriore motivo il ricorrente si duole ai sensi dell’art. 606 lettere a) e b)
dell’inesistenza del rischio di recidiva ritenuto dai giudici di merito, una volta formatosi
giudicato cautelare in ordine all’esclusione dell’aggravante originariamente contestata. Il
ricorrente riferisce al riguardo dell’inasprimento della misura cautelare originariamente imposta
(arresti domiciliari) intervenuto in epoca successiva alla presentazione del ricorso. Tali
modifiche sarebbero peraltro venute meno, essendo attualmente il ricorrente sottoposto alla
misura cautelare degli arresti domiciliari.

5. Il primo motivo di ricorso e’ inammissibile, poiche’ rappresenta la mera
riproposizione di analoga censura gia’ valutata e risolta dal giudice del riesame con
motivazione del tutto adeguata e priva di vizi logici e giuridici. Il ricorrente sollecita in questa
sede una diversa valutazione del compendio indiziario, invero sovrabbondante a fini cautelari,
con specifico riferimento all’elemento psicologico del delitto di calunnia. L’impugnata ordinanza
evidenzia peraltro a tale riguardo, come si e’ detto, un percorso argomentativo particolarmente
esteso, attento, completo e ponderato, che poggia su presupposti giuridici, elementi di fatto e
sviluppi logici assolutamente corretti e concludenti (pp. 60-68), tali da escludere che il
ricorrente sia incorso in uno sfortunato equivoco, dovuto alla sua pretesa insufficiente
qualificazione tecnico-professionale.

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corso del suo esame in dibattimento il ricorrente si sarebbe limitato a rispondere, nella sua

6. Anche i motivi nuovi di ricorso coi quali si denuncia violazione di legge con
riferimento agli articoli 125 comma 3 c.p.p. e 111 comma 2 Cost., in relazione agli artt. 309,
273 e 274 cp.p. e agli art. 63, 210, 191 e 198 comma 2 c.p.p. e 81, 368 c.p. e 7 L. 203/1991
sono inammissibili, poiché manifestamente infondati. E’ del tutto evidente che il deposito della
consulenza tecnica presso la Segreteria del pubblico ministero rappresentava la modalita’
assolutamente normale attraverso cui l’atto era destinato a raggiungere le finalità sue proprie,
sicché l’iniziativa dei difensori del Praticò non rivela al riguardo caratteri di anomalia o

destinazione dell’atto alla conoscenza e all’esame dell’autorità giudiziaria. Va inoltre ricordato
che secondo la costante giurisprudenza di questa Corte ai fini della configurabilità del delitto di
calunnia non occorre una denuncia in senso formale, essendo sufficiente che taluno,
rivolgendosi in qualsiasi forma all’autorità giudiziaria ovvero ad altra autorità avente l’obbligo
di riferire alla prima, esponga fatti concretanti gli estremi di un reato, addebitandoli a carico di
persona di cui conosce l’innocenza (ex multis, Sez. 6, n. 44594 dell’8.10.2008, De Barbieri e
altri).
Non si comprende del resto perché e come il Tribunale avrebbe potuto e dovuto valutare
nell’immediatezza come autoindizianti, ai fini dell’applicazione dell’art. 63 c.p.p., le
dichiarazioni rese dal ricorrente nel corso del suo esame dibattimentale. Tali circostanziate
dichiarazioni, suscettibili ex se di sostanziare il reato di calunnia consumato al cospetto del
Tribunale, rendevano semmai in quel momento dubbie proprio le risultanze delle analisi svolte
dalla p.g. sui tabulati telefonici del Pratico’, tanto che si rese necessaria un’attivita’ integrativa
di indagine e lo stesso Tribunale dispose al riguardo un approfondimento dibattimentale (p. 67
ordinanza impugnata). All’evidenza inesistenti, poi, i presupposti per l’applicazione dell’art. 210
c.p.p. alle dichiarazioni testimoniali rese dal ricorrente, poiche’ all’epoca egli non era imputato,
ne’ il Tribunale poteva al proposito essere chiamato a qualsivoglia verifica e/o il p.m. ad
opporsi all’assunzione della testimonianza in relazione al contenuto della consulenza tecnica
depositata dai difensori del Pratico’. Quanto infine alla pretesa inidoneita’ delle dichiarazioni
rese in giudizio dal ricorrente ad integrare il delitto di calunnia, basti richiamare ancora la
giurisprudenza di legittimita’ sopra riportata, secondo la quale l’esposizione di fatti concretanti
gli estremi di un reato, addebitandoli a carico di persona di cui conosce l’innocenza, effettuata
rivolgendosi in qualsiasi forma all’autorità giudiziaria ovvero ad altra autorità avente l’obbligo
di riferire alla prima, e’ idonea a integrare il reato di calunnia.

7. Fondati appaiono invece i motivi di ricorso attinenti alla sussistenza delle
esigenze cautelari. Va in primo luogo ricordato che, a seguito del rigetto dell’appello al riguardo
presentato dal p.m. avverso l’ordinanza genetica della misura in atto, l’esclusione
dell’aggravante di cui all’art. 7 L. 203/1991 deve attualmente ritenersi coperta da giudicato
cautelare.
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imprevedibilità suscettibili di porre in dubbio la consapevolezza del ricorrente circa la

L’ordinanza impugnata ritiene il permanere delle esigenze cautelari sulla base del
pericolo di reiterazione di gravi delitti della stessa specie di quello per cui si procede, ricavate
dalle modalita’ della condotta delittuosa. L’ordinanza nega al proposito ogni rilevanza
all’impegno sottoscritto dal ricorrente a dimettersi dagli incarichi assunti in sede giudiziaria in
qualita’ di consulente tecnico e a non assumerne di nuovi fino all’esito di questa vicenda
processuale. Il Tribunale liquida tale impegno come una dichiarazione d’intenti non vincolante,
il cui rispetto e’ impossibile da verificare.
Orbene, se, in tema di misure cautelari personali, la valutazione prognostica

non è impedita dal fatto che l’incolpato si impegni a dismettere gli incarichi nell’esercizio dei
quali ha realizzato la condotta criminosa, tale valutazione richiede peraltro la presenza di
specifiche circostanze fattuali idonee a comprovare il concreto pericolo che l’agente si appresti
comunque a svolgere quel tipo di attivita’, in modo da connotare con la necessaria concretezza
e attualita’ il pericolo che egli continui a porre in essere ulteriori condotte analoghe a quella
oggetto di accertamento. Il giudice, anche quando l’agente eserciti ancora le precedenti
funzioni, ma in modo ancor piu’ stringente allorche’ vi abbia formalmente rinunciato e si sia
formalmente impegnato a non assumere incarichi dello stesso tipo, deve fornire puntuale e
logica indicazione delle circostanze di fatto che rendono probabile che questi possa continuare
a porre in essere analoghe condotte criminose (vedi, in casi concernenti reati contro la
pubblica amministrazione, Sez. 6, n.18770 del 16.4.2014; Sez. 6, n. 23625 del 27.3.2013).
Nel caso di specie, l’impegno che il ricorrente ha formalmente assunto dinanzi all’autorita’
giudiziaria va sottoposto a valutazione, alla stregua di tali principi, unitamente alla circostanza,
pure segnalata dalla difesa, che l’eco – anche mediatica – dei fatti e del processo sembra aver
di molto attenuato la concreta possibilita’ di reiterazione di condotte analoghe, ben potendo
ritenersi quella “dichiarazione d’intenti”, come testualmente affermato in ricorso, “un primo
passo verso una seria rivalutazione del proprio operato che porta ad escludere la possibilita’ di
una volonta’ propria di delinquere”. Sul punto, la motivazione dell’ordinanza impugnata – per
essere liquidatoria e sostanzialmente ablativa dell’impegno formalmente assunto dal ricorrente
in un contesto oggettivamente caratterizzato da una sua ridotta capacità residua di compiere
delitti contro l’attivita’ giudiziaria, avendo egli compromesso (quantomeno) la sua affidabilità
professionale fondata su minimi connotati di competenza tecnica – evidenzia un’erronea
applicazione dei pertinenti criteri di cui all’art. 274 lett. c) c.p.p. e si rivela carente e illogica.
Alla luce di quanto fin qui esposto si rende necessario, in conclusione,
l’annullamento dell’ordinanza impugnata con rinvio degli atti al Tribunale di Reggio Calabria
perché, in coerente applicazione dei principi di diritto sopra delineati, proceda a nuovo esame
sui punti e profili critici segnalati, anche con riferimento alle specifiche censure enunciate dal
ricorrente, colmando – nella piena autonomia dei relativi apprezzamenti di merito – le indicate
lacune e discrasie della motivazione.

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sfavorevole sul pericolo di reiterazione di delitti della stessa specie di quelli per cui si procede

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata limitatamente alle esigenze cautelari e rinvia al Tribunale di
Reggio Calabria per nuovo esame sul punto.

Così deciso il 5 febbraio 2015.

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