Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 1130 del 29/11/2012


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 1130 Anno 2013
Presidente: TERESI ALFREDO
Relatore: LAPALORCIA GRAZIA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
1) CAVALAGLIO CARLO N. IL 18/02/1942
2) CARCIOFALI LORENZO N. IL 22/01/1959
3) GIOMBINI GIUSEPPE N. IL 07/04/1942
4) CAVALAGLIO GABRIELE N. IL 18/12/1943
avverso la sentenza n. 3802/2008 CORTE APPELLO di ROMA, del
22/03/2010
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 29/11/2012 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. GRAZIA LAPALORCIA
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. R A kf ( G. LLO
che ha concluso per
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Data Udienza: 29/11/2012

RITENUTO IN FATTO

Con sentenza del 22-3-2010 la Corte d’Appello di Roma, in parziale riforma di quella 11-62007 del tribunale della stessa città, riconosceva la responsabilità dei ricorrenti in relazione
a reati di bancarotta fraudolenta connessi al fallimento della Dianthus Italiana spa,
dichiarato il 21.12.1995.

art. 223 commi 1 e 2 legge fall. e bancarotta documentale, quale amministratore in Italia
della società, con sede in Vaduz. La corte territoriale escludeva l’inconsapevolezza
dell’imputato quale mera testa di legno di Vittorio Visita, amministratore di fatto, data la
rilevanza economica degli atti da lui sottoscritti (cambiali ipotecarie per oltre 16 miliardi di
lire in favore di Giuseppe Giombini e fideiussioni per oltre 11 miliardi allo scopo di favorire
Vittorio Visita nei confronti di alcuni istituti di credito, in entrambi i casi senza corrispettivo
e senza giustificazione), sintomatica di almeno generica consapevolezza delle condotte
integranti bancarotta poste in essere dall’amministratore di fatto.
1.1 II ricorso dell’avv. O. Marotta deduce vizio di motivazione sia in punto affermazione di
responsabilità che di trattamento sanzionatorio. Sotto il primo profilo perché in parti
diverse della sentenza si trova rispettivamente affermato che l’imputato era, e non era, una
testa di legno. Il ricorrente richiamava giurisprudenza di questa corte secondo cui
l’accettazione del ruolo formale non implica consapevolezza dei disegni criminosi
dell’amministratore di fatto. Inoltre la riduzione della pena in considerazione della posizione
societaria del prevenuto contrastava con il diniego di attenuanti generiche, che erano state
chieste proprio in considerazione di tale posizione.

2. La responsabilità di Carlo CAVALAGLIO, quale amministratore di fatto, per il reato sub
C1 (bancarotta patrimoniale relativa alle cambiali ipotecarie e alle fideiussioni), era
confermata richiamando un documento a sua firma, in data 24-6-1993, allegato alla
seconda dichiarazione del curatore fallimentare, ritenuto integrare chiamata di correo del
Visita, confessione per quanto riguarda lo stesso Cavalaglio (documento che contiene la
storia della vendita fittizia alla Dianthus di società del Visita e del Giombini, previa nomina
del Carciofali, uomo del Visita, quale amministratore della Dianthus, con pagamento del
prezzo garantito dalla emissione delle fideiussioni e poi, in due soluzioni, delle cambiali
ipotecarie).
2.1 Con ricorso personale, l’imputato deduceva i vizi sub c) ed e) di cui all’art. 606 per
travisamento delle risultanze e vizio di motivazione. La corte di Roma non aveva ricostruito
la condotta penalmente rilevante a lui attribuita, trascurando che egli aveva querelato il
Visita per la truffa subita dalla Dianthus e da lui stesso per effetto della mancata consegna

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1. Lorenzo CARCIOFALI risponde dei reati sub C1 e C4, bancarotta fraudolenta impropria ex

da parte del venditore delle imprese vendute, che peraltro versavano in situazione
economica compromessa. Il che dimostrava l’insussistenza del dolo.
3. La responsabilità di Gabriele CAVALAGLIO, in veste di amministratore di fatto della
Dianthus, per il reati sub C1 e C2 (quest’ultimo relativo alla distrazione di tre somme -pari
rispettivamente, due di esse, a un miliardo e mezzo di lire ciascuna, la terza a
duecentocinquanta milioni-, frutto, la prima, di truffe ai danni della cooperativa Giuseppe
romana desumendo il ruolo di amministratore di fatto dal contegno tenuto dalla moglie,
Lucia Gilà, legale rappresentante della Dianthus, in sede di audizione da parte del curatore,
dove la donna era apparsa non informata delle vicende sociali e poi si era rivolta al marito,
che l’aveva accompagnata, domandandogli cosa le avesse fatto fare. Con riguardo al capo
C2, la veste di amministratore di fatto era correlata in sentenza ai documenti prodotti dal
curatore, da cui risultava che, nella cessione di un terreno alla Horizons, l’imputato aveva
sottoscritto due promesse di vendita, e che gli assegni relativi alle due caparre (per 70 e
260 milioni di lire) erano intestati a lui, con sue girate per l’incasso, essendo quindi
irrilevante che al rogito avesse partecipato la sola Gilà.
3.1 Il ricorso a firma dell’avv. F. S. Fortuna è articolato in cinque motivi.
3.2 Violazione di legge e motivazione insufficiente ed incongrua quanto al capo C1, non
avendo la corte tenuto conto che l’attività gestoria, per dar luogo alla figura
dell’amministratore di fatto, deve avere le caratteristiche della significatività e della
continuità. Mentre dal verbale delle dichiarazioni rese dalla Gilà al curatore, da un lato non
risultava la presenza del marito, dall’altro emergevano la conoscenza da parte della donna
della vicenda relativa alla Horizons e il fatto che la stessa aveva trasferito il prezzo non al
marito, ma al cognato Carlo Cavalaglio. Quindi essa non era mero amministratore di diritto,
né erano stati indicati atti di gestione significativi e continuativi da parte del prevenuto, il
quale era rimasto del tutto estraneo all’emissione delle cambiali ipotecarie. Inoltre
l’imputato non aveva ricoperto ruoli formali, né era titolare di quote della Dianthus, delle
quali erano proprietari la Gilà, Giombini e Gay.
3.3 Violazione di legge e motivazione insufficiente ed incongrua quanto al capo C2 non
essendosi tenuto conto che dalle convergenti dichiarazioni della Gilà e di Carlo Cavalaglio,
risultava che il corrispettivo della operazione Horizons era stato incassato da quest’ultimo,
il che era significativo del fatto che anche le due caparre riscosse dall’imputato fossero
state trasferite al fratello, e comunque si trattava di incasso che non poteva essere messo
in relazione con il successivo dissesto.
3.4 Gli stessi vizi erano dedotti in relazione alla dichiarazione di prescrizione dei capi A) e
B) in quanto nelle sentenze di merito mancavano dati di fatto sintomo di coinvolgimento
del prevenuto.

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Mazzini 1863, le altre due riscosse dalle società Horizons e ASA), era affermata dalla corte

!1.

3.5 Con ulteriore motivo si deduceva violazione dell’art. 157 cod. pen. essendo la
prescrizione c.d. breve già maturata al momento della pronuncia di secondo grado, in
quanto l’aggravante di cui all’art. 219, comma primo, legge fall., era contestata soltanto
con riferimento alla bancarotta documentale, di cui l’imputato non rispondeva.
3.6 L’ultimo motivo investe la pena e l’entità della provvisionale, ritenute ingiustificate a
fronte di posizioni più gravi.

relativo alla cessione a terzi di parte delle cambiali ipotecarie con la conseguenza di
rendere inopponibili le eccezioni di insussistenza del rapporto sottostante), prende le mosse
dal ruolo di intermediario da questi avuto nell’acquisto della Dianthus, proprietaria di 65
ettari di terreno agricolo, tra il proprietario principe Lancellotti e Carlo Cavalaglio, ruolo che
avrebbe dovuto avere come corrispettivo il dieci per cento delle quote sociali. Giombini
aveva anticipato il prezzo dell’acquisto e Cavalaglio gli aveva consegnato, in luogo della
restituzione di quanto anticipato più il 10% delle quote, le cambiali ipotecarie della
Dianthus, in tal modo coprendo un proprio debito con garanzie della società. Né era
sostenibile, secondo la corte di Roma, la convinzione dell’imputato che il credito personale
si estendesse alla società in cui il suo debitore era interessato, tenuto anche conto che poi
aveva proseguito nell’iter criminoso girando parte dei titoli cambiari al Visita e a società da
questi direttamente o indirettamente gestite.
4.1 Ricorre Giombini con due atti, uno personale e uno a firma del difensore avv. S.
Maranella, sovrapponibili salvo che per la doglianza in rito e per quella relativa al diniego di
attenuanti generiche.
4.2 Le censure investono in primo luogo la mancata notifica ad uno dei due difensori, l’avv.
Maranella appunto, dell’avviso del deposito della sentenza, effettuato fuori termine, con
conseguente nullità insanabile di ordine generale.
Si deducevano poi vizio di motivazione e travisamento del fatto sia sul punto dell’elemento
materiale che di quello psicologico del reato, con abuso della motivazione per relationem
(ma senza che la corte avesse mostrato di aver ritenuto coerenti con la sua decisione le
ragioni del provvedimento di primo grado) e motivando l’esistenza del dolo come se si
trattasse di dolus in re ipsa.
4.3 Violazione di legge era dedotta in relazione al diniego di generiche e all’applicazione
dell’aggravante dell’art. 219, comma primo, legge fall. a persone diverse dal fallito
(richiamando giurisprudenza in tal senso di questa corte), con conseguenti effetti sul
termine prescrizionale applicabile.

CONSIDERATO IN DIRITTO

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4. La pronuncia di responsabilità di Giuseppe GIOMBINI per i capi C1 e C3 (quest’ultimo

1. Il ricorso nell’interesse del CARCIOFALI è inammissibile per manifesta infondatezza.
1.1 Invero, in punto di affermazione di responsabilità, non è ravvisabile alcuna contraddizione
interna alla motivazione della sentenza. Pur essendo esatto che l’accettazione del ruolo formale
di amministratore di diritto non implica di per sé consapevolezza delle distrazioni poste in
essere dall’amministratore di fatto, la corte territoriale ha tuttavia ben chiarito che l’imputato,
uomo del Visita, e quindi amministratore testa di legno della Dianthus, rispondeva di
bancarotta impropria, sia patrimoniale che documentale, alla stregua del consolidato indirizzo

all’amministratore di diritto, con accettazione del relativo rischio, della commissione da parte di
quello di fatto di condotte integranti tale reato. Consapevolezza nella specie a fortiori ritenuta
sussistente, anche nello specifico, con ineccepibile argomentazione, sulla base delle modalità e
della considerevole rilevanza sul piano economico degli addebiti contestati, materialmente
posti in essere (sottoscrizione delle cambiali ipotecarie e rilascio di fideiussioni, entrambi senza
giustificazione) proprio dal Carciofali.
1.2 Inoltre il richiamo alla posizione sottordinata del prevenuto a giustificazione della riduzione
della pena, non è affatto in contraddizione con il diniego delle generiche, che erano state
chieste con riferimento a tale posizione. Infatti la posizione del Carciofali di esecutore della
volontà del Visita, non può essere valutata per conseguire più effetti favorevoli all’imputato. Né
va trascurato che la corte territoriale ha adeguatamente motivato il diniego di cui sopra alla
stregua dei precedenti anche specifici e della rilevanza economica delle distrazioni.

2. Del pari inammissibile per manifesta infondatezza il ricorso di Carlo CAVALAGLIO.
2.1 Invano egli tenta di sostenere che l’insussistenza del dolo sarebbe dimostrata dalla querela
da lui proposta contro il Visita per la truffa consistita nel mancato trasferimento delle imprese
cedute, dal momento che, come risulta dalla sentenza impugnata, per la truffa era intervenuta
richiesta di archiviazione, e comunque, se avesse creduto in buona fede nella liceità
dell’operazione, non avrebbe consentito che fosse nominato amministratore della Dianthus un
uomo del Visita, né tanto meno avrebbe continuato a far emettere cambiali ipotecarie dal
Carciofali anche dopo aver constatato che non c’era contropartita alcuna da parte del Visita.
Senza contare, come pure significativamente evidenziato dai giudici di merito, che Carlo
Cavalaglio era amministratore di società alle quali Giombini aveva poi girato le cambiali
ipotecarie.
2.2 Né ha maggior fondatezza la questione di inutilizzabilità, prospettata dal difensore
nell’odierna discussione orale, della scrittura in data 24-6-1993, a firma dell’imputato, cui la
corte di merito ha riconosciuto efficacia di chiamata in correità del Visita e di confessione da
parte dell’imputato. Il difensore, senza disconoscere tale efficacia, ha motivato l’eccezione di
inutilizzabilità instaurando un discutibile parallelo tra detta scrittura e le dichiarazioni rese
dall’imputato prima del procedimento, giungendo alla conclusione che dall’inutilizzabilità di
queste ultime dovrebbe discendere anche quella della prima.

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giurisprudenziale di questa corte che richiede la generica consapevolezza in capo

Tale assunto è doppiamente infondato. Da un lato le dichiarazioni rese dall’imputato prima del
procedimento, anche a contenuto confessori°, possono entrare a pieno titolo nel procedimento
essendo suscettibili di formare oggetto di testimonianza, dal momento che il divieto di cui l’art.
62 cod. proc. pen. opera soltanto riguardo alle dichiarazioni rese dall’imputato nel
procedimento (Cass. 47739/2003), dall’altro l’acquisizione di documenti provenienti
dall’imputato -nella specie la scrittura contenente ammissione di responsabilità- è

3. Anche il ricorso nell’interesse di Gabriele CAVALAGLIO è inammissibile.
3.1 Sotto l’apparente deduzione, con il primo motivo, della violazione di legge e del vizio
motivazionale, il ricorrente propone censure attinenti al merito della decisione impugnata,
congruamente giustificata con riferimento al plausibile significato di prove legittimamente
acquisite, significato di esclusiva competenza del giudice di merito, e non del giudice di
legittimità sulla base della lettura necessariamente parziale suggerita dal ricorrente.
Così il riconoscimento a quest’ultimo della qualifica di amministratore di fatto della società
fallita è stato solidamente ancorato in sentenza a due elementi che invano il ricorrente ha
tentato di smantellare, tra l’altro scindendoli e riferendoli in modo atomistico ai due capi
d’imputazione (C1 e C2) dei quali Cavalaglio è chiamato a rispondere.
Invero, posta la condivisibile premessa che l’attività gestoria, per dar luogo alla figura
dell’amministratore di fatto, deve avere le caratteristiche della significatività e della continuità,
inutilmente nel ricorso si cerca di rivalutare in modo alternativo, favorevole alla tesi difensiva,
le dichiarazioni rese al curatore dalla Gilà, legale rappresentante della Dianthus, addirittura
ponendo in dubbio che il di lei marito -l’imputato-, avesse presenziato alla sua audizione,
nonostante la precisa indicazione in tal senso del curatore, risultante dalla sentenza
impugnata, accompagnata dall’affermazione che la donna non era stata in grado di fornire le
informazioni richieste sulle vicende societarie, e si era quindi rivolta, con tono interrogativo ed
accusatorio al marito presente, chiedendogli conto di quello che le aveva fatto fare. Né, a
scalfire la conclusione che il Cavalaglio rivestisse il ruolo di amministratore di fatto della
società, può valere la conoscenza da parte della Gilà della vicenda relativa alla Horizons e il
fatto che la stessa avesse trasferito il prezzo non al marito, ma al cognato Carlo Cavalaglio. Il
contrario assunto prospettato sconta l’errore di ritenere che, in presenza di amministratori di
fatto, quello formale abbia una funzione di mera facciata, dovendo necessariamente ignorare
tutte le vicende della società. Per contro l’amministratore di diritto ben può coamministrare in
unione con quello di fatto e, nella specie, la conoscenza da parte della Gilà di alcuni atti della
Dianthus e la sua partecipazione ad essi, valorizzate nel ricorso, trovano, tra l’altro, plausibile
giustificazione tanto nel fatto cheLera rispettivamente la moglie e la cognata dei due
Cavalaglio, quanto nella circostanza il suo intervento nella stipulazione della rogito relativo alla
vendita del terreno della Dianthus alla Horizons, era imposto dalla sua qualifica di legale
rappresentante della prima.
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espressamente consentita dall’art. 237 cod. proc. pen..

L’amministrazione di fatto desumibile dalle dichiarazioni della Gilà, non contrastata dall’assenza
di ruoli formali del marito (ma anzi coerente con il ruolo sostanziale attribuitogli) e dalla
mancanza di titolarità di quote societarie, trova poi -ed è questo il secondo elemento
valorizzato in sentenza- significativa conferma, a smentire l’assunto difensivo secondo cui non
sarebbero stati indicati significativi atti di gestione del prevenuto, nella sottoscrizione da parte
del Cavatagli° delle due promesse di vendita relative al terreno -tipici atti gestori connessi alla
disposizione del patrimonio della società-, accompagnata per di più dalla emissione a suo
Neppure va dimenticato, a riscontro degli stretti e risalenti legami dell’imputato con la società,
che egli, nella fase antecedente all’avvento del Carciofali, voluto delj Visita a garanzia
dell’accordo con Carlo Cavalaglio, era stato, secondo la sentenza di primo grado, socio e
procuratore speciale di Dianthus.
3.2 Manifestamente infondate sono poi le censure mosse con il secondo motivo
all’affermazione di responsabilità in ordine al capo C. Esse non solo investono esclusivamente
la somma riscossa dalla Horizons, senza minimamente attingere quella riscossa dalla ASA e il
provento delle truffe in danno della Cooperativa Giuseppe Mazzini 1863, ma trascurano anche
di considerare che, se pure il corrispettivo della operazione Horizons fosse stato trasferito
dall’imputato al fratello Carlo, non per questo verrebbe meno il contributo del primo alla
distrazione, che costituisce ipotesi di bancarotta la quale non esige il nesso causale con il
dissesto (nesso richiesto invece dai ‘fatti di bancarotta’ previsti nel secondo comma dell’art.
223 legge fall.).
3.3 Generica appare la doglianza, oggetto del terzo motivo di ricorso, relativa alla dichiarazione
di prescrizione dei reati di cui ai capi A) e B) per asserita mancata indicazione, nelle sentenze
di merito, di dati di fatto sintomo di coinvolgimento del prevenuto negli stessi. Invero i mentre il
ricorrente non ha indicato elementi di prova evidente di innocenza, la sentenza di primo grado
non ha mancato di sottolineare che, secondo l’indirizzo delle sezioni unite di questa corte
(Cass. 35490/2009), la declaratoria di prescrizione prevale, salvi casi non ricorrenti nella
specie, sull’assoluzione ex art. 530, comma 2, cod. proc. pen..
3.4 Manifestamente infondato è poi l’assunto circa l’intervenuto decorso della prescrizione già
al momento della pronuncia di secondo grado per mancata contestazione in forma aggravata
dei reati ascritti al prevenuto, essendo l’aggravante di cui all’art. 219, comma primo, legge
fall., contestata soltanto con riferimento alla bancarotta documentale, di cui l’imputato non è
chiamato a rispondere. Esso trascura di considerare che, per quanto l’aggravante sia
contestata alla fine del capo c) -suddiviso in c1), c2), c3) e c4)-, con la dizione ‘…cagionando
un danno patrimoniale di rilevante gravità’, separata dal punto e virgola dalla contestazione
della bancarotta documentale (e quindi graficamente in apparenza unita a tale contestazione),
la menzione dell’art. 219, comma 1, legge fall. è presente all’inizio del capo c), in cui sono
descritti i ruoli ricoperti da ciascun imputato, essendo quindi l’aggravante del danno di

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nome, da parte degli acquirenti, degli assegni relativi alla corresponsione delle caparre.

rilevante gravità chiaramente riferita a tutte le ipotesi di reato contestate sub c1), c2), c3),
c4).
3.5 Generico, e comunque manifestamente infondato, è l’ultimo motivo, in quanto la misura
della pena (di anni tre e mesi sei di reclusione), di poco superiore al minimo, è stata motivata
con il richiamo alla rilevanza del danno, mentre non è proponibile in questa sede la questione
dell’entità della provvisionale, giacché il provvedimento di assegnazione alla parte civile di una
somma da imputarsi nella liquidazione definitiva del danno, è per sua natura insuscettibile di

risarcimento (Cass. 36536/2003, 5001/2007, 34791/2010).

4. Il ricorso nell’interesse di GIOMBINI è inammissibile.
4.1 La questione di nullità per mancata notifica ad uno dei due difensori dell’avviso del
deposito della sentenza, effettuato fuori termine, è superata dalla proposizione del ricorso da
parte dell’avv. Maranella che ha sollevato l’eccezione.
4.2 Del tutto aspecifiche le censure di vizio di motivazione e travisamento del fatto sul punto
della ricorrenza degli elementi costitutivi del reato, a fronte, tra l’altro, di ineccepibile
ricostruzione, in sentenza, del ruolo svolto da Giombini nell’acquisto della Dianthus,
proprietaria di 65 ettari di terreno agricolo, da parte di Carlo Cavalaglio, che aveva consegnato
al prevenuto, per la sua intermediazione e per aver anticipato il prezzo della compravendita, le
cambiali ipotecarie della Dianthus, in tal modo coprendo un proprio debito con garanzie della
società. Il che, come la corte territoriale ha sostenuto con congrua motivazione, sottraendosi
alla censura di aver ritenuto il dolo in re ipsa, era idoneo ad escludere la convinzione, del tutto
inverosimile, dell’imputato che il credito personale si estendesse alla società in cui il suo
debitore era interessato. Senza contare, come pure la sentenza non ha mancato di sottolineare
ad ulteriore e definitiva prova del dolo, che Giombini aveva poi proseguito nell’iter criminoso
girando parte dei titoli cambiari al Visita e a società da questi direttamente o indirettamente
gestite, così da rendere inopponibile ai terzi portatori l’eccezione di insussistenza del rapporto
sottostante.
4.3 Manifestamente infondata è, da ultimo, la censura di violazione di legge in relazione al
diniego di attenuanti generiche, diniego correttamente argomentato richiamando la presenza di
precedenti, uno dei quali specifico, e la rilevanza delle distrazioni, così come quella di
inapplicabilità dell’aggravante dell’art. 219, comma primo, legge fall. a persone diverse dal
fallito, da cui discenderebbe la prescrizione del reato. Tale questione, tra l’altro nella specie
neppure prospettata con i motivi di appello, è stata comunque risolta in senso positivo da
questa corte (Cass. 30932/2010, 127/2011, 44933/2011, 10791/2012) sul condivisibile rilievo
della integralità del rinvio in ordine alla determinazione della pena, operato dall’art. 223,
comma primo, legge fall., all’art. 216 stessa legge, rinvio comprensivo quindi anche delle
attenuanti e aggravanti speciali previste la bancarotta propria, in presenza della identità
oggettiva delle condotte.
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passare in giudicato e destinato a rimanere assorbito nella pronuncia relativa all’integrale

5. Alla declaratoria di inammissibilità dei ricorsi seguono le statuizioni di cui all’art. 616 cod.
proc. pen., determinandosi in C 1000, in ragione della natura delle questioni dedotte, la
somma da corrispondersi, da parte di ciascun imputato, alla Cassa delle Ammende.

P. Q. M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti ciascuno al pagamento delle spese

Così deciso in Roma, il 29-11-2012

Il consigli e est.

l Preside

processuali e della somma di C 1000 in favore della Cassa delle Ammende.

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