Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 1355 del 25/11/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 1355 Anno 2016
Presidente: FRANCO AMEDEO
Relatore: DI STASI ANTONELLA

SENTENZA
sul ricorso proposto da:

GHIDINI GIAMPIETRO, nato a Lumezzane il 21/12/1939

avverso la sentenza del 26/03/2014 della Corte di Appello di Genova

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Dott.ssa Antonella Di Stasi;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale
dott.ssa Paola Filippi, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

Data Udienza: 25/11/2015

RITENUTO IN FATTO

1. Il Tribunale di Chiavari in data 13.11.2012, pronunciando nei confronti
dell’odierno ricorrente Ghidinini Giampietro, lo dichiarava responsabile del reato
di cui all’art. 2 d.lgs. n. 74/2000 per aver utilizzato, nella qualità di legale
rappresentante della Imperiale s.r.I., fatture relative ad operazioni inesistenti al
fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto in relazione all’anno
2007 e lo condannava alla pena di anni 3 e mesi 6 di reclusione, oltre al

Con sentenza del 26.3.2014, la Corte di Appello di Genova, in parziale
riforma della sentenza del Tribunale di Chiavari, appellata dall’imputato,
concedeva al predetto le attenuanti generiche, riduceva la pena ad anni 1 di
reclusione ed escludeva la pena accessoria della pubblicazione della sentenza sul
giornale Secolo XIX.
Avverso tale sentenza ha proposto personalmente ricorso per cassazione
Ghidini Giampietro, articolando i motivi di seguito enunciati nei limiti
strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173, comma
1, disp. att. cod. proc. pen.:
a. Violazione dell’art. 606, comma 1, lett. c) cod. proc. pen. con riferimento
al disposto dell’art. 195 cod. proc. pen.
Il ricorrente deduce che la Corte territoriale ha ritenuto pienamente
utilizzabili le dichiarazioni de relato rese dal teste Maresciallo Battilana sull’errata
affermazione che al fascicolo del dibattimento erano stati acquisiti anche atti e
dichiarazioni di terzi. Argomenta, quindi, che tali atti e dichiarazioni sono stati
assunti in violazione dell’art. 195 cod. proc. pen. e sono, pertanto, inutilizzabili,
al pari delle dichiarazioni rese dal teste nella parte in cui riferiscono del
contenuto di interrogatori svolti da terzi.
b. Violazione dell’art. 606, comma 1 lett. e), cod. proc. pen.
Il ricorrente deduce che la sentenza impugnata sarebbe priva di
motivazione, in quanto l’affermazione di responsabilità dell’imputato si basa
esclusivamente delle dichiarazioni rese dal teste Maresciallo Battílana,
dichiarazioni inutilizzabili perché assunte in violazione dell’art. 195 cod. proc.
pen.
c. Violazione dell’art. 606, comma 1, lett. a) cod. proc. pen. in relazione
all’art. 2, comma 3, d.lgs. n. 74/2000.
Il ricorrente deduce l’omessa motivazione da parte della Corte territoriale in
ordine alla falsità delle fatture oggetto di contestazione. Aggiunge che, ove si
volesse ritenere valida la l’assunzione delle dichiarazioni de relato rese dal teste
Battilana, emergerebbe una violazione che non supera nel massimo il valore di
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pagamento delle spese processuali ed alle pene accessorie di legge.

euro 154.937,07 e che la condotta, riferibile a fatti relativi all’anno 2007,
integrerebbe la fattispecie attenuata di cui all’art. 2, comma 3, d.lgs. n. 74/2000.
d. Violazione dell’art. 606, comma 1, lett. a) cod. proc. pen. con riferimento
all’art. 13 d.lgs. n. 74/2000.
Il ricorrente deduce che prima dell’inizio del dibattimento era intervenuto
accordo con l’Agenzia delle Entrate per il pagamento rateale di una somma sulla
base delle speciali procedure previste in via amministrativa e che era stato
effettuato un parziale pagamento della somma concordata.

interpretazione estensiva della norma, deducendo che l’intenzione del legislatore
nella predetta previsione normativa “anche a seguito delle speciali procedure
conciliative o di adesione all’accertamento previste dalle norme tributarie”
comprenderebbe nel concetto di estinzione anche lo stesso piano di
ammortamento concordato con l’Agenzia delle Entrate e non solamente
l’esaurimento o estinzione di tali procedure prima dell’apertura del dibattimento
di primo grado.
2. Chiede, pertanto, l’annullamento della decisione impugnata, con le
conseguenti statuizioni di legge.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. E’ infondato il primo motivo di ricorso.
Come emerge chiaramente dalla lettura di pag. 1 della sentenza impugnata,
il Maresciallo capo Battilana della Guardia di Finanza di Rapallo ha riferito in
dibattimento, innanzitutto, circa l’attività d’indagine da lui stesso coordinata e
scaturita da una verifica dell’Agenzia Generale delle Entrate di Rapallo relativa a
diverse fatture indicate nel mod. unico 2007 dalla Società Imperiale s.r.I., fatture
che risultavano emesse da soggetti che non avevano rapporti con la predetta
società e che non risultavano negli elenchi clienti/fornitori.
Una simile deposizione si pone ben al di là dei limiti di operatività del divieto
di cui all’art. 195 c.p.p., comma 4, limiti definiti dall’espresso riferimento della
disposizione in parola alle “… dichiarazioni acquisite dai testimoni…” (cfr. Sez. 2,
21 settembre 2010, Miele, n. 36286, Rv. 248536). In altri termini, il
summenzionato ufficiale di polizia giudiziaria, nel riportare le risultanze delle
indagini svolte, non ha esposto il contenuto di “testimonianze” nel senso proprio
e tecnico del termine, ma ha semplicemente portato a conoscenza dell’autorità
giudiziaria procedente i dati reperiti a seguito dello svolgimento dell’attività di
indagine delegata.

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Invoca, pertanto, l’applicazione dell’art. 13 d.lgs. n. 74/2000 attraverso una

Del resto, questa Suprema Corte ha già avuto modo di escludere
l’applicabilità dell’art. 195 c.p.p., comma 4, alle informazioni trasmesse da altri
agenti o ufficiali di P.G., attivi nello stesso contesto investigativo (cfr. sent. n.
36286 del 2010) affermando il principio di diritto in base al quale il divieto di
testimonianza indiretta previsto per gli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria
dall’art. 195, comma quarto, cod. proc. pen. non si applica nell’ipotesi in cui il
verbalizzante riferisca sulle attività di indagine svolte da altri ufficiali o agenti di
P.G. nello stesso contesto investigativo.

durante l’attività di indagine, dai soggetti titolari delle ditte che risultavano
emittenti le fatture utilizzate dall’imputate.
Tali dichiarazioni non potevano essere utilizzate a fondamento della
decisione, atteso il divieto di testimonianza indiretta degli ufficiali e agenti di
polizia giudiziaria di cui al quarto comma dell’art. 195 cod. proc. pen., che si
riferisce tanto alle dichiarazioni che siano state ritualmente assunte e
documentate, quanto ai casi nei quali la polizia giudiziaria non abbia provveduto
alla redazione del relativo verbale (cfr Sez. F., n. 38560/2014, Rv. 261470).
La decisione impugnata, però, non si fonda su tali dichiarazioni, ma
sull’analisi e valutazione delle fatture acquisite agli atti, sia quelle emesse
dall’imputato che quelle rinvenute presso le ditte presunte emittenti (cfr. pag. 2
della sentenza impugnata, dove si dà rilievo, al fine di ritenere provata
l’emissione delle fatture per operazioni inesistenti, alla diversa veste grafica delle
fatture, alla non rispondenza tra il numero della fattura utilizzata dall’imputato e
quella rinvenuta presso le ditte presunte emittenti ed emessa verso terzi estranei
ed al mancato pagamento delle prestazioni da parte dell’imputato).
La censura, proposta, pertanto, non merita accoglimento.
2. Il secondo motivo di ricorso, basato sull’accoglimento del primo motivogià valutato infondato- risulta, conseguentemente, anch’esso infondato.
3. Il terzo motivo di ricorso è manifestamente infondato.
La corte territoriale ha diffusamente argomentato in ordine alla falsità delle
fatture ed all’importo complessivo delle stesse (pag. 2 e 3), con motivazione
congrua e priva di vizi logici e, pertanto, esente da censure in questa sede di
legittimità.
Corretta è anche la motivazione in ordine alla non configurabilità della
ipotesi attenuata prevista dall’art. 2 comma 3 del d.lgs. n. 74/2000 (comma
abrogato dal d.l. 13 agosto 2011 n. 138, convertito con modificazioni dalla legge
14 settembre 2011 n. 148 ma in astratto applicabile alla fattispecie esaminata in
quanto relativa a reato consumato prima del 17.9.2011) atteso l’importo

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Diversamente è a dirsi per quanto attiene, invece, alle dichiarazioni raccolte,

complessivo delle fatture emesse per operazioni inesistenti, che risulta superiore
alla soglia di punibilità di euro 154.937,07.
La critica del ricorrente, inoltre, è sul punto generica e meramente assertiva
e, quindi, priva di concretezza.
4. E’ manifestamente infondato il quarto motivo di ricorso.
Il d.lgs. n. 74 del 2000, prevedendo all’art. 13 (nella formulazione
antecedente alla modifica apportata dal d.lgs. 24 settembre 2015 n. 158,
applicabile ratione temporis alla presente fattispecie), la circostanza attenuante

per i delitti di cui allo stesso decreto siano diminuite fino alla metà e che non si
applichino le pene accessorie indicate nell’art. 12, se, prima della dichiarazione di
apertura del dibattimento di primo grado, i debiti tributari relativi ai fatti
costitutivi dei delitti medesimi siano stati estinti mediante pagamento, anche a
seguito delle speciali procedure conciliative o di adesione all’accertamento
previste dalle norme tributarie.
E’ il dettato stesso della norma, laddove si richiede appunto la estinzione del
debito, a far ritenere che presupposto necessario del trattamento sanzionatorio
più favorevole sia l’integrale pagamento di quanto dovuto all’Erario, non
essendo, invece, sufficiente la mera ammissione al provvedimento di rateazione
intervenuta prima della dichiarazione di apertura del dibattimento.
Del resto – com’è stato ripetutamente sottolineato da questa Corte di
legittimità (cfr. ex plurimis sent. n. 37748/2014) anche sotto il profilo della ratio
della norma, la condotta meritevole del trattamento premiale è solo quella
effettivamente idonea ad apportare un beneficio in termini patrimoniali all’Erario,
non apparendo significativo sotto tale profilo il mero provvedimento di
ammissione alla rateazione posto che l’interessato, una volta ammesso alla
rateazione, ben potrebbe restare inadempiente rispetto al pagamento della
singole rate.
Va, quindi, ribadito il principio di diritto in base al quale anche in caso di
procedure conciliative o di adesione, presupposto della applicabilità della
circostanza attenuante di cui all’art.13 d.lgs. n. 74 del 2000 (nella formulazione
antecedente alla modifica apportata dal d.lgs. 24 settembre 2015 n. 158,
applicabile ratione temporis alla presente fattispecie) è l’intervenuta integrale
estinzione del debito d’imposta (cfr. Sez. 3, n. 30580 del 13.5.2004, Pisciotta,
Rv. 229355; conf. Sez. 3, n. 176 del 5.7.2012, dep. 7.1.2013, Zorzi, Rv.
254146; Sez. 3, n. 5681 del 27.11.2013, Crocco, Rv. 258691; Sez. 3, n. 37748
del 16.7.2014, Rv. 260189; Sez. 3, n. 26464 del 19/02/2014, Rv. 259299; Sez.
3, n.11352 del 10/02/2015, Rv.262784).
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speciale del pagamento del debito tributario, ha disposto che le pene previste

Correttamente, pertanto, nella sentenza impugnata si valutava infondata la
tesi difensiva avente ad oggetto l’applicabilità della circostanza attenuante di cui
all’art. 13 del d.lgs. n. 74/2000 in questione, stante l’irrilevanza dell’intervenuto
accordo con l’Agenzia delle Entrate in considerazione del parziale pagamento
della somma concordata.
5. Il ricorso, pertanto, va rigettato con condanna del ricorrente al
pagamento delle spese processuali, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso il 25/11/2015

P.Q.M.

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