Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 1151 del 26/05/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 1151 Anno 2016
Presidente: MANNINO SAVERIO FELICE
Relatore: GENTILI ANDREA

SENTENZA

DEPTATATA IN C.t.rA

sui ricorsi proposti da:

CARISTIA Gaetano, nato a Caltagirone (Ct) il 2 marzo 1945;
COMPARATO Sebastiano, nato a Mistretta (Me) 10 agosto 1934;

avverso la ordinanza del Tribunale di Agrigento del 3 ottobre 2014;

letti gli atti di causa, la ordinanza impugnata e i ricorsi introduttivi;

sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. Andrea GENTILI;

sentito il PM, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. Sante SPINACI, il
quale ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
sentito, altresì, per il ricorrente Comparato l’avv. Salvatore Donato MESSINA, del
foro di Palermo, il quale ha insistito per l’accoglimento del ricorso.

Data Udienza: 26/05/2015

RITENUTO IN FATTO
Il Tribunale di Agrigento, con ordinanza del 3 ottobre 2014, ha rigettato
la richiesta di riesame presentata da Caristia Gaetano e da Comparato
Sebastiano avente ad oggetto il decreto di sequestro preventivo, emesso dal
Gip di Agrigento il precedente 8 agosto 2014, relativamente ad una ampia
porzione di terreno, in proprietà alla COMAER Immobiliare Sri, interessata da
un piano di lottizzazione a suo tempo assentito con delibera del Comune di

negli anni 2012 e 2013 n. 5 permessi a costruire che, tuttavia erano stati
oggetto di decreto di annullamento, unitamente alla citata delibera consiliare
di approvazione del piano di lottizzazione, con decreto dell’Assessore regionale
al Territorio ed ambiente del 9 aprile 2014.
Nel rigettare la predetta istanza di riesame il Tribunale ha rilevato che i
terreni in questione erano gravati da numerosi vincoli, il principale dei quali
era costituito dalla esistenza di un vincolo di immodificabilità assoluta
temporaneo, destinato a valere sino alla approvazione del Piano paesistico
della Provincia di Agrigento, evento questo tuttora non realizzatosi, adottato
ai sensi dell’art. 5 della legge regionale n. 15 del 1991.
In particolare il Tribunale ha ritenuto al riguardo che, sebbene detto
vincolo fosse stato disposto con taluni decreti assessorili succedutisi nel
tempo, esso si sarebbe stabilizzato, anche dopo che i decreti di cui sopra, a
decorrere dal 1996, non sono stati più rinnovati, conformemente ai principi
espressi dalla sentenza della Corte costituzionale n. 417 del 1995.
Hanno proposto ricorso per cassazione avverso la detta ordinanza II
Caristia ed il Comparato, assistiti dai loro difensori di fiducia, i quali hanno
affidato la loro impugnazione a cinque motivi.
Col primo di essi è dedotta la violazione e falsa applicazione della legge,
in particolare si tratta degli artt. 321 e 324 cod. proc. pen., 1 della legge n.
431 del 1985, 5 della legge regionale siciliana n. 15 del 1991 nonché degli
artt. 30, 44, comma 1, lettera c), del dPR n. 380 del 2001, 181 dlgs n. 42 del
2004 e 734 cod. pen., ciò in quanto il Tribunale, per un verso, non avrebbe
risposto ai motivi di ricorso formulati dai ricorrenti in sede di riesame e, per
altro verso, avrebbe fondato la propria decisione sul contenuto della sentenza
n. 417 del 1995 della Corte costituzionale, senza considerare che, trattandosi
di una sentenza di rigetto, essa non poteva svolgere alcun ruolo al di fuori del
giudizio nel corso del quale è stata sollevata la questione incidentale.
Col secondo motivo è dedotta la violazione e la falsa applicazione degli
artt. 321 cod. proc. pen., 14 della cosiddette preleggi, 1 e 2 cod. pen., 25
Cost. e 7 della Cedu, stante la violazione del principio di legalità che governa il
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Realmonte del 23 ottobre 2008 ed in relazione al quale erano stati rilasciati

diritto penale, consistente nella estensione della portata cronologica di una
disposizione a tempo.
Ancora è dedotta la violazione dell’art. 125 cod. proc. pen., stante la
asserita carenza di motivazione della ordinanza impugnata.
Il ricorrente ha, altresì, lamentato la violazione e falsa applicazione degli
artt. 42, comma 4, e 47, comma 3, cod. pen., in quanto il Tribunale ha
ritenuto sussistere, con riferimento al

fumus commissi delicti,

l’elemento

sussistenza di questo il fatto che nel certificato di destinazione urbanistica
relativo ai terreni di cui al sequestro sono indicati i numerosi vincoli su di essi
gravanti, senza però considerare che tale certificato era stato rilasciato dopo
che erano stati emessi anche gli altri provvedimenti autorizzatori, in ipotesi
illegittimi proprio perché concessi in difformità ai vincoli di cui sopra.
Infine era contestata la legittimità del provvedimento impugnato, sempre
sotto il profilo della violazione di legge e della omessa motivazione, con
riguardo alla ritenuta configurabilità del pericolo nel ritardo, essendo questo
stato illogicamente affermata in quanto gli organi amministrativi che avevano
rilasciato i provvedimenti autorizzatori nei confronti della COMAER li avevano
dapprima sospesi e quindi revocati, sicché, in assenza di essi, non vi era
pericolo che i reati contestati giungessero ad ulteriori stadi di perpetrazione.
CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è inammissibile.
Rileva la Corte la evidente infondatezza del primo motivo di
impugnazione; con esso i ricorrenti si dolgono del fatto che il Tribunale di
Agrigento abbia fondato la motivazione della propria ordinanza sulla base di
quanto contenuto nella sentenza della Corte costituzionale n. 417 del 1995,
senza tenere conto del fatto che detta sentenza, essendo una sentenza con la
quale era stata rigettata la questione di legittimità costituzionale dedotta di
fronte all’organo di giustizia in questione, non era idonea ad avere alcuna
valenza generale in materia di interpretazione normativa.
L’assunto nei termini in cui esso ha formato oggetto del motivo di
impugnazione è manifestamente infondato.
Deve, infatti, rilevare la Corte che, sebbene sia vero che a differenza delle
sentenze della Corte costituzionale con le quali viene dichiarata la illegittimità
costituzionale di una qualche disposizione avente forza di legge, le decisioni a
contenuto interpretativo non hanno la medesima forza vincolante, tuttavia
non può ad esse disconoscersi, così come ha fatto il Tribunale di Agrigento, la
idoneità a fornire argomenti in base ai quali procedere alla esegesi di
disposizioni giuridiche, sebbene non si tratti delle stesse disposizioni oggetto
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soggettivo dei reati contestati, indicando come elemento di riscontro della

della questione di legittimità costituzionale definita con la sentenza
interpretativa utilizzata come fonte di riferimento da altro interprete.
Nel caso in esame il Tribunale ha desunto da quanto affermato dalla Corte
costituzionale con la citata sentenza n. 417 del 1995 la natura non
esclusivamente temporanea dei vincoli di immodificabilità disposti con
provvedimento assessorile, ma la loro idoneità a permanere comunque
vigenti, quale misura di salvaguardia, stante la loro funzione strumentale ad

approvazione del piano paesistico.
Il secondo motivo di impugnazione è del tutto generico risolvendosi in una
pretta petizione di principio, consistente nella indimostrata affermazione della
pretesa estensione operata dal Tribunale girgentano con l’ordinanza
impugnata della portata cronologica di disposizioni che, viceversa, si
affermano essere solo temporanee.
Col terzo motivo, nonostante la intitolazione data alla censura e secondo
la quale esso avrebbe ad oggetto la dedotta violazione di legge e la apparenza
della motivazione, i ricorrenti si dolgono, peraltro per ragioni di fatto
inammissibili in questa sede, da una parte del contenuto della perizia di parte
redatta dal consulente del Pm e da altra parte della motivazione della
ordinanza del Tribunale di Agrigento che, condividendo le conclusioni
contenute in detta consulenza, a sua volta veicolate dalla richiesta di misura
cautelare formulata dall’organo della pubblica accusa, ha confermato la
ordinanza applicativa della misura.
Non può, a tale proposito, non ricordarsi che in sede di ricorso per
cassazione avverso le misura cautelari reali, in base all’inequivoco tenore
dell’art. 325 cod. proc. pen., l’àdito al giudice è ammesso solamente laddove
la ordinanza con la quale la misura è stata confermata sia censurata
esclusivamente sotto il profilo della violazione di legge; il fatto che, invece, nel
caso ora in esame la censura attenga alla tenuta logica della motivazione fa sì
che il relativo motivo di impugnazione debba essere dichiarato inammissibile.
Con riferimento al quarto motivo di ricorso, col quale è dedotta la
violazione e falsa applicazione della legge penale per avere il Tribunale
ritenuto sussistere, sotto il profilo del fumus commissi delicti, il necessario
elemento soggettivo ai fini della integrazione del reato in relazione al quale
sono in corso le indagini preliminari, osserva la Corte, onde rilevare la
pretestuosità del motivo di censura, che nel caso in esame si procede in
relazione ad ipotesi di reato aventi il carattere della contravvenzione; come è
noto in relazione a tale tipo di illecito penale l’elemento soggettivo sufficiente
al fini della colpevolezza della condotta è già quello della mera colpa;
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un controllo razionale, programmato e necessario del territorio, sino alla

condizione soggettiva che, per espresso dettato legislativo è riscontrabile
laddove l’evento proprio del reato per cui si procede si sia verificato a cagione,
oltre che della imprudenza e negligenza (elementi questi ultimi peraltro
autonomamente riscontrabili nell’avere il ricorrenti provveduto nel senso della
lottizzazione pur in presenza dei plurimi vincoli gravanti sul terreno
interessato dalla opere in questione), della inosservanza da parte dell’agente
di disposizioni legislative, inosservanza in questo caso certamente ravvisabile,

cautelare, nella realizzazione delle imponenti opere contestate ai due
ricorrenti in assenza dei validi titoli abilitativi.
Infine, quanto all’ultimo motivo di impugnazione, avente ad oggetto la
incongrua valutazione operata dal Tribunale di Agrigento in ordine alla
effettiva sussistenza del periculum in mora, osserva la Corte che esso con
valutazione certamente plausibile ha fatto derivare la esistenza del pericolo
per un verso dalla rilevanza quantitativa dell’insediamento oggetto del
sequestro (la ordinanza, infatti, si riferisce a ben 52 alloggi residenziali di
vario tipo e dimensione) di tal che è lecito opinare che la permanenza nella
disponibilità dei ricorrenti di dette opere è idonea, non per mera postulazione
ma in maniera decisamente concreta, ad incrementare il carico urbanistico in
un sito che, invece, dovrebbe godere di una condizione di inviolabilità
urbanistica, e per altro verso dalla circostanza, anch’essa dotata del carattere
della obbiettività e non della astratta natura congetturale, che le opere in
questione già sono oggetto di realizzazione, con i connessi sbancamenti ed
installazioni edili, sicché la sottrazione dei terreni alla materiale disponibilità di
chi tali opere stia realizzando si pone come necessaria ed inevitabile cautela ai
fini della preservazione della bellezza naturale della zona assoggettata, come
detto, per tale motivo, a rigidi vincoli di immodificabilità.
In conclusione, essendo risultati i diversi motivi di impugnazione proposti
dai ricorrenti ora inammissibili ora manifestamente infondati, il ricorso di
Caristia Geatano e Comparato Sebastiano deve essere dichiarato
inammissibile ed i ricorrenti debbono essere, per tale motivi, condannati,
visto l’art. 616 cod. proc. pen., al pagamento delle spese processuali e della
somma, equitativamente determinata nella misura che segue, di euro
1000,00 ciascuno da versarsi in favore della Cassa delle ammende.
PQM
Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro 1000,00 ciascuno.
Così deciso in Roma, il 26 maggio 2015
Il Consiglier este sore

Il 13,residente

quanto meno ai limitati fini della ritenuta legittimità del provvedimento

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