Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 13750 del 06/02/2015


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 13750 Anno 2015
Presidente: SAVANI PIERO
Relatore: SAVANI PIERO

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:
SILIPO GIUSEPPE N. IL 04/10/1979
avverso la sentenza n. 6585/2009 CORTE APPELLO di MILANO, del
07/02/2013
dato avviso alle parti;
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. PIERO SAVANI;

Data Udienza: 06/02/2015

IN FATTO E DIRITTO
Con la sentenza del 7 febbraio 2013 la Corte d’appello di Milano, prosciolto per prescrizione dalla contravvenzione sub b), con riduzione della pena, ha confermato nel resto la sentenza emessa
in data 30 settembre 2009 dal locale Tribunale, appellata da SILIPO Giuseppe, dichiarato responsabile del delitto di violenza privata, commesso il 12 giugno 2006.
Propone ricorso per cassazione l’imputato deducendo vizio di motivazione sulla responsabilità e
,sul trattamento sanzionatorio.
Osserva il Collegio che il ricorso è inammissibile in quanto manifestamente infondato e tendente
a sottoporre al giudizio di legittimità aspetti attinenti alla ricostruzione del fatto e all’apprezzamento del materiale probatorio rimessi alla esclusiva competenza del giudice di merito e già adeguatamente valutati sia dal Tribunale che dalla Corte d’appello.
Nel caso in esame, difatti, entrambe le pronunce hanno ineccepibilmente osservato che la prova
del fatto ascritto all’imputato riposava nella testimonianza della persona offesa, la cui credibilità
è adeguatamente argomentata, e nel sostegno a questa che poteva trarsi dalle dichiarazioni di una
testimone estranea che aveva seguito tutta la scena, soprattutto della minaccia a mano armata che
aveva costretto la persona offesa a lasciare con l’auto il posto dove si era fermata, la rilevazione
del numero di targa del veicolo condotto dalla persona autrice dell’azione minacciosa,
l’indicazione del luogo dove quel soggetto era rientrato dopo l’episodio, indicazioni tutte che avevano consentito alla polizia di individuare il prevenuto.
Ed altrettanto compiutamente e logicamente hanno ritenuto irrilevanti le denunciate discrasie, in
relazione alle quali già il primo giudice aveva dato risposta adeguata.
La sentenza impugnata non è dunque sindacabile in questa sede perché la Corte di cassazione
non deve condividere o sindacare la decisione, ma verificare se la sua giustificazione sia, come
nel caso in esame, sorretta da validi elementi dimostrativi e non abbia trascurato elementi in astratto decisivi, sia compatibile con il senso comune e, data come valida la premessa in fatto, sia
logica: insomma, se sia esauriente e plausibile.
In tema di trattamento sanzionatorio la sentenza impugnata non pare al Collegio censurabile atteso che valuta l’adeguatezza della decisione del Tribunale considerando la gravità del fatto, commesso da guardia giurata, per tal motivo autorizzato a detenere un’arma, della quale aveva fatto
evidente e gravissimo abuso; si tratta di valutazione di parametri previsti dall’art. 133 c.p. correttamente considerati anche in relazione all’art. 69 c.p.
All’inammissibilità del ricorso consegue, ai sensi dell’art. 616 C.P.P., la condanna del ricorrente
al pagamento delle spese del procedimento e — per i profili di colpa correlati all’irritualità
dell’impugnazione — di una somma in favore della Cassa delle ammende nella misura che, in ragione delle questioni dedotte, si stima equo determinare in €. 1.000,00#.
P.Q.M.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al agamento delle spese processuali ed al versamento della somma di E. 1.000,00# alla Cassa d: e ammende.
Così deciso in Roma il 6 febbraio 2015.

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