Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 1238 del 20/11/2015


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 1238 Anno 2016
Presidente: SAVANI PIERO
Relatore: LIGNOLA FERDINANDO

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:
BELOTTI DIEGO GIOVANNI N. IL 07/04/1974
avverso la sentenza n. 1258/2014 CORTE APPELLO di BRESCIA, del
22/10/2014
dato avviso alle parti;
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. FERDINANDO
LIGNOLA;

Data Udienza: 20/11/2015

RILEVATO IN FATTO

– che con l’impugnata sentenza, con parziale conferma di quella di primo grado,
BELOTTI DIEGO GIOVANNI fu ritenuto responsabile dei reati di bancarotta
patrimoniale per distrazione, in relazione gestione della società D.B. Costruzioni
s.r.I., dichiarata fallita con sentenza del 25 gennaio 2007, sia pure limitatamente
alle condotte di distrazione delle somme di C 6200, per spese effettuate presso

della dichiarazione di fallimento: di 261 mila euro, costituita da diversi assegni
circolari emessi dalla Banca Popolare di Bergamo;
– che avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione personalmente
l’imputato, deducendo violazione dell’art. 606, lettera e), cod. proc. pen., in
relazione alla distrazione dei 261 mila euro, poiché la Corte, pur sancendo il
mancato raggiungimento della prova della destinazione dei 10 assegni circolari,
pur in presenza delle dichiarazioni del commercialista della società fallita secondo
il quale una parte degli incassi avessero finalità di pagamento dei fornitori, ha
ugualmente ritenuto dimostrata la distrazione;

CONSIDERATO IN DIRITTO

– che il ricorso va dichiarato inammissibile, poiché si risolve in censure in punto
di fatto, che contrappongono un alternativo apprezzamento alla valutazione
operata dei giudici di merito, finendo con il richiedere alla Corte di legittimità di
prendere posizione tra le diverse letture dei fatti; sotto questo profilo va ribadito
che la Corte di cassazione non ha il compito di trarre valutazioni autonome dalle
prove o dalle fonti di prova, e pertanto non si può addentrare nell’esame del
contenuto documentale delle stesse, neppure se riprodotte nel provvedimento
impugnato e, tanto meno, se contenute in un atto di parte, poiché in sede di
legittimità è l’argomentazione critica che si fonda sugli elementi di prova e sulle
fonti indiziarie contenuta nel provvedimento impugnato che è sottoposta al
controllo del giudice di legittimità, al quale spetta di verificarne la rispondenza
alle regole della logica, oltre che del diritto, e all’esigenza della completezza
espositiva (Sez. 6, n. 28703 del 20/04/2012, Bonavota, Rv. 253227);
– che la sentenza impugnata evidenzia la scarsa intrinseca verosimiglianza della
ricostruzione difensiva, oltre che la mancanza di prova della destinazione delle
somme a favore dei fornitori, non essendovi alcuna prova documentale, quale

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la Bottega della Musica; di C 1500, prelevati dalle casse sociali pochi giorni prima

una ricevuta di pagamento, che invece era logico che fosse rilasciata e
comunque richiama il consolidato principio secondo il quale sia l’imprenditore
individuale, sia gli amministratori di una società dichiarata fallita, hanno l’obbligo
di fornire la dimostrazione della destinazione data ai beni acquisiti al patrimonio,
in quanto la destinazione legale dei beni del debitore all’adempimento delle
obbligazioni contratte comporta una limitazione della libertà di utilizzare gli
stessi, onde dalla mancata dimostrazione può essere desunta la prova della

5, 31 gennaio 2000, n. 997, sez. 5, 17 maggio 1996, n. 9430, sez. 5, 8 ottobre
1997, n. 11703); la legge fallimentare, art. 87, comma 3 (anche prima della sua
riforma) assegna al fallito un obbligo di verità circa la destinazione dei beni di
impresa al momento dell’interpello formulato dal curatore al riguardo, con
espresso richiamo alla sanzione penale. Immediata è la conclusione che le
condotte descritte all’art. 216, comma 1, n. 1 (tra loro sostanzialmente
equipollenti) hanno (anche) diretto riferimento alla condotta infedele o sleale del
fallito nel contesto dell’interpello;
– che la ritenuta inammissibilità del ricorso comporta le conseguenze di cui
all’art. 616 cod. proc. pen., ivi compresa, in assenza di elementi che valgano ad
escludere ogni profilo di colpa, anche l’applicazione della prescritta sanzione
pecuniaria, il cui importo stimasi equo fissare in euro mille;

P. Q. M.

dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese
processuali e ciascuno al versamento della somma di mille euro alla cassa delle
ammende.
Così deciso in Roma, il 20 novembre 2015
Il consigliere est nsore

distrazione o dell’occultamento (Cass., sez. 5, 15 dicembre 2004, n. 3400, sez.

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